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La riapertura delle scuole in Europa e in Italia dopo il lockdown: una sfida necessaria non priva di rischi

22 Giugno 2020 20 min lettura

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La riapertura delle scuole in Europa e in Italia dopo il lockdown: una sfida necessaria non priva di rischi

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Aggiornamento

26 giugno 2020: l'articolo è stato aggiornato con le linee guida presentate dal governo italiano per l'apertura delle scuole a settembre.

 

Tra le misure di contrasto alla diffusione del contagio del nuovo coronavirus c’è stata anche la chiusura delle scuole, con la conseguente adozione della didattica online. L’Unesco, l’organizzazione delle nazioni unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, stima che al 21 giugno 2020 ci sono nel mondo 123 paesi in cui le scuole sono ancora chiuse, con più di un 1 miliardo di studenti coinvolti. A fine marzo, gli Stati che avevano interrotto le attività didattiche erano 194, con quasi 1 miliardo e 600 mila studenti rimasti a casa (il 91% del totale globale). 

Dati aggiornati al 21 giugno 2020, via UNESCO

La chiusura delle scuole, con la successiva graduale riapertura, è al centro di dibattiti e critiche per le possibili conseguenze che questa decisione può avere sulla società e sugli stessi studenti. Come si legge infatti in un articolo pubblicato su The Lancet, che ragiona su come la crisi legata alla COVID-19 possa offrire un’opportunità per ripensare la scuola del futuro, “la chiusura delle scuole e l'impatto psicologico sulla salute dei bambini e degli adolescenti, causato dal rimanere a casa per diverse settimane con incerte prospettive per il prossimo futuro, è un problema cruciale”. “Le conseguenze peggiori di questa chiusura temporanea le subiscono i bambini più vulnerabili che fanno affidamento sulla scuola per esigenze educative, nutrizionali e di salute (...). Oltre alla possibile mancanza di sostegno dei genitori a casa, emergono importanti disparità nell'accesso alle risorse dell’apprendimento digitale”.

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Questioni sociali e culturali che si legano inesorabilmente al ruolo dei bambini e degli adolescenti nella diffusione del virus e quindi alla sicurezza sanitaria di un paese. La domanda a cui si cerca di dare una risposta è la seguente: ‘Riaprendo le scuole c’è il rischio concreto che i contagi tornino a salire?’. Anche perché, come ricorda Gianluca Dotti su Wired, il ritorno a scuola, seppur graduale, deve anche fare i conti con il fatto che a essere coinvolti non sono solo gli studenti, ma tutta la “macchina della scuola”: “Vale a dire, occorre tenere conto che aprire le scuole significa far tornare al lavoro anche insegnanti, personale amministrativo e addetti a servizi come pulizie, mense e sorveglianza. Per di più, gli studenti non possono essere teletrasportati in classe, ma c’è tutta una componente di trasporto – pubblico e privato – che determina traffico, occasioni di contagio e riflessi su tutta la filiera (pensiamo all’approvvigionamento delle mense, o agli insegnanti che risiedono fuori regione)”.    

In Italia, nel rapporto elaborato dalla fondazione Bruno Kessler e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) del 30 aprile scorso, che ha guidato il governo Conte alla cosiddetta ‘Fase 2’, la scuola viene individuata come il luogo in cui si verificano il maggior numero di contatti tra le persone. Il documento stima che la sola riaperture degli istituti avrebbe portato l’indice Rt –  cioè il tasso di contagiosità dopo l'applicazione del lockdown, un valore ritenuto dall’ISS fondamentale per capire l’andamento dell’epidemia – sopra a 1, con il conseguente aumento del contagio. Questo rapporto è stato però criticato per le sue stime. In un intervento pubblicato su Scienza in Rete, si legge che in quel momento non era realistico “quantificare la possibile diffusione della patologia stessa in seguito alla riapertura delle scuole”, non conoscendo ad esempio in che modo i bambini diffondono il virus.

Proprio su questo aspetto, a inizio maggio un articolo pubblicato su Nature spiegava che in base alle conoscenze scientifiche non era ancora chiaro come i bambini trasmettessero il nuovo coronavirus. Anche se i bambini rappresentano una piccola parte dei casi confermati di COVID-19 in diversi paesi del mondo, “i ricercatori sono divisi sul fatto che questi abbiano meno probabilità rispetto agli adulti di contrarre e diffondere il virus”. Secondo i dati dei Centri per il controllo delle malattie e delle infezioni nazionali, negli USA solo il 2% dei casi confermati di COVID-19 riguardava persone d’età inferiore ai 18 anni, in Cina il 2,2% ragazzi al di sotto dei 19 anni, in Spagna lo 0,8% aveva meno di 18 anni. In Italia, in base ai dati aggiornati al 19 giugno dell’Istituto Superiore di Sanità, il 2,2% dei casi confermati riguarda la fascia d’età tra gli 0 e i 18 anni. 

Da una parte, alcuni esperti sostengono che “un numero crescente di prove suggerisce che i bambini non sono responsabili della maggior parte della trasmissione di COVID-19 e per questo i dati supporterebbero la riaperture delle scuole. Altri ricercatori, invece, sono cauti e contrari a un ritorno rapido degli studenti nelle aule, continua ancora Nature: “Affermano che l'incidenza dell'infezione nei bambini è inferiore rispetto agli adulti in parte perché non sono stati tanto esposti al virus, soprattutto per via della chiusure delle scuole. Inoltre, i bambini non vengono sottoposti a test con la stessa frequenza degli adulti, perché tendono ad avere sintomi lievi o assenti”. Per questo motivo, prima delle riapertura delle scuole, dovrebbero essere predisposti buoni sistemi di sorveglianza e test.

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Negli stessi giorni anche Science Magazine parla di “mistero” riguardo al “ruolo” dei bambini nella pandemia, sottolineando appunto la scarsità degli studi al riguardo. Per questo motivo, sono stati annunciati nuovi studi specifici. Ad esempio, negli Stati Uniti d’America, il 4 maggio, l’Istituto nazionale della Salute ha comunicato l’avvio di una ricerca per valutare qual è l’incidenza dell’infezione nei bambini e quanti di questi sviluppano poi la malattia. Per farlo sono stati arruolate 6000 persone, tra cui bambini sani e bambini con asma o con altre condizioni allergiche, provenienti da 2000 famiglie statunitensi. I ricercatori seguiranno questi soggetti per 6 mesi per determinare “chi viene infettato da SARS-CoV-2, se il virus viene trasmesso ad altri membri della famiglia e quali membri della famiglia con il virus sviluppano COVID-19”. 

La contagiosità dei bambini e degli adolescenti è ancora sotto osservazione tra gli esperti. Uno studio (non ancora sottoposto a peer-reviewed) pubblicato il 4 giugno su medRxiv, condotto da 27 pediatri della SFP (società pediatrica francese) su oltre 600 minori di 15 anni nella regione dell'Ile-de-France, la più colpita in Francia da COVID-19, ha mostrato che i bambini hanno una minore probabilità di trasmettere il virus rispetto agli adulti. Uno studio tedesco pubblicato in preprint lo scorso 9 giugno su medRxiv, che prende in esame i dati di 3303 pazienti positivi al SARS-CoV-2, afferma invece che risultano poche prove a supporto del fatto che i bambini potrebbero non essere contagiosi come gli adulti. 

Poche settimane prima era stata pubblicata una revisione sistematica di oltre 700 articoli scientifici sulla trasmissione di COVID-19 tra e dai bambini. Nel testo si legge che questi rappresentano una piccola parte delle persone che si ammalano di COVID-19, che per lo più hanno avuto contatti sociali con coetanei o genitori, piuttosto che con persone anziane e che, inoltre, raramente sono il caso indice (ndr, quello cioè individuato per primo dalle autorità sanitarie in un determinato focolaio) e causano nuovi focolai. Queste conclusioni, però, non permettono di affermare che i bambini e gli adolescenti non hanno alcun ruolo nella trasmissione del nuovo coronavirus. Come sottolinea lo stesso autore della revisione, infatti, i dati sulle cariche virali negli articoli da lui analizzati erano scarsi e, nonostante i loro livelli sembrano essere più bassi rispetto a quelli degli adulti, «è molto probabile che i bambini possano trasmettere il virus SARS‐CoV‐2, che causa COVID‐19, e che persino i bambini asintomatici possano avere delle cariche virali». In conclusione, si legge nella revisione, “è improbabile che i bambini siano i principali motori della pandemia” ed “è improbabile che l'apertura di scuole e asili abbia un impatto sui tassi di mortalità per COVID-19 nella fascia delle persone anziane”.

Secondo un monitoraggio pubblicato lo scorso 12 giugno dal Center for Global Development (CGD), un think tank statunitense no profit, in generale la maggior parte dei paesi che nel mondo ha riaperto le scuole, 25-30 giorni dopo il picco, non tendono a mostrare un cambiamento di tendenza nei nuovi casi. In base a questi dati, specifica però lo stesso CGD, non si possono trarre conclusioni sull'effetto della riapertura delle scuole, perché le chiusure e le riaperture si verificano insieme ad altri interventi di contrasto alla diffusione del virus. 

La Svezia, in controtendenza rispetto agli altri governi, ha deciso di non chiuderle per gli studenti al di sotto dei 16 anni, durante la pandemia. Per questo motivo, come spiega Gretchen Vogel su Science Magazine, il paese si sarebbe potuto trasformare in un caso di studio perfetto per capire il ruolo delle scuole nella diffusione del virus. Questo però non è stato possibile perché “(...) i funzionari svedesi non hanno monitorato le infezioni tra i bambini delle scuole, anche quando gravi epidemie hanno portato alla chiusura di singole istituti o alla morte di alcuni membri dello staff”. Carina King, epidemiologa del Karolinska Institute, il principale centro di ricerca medica svedese, ha dichiarato alla giornalista che lei, insieme a diversi colleghi, ha sviluppato un protocollo per studiare le epidemie scolastiche, «ma la mancanza di finanziamenti, di tempo e di precedenti esperienze di conduzione di questo tipo di ricerche in Svezia hanno ostacolato i nostri progressi». 

La giornalista di Science cita poi anche la revisione di oltre 700 articoli scientifici pubblicata lo scorso 19 maggio citata sopra, spiegando che i casi di studio analizzati provengono ad esempio dalla Francia, dall'Australia e dalla Svezia. Su quest’ultimo paese, l’autore della revisione aveva specificato che fino a quel momento non erano stati segnalati focolai di COVID-19 nelle scuole. Analizzando però gli articoli di cronaca dei giornali svedesi, Vogel ha scoperto che nel paese si sono verificati in realtà diversi cluster negli istituti scolastici: “Nella città di Skellefteå, un insegnante è morto e 18 su 76 membri del personale sono risultati positivi in ​​una scuola con circa 500 studenti in età prescolare fino alla nona elementare. La scuola ha chiuso per 2 settimane perché molti membri del personale erano malati, ma gli studenti non sono stati testati per il virus. A Uppsala, il personale ha protestato quando i funzionari scolastici, citando le norme sulla privacy dei pazienti, hanno rifiutato di informare le famiglie o il personale che un insegnante era risultato positivo. Nessun tracciamento dei contatti è stato effettuato nella scuola. Almeno due membri del personale di altre scuole sono morti, ma quegli istituti sono rimasti aperti e nessuno ha tentato di rintracciare la diffusione della malattia”. 

Tarik Jašarević, portavoce dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, sentito dall’AdnKronos Salute ha affermato che in questa fase «abbiamo bisogno di più casi clinici per capire quale ruolo svolgano i bambini nella trasmissione della malattia e questo è ciò che stiamo cercando di fare». Sulle scuole è intervenuto anche Ranieri Guerra, vice direttore generale per le iniziative strategiche dell’OMS, spiegando in un’intervista a Repubblica che il ruolo degli istituti scolastici nella possibile diffusione del virus resta ancora «un’incognita»: «Con le scuole dobbiamo stare attenti. Il tema è di importanza vitale, ma i dati sono contraddittori. E un contagio lì rischia di diventare una bomba. Come OMS europea abbiamo convocato una conferenza fra gli esperti».    

Ad oggi, così, solo nuovi studi specifici potrebbero fornire indizi ulteriori su scuola e COVID-19. Nel frattempo, bisogna saper gestire il rischio collegato alla riapertura dell’attività didattica nel migliore dei modi. Questo quadro parziale, secondo Susanna Esposito, ordinario di pediatria all’Università di Parma e presidente della World Association for Infection Diseases and Immunological Dosorders (WAidid), induce «a ristrutturare le attività sociali (che si svolgono negli asili, negli istituti scolastici, nei centri estivi) con un’organizzazione che le favorisca, ma nel contempo permetta un adeguato distanziamento». Politiche che tuttavia dovranno essere sempre rapportate «alla situazione epidemiologica» del paese e basate, come sottolineato in precedenza, su una strategia di test e tracciamenti per evitare l’esplodere di nuovi focolai. Secondo infatti un’analisi dei ricercatori della University College London e della London School of Hygiene and Tropical Medicine la riapertura completa delle scuole nel Regno Unito potrebbe provocare una seconda ondata di contagi, ma lo sviluppo di un solido sistema di test e tracciamenti può prevenire questa nuova esplosione di casi.

Come hanno riaperto e si preparano a riaprire le scuole in vari paesi

Con il calo dei contagi registrati nei propri territori, molti governi hanno deciso di riaprire le scuole in maniera graduale e con diverse misure di distanziamento, mentre altri invece hanno rimandato il ritorno in classe a settembre, al prossimo anno scolastico. Scelte politiche caratterizzate dalla difficoltà di ripensare il sistema scolastico, dall’ansia dei genitori, dalle critiche, in alcuni casi, dei sindacati di settore, dalla pressione per far ripartire un fondamentale comparto per la crescita e lo sviluppo di una società e dal timore dei governi per nuove impennate di contagi nel proprio paese e quindi una possibile reintroduzione di nuovi blocchi.

Vediamo come in alcuni paesi nel mondo è stata affrontata questa importante sfida.

  • Cina

La Cina, iniziale epicentro della pandemia da COVID-19, ha deciso per prima un lockdown che prevedeva anche la chiusura delle scuole. Da inizio febbraio circa 200 milioni di studenti non sono tornati in classe dopo la pausa invernale e hanno iniziato il nuovo semestre con un nuovo sistema di lezioni online. Con il successivo drastico calo dei contagi dichiarati, tra metà marzo e aprile sono state poi adottate misure di allentamento con la riapertura progressiva degli istituti scolastici, in genere a partire dagli studenti dell’ultimo anno delle scuole medie e superiori

Le misure hanno previsto classi più piccole, giornate più brevi, il rispetto della distanza di almeno un metro tra gli stessi alunni e con il personale scolastico, l’uso di mascherine e per evitare assembramenti sui trasporti pubblici, la presenza dei genitori agli ingressi degli istituti al termine delle lezioni per accompagnare i propri figli a casa. “A Wuhan, le scuole hanno riaperto all'inizio di maggio, ma i bambini hanno dovuto superare i controlli di temperatura, indossare maschere ed entrare ed uscire in orari specifici per evitare l'affollamento”, scrive il Washington Post. Dopo un preoccupante aumento a Pechino, dovuto a nuovo focolaio, le autorità a metà giugno hanno deciso un nuovo blocco temporaneo che ha compreso anche le scuole, oltre a restrizioni sui viaggi e il potenziamento dei test e dello screening.

  • Corea del Sud

In Corea del Sud gli studenti hanno smesso di andare a scuola effettivamente dalla fine di febbraio. L’attività didattica ha poi ripreso gradualmente, ad aprile, esclusivamente però con lezioni online. Una modalità che, come raccontato da Al Jazeera, ha creato riserve e timori legati ad esempio alla reale preparazione degli insegnanti a questo nuovo approccio. Il 20 maggio poi le scuole in Corea del Sud hanno riaperto le porte agli studenti, in contemporanea ad altri allentamenti di restrizioni. Le prime lezioni sono cominciate per gli studenti delle superiori, mentre a inizio giugno era stato previsto il ritorno di tutti gli altri. 

Le linee guida per queste riaperture hanno stabilito il distanziamento all’interno degli istituti, l’uso delle mascherine, il controllo delle temperature di tutti gli studenti e degli insegnanti due volte al giorno, la pulizia delle mani, la suddivisione delle classi per evitare affollamenti e in alcuni casi l’utilizzo di schermi divisori di plastica predisposti sui tavoli a mensa. Infine, nel caso venga scoperto uno studente o un membro dello staff infetto, la scuola verrà chiusa e le lezioni torneranno online. Pochi giorni dopo le prima aperture, 251 scuole a Bucheon sono state costrette a chiudere a causa di un nuovo picco di casi di nuovo coronavirus in zona, mentre oltre 100 istituti a Seul, capitale del paese, hanno rinviato l’avvio delle lezioni.

A giugno il governo ha comunque difeso il proprio piano di riapertura graduale delle scuole dalle critiche legate alla sicurezza sanitaria pubblica. Nel mentre, comunque, come racconta un approfondimento sul Financial Times, le autorità hanno rafforzato e predisposto un sistema di test e tracciamento dei contatti delle persone infette e un piano di un ritorno a più severe misure di distanziamento – come il lavoro da casa, una circolazione limitata e la chiusura di più negozi – in caso in caso le infezioni superano una certa soglia stabilita nell’arco di due settimane. 

  • Regno Unito

Nel Regno Unito le scuole sono state chiuse (ad eccezione per i bambini dei lavoratori delle filiere chiave e di quelli più vulnerabili) a partire dal 20 marzo fino a nuovo avviso. Tre giorni dopo, il primo ministro Boris Johnson annuncia l’avvio del lockdown, con misure di distanziamento fisico, limiti negli spostamenti, chiusure di negozi di beni non necessari e il blocco di grandi eventi e di assembramenti.

Dopo il calo dell’epidemia nel paese, il governo decide poi il ritorno graduale in classe dal primo giugno, predisponendo una serie di linee guida che prevedono ad esempio l’invito a usare bici per accompagnare i figli a scuola ed evitare così l’assembramento sui mezzi pubblici, il distanziamento fisico all’interno delle strutture, un sistema di turni per prevedere un numero ridotto di persone presenti contemporaneamente nelle classi, la pulizia delle mani, la sanificazione delle aule, mentre non viene previsto l’obbligo delle mascherine, a parte casi specifici. I primi a tornare in aula sono stati i bambini della scuola materna e quelli fino a 6 anni. Dal 15 giugno, poi, è toccato alle scuole secondarie e ai college, con diverse restrizioni specifiche. Se poi un alunno o un membro dello staff dovesse risultare positivo, le linee guida non prevedono la chiusura diretta della scuola. Il resto della classe dovrà invece autoisolarsi per 14 giorni. Se poi dovessero rivelarsi altri infetti nello stesso contesto, le autorità locali di salute pubblica valuteranno le azioni da intraprendere, fino alla chiusura dell’intera scuola. Il timore per una nuova diffusione del virus ha fatto sì però che al 3 giugno, in alcune aree del paese, sono rimaste chiuse oltre il 90% delle scuole primarie, scrive il Guardian. Diverse scuole invece nel Nord Est dell’Inghilterra hanno rinviato direttamente le riaperture al 22 giugno perché diversi dati mostravano una risalita del contagio nel territorio. 

Secondo Rachel Hutchinson, la preside dell'Ivybridge Community College di Devon, a meno che le misure di distanziamento non vengano modificate, a settembre le scuole dovranno svolgere una parte di lezioni in classe e un’altra tramite l’apprendimento virtuale. Il premier Johnson ha dichiarato di essere certo di consentire per il prossimo settembre, rendendo le aule sicura con nuove linee guida, l’ingresso a scuola a tempo pieno per tutti gli studenti. Un prospettiva vissuta con scetticismo da parte della National Education Union, il sindacato degli insegnanti.

  • Danimarca

In Europa, il primo paese a riaprire (con gradualità) le scuole (insieme poi ad altre attività) è stata la Danimarca, dopo il lockdown annunciato lo scorso 11 marzo e il successivo calo dei contagi. Durante il mese di aprile si sono riaperte le porte degli asili e delle scuole elementari, poi a metà maggio sono rientrati gli studenti più grandi. Le linee guida del governo hanno previsto la sanificazione delle strutture e il distanziamento. Come spiega Emma Firth su The Local sono varie le misure adottate per il ritorno a scuola: ad esempio per quanto riguarda quella materna, i genitori non possono entrare nell’edificio ma devono aspettare a debita distanza l’uno dall’altro che i propri figli escano a fine giornata scolastica. All'interno delle strutture, le aule sono state divise in modo tale che i banchi possano avere una distanza inizialmente di due metri e poi di uno. Gli orari degli insegnamenti sono stati cambiati e la giornata scolastica è stata ridotta, con diverse lezioni programmate in spazi all’aperto. Stef Fleet, preside della scuola elementare della International School of Hellerup, ha dichiarato alla giornalista che il ritorno non è stato comunque facile: «Abbiamo installato nuovi lavandini, cambiato i rubinetti, passando da quelli manuali a quelli sensoriali automatici, risistemato i servizi igienici in modo che ogni classe avesse il proprio bagno e assunto più addetti alle pulizie per pulire regolarmente tutti i punti di contatto, come le maniglie delle porte». 

Dopo 6 settimane dalle prime riaperture, in Danimarca non è stato registrato un aumento significativo di casi di persone infette. Il numero dei positivi alla COVID-19 a fine maggio risultava basso. Peter Andersen, medico di epidemiologia e prevenzione delle malattie infettive presso il Danish Serum Institute, ha dichiarato alla Reuters il 28 maggio che dalla riaperture delle scuole «non è possibile vedere alcun effetto negativo». Da più parti questo risultato è stato accreditato alla propensione della società danese a seguire le regole. A metà giugno sono emersi tre piccoli focolai nel paese. Uno di questi è stato individuato nella città di Hjørring in una casa di cura e in due scuole, dove gli alunni di tre classi sono risultati tutti positivi. Sono subito scattate contromisure che hanno previsto il blocco locale di alcune attività e il test a tutto il personale delle strutture coinvolte. 

  • Germania

In Germania, in tutti e 16 gli stati federali tedeschi, le scuole e gli asili nido sono state chiuse a partire da metà marzo. Il 22 dello stesso mese la Germania ha dato il via alle misure di distanziamento e chiusure per contrastare il contagio del nuovo coronavirus. A fine aprile è iniziato poi l’allentamento delle misure restrittive con le riaperture delle scuole. La ministra dell’Istruzione Anja Karliczek in quei giorni aveva comunque avvertito che gli istituti sarebbero tornati alla normalità solo con il vaccino disponibile contro il nuovo virus e che fino a quel momento le scuole avrebbero fornito un mix di lezione frontali e online. Il 6 maggio il governo e i 16 länder hanno trovato un accordo sulla riapertura graduale delle scuole per tutti gli studenti. 

Come si legge su Voxle direttive per le scuole prevedono corridoi a senso unico, l’uso delle mascherine all’interno delle aule, il rispetto di misure di distanziamento tra i banchi e porte e finestre aperte per far arieggiare le stanze e orari ridotti. Misure che in alcuni casi hanno comportato difficoltà organizzative in quanto le strutture non erano abbastanza grandi per contenere tutti gli studenti e lo staff e riuscire a mantenere le distanze di sicurezza necessarie. Ognuno dei 16 länder può comunque decidere autonomamente in che modo riaprire le scuole e così in alcuni territori le misure si differenziano da altri. Ad esempio in una scuola superiore di Neustreltiz, nel nord della Germania, agli studenti e ai professori due volte a settimana vengono effettuati test per capire se sono sono positivi o meno. 

Intanto il 17 giugno a Gütersloh, città nella Germania occidentale, le scuole e gli asili nido sono stati richiusi fino all’inizio delle vacanze estive (cioè il 29 giugno) dopo la scoperta di un focolaio. Anche in altre parti del paese scuole e asili nido sono stati costretti a chiudere dopo l’aumento di nuovi infezioni. Il ministro della salute, Jens Spahn, ha annunciato di voler potenziare il sistema di test e contact tracing per individuare e interrompere sul nascere nuove epidemie: "test completi" saranno così svolti nelle case di cura, negli asili nido e nelle scuole ogni volta che si presenterà un nuovo cluster.

  • Francia

In Francia le scuole hanno chiuso ufficialmente il 16 marzo, il giorno prima dell'inizio del lockdown nazionale. A maggio poi il governo francese ha iniziato ad allentare in maniera graduale le misure restrittive, in base alla differente diffusione del virus sul territorio. Ad esempio nelle “zone rosse”, con una circolazione attiva del virus, diverse restrizioni sono confermate, come ad esempio la chiusura delle scuole medie, dei parchi e dei giardini pubblici. Al contrario le scuole primarie – come la maggior parte delle attività economiche – hanno potuto riaprire dall’11 maggio sia nelle zone rosse che in quelle ritenute più sicure (definite “verdi”). 

Il ministro dell'Istruzione, Jean-Michel Blanquer, ha dichiarato che il ritorno all’asilo e alle scuole elementari avverrà su base volontaria e che le lezioni saranno comunque limitate a 15 alunni per classe nelle scuole primarie e 10 in quelle materne, sistema che prevede dunque una rotazione. Inoltre, la mascherina sarà indossata dagli insegnanti e dovrà essere garantito il distanziamento. L’avvio, comunque, racconta Le Monde, non è univoco per tutte le scuole coinvolte e in diverse situazioni al minimo caso sospetto la decisione degli istituti è stata di chiudere. A fine maggio viene dato dal governo il via libera alla riapertura graduale delle scuole superiori nelle zone “verdi”. L’apprensione dei genitori per il ritorno dei propri figli a scuola non è comunque mancata e molto studenti non sono ritornati a scuola. 

Il 14 giugno, il presidente Emmanuel Macron, ha annunciato la terza fase del deconfinamento che prevede la Francia “zona verde” e anche che «gli asili, le scuole elementari e le medie si prepareranno ad accogliere a partire dal 22 giugno tutti gli allievi in maniera obbligatoria, e secondo le regole di presenza normale» (la fine dell’anno scolastico è prevista per il 3 luglio). 

Il ministro dell'istruzione ha spiegato che per quella data la regola che prevede un distanziamento minimo di 4 metri per alunno e che ha imposto limitazione al numero di persone in classe sarà modificata, passando a un metro: «Questo ci consente di accogliere tutti gli studenti». L’annuncio del presidente francese ha comunque suscitato preoccupazione nella comunità degli insegnanti francesi per il poco tempo disponibile per riorganizzare il loro lavoro in vista del ritorno obbligatorio di tutti gli studenti in classe. 

  • Spagna

In Spagna le scuole si sono fermate il 13 marzo. Il lockdown spagnolo è poi arrivato il giorno successivo. Dopo l’inizio di graduali riaperture dal 2 maggio, a fine mese per gli studenti più grandi è stato predisposta, in base alla situazione epidemica in ciascuna delle 17 regioni autonome spagnola, la possibilità su base volontaria di tornare in aula. Riguardo invece alla riapertura di tutte le scuole, un gruppo di esperti consulenti del governo spagnolo ha però consigliato che gli istituti rimanessero chiusi fino al prossimo anno per evitare possibili rischi sanitari.

Il governo spagnolo sta ora lavorando a un ritorno in classe per tutti gli studenti per il prossimo settembre. Finora l’unica misura approvata è il distanziamento interpersonale all’interno degli edifici scolastici, scrive El Pais. Altri protocolli in esame insieme alle regioni prevedono un limite massimo di 20 studenti per classe, mascherine obbligatorie per i bambini di età superiore ai sei anni, maggiore igiene e sanificazioni, utilizzo di tutti gli spazi disponibili, anche all’aperto, per garantire la giusta distanza.

  • Italia

In Italia tutte le attività didattiche sono state sospese per 15 giorni a partire dallo scorso 4 marzo. Cinque giorni dopo arriverà il lockdown su tutto il territorio nazionale. La sospensione viene prolungata fino alla decisione di riprendere le lezioni in classe direttamente al prossimo settembre. In vista dell’avvio del prossimo anno scolastico, il comitato tecnico scientifico del Ministero dell’Istruzione a fine maggio ha preparato delle possibili linee guida che prevedono tra le altre cose: distanza interpersonale di un metro, mascherina per tutti i maggiori di 6 anni di età, scaglionamento degli ingressi, valorizzazione degli spazi esterni per lo svolgimento della ricreazione, delle attività motorie o per programmate attività didattiche, la riduzione al minimo della presenza dei genitori nei locali della scuola, sanificazione approfondita di tutti gli spazi prima delle riapertura.

La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha affermato che il piano a cui sta lavorando il governo per il ritorno a scuola seguirà anche queste indicazioni fornite dagli esperti. Intervistata il 16 giugno scorso su Radio 24, la ministra ha dichiarato che la proposta fatta dal governo alle Regioni è quella di prevedere l’apertura per l’intera comunità scolastica per il prossimo 14 settembre e che comunque già dal 1 settembre la scuola riaprirà per gli studenti che devono svolgere attività di recupero. Dieci giorni dopo, il 26 giugno, la ministra ha presentato le linee guida per le aperture del prossimo anno scolastico. Tre le misure previsto ci sono: aule e strutture "pulite costantemente", presenza di prodotti igienizzanti, un distanziamento previsto di un metro, la riprogrammazione degli spazi elaborata anche tramite "un sistema informatico che incrocia i dati relativi a aule, laboratori, palestre disponibili con il dato delle studentesse e degli studenti e la distanza da tenere", una didattica meno frontale e più laboratoriale, in piccoli gruppi e non necessariamente in classe. Il Comitato tecnico scientifico, infine, si riserverà "la possibilità di rivalutare a ridosso della ripresa scolastica la necessità dell’obbligo di mascherina, sulla base dei dati del contagio che via via emergeranno".

Foto in anteprima via Ansa

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