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La voce delle donne argentine: “Come abbiamo conquistato il diritto all’aborto”

31 Dicembre 2020 8 min lettura

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La voce delle donne argentine: “Come abbiamo conquistato il diritto all’aborto”

8 min lettura

di Susanna De Guio e Andrea A. Gálvez

Il grido di migliaia di voci all’unisono nella piazza del Congresso a Buenos Aires segnala che l’aborto è diventato legale in Argentina. Alle 4 e 20 del mattino il Senato ha approvato la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza fino alla quattordicesima settimana di gestazione. Il settore dei fazzoletti verdi della piazza esplode di gioia tra le lacrime e gli abbracci, subito ripartono i canti e gli slogan femministi. “Ce l’abbiamo fatta, è legge!”, si legge sugli schermi montati in strada per seguire le 12 ore di discussione al Senato, conclusa con 38 voti a favore e 29 contrari e una sola astensione. Una pioggia silenziosa viene a portarsi via il caldo torrido della giornata di vigilia, a rinfrescare l’aria e distendere la tensione accumulata.

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È una vittoria storica per l’Argentina, la conquista del diritto a decidere sul proprio corpo che viene da oltre trent’anni di lotte condivise fra tre generazioni. In realtà risale al 1921 la riforma del Codice Penale che ammette l’aborto quando è in pericolo la vita o la salute della donna e nei casi di stupro, ma queste eccezioni legali fino a oggi non sono state adeguatamente applicate.

Nel 2012, un'adolescente di 15 anni stuprata dal patrigno si vide negare dalla giustizia la possibilità di accedere a un aborto. Il caso terminò davanti al Tribunale Superiore della Giustizia, che con la sentenza conosciuta con la sigla FAL riaffermò e chiarificò le condizioni di accesso all’aborto legale, evidenziando la discrezionalità con cui veniva interpretata la norma.

Nonostante questo importante precedente giuridico, in Argentina l’aborto ha continuato a essere criminalizzato, com’è accaduto per esempio a Belén, la giovane donna della provincia di Tucumán che è stata privata della libertà a causa di un aborto spontaneo nel 2014. Un’ingiustizia insostenibile, che ha portato il movimento femminista a sollevarsi con proteste, mobilitazioni e campagne che hanno infine portato Belén all’assoluzione dopo due anni e mezzo di reclusione. Come a indicare che la goccia aveva già fatto traboccare il vaso da tempo, nel 2015 l’ennesimo femminicidio di una giovane di 14 anni scatenò le immense manifestazioni che hanno dato vita al movimento NiUnaMenos, oggi conosciuto nel mondo.

Da allora la marea verde argentina non si è più fermata, accumulando rivendicazioni e obiettivi politici e denunciando – ora sì, a gran voce – la quantità di abusi e violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente nel paese. Un caso significativo, che è stato ricordato durante il dibattito plenario del Senato, è quello di Lucía, la bambina di 11 anni, abusata dal compagno della nonna lo scorso anno. “È stata ricoverata in ospedale per un mese in cui l'aborto è stato ritardato e ostacolato, e dove tutti i medici si sono dichiarati obiettori di coscienza”, ha dichiarato Cecilia Ousset, medica cattolica e obiettrice, che però ha aiutato Lucía ad abortire. “In realtà non tutti erano obiettori, ma avevano paura, perché il procuratore provinciale aveva mandato all’ospedale l’ordine di non intervenire”, ha spiegato la dottoressa.

Proprio su questo punto dovrà concentrarsi ora la Campagna per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito, che per 15 anni ha lottato con l’obiettivo della legalizzazione. L'obiezione di coscienza è infatti uno dei punti in cui il disegno di legge approvato dal Congresso si differenzia dalla proposta che la Campagna ha presentato per ben otto volte al parlamento negli ultimi anni, come sottolinea l'attivista Jamila Picazo: “Per noi è importante non ammettere nessun tipo di obiezione perché in pratica viene usata per ostacolare l'accesso ai diritti sessuali e riproduttivi”. D’altra parte, Jamila riconosce che la legalizzazione “è un fatto veramente storico, sarà possibile saldare questo debito della democrazia argentina ed è un punto di partenza, perché sappiamo che le leggi possono essere progressive ma poi devono essere applicate e garantite".

La fine della dittatura militare di Videla nel 1983 significò per l’Argentina la possibilità di riallacciare i legami sociali e ricominciare a reclamare diritti. È del 1986 il primo incontro nazionale delle donne, appuntamento che da allora si replica annualmente fino al giorno d’oggi; nel 1987 viene approvata la legge sul divorzio. Il ruolo e l'eredità delle Madres de Plaza de Mayo è innegabile nella composizione del movimento femminista attuale, come dimostra ad esempio l’uso dei fazzoletti verdi, già a partire dal 2003, a richiamare il fazzoletto bianco che da sempre copre il capo delle Madres. Due anni dopo prende avvio la Campagna per l’Aborto, e nel 2006 si approva per legge l’Educazione Sessuale Integrale (ESI) nelle scuole.

Della sua implementazione si è occupata in questi anni Celeste McDougall, 39 anni, docente, che riconosce nella legalizzazione dell'aborto “un tema centrale nel femminismo, è la grande leva della Storia, in definitiva è la lotta per l'autonomia del corpo”. Celeste ha iniziato a conoscere il femminismo quando era adolescente, andando agli incontri nazionali delle donne, è diventata un’attivista della Campagna e oggi è una delle sue referenti. Cita le femministe francesi riprendendo un concetto che, spiega, è ancora oggi valido per affrontare il patriarcato: "Se non raggiungiamo l'indipendenza del nostro corpo, la battaglia politica non può nemmeno iniziare".

Concorda con questa lettura Martha Rosenberg, psicoanalista, medica, scrittrice e da sempre attivista per il diritto all’aborto in Argentina. Per lei, la vittoria di questo 30 dicembre “inaugura una tappa storica che forse non arriverò a vedere, ma il seme è stato piantato e non dimentico l’importanza della ESI per formare nuove soggettività che rispettino la diversità sessuale, che mettano fine alla violenza di genere e si assumano la responsabilità di costruire un mondo che sia abitabile”. La sua militanza femminista comincia negli anni Ottanta: “Ho lavorato sul tema della salute e dei diritti riproduttivi inquadrandoli come diritti umani”, racconta. “Poi negli anni Novanta mi sono opposta alle politiche conservatrici del presidente Menem, che era allineato con Bush e il Vaticano. Nel 1991 abbiamo fondato il Forum per i Diritti Riproduttivi, un’istituzione interdisciplinare di dibattito, promozione, consulenza e ricerca che adottò fin dal principio tra i suoi temi la legalizzazione dell’aborto”.

Martha riconosce che la lotta per il diritto a decidere ha avuto una lunga storia fatta di alti e bassi, vacillamenti, ma che ha saputo riunire attori sociali anche molto diversi attorno a un obiettivo comune. Aver ottenuto la legge è un punto d’arrivo e insieme una nuova partenza: “Ho sempre saputo che la lotta per il diritto all’aborto era parte di quelle necessità radicali che per essere soddisfatte richiedono un cambiamento delle condizioni sociali e soggettive del contesto, in senso ampio”, conclude.

Gli ostacoli che si presentano all’orizzonte per garantire il reale accesso all’aborto sono di ordine culturale, etico, religioso, e attraversano gli schieramenti politici classici dei partiti. Non è un caso, invece, che le province con il tasso di povertà più alto in Argentina siano sostanzialmente le stesse in cui i governatori si sono espressi contro la legalizzazione dell’aborto.

Marta Alanis fa parte del movimento delle Cattoliche per il Diritto a Decidere si è formato tre decenni fa e testimonia che è possibile essere credenti e allo stesso tempo difendere il diritto all’aborto: “Lavoriamo perché lo Stato sia laico, pensiamo che quando un'istituzione religiosa cerca di imporre il suo credo al resto della popolazione è anti democratica e non rispetta gli altri” afferma Marta, che vede nell'ultima generazione un grande arricchimento del movimento femminista. “Con la marea verde le giovani hanno riaffermato un’identità che non esisteva da diversi decenni. Celebriamo la rivoluzione delle figlie e delle nipoti" sorride Marta davanti al risultato storico di questo finale 2020.

L'attuale composizione del femminismo argentino è molto varia perché la sua genealogia è stratificata. Si sono occupate di ricostruirne le diverse origini Veronica Gago e Luci Cavallero, del collettivo NiUnaMenos: “Oltre alle Madres de Plaza de Mayo, troviamo anche il movimento piquetero del 2001 così come il movimento peronista. Ci sono differenze, ma convergono in un vocabolario comune, ci troviamo insieme in azioni come lo sciopero delle donne, o come la lotta per l'aborto”.

Il ciclo femminista degli ultimi anni costringe a ripensare le categorie politiche, secondo Veronica Gago, e a chiederci “cosa significa che le organizzazioni, anche quelle classiche come i partiti e i sindacati, sono state influenzate e scosse dalla militanza femminista al loro interno: c'è un rapporto che sta diventando sempre più complesso e dà forza alle femministe in questi spazi”.

Le due intellettuali sono d'accordo nel caratterizzare il movimento della marea verde come femminismo di massa, "perché non è mai esistito con le dimensioni che ha oggi" e allo stesso tempo ne sottolineano la radicalità, su diversi livelli. "L'analisi e la definizione di cosa sia la violenza, che connette quella maschilista, economica, finanziaria, politica ed estrattivista, permette al femminismo di formulare oggi una diagnosi più raffinata della violenza neoliberale nella sua complessità", conclude Veronica Gago, "e allo stesso tempo la narrazione di questa violenza non resta nell’impotenza o nel vittimismo, mostra una tendenza all’azione, incide nella realtà".

Di fatto, il movimento argentino ha già avuto una grande capacità di influenzare e stimolare le lotte femministe nei paesi vicini. “Siamo inserite in un ciclo dove l’irruzione del femminismo è globale e attraversa le frontiere. Sicuramente la lotta femminista delle argentine ci ha contagiato e aiutato a scendere in piazza” afferma la portavoce del Coordinamento 8M cileno, Karina Nohales. “Questa caratteristica transnazionale fa sì che il trionfo delle compagne in un paese sia il trionfo di tutte, e ci avvicina a poter ottenere un domani qui e in tutta l’America Latina quello che oggi ha conquistato l’Argentina”.

In tutta l'America Latina l’aborto è legale solo a Cuba, in Uruguay, Guyana, Guyana Francese e Puerto Rico. In Brasile, sebbene la legge permetta l’aborto in alcune condizioni fin dal 1940, nei fatti si continuano a criminalizzare le donne che lo praticano. Nalu Faria, attivista e integrante della Marcia Mondiale delle Donne, spiega che “nonostante il movimento femminista brasiliano sia ampio e organizzato, il paese è attraversato da un’ondata conservatrice e neofascista che è attualmente al governo e che rende ancora più difficile l’applicazione dei diritti già conquistati dalle donne”. Faria guarda con ottimismo al risultato argentino perché “senza dubbio dà speranza alla lotta femminista brasiliana, non solo per continuare a denunciare le violenze ma anche per avanzare e mettere in discussione l’intero sistema economico, etero patriarcale, razzista e coloniale”.

In Messico la situazione è in parte differente, perché a Città del Messico e nello stato di Oaxaca l’aborto è legale, mentre nel resto del paese no, e la riforma del Codice Penale non può essere fatta a livello nazionale ma solo federale. Inoltre, anche in Messico sono contemplati i casi in cui l’aborto è depenalizzato “ma questo è solo in teoria”, spiega Chantal Maillard, scrittrice e attivista femminista. “Nella pratica è molto difficile, perché alle donne manca l’informazione necessaria per poter accedere all’aborto. In Messico l’aborto clandestino non è necessariamente pericoloso, esistono medicinali abortivi approvati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e sebbene siano cari, si trovano disponibili in farmacia. Il problema è piuttosto la paura e la disinformazione sul tema, insieme al senso di colpa”. Maillard vede nella mobilitazione collettiva la chiave della lotta femminista in America Latina: “Le argentine ci hanno aiutato a rendere visibile il problema di classe che si scontra con il diritto all’aborto, perché in fondo continua ad essere un privilegio a cui poche possono accedere. Di sicuro la legge che hanno approvato avrà ripercussioni anche in Messico, la marea verde è arrivata per restare, e non c’è modo di fermarla”.

Immagine in anteprima: foto di Susanna De Guio

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