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Black Lives Matter, il movimento di protesta contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico

11 Ottobre 2020 10 min lettura

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Black Lives Matter, il movimento di protesta contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico

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La rivista americana TIME ha inserito tra le 100 persone più influenti dell’anno Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, le tre donne fondatrici del movimento Black Lives Matter, tornato al centro delle mobilitazioni questa primavera dopo l’uccisione da parte della polizia di George Floyd a Minneapolis. "Quelle tre parole sono diventate un grido di battaglia per migliaia di persone in tutto il mondo che protestano contro la violenza e il razzismo sistemico contro i neri", si legge sulla rivista. Oggi, Black Lives Matter "è cresciuto, fino a diventare uno dei gruppi più influenti al mondo per quanto riguarda la giustizia sociale".

C’è chi ne parla come del movimento più grande della storia americana: alle manifestazioni in seguito alla morte di Floyd hanno partecipato tra i 15 e i 26 milioni di persone; tra maggio e agosto sono state organizzate negli USA 7.750 proteste in 50 stati, e in 60 paesi a livello internazionale. Secondo il professore di sociologia dell'University of North Carolina Kenneth Andrews, «la diffusione geografica delle proteste è una caratteristica importante e aiuta a individuare la profondità e l'ampiezza del sostegno guadagnato dal movimento».

“La prima volta che ho sentito parlare di Black Lives Matter è stato nell’anno in cui mio figlio Trayvon è stato ucciso”, ha scritto Sybrina Fulton, madre di Trayvon Martin, 17enne afroamericano ucciso il 26 febbraio 2012 da un vigilante volontario di quartiere mentre rientrava a casa. In quel momento, ricorda Fulton, non si trattava di un movimento a livello nazionale, ma di qualcosa di cui la gente parlava all’interno di cerchie ristrette.

Intorno alle sette di sera del 26 febbraio 2012, Martin stava camminando in una strada di Sanford, in Florida. Indossava una felpa con il cappuccio sollevato sulla testa, era disarmato, e nelle mani aveva una bibita e delle caramelle. È stato notato da George Zimmerman, un vigilante volontario delle ronde di quartiere di 29 anni, che ha chiamato il 911 e l’ha segnalato alla polizia perché “sospetto”. Successivamente, ha iniziato a seguirlo con la macchina e poi gli è andato incontro a piedi, convinto che si trattasse di un ladro. Tra i due c’è stato un alterco, al termine del quale Zimmerman ha sparato a Martin, uccidendolo. Il 29enne ha ammesso l’omicidio sin dal primo interrogatorio, ma è stato portato in carcere solo sei settimane dopo.

Nel 2013, al termine di un processo seguitissimo da tutti i media americani, Zimmerman è stato dichiarato non colpevole per l’omicidio del 17enne. Secondo la Corte l’uomo aveva agito per legittima difesa. La decisione del tribunale scatenò proteste e indignazione. L’attivista Alicia Garza, di Oakland, ha postato un messaggio su Facebook, che si concludeva con queste parole: “Persone nere. Vi amo. Le nostre vite contano”.

Patrisse Cullors, amica di Garza, ha condiviso il post aggiungendo l’hashtag #BlackLivesMatter, diventato in pochissimo tempo virale. Opal Tometi, attivista per i diritti degli immigrati a New York con la Black Alliance for Just Immigration, è la terza fondatrice, che ha costruito la piattaforma BlackLivesMatter.com. «Ho aperto una pagina Facebook e un account Twitter», ha spiegato Tometi, che si è messa in contatto con altri attivisti neri chiedendo loro di utilizzare #BlackLivesMatter come ombrello. Il riconoscimento a livello nazionale è arrivato nel 2014, dopo le proteste in seguito agli omicidi di due uomini neri, Michael Brown a Ferguson e Eric Garner a New York.

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I social hanno avuto un ruolo importante nella crescita di BLM, soprattutto in un primo momento. Secondo Tometi, si sono rivelati molto più di uno strumento efficiente per diffondere il messaggio: sono stati un modo per approfondire la comprensione da parte delle persone del razzismo strutturale, mostrando connessioni tra episodi apparentemente non correlati. «Non si trattava solo di Mike Brown, Trayvon Martin, Renisha McBride... Non si trattava solo di singoli nomi, che sono comunque estremamente importanti. Non potrei mai e poi mai omettere le loro individualità e l’amore che le loro famiglie e comunità hanno per loro», ha spiegato in una lunga intervista al Guardian. «Quello che era importante però è il fatto di vivere in una società in cui i nostri cari possono essere sistematicamente portati via da noi. E non ci sarebbe giustizia».

 

Tometi descrive Black Lives Matter come un movimento senza leader. La pratica è quella del community organizing, che parte dal sostegno delle comunità locali. Il non avere un leader non significa che BLM sia in balia di disordinate esplosioni di rabbia sociale: è organizzato volutamente attraverso una struttura decentralizzata e orizzontale, che raccoglie insieme esperienze e realtà molto diverse tra loro. Non è una mancanza, ma un punto di forza: «Abbiamo visto cosa è accaduto in passato, quando ci sono state una o due figure di spicco e sono state assassinate. Ha destabilizzato le loro organizzazioni. Quindi quello che stiamo provando a fare adesso è essere più forti di quanto lo siamo stati in passato. I leader sono ovunque. Sì, uno può anche andare via, ma ne spunteranno altri dieci». Già nel 2015 Garza aveva spiegato al Guardian che il movimento ha «molti leader», solo che «non si trovano dove li cercheresti. Se cerchi soltanto il predicatore maschio nero eterosessuale non lo troverai».

Una caratteristica fondamentale del movimento è infatti l’inclusività.  Sin dall’inizio, precisa Tometi, «questo movimento riguarda tutti noi e riconosce che le persone nere non sono un monolite»: «Io sono figlia di immigrati, Alicia e Patrisse sono queer. Naturalmente le nostre identità hanno un’influenza». Le fondatrici insistono sul fatto che Black Lives Matter sia sempre stata una “frase ombrello”, intenzionalmente ampia per includere le lotte non solo contro il sistema di giustizia e carcerario, ma anche il razzismo nell’istruzione, nella sanità e in altri ambiti sociali. Dal sito della piattaforma, la missione di BLM è "sdradicare il suprematismo bianco e costruire potere a livello locale per intervenire sulla violenza inflitta alle comunità nere dallo Stato e dai vigilantes civili".

“Sono solo tre, ma sono ovunque. Fanno in modo che la gente pensi: che succederebbe se mio figlio 17enne avesse un cappuccio sulla testa, fosse disarmato, avesse in mano solo caramelle e una bibita e giacesse morto sull’asfalto? Se tua figlia stesse dormendo nel suo letto e la polizia buttasse giù la porta e la uccidesse? Come ti sentiresti? Questo è quello che ‘Black Lives Matters’ chiede”, ha scritto Fulton, madre di Trayvon Martin, in un ritratto delle tre fondatrici di BLM su TIME.

Dopo l’omicidio di suo figlio, ci sono stati molti altri casi: Eric Garner, Mike Brown, Tamir Rice, Jordan Davis, Dontre Hamilton, Oscar Grant e, solo nei mesi più recenti, George Floyd, Ahmaud Arbery, Breonna Taylor e altri. Ma, afferma Fulton, “quest’anno sembra diverso. Da quando ha iniziato a circolare il video dell’uccisione di George Floyd, le persone stanno effettivamente assistendo a ciò che gli afroamericani hanno vissuto per la maggior parte delle loro vite. Una volta che lo vedi, non puoi continuare a non vederlo. Una volta che senti quel dolore nel petto, non puoi smettere di sentirlo. Sono contenta che ci siano più giovani coinvolti, più nazionalità, più etnie. Le proteste adesso sono un arcobaleno di persone di ogni estrazione sociale, in diversi paesi, che si uniscono e dicono: ‘Le vite dei neri contano’”.

Secondo la storica attivista afroamericana per i diritti civili Angela Davis, «non abbiamo mai assistito a manifestazioni prolungate di queste dimensioni e di questa varietà. Perciò ritengo che questo stia dando alla gente una grande speranza. Prima molte persone allo slogan Black Lives Matter rispondevano: 'Ma non dovremmo dire che tutte le vite contano?' Adesso finalmente lo stanno capendo. Che finché le persone nere continueranno a essere trattate in questo modo, finché la violenza del razzismo rimarrà tale, nessuno sarà al sicuro».

Dire "Black Lives Matter" non significa stabilire una gerarchia secondo cui le vite dei neri contano più di quelle degli altri, o le altre vite non contano affatto - come vorrebbe far intendere chi propone di sostituire lo slogan con "All Lives Matter". Utilizzare una frase del genere - fatta propria da chi esprime visioni perlopiù razziste - manca completamente il punto: nega l'esistenza del razzismo sistemico, le esperienze vissute ogni giorno dalle persone nere a causa del colore della propria pelle (e non da quelle bianche) e le lotte che da anni le comunità nere portano avanti. Come si legge su Vox, "gli attivisti di Black Lives Matter ritengono che ad esempio la frequenza con cui le forze dell'ordine uccidono i neri americani e le circostanze di quelle morti siano la prova che la polizia non si preoccupa abbastanza delle vite dei neri da proteggerle tanto quanto quelle bianche. Tutte le vite contano, ma le vite nere sono più minacciate. Quindi pensano che sia necessario un promemoria esplicito".

Negli ultimi sette anni Black Lives Matter si è evoluto in qualcosa di molto più grande di quanto fosse all'inizio: è diventato "un movimento di liberazione ampio, multietnico, focalizzato sulla riforma della giustizia, sulle politiche razziste e altre cause correlate", scrive Sean Illing su Vox. Ma durante questo passaggio, BLM non si è solo allargato, “è anche diventato più radicale nella sua richiesta di uguaglianza. Eppure, sorprendentemente, questo ha accresciuto il suo fascino, invece che diminuirlo”.

In un articolo su The Atlantic la giornalista Syreeta McFadden si è interrogata sul futuro di Black Lives Matter dopo lo straordinario impulso per un cambiamento culturale e politico dato dalle manifestazioni di quest’estate. Nelle comunità sparse per il paese, sui muri ci sono i ritratti di George Floyd e Breonna Taylor, cartelli ‘Black Lives Matter’ sono affissi su finestre o vetrine dei negozi e la stessa scritta campeggia per le strade delle città, sono state tirate giù statue che ricordavano personaggi razzisti e segregazionisti, grandi marchi hanno dichiarato di riconoscere l’esistenza di un razzismo sistemico, il dipartimento di polizia di Minneapolis è stato smantellato.

La giornalista osserva che già a giugno – all’apice delle proteste – si è avvertita la mancanza nel paese di una volontà condivisa di riforma della polizia. Il ferimento di Jacob Blake a Kenosha, e le proteste che sono seguite, hanno riportato la questione all’attenzione pubblica, e potranno esercitare nuova pressione sui legislatori per agire. Ma nel frattempo, il movimento è certamente entrato in una seconda fase. Quest'ultima si concretizza in una piattaforma che tiene insieme istanze che riguardano la violenza della polizia, la giustizia riproduttiva, il cambiamento climatico, l'immigrazione, i diritti delle persone disabili e di quelle transgender. Oltre alla "fine della guerra ai neri", il movimento chiede l'approvazione del "Breathe Act", una legislazione che vorrebbe chiudere i centri di detenzione per migranti, togliere i fondi ai dipartimenti di polizia e ripristinare programmi sociali per gli ex detenuti. Altre richieste riguardano forme di riparazione nei confronti delle comunità indigene e dei contadini neri deprivati delle loro terre e difesa e protezione delle persone trans.

Ma l'azione, scrive McFadden, è solo una parte delle componenti che costituiscono la longevità dei movimenti, che spesso affrontano battute d'arresto o pause lunghe decenni: "Quando Black Lives Matter ha catturato per la prima volta l'attenzione nazionale e si è diffuso nelle città americane alla fine dell'estate del 2014, c'erano stati tre grossi casi di persone nere uccise: John Crawford III in Ohio, Eric Garner a New York, e Michael Brown in Missouri. È stato l'omicidio del 18enne Brown da parte di un agente di polizia a Ferguson che ha segnato un punto di svolta nel movimento: il paese ha visto diverse settimane di rivolte e proteste, che chiedevano di riformare la polizia e un'assunzione di responsabilità per quelle morti. Quell'energia si è propagata a Chicago, New York, Baton Rouge, Dallas, Minneapolis, Milwaukee, Oakland, St. Louis e altre città fino al 2016".

Le proteste in strada si sono placate con l'avvento della presidenza Trump. Ma, sottolinea la giornalista, questo non significa che gli attivisti non stessero continuando a lavorare dietro le quinte: il "Movement for Black Lives" per esempio nel 2016 ha creato una piattaforma con l'obiettivo di influenzare maggiormente la politica elettorale, facendo campagna per investimenti nell'istruzione e nella sanità, giustizia economica; gli attivisti di Ferguson hanno lanciato "Campaign Zero", un progetto basato sui dati che pone l'attenzione sui contratti dei sindacati di polizia e su come questi rendano difficile indagare sugli agenti o licenziarli in caso di accuse ripetute di cattiva condotta.

"Gli attivisti di questi gruppi, insieme a quelli del network globale di Black Lives Matter, hanno mantenuto per anni obiettivi chiari", afferma McFadden, secondo cui questo alla lunga ha pagato. Nel 2016, solo il 43% degli americani supportava il movimento Black Lives Matter. "Quattro anni dopo, l’ago si è spostato significativamente. La maggioranza degli americani – e più della metà dei bianchi – sostiene le proteste così come una più ampia riforma della polizia". Per la giornalista, idee che una volta erano considerate troppo radicali sono entrate in modo significativo nel discorso mainstream. BLM è un “network decentralizzato e interdipendente di organizzazioni e individui che canalizzano le loro energie verso la costruzione di una società dove le persone nere possono prosperare". L'impronta inclusiva e intersezionale - "Tutte (cis/trans/queer/disabili) le vite nere contano" -, può essere la cifra che può permettergli di durare ancora nel tempo.

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