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Dagli Stati Uniti all’Italia, il nuovo demone popolare: l’infanzia ‘gender creative’

14 Gennaio 2022 9 min lettura

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Dagli Stati Uniti all’Italia, il nuovo demone popolare: l’infanzia ‘gender creative’

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di Ethan Bonali

Cosa sono e a cosa servono i demoni popolari? Una società con regole di convivenza strutturate attraverso leggi scritte e regole non dette tenderà a conservare tale struttura arrivando a definirla “naturale”.

L’esclusiva difesa della riproducibilità del nucleo base – famiglia con prole – è da questo punto di vista strategica. Secondo il sociologo Stan Cohen, i demoni popolari hanno la funzione di conservare lo status quo attraverso l’individuazione di una categoria o un comportamento devianti che costituiscono un pericolo per la società, la costruzione di una narrazione semplicistica e simbolica che sfocia nel presentare la devianza come minaccia, e la movimentazione di gruppi dal basso e di attori sociali.

Il caso Churchill: quando il genitore supportivo diventa il “demone” di turno

Gli ultimi anni hanno visto il proliferare, in tutto il mondo, di coperture allarmanti riguardanti l’identità di genere, con particolare focus nell’infanzia transgender e gender creative, e una quantità di leggi e proposte di legge per normare, contenere e punire chi ha una identità di genere non conforme e coloro che ne appoggino le scelte, come professionisti e genitori. Andando di poco indietro con gli anni, possiamo vedere in un caso come quello di Katee Churchill, segnalata anonimamente nel 2014 per abuso su minore ai servizi sociali del Michigan, l’inizio di una politica di demonizzazione dell’infanzia e adolescenza gender creative che diventerà negli anni sistemica.

In quel periodo, a seguito della richiesta da parte di uno dei figli di esplorare la propria identità di genere e, dopo aver consultato un professionista esperto nel settore, che l’informa dei rischi cui può andare incontro un minore gender variant in una famiglia non supportiva, Katee Churchill decide di accompagnare Lisa (questo il nome scelto dalla persona minorenne gender fluid) nel percorso di scoperta di sé, permettendolǝ di indossare in pubblico sia abiti femminili che maschili.

La donna scrive anche alla scuola materna frequentata da Lisa per richiedere di utilizzare nome e pronomi appropriati al genere scelto. La scuola testimonierà contro di lei in tribunale. La vicenda legale si protrae, attraverso i vari gradi di giudizio, per quasi 5 anni - dal 2014 al 2019 - e sarà influenzata dal clima di odio verso le persone transgender, specialmente dopo la vittoria di Trump alle presidenziali del 2016.

Durante il primo appello, per aver affermato che uno dei suoi figli era transgender e uno autistico (diagnosticato), Churchill vede l'accusa insinuare che soffra della Sindrome di Münchhausen per procura, un disturbo per il quale un genitore o un tutore inventa o provoca una malattia o un danno a una persona sotto la propria responsabilità. I servizi sociali accusano la donna di aver fatto il lavaggio del cervello a Lisa. Churchill vince il primo grado di giudizio, ma perde in appello nel 2016, davanti a una giuria popolare. Le viene così tolta la custodia dei tre figli in favore del padre, un uomo con trascorsi di violenza domestica e alcolismo, contrario ad appoggiare Lisa nella sua esplorazione del genere.

Il crescente clima di panico morale e odio verso le persone transgender ha giocato un ruolo molto pesante durante l’appello. Katee Churchill è infatti stata accusata di fare la parte della vittima per aver riportato gli episodi di violenza domestica subiti, e di aver strumentalizzato i propri figli per ottenere visibilità in quanto attivista LGBT+. La donna vede cadere ogni accusa soltanto nel 2019, ma il prezzo pagato nel frattempo è altissimo. Oltre a perdere la custodia dei figli, non è stata in grado di lavorare nel settore dell’educazione e cura dei minori, sua principale fonte di sostegno, perché iscritta nel registro delle persone che hanno compiuto abusi su minore.

Lisa, tornatǝ al suo nome anagrafico, ha rilasciato la seguente dichiarazione al giornalista del New York Magazine che si è occupato della storia: «Ho scelto io di essere transgender. Mia madre non mi ha detto né che non potevo esserlo né che dovevo esserlo. Mi ha incoraggiato, questo sì, dicendomi che le andava bene sia che fossi trans, sia che non lo fossi. Ma sono io che ho scelto. Nessun altro. Nessuno mi ha convinto o forzato».

Lisa dovrà aspettare la maggiore età per poter accedere ai percorsi di affermazione di genere, e dovrà affrontare – nel caso lo desiderasse – molte più operazioni rispetto a quelle necessarie in un percorso intrapreso con tempistiche più tempestive. Inoltre dovrà convivere con un padre non supportivo e violento. Nel 2012 la madre aveva ottenuto un ordine restrittivo verso di lui, dopo essere stata scaraventata per terra durante una lite, ed era fuggita con i figli in un rifugio per donne vittime di violenza. Tutto questo ha naturalmente ripercussioni pesantissime sulla salute di una persona minorenne.

La storia di Katee Churchill non è unica. Uno studio del 2019 della rivista Family Court Review che ha analizzato 10 casi di processi per l’affidamento in cui la madre del minore è supportiva verso l’identità di genere della persone minorenne, ha evidenziato che in 4 casi la madre ha perso la custodia, in 4 è stata costretta a condividere la custodia con il genitore non supportivo.

In Stati come il Texas si discutono leggi che prevedono il reato di abuso su minore nel caso i genitori di una persona transgender ne appoggino il percorso di affermazione di genere. La famiglia, la genitorialità e l’infanzia sono così un nuovo asse per colpire le persone transgender attraverso un codice che non ne contempla l’esistenza e leggi che possono cambiare i confini di ciò che è lecito o no nell’esercizio della genitorialità, anche senza alcuna logica o apporto di studi scientifici. Queste leggi non provengono dal nulla, ma da una escalation di narrazione e azioni ben individuata da Stan Cohen nel già citato Demoni popolari e panico morale.

Vecchie e nuove cacce alle streghe

Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Italia hanno visto il proliferare di gruppi di odio e delle loro narrazioni in maniera decisa in particolare dopo il 2014, anno definito dal Times Transgender tipping point”, per arrivare alla massima potenza di fuoco tra il 2018 e il 2021. Sono anni, questi ultimi, in cui si sono discusse importanti riforme, su temi come la discriminazione basata sull’identità di genere, il diritto all’autodeterminazione di genere, e in cui i protocolli di affermazione di genere sono diventati sempre più accoglienti e depatologizzanti.

Nel corso degli anni sono emersi movimenti sociali di protesta più o meno strutturati – CitizenGo, World Congress of Families, Alliance Defending Freedom, Manif Pour Tous, Pro Vita, Transtrender, MumsNet – in molti casi finanziati da realtà conservatrici. Queste realtà nella sola Europa hanno investito, secondo il report The Tip of the Iceberg, 707 milioni di dollari dal 2009 al 2018 in propaganda anti-gender.

Alla retorica della difesa della famiglia “naturale”, si è aggiunto inoltre il cosiddetto femminismo gender critical, il cui pensiero, ripreso e collegato ai movimenti anti-gender nel report Combating rising hate against LGBTI people in Europe, è basato sulla convinzione dell’immutabilità del sesso e sulla non validità del concetto di identità di genere, presentando le persone transgender come un pericolo per la società.

Una delle più grandi realtà gender critical, presente anche in Italia, è la Women’s Human Rights Campaigns, fondata da Sheila Jeffrys (insieme a Heather Brunskell-Evans), storica femminista lesbica che considera le persone transgender una minaccia per i diritti delle donne che, a suo parere, devono essere basati sul sesso. L’azione di questi movimenti è complessa e non sempre rintracciabile. Comprende, tra le varie strategie, l’esercizio di una pressione mediatica, ricorrendo anche a disinformazione, spesso ripresa da testate mainstream,  il ricorso a teorie pseudoscientifiche, azioni legali volte a limitare i diritti delle persone transgender per ottenere restrizioni e controllo sul gruppo ritenuto deviante e pericoloso per la società.

Due sono i casi legali più importanti dell’ultimo anno, entrambi cavalcati nel mondo dai movimenti anti-gender e gender critical, Italia compresa. Il primo è il caso di Keira Bells – assistita da un legale con stretti rapporti con Alliance Defending Freedom - contro la clinica Tavistock. Il secondo è la causa che vede l’American College of Pediatrician, un gruppo di odio verso le persone LGBT che si spaccia come la maggior associazione di pediatri americana, contro Xavier Becerra, segretario alla salute degli Stati Uniti, in risposta all’apertura della presidenza Biden verso i diritti delle persone transgender.

Il nostro paese, fino a questo momento, in particolare nell'informazione mainstream, si è appiattito su voci o fonti gender critical, impedendo la formazione di un pubblico critico. È risultato chiaro che la presenza di questi movimenti in Italia, e dell'allarmismo da loro diffuso, ha influito nell’affossamento del DDL Zan, e che è in corso una campagna di panico morale verso l’identità di genere e l’infanzia gender creative.

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Nelle audizioni alla Commissione per l’infanzia e l’adolescenza, infatti, il 7 luglio 2021 il professor Filippo Boscia – ginecologo e Presidente dell’Ordine dei Medici Cattolici, noto alle cronache per le sue esternazioni su DDL Zan, su genitorialità , e sull’interruzione volontaria di gravidanza - ha posto il problema della capacità di una persona minorenne alla prestazione del proprio consenso ai trattamenti, consenso che non può essere presunto. In ciò riecheggia proprio il caso di Keira Bells, il cui nodo principale è stato la capacità dei minori di prendere decisioni sulla propria salute, ed in particolare sull’assunzione di bloccanti della pubertà. Capacità che però in Gran Bretagna (paese d’origine di Bells)  per i minori di 16 anni coinvolge importanti ambiti medici (come contraccezione, interruzione volontaria di gravidanza o vaccinazione).

Durante l’audizione, il medico ha inoltre menzionato il movimento delle “Detransitioners - (termine non scientifico), dicendo che la capacità di dare consenso da parte di un minore «in una condizione esistenziale ed evolutiva di per sé incerta, provvisoria e travagliata, potrebbe non essere considerata libera e piena, ed è noto il fenomeno di coloro che, dopo un percorso di cambiamento di genere, chirurgico e/o ormonale, ritengono opportuno tornare al genere di partenza: sono i cosiddetti “detransitioners”».

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Il professore non menziona alcuno studio sulle detransizioni, né reali percentuali (tra lo 0.9% e il 3% negli uomini trans), né, soprattutto, i principali motivi di chi detransiziona, che sono riconducibili in maggior parte all’ostilità della società, alla difficoltà di trovare lavoro, alla perdita di famiglia, amici e partner. Questi fattori fanno sì che la persona transgender preferisca rinunciare, ritornando a comportamenti e aspetti socialmente accettati.

Boscia poi continua accennando agli studi sconfessati di Lisa Littman sulla crescita di popolazione transgender dovuta al cosiddetto “contagio sociale”:

Non si può tacere che all’indifferentismo morale caratteristico di una società liquida, i cui confini concettuali ed ermeneutici tendono a sfumare di fronte ad una spinta narcisistica è corrisposta una sorta di indifferentismo identitario e sessuale. L’identità sessuale da essere un fatto biologico, e poi psicologico, oggi è diventata un fatto culturale, un’opzione spesso rivedibile più volte nell’arco della propria vita. I modelli culturali dominanti, trasmessi subdolamente dai social networks, hanno superato il tema dell’identità di genere, per ridurre la ricerca complessa e travagliata dell’identità alla pratica sessuale senza genere. […] Incidentalmente si vuole porre con urgenza all’attenzione di codesta illustre Commissione il mutamento sociale e culturale generato in modo costante e strisciante dalle informazioni, dalle rappresentazioni della realtà, dalle immagini veicolate attraverso i social e dal web che hanno come destinatari i giovanissimi. Si attua e si sta attuando un processo di assimilazione acritica di comportamenti, abitudini, concezioni, in assenza di mediatori (genitori, insegnati e educatori), vedasi l’agile serpeggiare di tik-tok. L’imposizione subdola di modelli sessuali “popolari” - che sono popolari e ci rendono popolari se assunti sul web - determina evidentemente quel disagio psichico e sociale che sta facendo aumentare i casi percepiti presso gli istituti cosiddetti selezionati, ovviamente questo dovuto all’accettazione spesso inconsapevole di un’identità sessuale percepita, potremmo dire un’identità “social”, che soppianta l’identità sessuale individuale. Noi non siamo neutri.

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L’associazione GenderLens ha denunciato in una lettera pubblica, alcune delle affermazioni fatte, citando tra le varie falsità che “l’approccio affermativo deve essere l’ultima spiaggia dopo aver tentato di riportare bambinə e adolescenti “sulla retta via” e “l’approccio affermativo lede il diritto deə bambinə a uno sviluppo normale”. Tutte queste argomentazioni vanno ad alimentare quelli che sono i demoni popolari, che possono portare a quella spirale vista in azione nel caso di Katee Churchill e della sua famiglia.

Nel report voluto dall’INGE, uno speciale comitato del Parlamento europeo, intitolato Disinformation campaigns about LGBTI+ people in the EU and foreign influence si invita alla formazione di figure professionali in grado di individuare e decostruire i discorsi che alimentano vere e proprie campagne di caccia alle streghe, come quella nei confronti delle persone transgender, e a individuare i flussi di denaro sotterranei che foraggiano la disinformazione. Senza queste figure e senza uno sforzo costante nel contrastare la disinformazione dolosa, la famiglia rischia di diventare luogo di controllo che viene punito quando non si mostra conforme.

Immagine anteprima via The Post Millennial

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