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2020: un anno di proteste

1 Gennaio 2021 20 min lettura

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2020: un anno di proteste

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Le proteste dopo la rielezione di Lukashenko in Bielorussia, la richiesta di riforme costituzionali in Thailandia, le manifestazioni in Polonia per il diritto all’aborto, le lotte contro i femminicidi, la crescita esponenziale di Black Lives Matter e delle rivendicazioni contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico negli USA e non solo: il 2020 è stato un anno in cui movimenti sociali e di protesta hanno fatto sentire la loro voce in tutto il mondo.

E questo nonostante la pandemia del nuovo coronavirus che si è abbattuta globalmente nei primi mesi dell’anno: i lockdown e le misure per il contenimento del nuovo coronavirus hanno imposto uno stop momentaneo, ma come emerge dai dati del Global Protest Tracker del think thank Carnegie Endowment, già ad aprile il numero di nuove proteste è tornato a crescere, e così per il resto del 2020.

La repressione da parte dei governi è stata spesso durissima. A Hong Kong, ad esempio, recentemente tre giovani leader delle manifestazioni - Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam - sono stati incarcerati; in Bielorussia si sono verificate morti e sparizioni misteriose. In molte occasioni la polizia ha risposto violentemente a cortei e manifestazioni.

Valigia Blu ha seguito molti di questi movimenti. Abbiamo raccolto una serie di articoli che raccontano le proteste che hanno animato le strade e le piazze di diversi paesi durante questo 2020. Volutamente, non abbiamo considerato quelle contro le misure anti-COVID.

L’uccisione di George Floyd e l’esplosione di Black Lives Matter

Il movimento Black Lives Matter è tornato al centro dell’attenzione con le mobilitazioni partite questa primavera dopo l’uccisione da parte della polizia di George Floyd, afroamericano di 46 anni, a maggio a Minneapolis.

La morte di Floyd ha provocato manifestazioni nelle piccole e grandi città degli Stati Uniti, riportando al centro il problema della violenza della polizia contro le persone nere e il razzismo sistemico della società americana. Per mesi le proteste sono andate avanti senza sosta.

BLM è nato nel 2013, in seguito al processo a carico di un vigilante volontario delle ronde di quartiere per l’omicidio del 17enne nero Trayvon Martin. Negli ultimi sette anni si è evoluto in qualcosa di molto più grande di quanto fosse all'inizio: è diventato "un movimento di liberazione ampio, multietnico, focalizzato sulla riforma della giustizia, sulle politiche razziste e altre cause correlate", scrive Sean Illing su Vox. Ma durante questo passaggio, BLM non si è solo allargato, “è anche diventato più radicale nella sua richiesta di uguaglianza. Eppure, sorprendentemente, questo ha accresciuto il suo fascino, invece che diminuirlo”.

Recentemente, è stato definito da alcuni analisti il movimento più grande della storia americana: alle manifestazioni in seguito alla morte di Floyd hanno partecipato tra i 15 e i 26 milioni di persone; tra maggio e agosto sono state organizzate negli USA 7.750 proteste in 50 stati, e in 60 paesi a livello internazionale.

Dopo la morte di Floyd, le contestazioni contro il razzismo istituzionalizzato e gli abusi delle forze dell’ordine hanno raggiunto anche l’Europa. In paesi come Gran Bretagna e Belgio, i manifestanti del movimento Black Lives Matter hanno chiamato in causa le contraddizioni profonde dei rispettivi paesi, presenti e passate.

Qui altri articoli sulle proteste di quest’anno contro il razzismo sistemico negli USA:

Black Lives Matter: l’impatto delle proteste in Usa e nel mondo

Da Bristol a Bruxelles, la rimozione delle statue come atto politico

Black Lives Matter, il movimento di protesta contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico

Portland: le proteste, la spinta autoritaria di Trump e il ‘muro’ delle mamme in difesa dei manifestanti

Usa, la maggior parte delle proteste contro la violenza della polizia sono pacifiche. A dispetto della narrazione di Trump

La Polonia in piazza per difendere l’aborto

Il 22 ottobre in Polonia la Corte Costituzionale ha deciso il divieto di ricorrere all’aborto anche nel caso in cui ci siano gravi malformazioni del feto. Con questa sentenza – che limita ulteriormente una delle leggi più restrittive in Europa riguardo l’interruzione volontaria di gravidanza – i giudici hanno stabilito che la legge che consentiva l’aborto in questi casi è incostituzionale. Si tratta di fatto di un divieto totale di interruzione di gravidanza, fino a questo momento consentita solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e gravissima malformazione del feto. Quest’ultimo, secondo le organizzazioni per i diritti riproduttivi, rappresenta il 98% degli aborti legali in Polonia. Ufficialmente nel paese vengono effettuati poco più di un migliaio di aborti all’anno, ma secondo le attiviste si tratta di cifre non affidabili. Moltissime donne, però, interrompono la loro gravidanza clandestinamente o vanno all’estero appoggiandosi a reti di supporto.

Un tentativo simile di limitazione dell’aborto c’era già stato nel 2016, bloccato dalle proteste di migliaia di donne che erano scese in piazza vestite di nero in diverse città della Polonia, e poi ancora nel 2018. Le manifestazioni sono state sostenute da movimenti femministi di tutto il mondo. Anche lo scorso aprile, in pieno lockdown, il parlamento aveva iniziato la discussione di una proposta, poi rimandata indietro in commissione. In quell’occasione le donne erano scese comunque in piazza, pur rispettando il distanziamento sociale.

Dopo la sentenza della Corte, le ingenti proteste sono andate avanti per settimane a Varsavia e in altre città del paese. La portata di queste sollevazioni è stata tale che il governo del partito di estrema destra ultraconservatore Diritto e Giustizia (PiS) non ha ancora convertito in legge la sentenza.

Il 2020 di proteste in Polonia ha riguardato anche la comunità LGBTQ+, presa fortemente di mira durante la campagna elettorale per la rielezione del presidente Duda.

Qui altri articoli sulla situazione in Polonia:

Polonia, arresti e violenze della polizia: “Le comunità Lgbti sono state praticamente dichiarate nemiche dello Stato”

Polonia, sempre più donne decidono di andare all’estero per abortire

Dagli Usa all’Europa il diritto all’aborto è sotto attacco

Bielorussia, proteste contro i brogli elettorali tra arresti e violenze

Dal 9 agosto in Bielorussia vanno avanti le contestazioni in seguito alla rielezione del presidente Alexander Lukashenko, al potere nel paese da 26 anni.

Le proteste sono iniziate subito dopo la notizia della vittoria del presidente con l’80% dei voti. I cittadini sono scesi in piazza denunciando i brogli, e le contestazioni hanno visto una durissima repressione da parte dell’autorità. Dall’inizio delle manifestazioni sono state arrestate oltre 17mila persone, ci sono stati episodi di violenza da parte della polizia sia nella capitale Minsk che in altre città bielorusse e morti sospette. Le due principali leader della compagine che sfidava il premier uscente Lukashenko - Veronika Tsepkalo e la candidata alla presidenza Svetlana Tikhanovskaya - sono fuggite in Lituania probabilmente sotto coercizione, mentre nel paese Internet è rimasto bloccato per giorni.

L’Unione Europea ha imposto sanzioni su oltre 55 persone per la repressione violenta e le intimidazioni poste in essere in Bielorussia. Tra gli alti funzionari sanzionati ci sono anche Lukashenko e suo figlio Viktor, consigliere per la sicurezza nazionale.

Qui gli articoli sulle proteste in Bielorussia:

Bielorussia, continuano le proteste contro i brogli elettorali tra arresti e violenze della polizia. La leader dell’opposizione fugge in Lituania

Bielorussia, la sfida a Lukashenko continua anche grazie all’uso di Telegram per aggirare la censura e organizzare le proteste

Proteste in Bielorussia: l’Unione Europea chiede il rilascio di tutti i prigionieri politici e prepara le sanzioni

Bielorussia, oltre 100 giorni di protesta contro Lukashenko e la morte dell’attivista Roman Bondarenko

Bielorussia, la protesta di medici e giornalisti per i loro colleghi arrestati dopo l’articolo sulla morte dell’attivista Roman Bondarenko

Le manifestazioni anti-corruzione in Bulgaria

Da quest’estate, per mesi migliaia di cittadini bulgari sono scesi in piazza contro la gestione clientelare del sistema politico e giudiziario del paese balcanico. I manifestanti accusano infatti il premier Boyko Borisov e il procuratore capo Ivan Geshev di connivenza con le potenti oligarchie che hanno portato la Bulgaria a essere il più corrotto e povero Stato dell’Unione europea.

Il malcontento si è scatenato il 7 luglio scorso quando si è diffusa la notizia che un tratto di costa del Mar Nero di proprietà dello Stato era utilizzato per uso privato da Ahmed Dogan, potente imprenditore e intermediario politico, nonché fondatore ed ex leader del partito Movement for Rights and Freedoms (MRF) di minoranza turca e di orientamento social-liberale e centrista.

Le richieste avanzate dai manifestanti durante le proteste sono chiare: dimissioni del primo ministro (nonostante il largo consenso raccolto per la gestione della crisi della pandemia di COVID-19) e del procuratore capo Ivan Geshev per aver dato ordine di irruzione negli uffici del presidente dimostrando così di non essere imparziale e di cercare consenso politico.

Bulgaria, la brutale repressione delle proteste contro il governo accusato di corruzione e il silenzio dell’Unione Europea

L’Etiopia, proteste dopo l’omicidio del musicista-attivista Hundessa

Quando era in vita, Hachalu Hundessa, cantante e attivista etiope, ha unito i giovani etiopi con le sue canzoni che celebravano gli ideali di giustizia e libertà. La sua musica è diventata l'inno del movimento di protesta che nel 2018 aveva portato alla caduta dell’ex premier Hailemariam Desalegn. La stessa cosa è accaduto a luglio, dopo il suo assassinio, avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 giugno.

La morte di Hachalu ha scatenato proteste in tutto il paese durante le quali sono state uccise più di 80 persone. Le autorità hanno bloccato Internet e hanno arrestato 35 persone, tra cui un importante magnate dei media e critico del governo, Jawar Mohammed e il noto giornalista e attivista Eskinder Nega.

L'omicidio di Hachalu è stato il detonatore di un clima di tensione e rivolta alimentato da decenni di repressione governativa nei confronti degli Oromo, storicamente esclusi dalla gestione del potere politico nonostante siano il più grande gruppo etnico del paese, e a cui il cantante apparteneva, scrive il Guardian.

Le manifestazioni in Libano contro crisi economica e corruzione

A gennaio a Beirut, in Libano, sono proseguite le proteste iniziate nel 2019 contro le condizioni economiche disastrose, l’austerità e la corruzione. Le manifestazioni - represse violentemente dalle forze dell’ordine - si sono rapidamente evolute in un ampio movimento che chiedeva le dimissioni del Presidente e una revisione del sistema politico.

“L’economia è stagnante e costringe molti giovani a emigrare in cerca di lavoro, le discariche e le spiagge sono stracolme di spazzatura e il governo è da tempo incapace di approvare riforme”, riportava all’inizio delle proteste il New York Times. Il debito pubblico è salito al 150% del PIL, le riserve delle banche centrali sono precipitate del 30% nell'ultimo anno, la moneta si è svalutata rispetto al dollaro in pochi mesi.

Le manifestazioni hanno subito una battuta d’arresto con l’arrivo di covid-19. Ma la catastrofica esplosione al porto di Beirut dello scorso agosto ha nuovamente infiammato le proteste. Migliaia di persone si sono riversate nella capitale, accusando il governo di incompetenza e negligenza per aver consentito che 2.750 tonnellate di prodotti chimici esplosivi fossero conservati nel centro di Beirut per sei anni. La sollevazione è stata repressa in maniera violenta. Dopo le dimissioni del governo, l’ex premier Saad Hariri è stato incaricato di formare un nuovo esecutivo.

Nigeria: le proteste contro la violenza della polizia e l’hashtag #EndSARS

Da inizio ottobre decine di migliaia di persone stanno manifestando in Nigeria per protestare contro un'unità di polizia, la Squadra speciale anti-rapina (SARS), per anni accusata dalle organizzazioni che difendono i diritti umani di estorsioni, molestie, torture e omicidi.

Per amplificare la voce del proprio dissenso i cittadini nigeriani, oltre a scendere per strada, hanno promosso una campagna sui social utilizzando l'hashtag #EndSARS esprimendo la propria rabbia non solo nei confronti degli abusi degli agenti ma anche per la situazione in cui da anni versa il paese.

A scatenare le dimostrazioni un tweet pubblicato il 3 ottobre – che ha ricevuto più di 11.000 retweet – in cui un utente denunciava l'omicidio di un ragazzo presumibilmente ucciso dalla polizia a Ughelli, una città dello Stato del Delta.

Da quel momento in tutte le principali città della Nigeria sono state organizzate manifestazioni per protestare contro la morte del ragazzo. Secondo le testimonianze, la repressione è stata talmente violenta da provocare la morte di manifestanti.

Thailandia, le proteste contro governo e monarchia dai social alle piazze

Dallo scorso luglio, le proteste nate online in Thailandia durante il lockdown si sono spostate per le strade del paese. Decine di migliaia di persone hanno preso parte alle manifestazioni contro il governo, chiedendo le dimissioni del primo ministro Prayuth Chan-ocha, una riforma della Costituzione e una riforma legale, politica, ed economica della monarchia.

La risposta del governo è stata molto dura, imponendo nella capitale Bangkok lo “stato di emergenza”, che rende illegale qualsiasi riunione con più di quattro persone - è stata usata dalla polizia per arrestare più di venti persone tra cui alcuni dei leader della protesta, che era partita dagli studenti già diversi mesi fa.

Decine di manifestanti dovranno affrontare l’accusa di “lesa maestà”. Gli studenti a capo della protesta, però, hanno promesso di continuare la loro lotta nel 2021.

Il movimento pro-democrazia a Hong Kong

Continuano il restringimento della libertà di espressione e della manifestazione del dissenso a Hong Kong. Il 31 luglio sono state rinviate di un anno le elezioni, inizialmente previste per il 6 settembre 2020, a causa della pandemia. Un gruppo di legislatori ha accusato l'amministrazione di Hong Kong di aver usato la COVID-19 come pretesto per il rinvio delle elezioni.

L’1 luglio è entrata in vigore la legge sulla sicurezza nazionale. Il provvedimento è stato assunto in risposta alle proteste iniziate nel 2019 e mira a contrastare “sovversione, terrorismo, secessione e collusione con forze straniere” erodendo, di fatto, l'autonomia del territorio garantita, per un periodo di transizione di 50 anni, dal principio “un paese, due sistemi”, alla base del processo di riunificazione di Hong Kong con la Cina dopo i 99 anni di dominio britannico.

Gli effetti del provvedimento non hanno tardato a manifestarsi nonostante Pechino avesse più volte sottolineato che il provvedimento mirava a ripristinare la stabilità dopo un anno di proteste, senza reprimere le libertà dei cittadini e colpendo una "minoranza molto piccola". La polizia ha arrestato i manifestanti che pronunciavano slogan per l’indipendenza o rivendicavano maggiore autonomia. Libri scritti da attivisti pro-democrazia sono scomparsi dagli scaffali delle biblioteche.

Ad agosto, è stato arrestato (e poi rilasciato su cauzione) con l’accusa di collusione con potenze straniere Jimmy Lai, fondatore e proprietario di Next Digital, editore del giornale Apple Daily che ha sostenuto le proteste. A dicembre, Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam, tre dei principali attivisti pro-democrazia di Hong Kong, sono stati condannati per il loro ruolo in una manifestazione organizzata durante le massicce proteste dell'estate 2019 contro il progetto di legge sull'estradizione.

Qui gli articoli sulle proteste a Hong Kong:

Hong Kong, la polizia vieta la veglia annuale per ricordare le vittime del massacro di Tienanmen

Hong Kong, prove di resistenza fra linguaggio in codice dei dissidenti e l’enorme partecipazione alle primarie pro-democrazia

La Cina approva in segreto la legge sulla sicurezza di Hong Kong. Si scioglie il partito pro-Democrazia, attivisti e dissidenti ora hanno paura

Hong Kong, arrestato e rilasciato su cauzione il proprietario del giornale Apple Daily: “È solo l’inizio, la battaglia per le nostre libertà sarà lunga”

Colombia, manifestazioni contro la brutalità della polizia

A settembre in Colombia sono scoppiate proteste contro la brutalità della polizia in seguito alla morte di Javier Ordóñez, un avvocato e tassista di 45 anni che è stato arrestato e ucciso dalle forze dell'ordine, presumibilmente per aver violato la quarantena imposta dal governo.

In un video che è circolato sui social network si vedono due agenti che lo immobilizzano usando più volte il taser, mentre lo si sente implorare: "Vi prego, basta".

Durante le proteste sono stati uccisi almeno 14 cittadini e ci sarebbero più di 400 feriti, tra cui 194 agenti di polizia. Molte persone hanno denunciato che le forze dell'ordine hanno sparato ai manifestanti durante le proteste. Ci sono stati anche oltre 90 arresti, tra cui minorenni. Le proteste e gli atti vandalici si sono estesi anche a città come Cali, Medellín, Cúcuta e Ibagué.

Dietro agli scontri c'è un grande malcontento diffuso per l'impunità di cui godono le forze dell'ordine, colpevoli agli occhi dell'opinione pubblica di aver represso con la violenza le proteste del 2019 contro il governo, il cosiddetto Paro nacional, e più volte accusate di abusi di potere, corruzione, stupri e omicidi.

Turchia, proteste contro la violenza sulle donne

A luglio il femminicidio di Pinar Gültekin, studentessa universitaria di 27 anni, nella provincia di Mugla, ha provocato manifestazioni e proteste in Turchia.

Uno studio del 2009 ha rilevato come il 42% delle donne turche tra i 15 e i 60 anni abbia subito una qualche forma di violenza fisica o psicologica da parte del partner.

Secondo "Fermeremo il Femminicidio" nel 2019 in Turchia almeno 474 donne sono state uccise, la maggior parte delle quali dal partner o ex, da familiari o da sconosciuti che volevano avere una relazione con loro. I numeri per il 2020, complice il lockdown, saranno probabilmente più alti.

Nel 2011 la Turchia ha ratificato la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. È stato il primo paese a farlo, e nel 2012 ha adottato una legge nazionale per prevenire il fenomeno. Ma, come scrive Umut Uras su Al Jazeera, “il numero di donne uccise è più che raddoppiato da quel momento, e le organizzazioni per i diritti umani ritengono che la colpa sia del fallimento del governo nell’implementazione della Convenzione e delle leggi”.

Diversi gruppi di lobby – piccoli ma potenti – inoltre spingono per l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, che avrebbe un’influenza negativa sui valori turchi della famiglia.

Ungheria, cittadini in piazza contro il controllo politico delle università voluto da Orbán

A settembre gli studenti e il personale dell’Università del teatro e delle arti cinematografiche di Budapest (SZFE) hanno occupato l’istituto per protestare contro il tentativo del governo di estrema destra di Victor Orbán di sottomettere tutte le istituzioni indipendenti, tra cui anche quelle culturali.

La SZFE aveva previsto di diventare un'istituzione privata entro gennaio 2021, una decisione che era vista con ottimismo all'interno dell'accademia, come una via verso una maggiore indipendenza. In teoria questo processo avrebbe permesso all'università di consolidarsi come istituzione autonoma e mantenere il controllo grazie a un'adeguata rappresentanza nel consiglio di amministrazione.

Tuttavia, la situazione è cambiata improvvisamente quando l'accademia, a luglio, ha chiesto un'estensione di un anno per completare il processo di privatizzazione. Come risposta, il governo ha anticipato la privatizzazione a settembre, senza nessuna consultazione, e ha imposto un consiglio di amministrazione nominato dal partito.

Il corpo studentesco della SZFE ha quindi organizzato un'occupazione a sostegno del senato accademico e del personale del centro. Gli studenti hanno formato una catena umana per le strade di Budapest che si estende dall'università al parlamento, dando vita a una manifestazione di carattere festivo e artistico che ha coinvolto persone di tutte le età.

Israele, cittadini in piazza contro la gestione fallimentare della pandemia

Per mesi decine di migliaia di cittadini hanno protestato in Israele contro il primo ministro Benjamin Netanyahu, imputato in un processo per corruzione, frode e abuso di potere e criticato da una parte dell’opinione pubblica per la gestione della pandemia. La richiesta di queste proteste sono le sue dimissioni.

Netanyahu è accusato di aver gestito in modo fallimentare l’emergenza sanitaria e la crisi economica causata dall’epidemia del nuovo coronavirus e di aver fatto ricorso a misure non democratiche per mantenere il potere. In particolare, i manifestanti protestano per la decisione dell’esecutivo di allentare il lockdown troppo presto e per una legge, approvata la scorsa settimana, che dà al governo poteri speciali fino a giugno 2021 per gestire la pandemia.

A settembre il governo di Netanyahu ha inasprito le leggi per contrastare l’aumento costante dei contagi nel paese, approvando un nuovo lockdown che, tra le altre cose, prevede limitazioni a raduni con un massimo di 20 persone, un distanziamento tra persone di due metri e la concessione di potersi allontanare dalle proprie case inizialmente non oltre i 500 metri, poi cambiato in 1 km. Nonostante questi provvedimenti ritenuti dai critici un limite alla democrazia, i manifestanti hanno trovato il modo di scendere in strada.

Israele: continuano le proteste contro il governo di Netanyahu tra nuovo lockdown e violenze della polizia

India, la protesta di migliaia di contadini contro le liberalizzazioni del governo Modi

I contadini indiani da mesi stanno protestando contro le nuove leggi sull'agricoltura volute dal governo di Narendra Modi a settembre.

Tra novembre e dicembre, decine di migliaia provenienti dagli Stati limitrofi di Haryana e Punjab si sono accampati al confine della capitale indiana di New Delhi. La protesta interessa tutti i sindacati del settore tranne l’unica sigla affiliata al partito di governo guidato dal premier Modi.

"Fino a qualche mese fa, - spiega Matteo Miavaldi sul manifesto - i contadini potevano vendere solo ai mercati generali territoriali attraverso degli intermediari commerciali che, successivamente, trattavano con le catene di distribuzione statali o private. Il tutto all’interno di un mercato calmierato dal governo, che garantiva ai contadini un prezzo minimo di vendita. Con le liberalizzazioni di settembre, i contadini possono direttamente trattare con compratori statali e privati, senza più vincoli territoriali e senza affidarsi a intermediari".

I contadini hanno bloccato le autostrade alla periferia di Delhi, temendo che il governo smetterà di comprare il grano a prezzi minimi garantiti e che questo favorirà lo sfruttamento da parte della grande distribuzione, che cercherà di far abbassare i prezzi. Il governo invece è convinto che questa riforma porterà benefici agli agricoltori, permettendogli di commercializzare i loro prodotti e aumentare la produzione attraverso investimenti privati.

Queste riforme, spiega Al Jazeera, sono andate ad infiammare una situazione già tesa: gli agricoltori si lamentano da tempo di essere ignorati dal governo rispetto alle loro richieste che vanno dal miglioramento dei prezzi dei raccolti, all'estinzione dei prestiti fino ai sistemi di irrigazione per garantire l'acqua durante i periodi di siccità.

Perù: le proteste contro il governo e la repressione violenta della polizia

Le tensioni politiche in Perù sono iniziate il 9 novembre quando il Congresso ha destituito con un procedimento di impeachment per "incapacità morale" Martin Vizcarra, a cinque mesi dalle prossime elezioni presidenziali.

Vizcarra si era guadagnato il sostegno della maggioranza dei peruviani – e l'inimicizia di gran parte dei parlamentari – guidando gli sforzi per “ripulire” l'establishment corrotto del paese.

L'improvvisa rimozione dall'incarico e il successivo, immediato giuramento del nuovo presidente ad interim Manuel Merino – fino a qualche ora prima capo del Congresso – hanno suscitato l'ira del popolo peruviano in preda a una grave recessione economica e a conseguenze devastanti derivanti dalla diffusione del nuovo coronavirus. Il Perù ha uno dei tassi più alti di mortalità per COVID-19 del mondo.

I cittadini hanno così riversato la propria collera nelle strade e Merino ha dovuto abbandonare la presidenza del paese a meno di sei giorni dall'insediamento quando, nel corso delle proteste, due persone sono morte, più di quaranta scomparse e più di novanta curate per le lesioni riportate.

Il nuovo presidente ad interim appena eletto, Sagasti, rimarrà in carica fino a luglio del prossimo anno sovrintendendo alle prossime elezioni presidenziali previste per l'11 aprile 2021.

Francia, proteste contro la legge "Sicurezza globale"

Dalla fine di novembre in Francia è in corso una mobilitazione contro la legge denominata "Sicurezza globale", approvata in prima lettura dall’Assemblea Nazionale il 24 novembre e ancora in attesa del voto al Senato.

Ogni sabato i manifestanti si organizzano per scendere in piazza e contestare il provvedimento. Contro la sua approvazione si sono schierati i sindacati dei giornalisti, le associazioni per i diritti umani e forze politiche di sinistra, secondo cui questa norma potrebbe rendere più difficile l'accertamento e la documentazione delle responsabilità di eventuali abusi da parte della polizia e violare diversi diritti fondamentali, in particolare quello alla privacy e alla libertà di informazione.

Durante una grande protesta sabato 28 novembre, in diverse città hanno manifestato in totale, secondo i dati forniti dal Ministero dell'Interno, più di 130mila persone (gli organizzatori parlano di 500 mila manifestanti). Ci sono stati scontri con le forze dell'ordine.

Le manifestazioni sono andate avanti anche per i sabato successivi, e i manifestanti hanno riportato che la repressione da parte delle autorità si è fatta sempre più dura.

Messico, le proteste contro i femminicidi

All’inizio di novembre a Cancùn le donne messicane si sono ritrovate in piazza per manifestare contro l’ennesimo femminicidio verificatosi nel paese, quello di Bianca “Alexis” Lorenzana. Durante la marcia il gruppo di manifestanti si è radunato fuori dal palazzo governativo di Cancùn. I report parlano di una risposta violenta da parte della polizia, che a un certo punto ha iniziato a sparare in aria.

In Messico vengono uccise circa dieci donne ogni giorno, 2500 tra gennaio e agosto 2020. Ad aprile, durante il lockdown, sono state registrate 21.722 chiamate di emergenza per violenza contro le donne. Il presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, di sinistra, ha minimizzato le questioni di genere, ha accusato le attiviste di essersi alleate con i suoi oppositori politici conservatori e ha negato gli stessi dati sulla violenza, dicendo che il 90% delle richieste di aiuto sono false. Questo atteggiamento ha provocato ancora più rabbia nei movimenti femministi, che protestano contro l’incapacità del governo di porre fine a questo massacro.

Brasile, l’uccisione di due bambine infiamma le proteste contro violenza della polizia e razzismo sistemico

All’inizio di dicembre mentre giocavano a Barro Vermelho, una favela nella fatiscente periferia settentrionale di Rio de Janeiro, Emily Victoria e Rebeca Beatriz, due cugine di quattro e sette anni, sono state raggiunte da degli spari. Le bambine sono morte sul colpo.

Alcuni testimoni hanno detto di aver visto partire dei proiettili da un'auto della polizia. È stata infatti confermata la presenza in zona di una pattuglia che avrebbe sentito gli spari senza rispondere al fuoco.

La morte delle piccole fa salire a otto il numero di bambini uccisi a Rio nel 2020, tutti di colore, come la maggior parte delle vittime di omicidio brasiliane. Secondo i dati forniti dalla piattaforma digitale collaborativa Fogo Cruzado sono 22 i bambini colpiti da armi da fuoco nel corso di quest'anno.

Quest'ultimo grave episodio ha scatenato indignazione in tutto il Brasile e ha intensificato il dibattito sulla violenza della polizia e sul razzismo strutturale in un paese ancora alle prese con l'eredità della schiavitù. Sono state organizzate manifestazioni di protesta alle quali hanno partecipato i familiari delle vittime e varie associazioni.

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