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Donald Trump è ora un leader terrorista

7 Gennaio 2021 12 min lettura

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Donald Trump è ora un leader terrorista

12 min lettura

di Raffaella Menichini

Alla fine la scintilla è scoccata. Settimane, mesi, anni di incitamento alla violenza da parte del presidente degli Stati Uniti sono sfociati in un vero tentativo di colpo di Stato. Migliaia di miliziani pro Trump hanno dato l’assalto al palazzo del Congresso, la Capitol Hill di Washington che è il cuore sacro della democrazia americana, mentre all’interno deputati e senatori si apprestavano a una (inutilmente) lunga maratona per certificare la realtà dei fatti: cioè che Joe Biden e Kamala Harris saranno dal 20 gennaio presidente e vice presidente degli Stati Uniti. Una maratona procedurale anche qui provocata dalle infondate pretese di Trump che le elezioni del 3 novembre scorso sono state “rubate” e che dunque in almeno quattro Stati occorreva ascoltare le mozioni di contestazione avanzate da un manipolo di fedelissimi.

Quel che accadeva all’interno del bianco palazzo sulla collina di Washington era lo specchio di quel che stava per accadere fuori: manipolazione e bugie di politici capaci di scatenare le pulsioni di una folla che per anni era stata fomentata, nutrita di falsi miti, aizzata contro i propri concittadini di altro credo e altro colore, isolata in bolle informative sigillate e impermeabili a qualsiasi barlume di razionalità fattuale. Era inevitabile che le due facce della sovversione trumpiana alla fine si fondessero, fino a deflagrare nelle scene cui per ore il mondo ha assistito attonito. 

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“Mercoledì il presidente degli Stati Uniti ha guidato un colpo di Stato - ha scritto Rebecca Solnit sul Guardian - La folla all’esterno non esisterebbe senza i politici all’interno. Quelli dentro faranno versi di orrore e ripudio, ma questa è roba loro… Trump ha fatto sì che questa calca si creasse, l’ha montata per mesi e oggi l’ha accesa, come si dà l’innesco a una bomba”. Questo terrorismo ha un nome e un leader: Donald Trump. “Questo è ciò che Trump ha scatenato sugli Stati Uniti: un atto di terrorismo interno senza precedenti”, accusa David Corn su Mother Jones. “Trump ha la paternità di questo terrorismo, ha montato con bugie e complottismo un culto di seguaci. Sostenendo che la sua sconfitta è stata un furto e un tradimento profondo della nazione, ha indicato ai suoi sostenitori, soprattutto i più estremisti, che il momento era disperato e richiedeva misure disperate. E così è diventato l’istigatore di una delle più significative azioni di terrorismo della storia dell’America moderna”.

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Nel giro di 24 ore si sono condensati così drammaticamente 4 anni di fomentazione della violenza, dell’odio e della sostanziale certezza di impunità di fronte alla legge, nella convinzione che il presidente gode di una legge tutta sua, la legge del più forte. È quel che si è visto il 6 gennaio.

La seduta congiunta di Camera e Senato per la certificazione del voto dei Grandi Elettori era da poco cominciata (intorno alle 13 del 6 gennaio, le 19 in Italia) quando la manifestazione dei sostenitori di Trump, convocata (e autorizzata) sul prato antistante Capitol Hill, ha cominciato a cambiare tono. Drappelli di manifestanti armati di bastoni e armi automatiche, avvolti da bandiere americane e dai drappi rossi con il nome di Trump, berretti “Trump” in testa, molti con divise paramilitari e caschi, tute nere e scudi di plexiglass, sono riusciti ad arrivare fino agli ingressi del palazzo del Congresso e li hanno forzati fino a irrompere all’interno. Finestre sono state sfondate, alcuni si sono arrampicati lungo i muri esterni fino agli ultimi piani, fino a penetrare negli uffici dei membri del Congresso. Le telecamere interne hanno ripreso le centinaia di individui che si sparpagliavano nelle stanze del “people power”, tra stucchi e quadri dei padri fondatori, qualcuno col naso all’insù, a farsi selfie e girare video come improbabili turisti dell’insurrezione.

Un personaggio bardato di insegne di Trump si è immortalato con i piedi sulla scrivania della presidente democratica della Camera Nancy Pelosi, nel suo blindatissimo ufficio. 

Altri si sono piazzati trionfanti sul podio della presidenza di Pelosi, dove fino a pochi minuti prima il vicepresidente Mike Pence stava dirigendo i lavori, già rassegnato alla ratifica di Biden e Harris - un esito di cui poche ore prima aveva informato Trump negandogli l’ultimo atto di obbedienza quando il presidente gli aveva intimato di opporsi alla nomina finale. Alla fine il podio se lo sono portato direttamente a casa.

E mentre l’invasione aumentava, le urla “stop the steal”, fermiamo il furto (delle elezioni) risuonavano sempre più alte e minacciose, la seduta del Congresso è stata interrotta. Pence è stato trasportato in una località sicura. Ai parlamentari spaventati sono state distribuite maschere antigas e sacchetti protettivi, li abbiamo visti sdraiati tra i banchi, abbracciati, in lacrime, uniti a spingere tavoli per creare barricate contro le porte: scene di un attacco terroristico, perché di questo si trattava.

Nei corridoi sono risuonati spari, una donna è stata colpita al petto (secondo il Washington Post dalle forze di sicurezza interne di Capitol Hill) ed è morta quasi sul colpo: Ashley Babbitt, californiana di 35 anni, veterana di guerra dispiegata con l'aeronautica in Afghanistan e Iraq, sta già diventando sui social la martire in nome della quale “la guerra ai traditori” deve continuare.

Altre tre persone sono morte durante la manifestazione per cause mediche non specificate. Numerosi i membri delle forze dell’ordine feriti. 

Tra gli obiettivi degli assalitori ci sono stati naturalmente anche i giornalisti: quando il tuo presidente indica nei media i “nemici del popolo”, nel momento della resa dei conti è naturale che siano tra i primi a rischiare anche fisicamente. Una troupe della CNN è stata aggredita e costretta ad allontanarsi dopo che il giornalista li aveva chiamati “rivoltosi” in diretta.

L’equipaggiamento di AP è finito abbandonato a terra e devastato all’urlo: “Adesso facciamo noi le notizie”.

E su una porta del Congresso è comparsa la scritta “Murder the media”, ammazza i media.

Per qualcuno è stato un doloroso richiamo a una memoria fresca di lutto e terrore: solo due anni fa qualcuno ha davvero “ammazzato i giornalisti”, facendo irruzione in una redazione di Annapolis, in Maryland, e uccidendo cinque persone. La campagna di delegittimazione e diffamazione della stampa da parte del presidente era allora in pieno dispiegamento.

L’assalto è durato quasi cinque ore, finché alle 18 ora americana la sindaca di Washington non ha dichiarato il coprifuoco e la folla è stata lentamente dispersa mentre il palazzo del Congresso veniva evacuato. Ci sono volute 12 ore in totale per allontanare tutti. Ma per ore l’intervento delle forze dell’ordine è stato quasi impercettibile e non si sono viste immagini di arresti o persone trascinate via da Capitol Hill, né tantomeno di confronti violenti.

Sono circolati video in cui si vedono i pochi agenti schierati addirittura aprire i varchi sulla strada per Capitol Hill e far passare la folla. Stridente il contrasto con le scene cui in questi anni abbiamo assistito, fino all’estate scorsa, quando in piazza scendevano gli afroamericani e gli attivisti di Black Lives Matter: lo spiegamento della Guardia Nazionale in tenuta antisommossa a protezione di Capitol Hill non si è vista quando la minaccia proveniva dal suprematismo bianco dei Proud Boys che ieri hanno guidato l’assalto.

Difficile immaginare che l’intelligence non sapesse cosa si stava preparando a Washington: per settimane i gruppi degli attivisti pro Trump hanno disseminato i social, compresi quelli più oscuri e recenti come Parler e le chat riservate di Reddit e 4Chan, di indicazioni criptate associate a minacce neanche tanto velate di una sommossa violenta. Compreso l’avvertimento che sarebbero scesi in piazza “vestiti di nero” per poter addossare agli “antifa” - i gruppi anarchici e radicali - possibili azioni di violenza. Un piano che trova risonanza autorevole nel primo canale di diffusione del trumpismo, Fox News.

E che ancora dopo il golpe qualche repubblicano ha il coraggio di riproporre come vero.

“Alcuni di quelli che hanno fatto irruzione non erano sostenitori di Trump, erano mascherati come tali ma in realtà erano membri del gruppo terrorista violento Antifa”, ha detto il deputato Matt Gaetz. E molti lo hanno applaudito: segno che la strategia della manipolazione va ben oltre Trump e i suoi esiti avveleneranno il partito repubblicano ben oltre la sorte del presidente. 

La spaccatura è risultata già evidente in queste ore: già in apertura dei lavori del Congresso il capo della maggioranza repubblicana in Senato, Mitch McConnell, ha avuto parole nette di dissenso dai reclami di Trump sul “furto” delle elezioni. E lo stesso Pence, il mattino dopo, ha ufficializzato la nomina di Biden e Harris con quello che molti commentatori hanno definito un tono di “sollievo”. Se questo barlume di decenza dopo quattro anni di cieca obbedienza ai capricci del capo li aiuterà a rifarsi una verginità politica in extremis è difficile dirlo.

Certo c’è chi continua a giocare spregiudicatamente con l’eredità di Trump. Tra i senatori che hanno guidato la rivolta delle mozioni contro la certificazione della vittoria di Biden, ci sono almeno due possibili candidati alla corsa presidenziale del 2024: Ted Cruz e Josh Hawley. Fino a che punto questa frangia radicale del partito sia pronta a continuare a spingere sulla faglia della sovversione bianca, nutrita di vittimismo e isolazionismo - una realtà che fa parte della storia degli Stati Uniti che certo precede Trump e gli sopravviverà - dipende molto da come le istituzioni decideranno di gestire la mina vagante del presidente di qui al 20 gennaio, giorno dell’inaugurazione della presidenza Biden-Harris. 

Un indizio del fatto che il presidente sia più isolato che mai è nel modo in cui è stato affrontato l’assalto a Capitol Hill. Per ore ci si è chiesti perché la Guardia Nazionale non stesse intervenendo, ed è emerso che il presidente si rifiutava di dispiegarla. Alla fine l’intervento, tardivo, c’è stato ma l’ordine ha scavalcato il presidente. Gli stessi vertici del Pentagono raccontano di come il tutto sia stato concordato con il vicepresidente Pence e i leader del Congresso.

Di fatto, è l’esito del 25esimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che prevede l’esautorazione del presidente per incapacità ad agire e la presa in carico dei suoi poteri da parte del vicepresidente. Ora un gruppo di parlamentari democratici della Commissione giustizia della Camera ha avanzato la richiesta ufficiale di applicazione di questa misura estrema a Donald Trump. Nemmeno nel momento della crisi estrema il presidente ha mostrato alcun segno di ravvedimento, di razionalità, e ha di fatto rivendicato l’atto di terrore che si stava dispiegando.

Poche ore prima dell’assalto dei suoi miliziani al Congresso, era comparso in un comizio incendiario lanciando il grido di battaglia che di lì a poco avrebbe innescato la miccia definitiva: “Non ci riprenderemo il Paese con la debolezza”. Pressato da più parti - in primo luogo dal nuovo presidente Biden - a intervenire per fermare il tentato colpo di Stato contro il suo Paese, alla fine Trump è comparso in video per chiedere con tono compiaciuto e paterno ai suoi sostenitori di “andare a casa” e “darsi pace”, anche se avevano ragione a essere arrabbiati perché - insiste - l’elezione gli è stata strappata. “Conosco il vostro dolore, so che siete feriti. Abbiamo vinto un’elezione che ci è stata rubata. Un trionfo, e tutti lo sanno, specialmente l’altra parte. Ma ora andate a casa”. E conclude con un inquietante “Vi amo”. Sua figlia Ivanka aveva pochi minuti prima twittato appellandosi ai “patrioti”, un tweet poi cancellato. 

Troppo persino per le piattaforme social, che si sono decise a eliminare il tweet e il post Facebook (Twitter ha sospeso il suo account per 12 mentre Facebook ha deciso di bloccare il profilo di Trump a tempo indeterminato) che conteneva il videoappello: un gesto senza precedenti, per quanto probabilmente tardivo. Il video circola negli account più o meno ufficiali del movimento pro Trump, a partire dal suo consigliere ombra Sean Hannity, star di Fox, che l’ha diffuso sui social.

Ora Trump concede che il 20 gennaio ci sarà una “transizione ordinata”. Nella notte deputati e senatori si sono tornati a riunire nel Congresso devastato e hanno portato a compimento l’atto formale della certificazione della presidenza Biden-Harris: prova concreta della resilienza delle istituzioni democratiche di fronte alla sedizione organizzata. Nel frattempo, oscurato dal caos, il popolo della Georgia ha assicurato con l’elezione di due senatori democratici (il reverendo Raphael Warnock e Jon Ossoff, il primo afroamericano e il primo ebreo senatori nella storia dello Stato del Sud) la maggioranza dem in tutti e due i rami del Congresso.

La cerimonia del 20 gennaio si svolgerà senza pubblico (più per la pandemia che per gli ora più evidenti problemi di ordine pubblico) e l’America comincerà il suo cammino di riabilitazione. Troppo presto per dire se e come Trump uscirà di scena, ma la sua eredità resta nelle ferite che ha aperto in un tessuto già pronto a lacerarsi: “Il problema non sono quelli che hanno preso Trump in parola fin dall’inizio - scrive Ezra Klein sul New York Times - Sono i tanti, tantissimi eletti repubblicani che non l’hanno preso né alla lettera, né sul serio, ma con cinismo. Sono loro ad aver scatenato tutto questo su di sé. E su di noi”.

Immagine in anteprima: frame video via abc7news.com

 

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