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Black Lives Matter: l’impatto delle proteste in Usa e nel mondo

21 Giugno 2020 18 min lettura

Black Lives Matter: l’impatto delle proteste in Usa e nel mondo

18 min lettura

“Non posso giustificare il danneggiamento. Sono un politico. Abbiamo bisogno di ordine in città. Ma non posso nemmeno fingere che quella statua sia qualcosa di diverso da un affronto. Non solo come uomo di origini giamaicane, ma come essere umano”. Queste le parole del sindaco di Bristol, Marvin Rees, che intervistato dal Guardian ha descritto come “un momento di poesia storica” l’abbattimento della statua di Edward Colston, il mercante di schiavi vissuto nel XVIII secolo. La statua, nel frattempo ripescata, sarà collocata in un museo, dove sarà lasciata con le scritte dei contestatori.

L’Università di Bristol ha invece fatto sapere che cambierà ai suoi edifici quei nomi legati a famiglie coinvolte nel commercio di schiavi; altrettanto farà con loghi e simboli, tra cui il logo dell’ateneo stesso, dove compare lo stemma della famiglia Colston. L’Università ha inoltre annunciato la creazione di un corso dedicato alla Storia dello Schiavismo. Così si legge nel comunicato ufficiale:

Siamo consapevoli che la campagna Black Lives Matter è servita ad amplificare la preoccupazione esistente attorno alla storia di questa università, e attorno alla possibilità di cambiare nome al Wills Memorial, così come per altri edifici che devono il loro nome a famiglie coinvolte con il commercio di schiavi. Ci impegniamo a rivedere il nome di questi edifici. Cambieremo anche il logo dell’università, che porta gli stemmi delle famiglie Colston, Wills e Fry.

Cominceremo questo dibattito con il personale, gli studenti, gli alumni, e lo allargheremo alle comunità cittadine.

Lo stesso sta accadendo in città ad altre scuole ed edifici nominati in onore di Colston. Persino la Society of Merchant Venturers, importante associazione cittadina che ha avuto tra i suoi membri Edward Colston e all'epoca è stata coinvolta nel commercio di schiavi, si è espressa a favore della rimozione della statua.

Ma non si tratta solo certo di Bristol. A Oxford, l'università ha infine ceduto ai contestatori: la statua di Cecil Rhodes, che campeggia fuori dall'Oriel College, sarà rimossa. Come avevamo spiegato, già nel 2016 la campagna #RhodesMustFall aveva chiesto la rimozione del monumento, dedicato a una figura già deprecata dai suoi contemporanei per le posizioni suprematiste e il sostegno all'apartheid in Sudafrica nella seconda metà del XIX secolo. L'Università di Oxford aveva però respinto la richiesta di rimozione per paura di perdere fino a 100 milioni di sterline di donazioni. Tuttavia il movimento, nato nel 2015 a Città del Capo, nella cui università troneggiava una statua dedicata anch'essa a Cecil Rhodes, poi rimossa, nelle ultime settimane ha trovato nuova linfa nelle proteste di Black Lives Matter. Così, dopo la rimozione l'obiettivo è decolonizzare Oxford, aumentando la presenza di persone di colore tra gli studenti e nel personale.

Come spiegato da un ricercatore dell'Università di Oxford ed ex studente coinvolto nella campagna del 2015, “La campagna non è mai stata solo per la statua. Tutti noi abbiamo sempre saputo come Rhodes fosse uno dei tanti simboli cittadini della contiguità del mondo universitario con il colonialismo e lo sfruttamento." Un altro ex studente di Oxford, Husayn Kassai, CEO di una compagnia tecnologica, ha annunciato che colmerà ogni centesimo di donazioni perse a causa della rimozione della statua.

A Glasgow, il City Council ha risposto su Facebook ai molti cittadini che chiedevano conto delle vie e delle statue cittadine intestate a mercanti di schiavi. Nel farlo, il City Council ha dato conto di una ricerca promossa in collaborazione col mondo accademico già dall’anno scorso, proprio con il compito di passare in rassegna i legami tra la storia coloniale della città e i legami con il commercio internazionale di schiavi. Lo studio ha tra i suoi obiettivi non solo la toponomastica cittadina, ma anche come le donazioni del passato abbiano plasmato la città. Una volta completata la ricerca, l’amministrazione inizierà un confronto con la città sui passi da compiere.

Sempre in Scozia, il governo ha votato una mozione per chiedere a quello britannico di bloccare le esportazioni negli Stati Uniti di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e scudi antisommossa, dopo gli episodi di brutalità delle forze dell’ordine statunitensi durante le proteste di queste settimane. Nella stessa mozione, il governo scozzese si impegna a istituire un museo per “affrontare i legami storici con il commercio di schiavi”.

Nigel Farage, leader del partito di estrema destra Brexit Party, ha interrotto la collaborazione con il gruppo Global Media. Farage, che dal 2017 conduceva un programma radiofonico sull’emittente LBC, aveva paragonato i manifestanti di Black Lives Matter ai talebani, a commento della manifestazione di Bristol. L’episodio è avvenuto durante la popolare trasmissione Good morning Britain, dove lo stesso conduttore, Piers Morgan (noto per le sue posizioni conservatrici), ha stigmatizzato le parole di Farage. L'allontanamento è arrivato dopo le proteste di diverse persone di colore nello staff di Global Media.

Ma non si tratta solo certo della Gran Bretagna. In Germania, ad esempio, la città di Berlino ha approvato una legge anti-discriminazione. La legge è un passo in avanti ulteriore rispetto a quella federale del 2006, che si applica ai rapporti di lavoro e ai privati. Il provvedimento introdotto nella capitale, invece, vieta alle autorità pubbliche (e quindi polizia, ma anche scuole), di discriminare in base a colore della pelle, genere, religione, disabilità, età, identità sessuale od opinioni; sarà vietato inoltre discriminare in base al reddito, al livello di educazione, al lavoro svolto o alle competenze linguistiche. Ad accelerare l’approvazione del provvedimento sono state naturalmente le proteste e le manifestazioni di queste settimane, che dalla capitale si sono considerevolmente estese.

In Francia si è aperto un conflitto politico tra le forze dell’ordine e il governo francese dall’altro. La morte di George Floyd ha riportato a galla il caso di Adama Traoré, un francese di origine maliane morto nel 2016 mentre era in custodia della polizia. Alle manifestazioni e alle proteste, dopo gli iniziali tentennamenti, il governo ha risposto attraverso il ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Castaner da principio ha annunciato la messa al bando della manovra di arresto con presa al collo - la stessa costata la vita a George Floyd - e "tolleranza zero" per il razzismo della polizia. L'annuncio ha scatenato le proteste dei sindacati, con dimostrazioni in varie città in cui gli agenti hanno buttato a terra le manette. Un gesto simbolico che segue le dichiarazioni ufficiali sulla possibilità di sospendere gli arresti dei manifestanti, e che alla fine ha spinto il governo a fare marcia indietro.

A Bruxelles, nella giornata di dibattito del Parlamento Europeo sulle proteste antirazziste, gli abusi delle forze dell'ordine sono entrati in aula con una testimonianza diretta. L'eurodeputata tedesca Pierrette Herzberger-Fofana ha denunciato di essere state aggredita da degli agenti di polizia, mentre stava filmando a sua volta nove di loro intenti a maltrattare due giovani neri. L'eurodeputata è stata sbattuta contro il muro, il cellulare le è stato strappato di mano, e dopo averle fatto divaricare le gambe un agente l'ha perquisita in un modo "davvero umiliante". Da notare che Pierrette Herzberger-Fofana, di origini africane (è nata nel Mali ed è cresciuta in Senegal), ha 71 anni.

Ma non è solo l’Europa. Ci sono state proteste in Brasile, dove il livello di impunità per gli agenti che commettono violenze od omicidi è pressoché totale - sono le stesse forze dell’ordine a indagare, senza alcuna trasparenza o indipendenza. Ci sono state proteste anche in Canada, dove a inizio mese due donne - entrambe con problemi mentali e appartenenti a una minoranza etnica - sono morte mentre erano in custodia della polizia. Casi che si aggiungono al pestaggio di un aborigeno. Alle manifestazioni e al dibattito pubblico sul razzismo sistemico e la sua estensione si aggiungono iniziative come quella degli attivisti di Hamilton, che hanno chiesto di definanziare la polizia in favore di programmi per la sicurezza alimentare, il diritto alla casa e iniziative sull’antirazzismo. In Australia, sabato 13 scorso ci sono state manifestazioni nelle principali città - Sydney, Brisbane, Melbourne e Adelaide - al grido di "Stop Black Deaths in Custody." Infine, in Africa le istanze del movimento Black Lives Matter si incrociano con un continente che, come ricordato da Moky Makura, direttrice esecutiva di Africa no Filter, ha i suoi "eroi anonimi" a ricordare come la violenza istituzionalizzata e il razzismo siano fenomeni da interrogare al di fuori del suprematismo bianco:

Il continente che ci ha dato icone come Kwame Nkrumah, Nelson Mandela, Fela Kuti ci ha anche dato migliaia di eroi anonimi, che hanno sacrificato le loro vite senza alcun riconoscimento, senza campagne di sensibilizzazione. Il genocidio in Ruanda, l'aumento della xenofobia in Sudafrica, il regno di terrore di Boko Haram in Nigeria sono i crudi promemoria di questi eroi senza nome; neri africani che hanno sofferto per mano di neri africani. Ci ricordano che dispensare ingiustizia non riguarda sempre l'uomo bianco o la razza.

Parole che risuonano con il sit-in fuori dal Parlamento di Città del Capo, in Sudafrica, ma anche con le cariche della polizia contro i manifestanti di Black Lives Matter in Ghana.

Ma è negli Stati Uniti, da cui tutto è partito poche settimane fa, che si può vedere come stia radicalmente cambiando il panorama politico. Non si tratta solo dell’estensione in un breve lasso di tempo delle proteste, che come mostrato dal New York Times in una mappa interattiva ha raggiunto in pratica ogni Stato del paese, ma del fatto che mai come prima di oggi l'antirazzismo sta mobilitando assieme masse di americani bianchi e persone di colore. Il divieto di presa al collo nelle manovre d’arresto è stato introdotto negli Stati di Washington, California, New York e Florida, e nelle città di Chicago, Minneapolis, Denver, Houston, Phoenix e Washington DC. A Seattle, nel distretto di Capitol Hill, è stata creata una zona autonoma senza polizia, completamente autogestita dai suoi residenti. Piuttosto di una gestione gerarchica dei problemi, si sta cercando di attuare una visione orizzontale e comunitaria, incentrata sulla solidarietà e la condivisione. I residenti della zona hanno anche prodotto un documento con 31 richieste di riforma, dalla polizia al sistema educativo.

Inoltre, l’idea di definanziare o persino smantellare la polizia è diventata molto più di uno slogan. Sono stati annunciati tagli ai budget dei dipartimenti di polizia in città come Los Angeles e New York. Mentre a Minneapolis, la città di George Floyd, il sindaco ha annunciato lo smantellamento del dipartimento di polizia, sul modello di quanto fatto dalla città di Camden nel 2012. Questo tipo di iniziative sono centrate sull’idea di rafforzare le comunità, invece di abbracciare una gestione securitaria dei problemi. Su come costruire comunità attraverso educatori, operatori sociali e programmi di prevenzione o intervento, invece di pensare a come difenderle da minacce interne o esterne. Invece di vagliare i problemi sotto la lente della sicurezza o della repressione. Cosi, ancora a Denver (sull'esempio di città come Minneapolis o Portland), il distretto scolastico ha votato per rimuovere la presenza di agenti di polizia dalle scuole. Lo stesso direttore del distretto di scolastico di Denver, Tay Anderson, aveva partecipato alle proteste, vedendo gli studenti colpiti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma.

Da queste spinte provenienti dalle istituzioni locali si arriva al Congresso, dove il Partito Democratico ha proposto una riforma delle forze dell’ordine (Aggiornamento 26/06/20: la proposta è stata approvata alla Camera con il voto favorevole di tre Repubblicani, e ora passerà al Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza). Al centro della riforma, oltre al divieto di manovre soffocanti, la possibilità di ottenere più facilmente risarcimenti per le vittime di abusi, procedure più semplici per perseguire quest’ultimi e la creazione di un registro federale per le condotte inappropriate degli agenti, e l’obbligo di comunicare al Dipartimento di Giustizia l’uso della forza. Mentre nelle basi militari si sta discutendo sul cambiare nomi e simboli associati agli Stati Confederati. Ossia a tutti quei simboli degli Stati del Sud della Guerra di Secessione, da sempre usati come simbolo di revisionismo storico (l'orgoglio del Sud sconfitto per nascondere le posizioni pro-schiavismo alla base della Guerra di Secessione), o per dare una forma presentabile alle idee suprematiste. L'ultimo a capitolare in ordine di tempo è stata la statua di Albert Pike, ex generale Sudista. Il monumento è stato buttato giù a Washington DC, durante il Juneteenth. La ricorrenza è il più antico anniversario dell'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti - il 19 giugno 1965 ne fu dichiarata la fine in Texas dal Generale Maggiore Gordon Granger. Non è ancora una festa nazionale, ma proprio quest'anno un crescente numero di università, città e stati hanno deciso di riconoscere il Juneteenth come festa ufficiale.

In nemmeno un mese, dunque, ciò che probabilmente prima sarebbe sembrato un discorso radicale ed estremista, o semplicemente etichettato alla voce "politicamente corretto" è diventato un tema dibattuto dai principali media mainstream. Secondo l'AP-NORC Center for Public Affairs Research c'è stato un radicale cambio di prospettiva nella percezione della violenza della polizia, in particolare nei bianchi americani. Nel 2015 il 58% la vedeva come un problema estremamente (19%) o moderatamente serio (39%). Mentre per il campione intervistato dall'11 al 15 giugno la percentuale complessiva sale al 74%, con un considerevole aumento di chi considera la brutalità delle forze dell'ordine un problema estremamente serio (39%). Secondo un sondaggio condotto dall'Università di Quinnipiac, nel Connecticut, dal 2017 a oggi si è ribaltata l'opinione attorno ai simboli degli Stati Confederati: se allora i favorevoli erano il 39%, oggi sono il 52%. Come attesta l’Economist, infine, il 76% degli americani considera oggi il razzismo uno dei principali problemi del paese.

Questo ribaltamento di attenzione e consenso sta lasciando delle tracce evidenti nella società, dai comuni cittadini alle grandi multinazionali, amplificando notevolmente la portata di messaggi e proteste al di fuori delle comunità di riferimento. L'operato delle forze dell'ordine è sottoposto a un maggior scrutino, e i casi di brutalità sono esposti e affrontati più direttamente, come per l'uccisione ad Atlanta di Rayshard Brooks, 27enne nero. L'episodio ha provocato le dimissioni del capo della polizia di Atlanta, il licenziamento del poliziotto responsabile dell'uccisione e il trasferimento a mansioni amministrative dell'altro collega presente. Come anche per i casi riaperti di due uomini neri trovati impiccati in California.

Come riportato dal New York Times, dall'uccisione di George Floyd e dalle proteste che ne sono scaturite c'è stata un'impennata di donazioni verso le associazioni antirazziste negli Stati Uniti. I soli fondi per le cauzioni hanno ricevuto 90 milioni di dollari di donazioni. Cospicue somme stanno arrivando da importanti aziende, come Walmart, Warner Music, Sony Music e Nike. Il CEO di Netflix, Reed Hastings, ha annunciato una donazione di 120 milioni di dollari verso varie università e college del gruppo HBCU - l'acronimo sta per Historical Black Colleges and Universities, e indica quei college o università americani istituiti primi del Civil Act del 1964, che aboliva il segregazionismo. Naturalmente in questi casi c'è sempre una componente di pubbliche relazioni e pubblicità da tener presente - una sorta di blackwashing per rifarsi un'immagine. Al di là dell'impatto concreto che le donazioni possono avere, il sostegno pubblico non dice nulla, infatti, di come poi quelle stesse aziende, al loro interno e dietro le porte chiuse degli uffici, affrontano le tematiche razziali, né risolve per magia gli aspetti più contraddittori dei settori in cui operano.

Questo si vede ad esempio con la presa di distanza che alcune aziende hanno attuato nei confronti delle tecnologie di riconoscimento facciale, e quindi con gli aspetti politicamente rilevanti dei colossi del digitale - che pure, come Apple, Google e Facebook, hanno dichiarato il loro sostegno a Black Lives Matter. IBM  ha annunciato con una lettera al Congresso che uscirà dal mercato del riconoscimento facciale, dichiarandosi inoltre contraria all'utilizzo di queste tecnologie per la sorveglianza di massa e la profilazione razziale. Amazon ha annunciato una moratoria di un anno nell'uso della polizia di Rekognition (il software di riconoscimento facciale del colosso di Jeff Bezos). Mentre Brad Smith, presidente di Microsoft, durante un evento di Washington Post Live ha dichiarato che la compagnia non venderà più software di riconoscimento facciale alla polizia.

Come spiegato dalla giornalista Carola Frediani nella sua newsletter Guerre di Rete, si tratta di decisioni che non affrontano gli aspetti più controversi del settore, né il pericolo per i diritti umani, anche perché sono menzionati i soli Stati Uniti. Scrive Frediani:

Per molte di queste aziende si tratta di attendere un quadro regolatorio e sociale più favorevole e tranquillo per riprendere il business. [...]. Ma soprattutto, per molti attivisti, l’obiettivo è arrivare alla messa al bando. [...] Anche se queste tecnologie sono spesso accusate di essere non accurate, parziali, discriminatorie, e anche se il loro utilizzo rischia di aggravare attuali discriminazioni (ad esempio proprio quelle razziali, ricordo questo studio ad esempio), non significa che una loro eventuale maggiore accuratezza risolva la questione. Perché l’impatto di queste tecnologie è sul diritto alla manifestazione pacifica (compreso anche il relativo anonimato di partecipare a una manifestazione pubblica in cui normalmente a tutti i partecipanti non viene chiesta la carta d’identità) e il diritto alla privacy.

Un altro settore critico e che è particolarmente chiamato in causa dalle proteste è quello dell'informazione. Su Valigia Blu avevamo parlato della crisi redazionale affrontata dal New York Times (anche nel dibattito pubblico dei suoi collaboratori e dipendenti) dopo la pubblicazione nella sezione Opinioni di un editoriale del senatore repubblicano Tom Cotton che, oltre a diverse e gravi inesattezze, invocava l'uso dell'esercito contro i manifestanti. Più in generale, sono sotto i riflettori la composizione delle redazioni, la varietà di sguardi sul mondo e di firme che lo raccontano. Questo investe quindi anche le testate locali, che sono più a stretto contatto con le comunità di cui parlano. Perciò è importante anche il caso della Pittsburgh Post-Gazette, testata il cui direttore esecutivo, Keith Burris (noto per aver scritto in passato articoli a sostegno di Trump), ha licenziato una cronista nera perché convinto che un suo tweet rivelasse eccessivi bias, spingendo la redazione a schierarsi apertamente a sostegno di quest'ultima. Sempre a proposito di informazione locale, su Medium Anika Anand, direttrice di programma della Local Independent Online News Publishers, ha elencato 13 casi di studio di editori locali che hanno saputo ascoltare le istanze dal basso del movimento Black Lives Matter o ripensare criticamente il proprio ruolo nel dare spazio a voci diverse.

Non è passato nemmeno un mese da quando sono iniziate le proteste contro il razzismo sistemico. Tuttavia tra i vari interrogativi sollevati uno dei più frequenti è "le proteste servono?". Se Roma non è stata costruita né smantellata in un giorno, l'eredità viva di secoli di oppressione non è qualcosa che può essere risolta in poche settimane. Bisogna tener presente che la domanda "le proteste servono?" in sé è ingannevole: Black Lives Matter esiste dal 2013, e si appoggia su decenni di lotte, su conquiste che si innestano a loro volta su secoli di battaglie contro il razzismo sistemico - pensiamo a quanto è stato lungo, complesso e travagliato il percorso che negli Stati Uniti ha portato all'abolizione dello schiavismo, o alla lotta negli anni '60 contro il segregazionismo. Ci sono poi nodi del razzismo sistemico che è fisiologicamente difficile scogliere: consideriamo solo, ancora negli USA, la soppressione o il boicottaggio istituzionali del diritto al voto, o il gerrymandering, fattori che potrebbero ridurre l'effettivo peso elettorale delle persone di colore, in vista delle presidenziali del 2020, e quindi contribuire alla percezione dei risultati ottenuti dal movimento. Ma è già possibile, attraverso le voci di giornalisti, attivisti e studiosi fissare alcuni punti fermi. Anche solo per guardare al panorama politico con uno sguardo capace di cogliere qualcosa che stia più in là della polemica del giorno.

Partecipando a The Intercepted, il podcast del sito The Intercept, la storica Keisha Blain ha messo in prospettiva la domanda "che cosa funziona?"

La domanda salta sempre fuori: che cosa ha successo, e che cosa funziona? La mia risposta è che non c'è necessariamente una cosa che funziona. È invece la combinazione di tutto ciò che accade a funzionare. [...] Come smantelli un sistema oppressivo? Be', in centinaia di modi diversi. Sì, le persone criticheranno sempre la distruzione di proprietà. Sì, criticheranno sempre i saccheggi. Tutti questi aspetti di certo creano disagio nelle persone. Ma a loro direi: siete più a disagio con la distruzione di proprietà che con l'uccisione di neri in questo paese? Siete più interessati ai negozi saccheggiati che a cercare giustizia per chi perde e continuerà a perdere la propria vita? Perciò la mia preoccupazione spesso è che si resti intrappolati in un particolare approccio o in una strategia, perdendo di vista il disegno generale. [...] Perché un edificio si può ricostruire. Uno può riparare o rimettere in piedi un oggetto fisico. Ma possiamo riportare in vita George Floyd? No. Possiamo ricostruire un negozio in una comunità messa a ferro e fuoco? Sì, possiamo. Farlo richiederà risorse e fondi? Sì, ma quanto meno è possibile. E non penso dovremmo stare in un punto in cui si comparano, necessariamente, vite e proprietà.

Tutte queste rivolte, il fatto che le persone si trovino a combattere di continuo la stessa lotta per ottenere pieni diritti e libertà, sottolineano come i neri, in questo paese, siano considerati cittadini di seconda classe. Sì, possiamo votare. Sì, possiamo partecipare alla vita pubblica in modi che erano vietati ai nostri avi. Ma questo non conferisce, penso, pieni diritti come cittadini, specie se ci troviamo ancora qui a dire Per favore non uccideteci. Non dovremmo aver bisogno di dire "black lives matter". Il fatto di doverlo fare, e il fatto che dirlo incontri ancora resistenza, rivela quanto lavoro c'è da fare in questo paese.

Angela Davis, storica attivista americana, intervistata dal Guardian ha sottolineato l'importanza della vasta adesione e del sostegno raccolto dalle proteste, che non riguarda ormai più la consapevolezza di singole minoranze:

Non abbiamo mai visto dimostrazioni così partecipate e prolungate, così varie. Penso sia questo a dare alla gente una grande dose di speranza. Molte persone, prima, in risposta allo slogan Black Lives Matter dicevano: "Non sarebbe giusto dire che tutte le vite sono importanti?" Ora finalmente stanno afferrando il concetto. Finché i neri continueranno a essere trattati in questo modo, finché la violenza razzista rimarrà così com'è, nessuno è al sicuro.

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Su questa trasversalità è d'accordo anche Eugene Joseph Dionne Jr, che sul Washington Post scrive: "Quello che l'agente di polizia Derek Chauvin ha fatto a Floyd ha portato nelle case dei bianchi americani la verità sull'oppressione degli afroamericani, in un modo che non può essere respinto."

Un altro aspetto è naturalmente quello dei simboli, in particolare delle statue. Lontano da immaginari più pertinenti alla pseudoletteratura (la folla inferocita, i neo-giacobini, i terroristi) che all'analisi storica o sociologica, è opportuno ribadire come non si tratti di un fenomeno improvviso scoppiato in questi giorni. Ciò è vero in primo luogo negli aspetti storici delle singole proteste attorno a simboli di comunità specifiche - pensiamo alla campagna #RhodesMustFall, da Città del Capo a Oxford, o alle contestazioni dei simboli degli Stati Confederati. Sul sito della CNN, il giornalista Tim Lister ha fatto presente che di solito diamo per scontate queste statue nel paesaggio urbano, senza interrogarci sul loro effettivo valore simbolico o storico. "Ora non più", scrive:

In pochi oggi renderebbero onore a figure come Colston o Re Leopoldo. Si sono arricchiti con la crudeltà e le persecuzioni, e centinaia di migliaia di africani sono morti a causa loro. Allo stesso modo, ci sono momenti nella storia dove distruggere le icone è stato parte di un bisogno popolare di liberazione. Nelle rivolte del '56 in Ungheria, le folle tiravano giù le enormi statue di bronzo di Joseph Stalin, erette in omaggio al leader sovietico per i suoi 70 anni. Nel 2003, gli iracheni buttarono giù la statua del presidente Saddam Hussein a Baghdad, aiutati dai marine americani. [...] C'è una sostanziale differenza tra l'onorare figure titaniche, a dispetto dei loro peccati o dei loro pregiudizi, e onorarne altre - come per chi volle perpetrare la schiavitù - proprio in virtù di ciò che fecero.

Le contestazioni stesse sono un modo di fare storia, perché mostrano legami e contiguità col passato che altrimenti passerebbero inosservate. Quelle contiguità, la violenza che le caratterizza e l'idea che si possano occultare attraverso i simboli sono la vera volontà di cancellazione. Come sintetizzato da Owen Jones sul Guardian, a proposito delle contestazioni di statue in Gran Bretagna, "Il paese è stato costretto in massa a una lezione di storia, e gli insegnanti sono giovani neri e i loro alleati. Quando la statua è stata buttata in mare nella baia di Bristol, Edward Colston non è stato cancellato dalla storia: invece, di colpo è diventato più popolare di quanto non sia mai stato in vita."

In queste settimane ci si è scandalizzati per i vetri spaccati, o gli edifici dati alle fiamme. Alcuni hanno spiegato in tutte le salse che la storia non si riscrive, non si cancella. Eppure nel frattempo si accetta un Presidente degli Stati Uniti che, per rispondere alle proteste antirazziste, organizza un raduno a Tulsa, sede nel 1921 del più violento massacro ai danni della comunità afroamericana nell'intera storia degli Stati Uniti. Un raduno che in origine doveva svolgersi il 19 giugno, proprio quando cade il Juneteenth. La comunicazione e la politica passano anche per i simboli, e scegliere Tulsa, per chi i simboli sa interpretarli, significa lanciare due messaggi in simultanea: suprematisti, voi avete mano libera. Afroamericani, voi e i vostri alleati siete il nemico. Ma il continuo gioco al rialzo di provocazioni, scenari, intimidazioni, slogan da guerra civile (quando non si arriva ai casi limiti dei lacrimogeni sui manifestanti pacifici al fine farsi una foto) perché è accettato quando proviene dal presidente di un paese? È insito nei meccanismi di voto?

Se si è arrivati ad affrontare in modo intersezionale il problema della violenza come sistema, perché la questione della nonviolenza non è posta in modo altrettanto sistemica, ma salta fuori come pretesa verso chi protesta in condizione di inferiorità? Perché non è indirizzata a chi detiene il potere? Perché, come fa notare Ezra Klein su Vox, non osiamo immaginare uno Stato nonviolento? L'approccio nonviolento, scrive il giornalista, è "il vero radicalismo, destabilizza società fondate sulla compravendita e il dominio perché ne inverte il funzionamento, ne denuda le debolezze, ne dissolve l'etica di fondo". Tuttavia, nel monopolio che esercita sulla violenza, lo Stato ha "addomesticato" questa ideologia, come fa con qualunque "ideologia scomoda": "La violenza è stata sanitizzata, plasmata per entrare nei libri per l'infanzia e le feste nazionali. O peggio, è diventata una trappola micidiale. È una domanda che il potente fa a chi non ha nulla, una provocazione che l'oppressore getta addosso all'oppresso." Da Minneapolis a Bristol, dal Canada all'Australia passando per l'Africa, è il monopolio della violenza a essere finito al centro delle contestazioni, nelle molteplici forme che si sono istituzionalizzate.

Foto anteprima: Joe Piette, Flickr Creative Commons

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