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Da Bristol a Bruxelles, la rimozione delle statue come atto politico

11 Giugno 2020 11 min lettura

Da Bristol a Bruxelles, la rimozione delle statue come atto politico

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Dopo la morte di George Floyd, le proteste contro il razzismo istituzionalizzato e gli abusi delle forze dell’ordine hanno raggiunto anche l’Europa. In paesi come Gran Bretagna e Belgio, i manifestanti del movimento Black Lives Matter hanno chiamato in causa le contraddizioni profonde dei rispettivi paesi, presenti e passate. Ciò si è visto in particolare attraverso la contestazione di simboli ben precisi: i monumenti.

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A Bristol i manifestanti hanno tirato giù e buttato in mare la statua di Edward Colston. Colston è stato un filantropo, un politico ma soprattutto un mercante di schiavi vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, responsabile con i suoi traffici - anche di minori - della morte di circa 20mila persone. A Edimburgo è stata imbrattata con le scritte “George Floyd” e “BLM” (Black Lives Matter) il monumento che commemora Henry Dundas, Primo Visconte di Melville: coevo di Colston, fu un politico antiabolizionista.

A Londra la statua dedicata a Winston Churchill è stata imbrattata con la scritta “was a racist” (“era un razzista”). Non è la prima volta che la statua diventa il bersaglio di proteste antirazziste, e negli ultimi anni le posizioni più discutibili di Churchill ne hanno in parte adombrato l’immagine di grande statista. Sempre a Londra, le proteste hanno da principio visto la polizia schierarsi a protezione della statua di Robert Milligan, politico e mercante di schiavi. Ma la stessa è stata poi ufficialmente rimossa, con tanto di annuncio da parte dell’account del Tower Hamlets Council.

A Oxford è finita nel mirino delle proteste la statua di Cecil Rhodes, che già nel 2016 era stata oggetto della campagna #RhodesMustFall. Allora l’ateneo fece presente che la rimozione della statua avrebbe potuto comportare la perdita di circa 100 milioni di sterline di donazioni. La statua rimase quindi al suo posto, andando contro il voto del sindacato degli studenti, che si era espresso per la rimozione. L’ateneo si giustificò spiegando che la statua rammentava a tutti “la complessità della storia e l’eredità del colonialismo”.

In Belgio, invece, nella città di Anversa è stata presa di mira la statua dedicata al Re Leopoldo II. Re del Belgio tra il 1865 e il 1909, Leopoldo II conquistò - inizialmente da privato cittadino - e sfruttò il Congo secondo degli standard ritenuti inumani già all’epoca, provocando la morte di circa dieci milioni di persone. Anche qui si è passati dalle proteste alla rimozione ufficiale.

Di nuovo negli USA, invece, dopo le statue dei confederati martedì è diventata simbolo di protesta quella di Cristoforo Colombo. A Richmond la statua dell'esploratore italiano è stata buttata in acqua, mentre a Boston qualcuno ha decapitato durante la notte la statua cittadina dedicata a Colombo.

Tornando alla Gran Bretagna, questi episodi hanno dato luogo a prese di posizioni molto nette in ambito governativo. Sull’abbattimento della statua di Colston e l’imbrattamento di quello di Churchill, la Ministra dell’Interno Priti Patel ha parlato di “vandalismo” e di gesti “assolutamente vergognosi”. Mentre il Premier britannico Boris Johnson da principio ha parlato di dimostranti passati al “teppismo”, appellandosi poi, in un secondo momento, a uno sforzo “pacifico e legale” per combattere il razzismo. Peccato che, come ricordato dall’Independent, proprio il governo di Johnson nel 2019 abbia negato i fondi per erigere un monumento che commemori le vittime del commercio di schiavi. Lo stesso Johnson, da sindaco di Londra, aveva sostenuto 12 anni prima la campagna a favore del monumento.

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In queste reazioni c’è prima di tutto la volontà di ricondurre una questione politica a un problema di ordine e sicurezza. Lo scontro è tra chi vede quei monumenti come il simbolo presente e vivo di un sistema che dispone dei corpi e li opprime perché li reputa inferiori, da una parte, e chi percepisce quei monumenti come qualcosa che non va toccato per non minare le fondamenta dell’ordine sociale - in particolare dello Stato di diritto. Come sottolineato dalla scrittrice Igiaba Scego, che su Internazionale ha ripercorso la storia recente delle dispute attorno ai monumenti, «il movimento Black Lives Matter ha capito che la distruzione dei corpi dei neri ha anche a che fare con uno spazio urbano che non è neutro». Mentre a proposito di Bristol, sul Manifesto Leonardo Clausi ha ricordato come la stessa toponomastica della città risenta del colonialismo e quindi del paradigma suprematista. La statua di Colston è solo l’esempio più lampante, e non sono mancate nel passato le richieste di una sua rimozione. Sul sito Topple the Racists, iniziativa della Stop Trump Coalition, è possibile trovare una mappatura in continuo aggiornamento dei monumenti in Gran Bretagna dedicati a colonialisti o schiavisti.

Nell’arco di pochi giorni abbiamo assistito a qualcosa che sarebbe profondamente sbagliato e superficiale ricondurre al mito della folla inferocita. Quei monumenti, il valore assunto dalla loro presenza e le contestazioni non nascono oggi. Le proteste ci ricordano che le città sono uno spazio politico complesso, fatto di gerarchie sociali e morali. Chi scegliamo di celebrare attraverso i monumenti, o anche solo con i nomi delle vie, definisce i valori di quello spazio, traccia una mappatura di messaggi politici: nel caso di Colston, il messaggio è "nero, stai in catene per il bene dell'uomo bianco", ed è un messaggio fuori dallo Stato di diritto, dai principi di uguaglianza e giustizia. La memoria di una comunità è qualcosa di vivo, sottoponibile a continue ridefinizioni anche attraverso gli spazi urbani. A Glasgow, per esempio, in questi giorni degli attivisti hanno rinominato le strade che portano il nome di schiavisti - così Cochrane Street è stata sostituita da Sheku Bayoh Street. Da uno schiavista commerciante di tabacco si è passati a un nero morto nel 2015 mentre era in custodia della polizia.

Le proteste hanno perciò puntato il dito contro due evidenti ingiustizie. La prima è che nel far parte di una comunità gli afrodiscendenti sono oggetto di quelle definizioni, dei valori che incarnano, e non sono soggetti pienamente partecipanti. La seconda riguarda le ombre che quei simboli proiettano dai piedistalli: anche quelle ombre sono celebrate, mentre magari si fa finta che appartengano al passato, o che non ci siano.

Su quest’ultimo punto è bene ricordare negli USA la figura del generale sudista Robert E. Lee. Già nel 2017, a Charlottesville (Virginia), i suprematisti organizzarono il raduno Unite the right per difendere la statua che lo raffigura, proprio perché nella sua rimozione vedevano avanzare lo spettro della "sostituzione etnica". Mentre in questi giorni, a Richmond (ancora in Virginia), un giudice si è opposto alla decisione del Governatore di rimuovere una statua anch’essa dedicata al Generale Lee. Perché un simbolo degli Stati Uniti schiavisti viene visto come un importante elemento della memoria di una città, quando il suo posto dovrebbe essere, al massimo, in un museo a tema?

I monumenti Confederati, come per l'appunto quelli dedicati al generale Lee, sono stati eretti secondo una precisa strategia politica di rivisitazione mitica del passato e in chiave antisegregazionista. Come scrive su HuffPost UK Travis Waldon:

Praticamente tutti i monumenti dell'America Confederata furono costruiti tra la fine dell'800 e i primi del '900, in piena Era della Causa Persa, per mitizzare la Guerra Civile e i motivi che spinsero gli Stati del Sud alla secessione. Le statue furono erette tra gli stati del Sud, in uno sforzo per oscurare le radici profonde di quella guerra - preservare la schiavitù - e per ricordare ai neri americani, durante gli anni delle Leggi Jim Crow, che erano ancora soggetti alla violenza e all'oppressione del suprematismo bianco. Un'altra ondata di statue fu eretta durante gli anni '50 del '900, in risposta alle politiche antisegregazioniste e alle battaglie per i diritti civili. Si diffusero per il paese per rafforzare lo stesso messaggio, anche in Stati che non avevano aderito alla secessione.

I neri americani hanno preso di mira quei monumenti per decenni a causa del loro potere simbolico, trasformandoli in un terreno di disputa per gli attivisti allo scoppiare di proteste contro il razzismo.

Tornando alle protesta di questi giorni, è abbastanza facile imbattersi in argomenti in difesa dei monumenti contestati, che si possono riassumere così:

  1. Un conto è rimuovere una statua con un processo democratico (ad esempio un voto, una delibera), un conto è farlo con la violenza, come a Bristol, siamo in uno Stato di diritto, questa è roba da Talebani;
  2. Qual è il limite? Allora dobbiamo rimuovere anche il Colosseo a Roma, come simbolo di sfruttamento degli schiavi? O la statua di Marx, “ispiratore del più grande movimento schiavista della storia” (giuro, è stato detto)?
  3. Quei monumenti rappresentano comunque una parte di storia;
  4. Si considerano criminali delle persone secondo gli occhi del presente, non contestualizzando le loro azioni, avvenute in altri tempi.

Queste argomentazioni hanno però il fiato corto e una memoria un po’ troppo selettiva. La storia è piena di monumenti abbattuti come forma di destituzione di un potere (pensiamo solo al Muro di Berlino - fu vandalismo nell’89?). Inoltre quando si parla di proteste pacifiche o nonviolenza, bisognerebbe ricordare che il sabotaggio rientra tra le tecniche nonviolente - purché non si arrechi danno alle persone - o di resistenza civile. Nessuno è stato ferito a Bristol, quindi l’evocare talebani o folle inferocite non solo sminuisce un’istanza politica a lungo ignorata, circa la statua di Colston, ma palesa un’idea di nonviolenza come sinonimo di “passività” o inerzia. O di “gente che alla fine non sporca e non disturba troppo”. C’è da chiedersi come reagirebbero costoro se scoprissero, per esempio, la radicalità di un Tolstoj, per il quale tasse e proprietà erano strumenti che garantivano l’oppressione. A molti piace tirare fuori il reverendo Martin Luther King in questi giorni, come fosse lo scolaro modello da cui il movimento Black Lives Matter dovrebbe prendere esempio. Ma Martin Luther King, negli ultimi anni di vita, fu un attivista fortemente impopolare, specie tra le élite liberal, e in particolare dopo che prese posizione contro la guerra in Vietnam: ossia contro la violenza istituzionalizzata della guerra. Inoltre la nonviolenza è un modo di rispondere a un potere oppressivo, per mostrare l'assurdità del monopolio che esercita sulla violenza, la sua natura contraria allo spirito di fratellanza e giustizia che dovrebbe animare gli esseri umani. Chi sceglie la nonviolenza sa, quindi, che dovrà fronteggiare la violenza delle istituzioni, e si pone nell'ottica di spezzare la spirale repressiva. Dunque pretendere dagli attivisti la prima, facendo finta che la seconda non esista, significa o essere molto ignoranti in materia, o dire sostanzialmente "andate a farvi a menare senza disturbare". Strano che certi appelli cadano nel vuoto, vero?

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Quanto al limite (esempi sciocchi a parte), un problema esisterà sempre, ma proprio perché si sta parlando di valori che compongono una comunità, dei mezzi attraverso cui sono decisi e del consenso che vi si costruisce attorno, così come dei suoi simboli. Oltre alla rimozione di monumenti, stiamo assistendo alla rimozione di programmi televisivi come Little Britain, tolto da BBC Player, Netflix e BritBox per via di uno sketch in cui si ricorre alla blackface. Mentre HBO Max ha prima tolto Via col vento dai film visionabili, poi lo ha rimesso accompagnandolo da una discussione sugli aspetti più controversi del film - legati alla rappresentazione della schiavitù e della Guerra di Secessione. La rimozione è seguita all’editoriale pubblicato sul Los Angeles Times da John Ridley, lo sceneggiatore Premio Oscar di 12 anni schiavo. Ridley non ha chiesto la rimozione del film, ma piuttosto una sua contestualizzazione:

Voglio essere chiaro: non credo alla censura. Non penso che Via col vento debba essere relegato in un forziere a Burbank. Vorrei solo che il film fosse reintrodotto su HBO Max insieme ad altri che offrono una più vasta e completa panoramica di cosa siano state davvero gli Stati Confederati e la schiavitù. O, forse, potrebbe essere accompagnato da dibattiti sulle narrative e sul perché è importante che più voci condividano storie da differenti prospettive, piuttosto di rafforzare i punti di vista della cultura dominante.

In ogni caso, se si pone il discorso del limite in termini di “Ah, e poi a cosa toccherà?” evocando il rischio di totalitarismi a ogni spruzzo di vernice, allora si sta implicitamente dicendo che quel sistema di valori contestato va bene così com’è, se l’alternativa è metterlo in discussione. Si scelgono i simboli repressivi (suprematismo, razzismo, schiavismo) perché l’alternativa è il cieco terrore di un cambiamento su cui si teme di non aver controllo o che prospetta una perdita di potere. Perché è per precisi motivi storici e per precisi valori condivisi se, per esempio, è difficile trovare in qualunque paese europeo monumenti ad Ezra Pound nei pressi di sinagoghe, ovvero l'arcinoto antisemitismo del poeta. Oppure pensate che basti una procedura sufficientemente democratica perché ciò avvenga e sia accettato pacificamente? Oppure pensate che sia argomento a sé la volontà di un privato abbastanza ricco da subordinare le donazioni a un’università a qualsivoglia scelta architettonica? Accettereste una "Via Brigate Rosse" vicino a una "Via Aldo Moro" per rappresentare la complessità politica degli anni '70, e l'eredità degli Anni di Piombo?

Se si tratta davvero di una parte di storia da conoscere, il posto di quelle statue contestate è casomai nei musei, il posto di quei nomi è nelle aule di scuole e università, non nelle piazze, dove chi scatta foto da condividere sui social magari non sa nemmeno cosa sta effettivamente diffondendo attraverso le immagini. Studiamo gli eccidi nazisti sui libri di storia, e celebriamo i caduti attraverso i monumenti, no?

Il discorso sulla contestualizzazione è invece il più assurdo. Davvero: cosa vuol dire “bisogna contestualizzare”? Con questo principio in Italia dovremmo avere “Piazza Benito Mussolini” o “Via Manifesto della Razza” - nessuno dei due era illegale all’epoca! “Contestualizzare” sembra un altro modo comodo per rimuovere la sola ipotesi di una discussione nel merito, per difendere un ordine costituito assolvendone il passato, e scollegando quest’ultimo dal presente. È perciò un modo falsificante di guardare al passato, perché, come nel caso di Leopoldo II, già all’epoca massacri ed eccidi erano considerati riprovevoli. Ma ammettere ciò oggi significa ammettere, per l’appunto, che erigere una statua in suo onore ha significato, simbolicamente, stringere un’alleanza con quei crimini, o stabilire nella celebrazione un diritto all’omertà. E che quel patto è rimasto in piedi finché è rimasta in piedi la statua. Come scritto dalla storica Charlotte Lydia Riley:

assolviamo le azioni delle persone nel passato dichiarando che erano semplicemente altri tempi, con altri valori, dimenticando che molti, all'epoca, ebbero il coraggio di protestare contro quelle atrocità, e vi si opposero lavorando instancabilmente affinché fossero rivelate o condannate.

Insomma, dovremmo guardare meglio alle nostre strade e alle nostre piazze. Due anni fa, per esempio, un progetto del collettivo Wu Ming mostrò quante vie di Palermo sono dedicate a criminali di guerra del fascismo. Abbiamo di continuo amministrazioni comunali che decidono di dedicare una via a Giorgio Almirante (tra i firmatari del Manifesto della Razza), e questo torna molto utile a chi pensa davvero che se in una città abbiamo sia via Togliatti che via Almirante, alla fine siamo una democrazia compiuta che ha fatto i conti col fascismo. Del resto il movimento femminista Non Una di Meno, nel 2019, fu contestato per aver imbrattato di vernice la statua milanese dedicata a Indro Montanelli. A un anno di distanza da quel gesto, possiamo dire che il confine tra azione politica e vandalismo è nell’occhio di chi guarda, e più quello sguardo sente di aver qualcosa da perdere, più sarà propenso a non riconoscere la dimensione politica della contestazione.

Immagine anteprima via Diane Abbott

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