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Trump, continuando a ripetere falsità sulle elezioni, incita all’odio, alla violenza e al terrorismo interno

3 Gennaio 2021 8 min lettura

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Trump, continuando a ripetere falsità sulle elezioni, incita all’odio, alla violenza e al terrorismo interno

8 min lettura

di Raffaella Menichini

I sostenitori di Trump fanno irruzione al Congresso, sospesa la proclamazione di Biden

Aggiornamento del 06 gennaio 2021: Camera e Senato hanno interrotto a Washington il processo di certificazione della vittoria di Joe Biden in seguito alla proteste dei sostenitori di Trump, mentre il vicepresidente repubblicano Mike Pence, che ha respinto la richiesta di Trump di bloccare la certificazione del collegio elettorale, è stato scortato fuori dall’aula del Senato. La protesta era stata incoraggiata dallo stesso presidente uscente durante il suo comizio all’Ellipse, il parco a sud della Casa Bianca. ««non riconosco la vittoria, Biden è un presidente illegittimo». Subito dopo i supporter, accorsi a migliaia ad ascoltare Trump, si sono scontrati con la polizia che ha anche sparato gas lacrimogeni e hanno prima occupato la scalinata del Parlamenti e subito dopo sono riusciti a penetrare all’interno dell’edificio. Capito Hill è stata messa in lockdown dagli agenti di sicurezza e alcune parti del congresso sono state evacuate. La polizia ha rinvenuto anche alcuni pacchi sospetti. (Fonte: Corriere della Sera)

“Non credo che il paese che Joe Biden si appresta a governare sia lo stesso in cui credevamo di vivere quattro anni fa, o prima di questo tentato colpo di Stato dei repubblicani”. Un’America trasfigurata, come la descrive una ex senatrice repubblicana del Missouri, Claire McCaskill, sta per passare nelle mani del nuovo presidente, il 20 gennaio prossimo.

Il vuoto istituzionale. Il rifiuto di Donald Trump di riconoscere la vittoria dell’avversario non è solo uno sgarbo istituzionale: è un pericolo per la sicurezza del paese. Intanto perché sta impedendo una transizione ordinata, lasciando un vuoto di potere in molti settori strategici e delicati dell’amministrazione: cento ex funzionari governativi hanno pubblicato una lettera in cui denunciano “un rischio significativo per la nostra sicurezza nazionale, nel momento in cui gli USA fanno fronte a una pandemia globale e a minacce serie da parte di avversari globali, gruppi terroristi e altre forze”. La storia, del resto, insegna che bastano anche poche settimane di ritardo nel passaggio delle consegne perché si creino falle pericolose: la vacatio dei servizi segreti durante il contenzioso sul voto della Florida che oppose Al Gore a George Bush a cavallo tra il 2000 e il 2001 è oggi annoverata tra i motivi della debole prevenzione degli attentati dell’11 settembre.

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Violenza nelle strade. Ma l’impuntatura meschina di Trump è pericolosa anche perché sta liberando nelle strade d’America la sovversione violenta che con questo presidente è cresciuta e che del suo linguaggio si è nutrita in questi quattro anni. Nelle settimane successive alle elezioni, da Washington a Portland si sono moltiplicate dimostrazioni di forza da parte dei gruppi di “suprematisti bianchi” più o meno organizzati nelle formazioni che abbiamo imparato a conoscere: dai Proud Boys che Trump stesso durante la campagna elettorale ha evocato come “roba propria”, ai “Boogaloo” che preparano nei gruppi privati su Facebook, Reddit e 4Chan la “nuova guerra civile americana”. Accoltellamenti e arresti nella capitale federale, notti di terrore durante cui i “Proud Boys” hanno compiuto scorribande nelle chiese dei neri, strappando i manifesti e gli striscioni del movimento Black Lives Matter e attaccando passanti inermi nelle strade. La violenza è nei piccoli atti quotidiani, nel tizio che in bici si affianca allo scrittore Stephen King e gli urla: “Trump, Trump! Trump! Preparatevi alla guerra civile. Tornatene nel Maine, pezzo di merda!”.

Già nell'ottobre scorso il dipartimento dell’Homeland Security (sorta di ministero dell’Interno) aveva citato il suprematismo bianco come “la minaccia più persistente e letale per il paese” avvertendo che la sua ideologia è “spesso rafforzata da una gran varietà di contenuti online, tra cui teorie del complotto”. Tra i loro obiettivi, diceva l’agenzia governativa, c’era non solo il periodo elettorale, ma anche quello successivo al voto. Cioè adesso.

Grandi Elettori col giubbotto antiproiettile. Infatti la catena di violenza non è finita con la sanzione ufficiale della vittoria di Joe Biden, il 14 dicembre scorso, con il voto dei Grandi Elettori che rappresentano i risultati dei singoli Stati. Questo atto dovuto, sanzione della volontà popolare, si è trasformato in una rischiosa attività clandestina per alcuni dei funzionari pubblici investiti del compito. Soprattutto negli Stati - come Michigan, Arizona, Georgia - dove per Trump la sconfitta è stata più cocente e più ciecamente negata, l’intimidazione fisica contro di loro e le loro famiglie li ha portati a votare di nascosto: la segretaria di Stato dell’Arizona Katie Hobbs ha mostrato il voto dei suoi 11 Grandi Elettori alla CNN da una “località segreta”. Sulla sede del Partito democratico a Jacksonville, in Florida, è comparsa la stampata del sito del partito con i volti e i nomi dei dirigenti e la scritta: “Vogliamo il sangue. Avete perso le elezioni. Sovvertite il risultato o torneremo”. Firmato con quel “We the people” che è quanto di più sacro ci sia per la democrazia americana: le prime tre parole della Costituzione. In Michigan sono stati chiusi “per credibili minacce di violenza” gli uffici del Parlamento mentre i 16 Grandi Elettori votavano, protetti da giubbotti antiproiettile. È lo stesso Stato in cui quest’estate una milizia auto-organizzata aveva organizzato il sequestro della governatrice democratica Gretchen Whitmer, rea di aver imposto il lockdown contro la diffusione della COVID-19. I sei uomini sono finiti davanti a una corte federale e i loro avvocati sminuiscono il piano dicendo che sono solo dei “gran chiacchieroni” e che non sarebbero mai andati fino in fondo. Ma le chiacchiere stanno già facendo vittime, con sindaci e semplici funzionari ormai stremati dallo stress delle minacce sempre più pesanti e mirate contro se stessi e le proprie famiglie. È quel che sta accadendo in Georgia.

Il coraggio di Gabe. Il 5 gennaio si vota per due seggi senatoriali in Georgia, decisivi per stabilire la maggioranza in Senato e dunque garantire i margini di governabilità all’amministrazione Biden (i democratici devono aggiudicarseli entrambi per strappare la Camera alta ai repubblicani). In Georgia da giorni i pubblici ufficiali, compresi alti rappresentanti repubblicani, sono oggetto di minacce personali e alle loro famiglie, per non aver appoggiato le rivendicazioni insensate di Trump dell'illegittimità del voto nello Stato del Sud, vera vittoria a sorpresa per i democratici il 3 novembre.

Non passa giorno senza che Trump o qualcuno del suo entourage non attacchi pubblicamente il governatore repubblicano Brian Kemp, che non si è piegato al diktat del presidente che voleva convocare una sessione speciale del Congresso statale per rovesciare il risultato delle elezioni, e ha così sancito la vittoria di Biden. Kemp ha rivelato di essere ora oggetto di minacce di morte, lui, sua moglie e le sue tre figlie. Un gruppo di miliziani denominato Georgia Security Force III% ha organizzato in queste settimane dei convogli per scovare e intimidire i funzionari impegnati nel riconteggio delle schede. Ma messaggi di morte, descrizioni di stupro, meme con i volti deformati, maledizioni divine, pubblicazione sui social delle foto delle porte di casa cerchiate con un bersaglio, e ancora giardini invasi e deturpati: la campagna d’odio online e sempre più spesso offline ha preso di mira anche funzionari minori, gente che magari ha solo avuto il torto di maneggiare le macchine elettorali. O di sbottare nella notte delle elezioni, come ha fatto il di solito poco carismatico “manager incaricato di applicare i sistemi di voto” della Georgia Gabe Sterling: è diventata virale la conferenza stampa in cui l’uomo finora sconosciuto ai più ha denunciato il complottismo generato da Trump e il clima di intimidazione e aggressione che ne era nato. “Qualcuno finirà sparato, qualcuno morirà. Adesso basta, deve fermarsi!”, ha urlato il mite Gabe. Ora una scorta armata presidia il giardino di casa sua, dove spicca ancora un cartello di sostegno a uno dei candidati repubblicani per il voto del 5 gennaio. Sì perché Gabe Sterling è repubblicano, ha votato per Trump, ma fa parte di quel 20% di elettori del presidente che accettano Joe Biden come presidente. Il problema è che l’80% di quei 74 milioni di elettori di Trump crede ancora alla teoria del complotto e delle “elezioni rubate”, e alcune migliaia di loro sono disposti a mettere in pratica questa dichiarazione di fede.

È di ieri la rivelazione del Washington Post, che ha pubblicato la registrazione di una telefonata avvenuta sabato scorso, in cui Trump cerca di convincere un alto funzionario del partito Repubblicano della Georgia di trovargli i voti per ribaltare la vittoria di Biden. Una telefonata sconcertante, definita dalla CNN la minaccia più grave mai posta dagli istinti autoritari di Trump alla democrazia americana, che si va ad aggiungere al tentativo del partito Repubblicano di bloccare, mercoledì prossimo, la certificazione da parte del Congresso della vittoria di Biden. Tentativo basato su bugie e false teorie del complotto sulla frode e che non ha alcuna possibilità di successo, ma che convincerà ulteriormente milioni di elettori di Trump che le elezioni sono state truccate.

“Tutti in piazza, scatenati”. L’ultima data da segnare è il 6 gennaio, giorno in cui il nuovo Congresso ratifica il risultato delle elezioni: normalmente è un atto formale ma il presidente uscente ha già chiesto ai repubblicani di Camera e Senato di opporsi alla ratifica. Contemporaneamente, nelle strade, si sta preparando un’altra giornata di caos. Un gruppo pro-Trump - “Women for America First” - ha chiesto l’autorizzazione per una manifestazione a Washington, che rischia di diventare l’ennesima dimostrazione di forza.
Alcuni leader Proud Boys starebbero pianificando di infiltrarsi nelle manifestazioni vestiti tutti di nero, imitando l'abbigliamento antifa.

Trump ha cominciato a rullare i tamburi di guerra: “Grande protesta in D.C. il 6 gennaio! Andateci, sarà wild!”. E se il capo promette un party “selvaggio” ci sarà sempre qualcuno pronto ad apparecchiarlo per lui.

È il classico esempio di quello che gli esperti hanno definito, nel caso di Trump ma non solo, “terrorismo stocastico”: l’uso spregiudicato del linguaggio da parte di un potente tale da instillare nelle menti di chi è già pronto a compiere atti violenti la convinzione che le sue azioni siano giustificate, accettabili e alla fine non punibili. Il potente di turno non si prende la responsabilità diretta delle violenze, ma esse non esisterebbero senza le sue parole. Braccia armate e menti incendiate nelle strade per giustificare alla fine anche qualcosa che si può ormai definire un colpo di Stato, come lo descrive sul Washington Post David Ignatius: “I funzionari del governo temono che se la violenza dovesse diffondersi Trump potrebbe invocare l’Insurrection Act e mobilitare l’esercito. A quel punto potrebbe usare i suoi “poteri militari” per far ripetere il voto del 3 novembre negli Stati più in bilico”, come ha suggerito il suo ex Consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn in un’intervista a Newsmax il 17 dicembre scorso. Lo stesso Flynn che ai Proud Boys in piazza ha urlato: “Noi decidiamo le elezioni. Stiamo scatenando la battaglia in tutta l’America”. Sembra fantapolitica, ma la lezione è davanti agli occhi di tutti: abituare a pensare possibile l’impensabile è il primo passo per renderlo reale.

 Foto anteprima Becker1999 Grove City, OH - 01IMG_9466 sotto licenza CC BY 2.0

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