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Comunicare la scienza: i social media come grande occasione democratica

16 Settembre 2019 15 min lettura

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Comunicare la scienza: i social media come grande occasione democratica

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*Pubblichiamo il nostro intervento in occasione del premio "In difesa della Ragione" che il Cicap ha consegnato a Valigia Blu durante il Cicap Fest 2019 presso la Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, a Padova.

La scienza non si comunica a suon di schiaffi. Con questo titolo Valigia Blu decise di intervenire nel dibattito avviato da una frase a nostro avviso infelice durante una discussione sui social: "La scienza non è democratica".

Ma, come ha scritto Antonio Scalari in una splendida riflessione su Valigia Blula scienza è una grande, fondamentale, questione democratica. Se è vero che la validità di ipotesi e teorie scientifiche non si decide con un voto, è vero però che la scienza ha molto a che vedere con la democrazia. Da un lato, infatti, scienza e democrazia condividono, almeno in linea di principio, alcune norme e metodi. La comunità scientifica è una comunità di uomini e donne che perseguono un bene comune, che è quello della conoscenza, e sottopongono le proprie ricerche e i propri studi alla discussione e al controllo reciproci, in un processo collaborativo e collettivo. Dall'altro lato, molte delle più importanti questioni scientifiche del nostro tempo sono anche questioni democratiche perché non riguardano solo gli scienziati, ma interrogano e coinvolgono l'intera collettività, chiamata a prendere decisioni.  Una collettività di cui gli stessi scienziati fanno parte. Questioni come la salute pubblica, la crisi climatica, le stesse politiche della ricerca, non sono solo scientifiche, ma anche politiche, sociali, economiche.

Proprio come la democrazia, anche la scienza può essere condizionata da episodi di corruzione, interessi economici, da limiti, distorsioni, inefficienze del sistema, delle sue regole, dei suoi meccanismi di controllo.

Alcuni si rivolgono ai cittadini non esperti dicendo loro che non hanno “diritto di parola” su temi tecnico-scientifici che li riguardano da vicino. Perché certo, non hanno sufficienti competenze per occuparsene. Ma sono gli stessi cittadini che poi si esprimono in referendum sull'energia nucleare, la fecondazione assistita o le trivellazioni in mare.

 

Infatti la scienza di cui si discute pubblicamente ha spesso a che vedere con particolari applicazioni: le biotecnologie, l'utilizzo dell'energia nucleare, appunto, o le energie alternative, l'uso di alcuni animali nella sperimentazione di laboratorio, l'impiego di fitofarmaci in agricoltura o gli stessi vaccini. Tutti questi ambiti sono scienza, ma nello stesso tempo sono anche questioni che si sovrappongono con l'economia, il diritto, l'etica, le politiche sull'ambiente. E che interessano tutti noi, non solo gli scienziati. Come si può chiedere ai cittadini di limitarsi a essere solo spettatori, invece che anche attori, di tutte queste discussioni?...

 

Certo abbiamo anche un enorme bisogno di un dibattito adeguato e informato. E in questo è fondamentale il compito che deve svolgere la comunicazione della scienza. Che tuttavia non può più essere solo quello di trasferire fatti e nozioni come accade nella divulgazione scientifica tradizionale, ancora comunque preziosa e necessaria. È vero, l'informazione che circola è spesso carente, poco chiara, disorientante. Ma l'informazione da sola, in molte circostanze, non è sufficiente a cambiare le opinioni e i comportamenti di chi per alcune motivazioni "rifiuta" una certa evidenza scientifica. La comunicazione della scienza quindi dovrebbe essere anche una “cerniera”, uno strumento di mediazione tra scienza, società e politica. Un mezzo per accorciare le distanze, promuovere il coinvolgimento del pubblico, trovare linguaggi comuni e affrontare le ragioni alla base di quelle contrapposizioni che determinano il formarsi di fronti "pro" e "contro".

Il discorso che portiamo avanti da allora è fondamentalmente lo stesso che ci porta a concepire e "vivere" il giornalismo non come una lezione calata dall'alto, ma, come ha più volte detto Jeff Jarvis, uno dei maggiori media critics al mondo e docente di giornalismo alla Craig Newmark Journalism School di New York, giornalismo come conversazione.

It is the sacred duty of journalists to listen to the public they serve. It is then their duty to bring journalistic value — reporting, facts, explanation, context, education, connections, understanding, empathy, action, options— to the public conversation. Journalism is that conversation. Democracy is that conversation.

 

È sacro dovere dei giornalisti ascoltare il pubblico che servono. È quindi loro dovere portare valore giornalistico - reporting, fatti, spiegazioni, contesto, educazione, connessioni, comprensione, empatia, azione, opzioni - alla conversazione pubblica. Il giornalismo è quella conversazione. La democrazia è quella conversazione.

I social sono una grande occasione democratica, una importante opportunità di incontro e conversazione. Un luogo di formazione dell'opinione pubblica, non intesa come un monolite, che ha chiaramente dinamiche ben diverse rispetto ai "media tradizionali", che sono sostanzialmente unidirezionali, dall'alto verso il basso, dove le logiche sono logiche broadcast.

Grazie ai social le persone, i cittadini, i lettori, troppo a lungo non ascoltati, ora hanno una voce. E noi abbiamo l'opportunità finalmente di metterci in ascolto. Certo, sono luoghi di rumore, aggressività, anche odio, e l'ecosistema informativo complessivamente non aiuta. Ma i social non sono solo questo, e questo aspetto tra l'altro è inevitabile. È la stessa società a essere così contraddittoria, generosa e spietata, fatta di ombre e luci, lo stesso essere umano è un insieme sconcertante di bene e male. I social sono uno specchio di quello che siamo e come individui e come società.

Immergersi in queste nuove piazze pubbliche digitali è un dovere da parte di chi fa giornalismo. Da parte di chi si occupa in generale di conoscenza, sapere e della sua divulgazione e condivisione. Citando ancora Jarvis:

The mission of journalism is: to convene communities into civil, informed, and productive conversation. This is why I argue for a post-content, relationship-based strategy for the future of journalism. It starts with listening.

Go to Twitter and Facebook and elsewhere and find new people you don’t know who experience things you don’t experience who have perspectives you don’t have and listen to them. That is journalism.

 

La missione del giornalismo è fondamentalmente coinvolgere le comunità in conversazioni civili, informate e produttive. Questo è il motivo per cui sostengo per il futuro del giornalismo una strategia "post-content" basata sulle relazioni. E comincia con l'ascolto. Andiamo su Twitter e Facebook e cerchiamo nuove persone che non conosciamo e che sperimentano cose che non conosciamo e che hanno prospettive che non abbiamo e ascoltiamole. Questo è giornalismo.

D'altra parte una delle questioni fondamentali e per il giornalismo e per la scienza è la fiducia. È una delle parole chiave insieme ad apertura: fiducia, apertura, trasparenza sono strettamente connesse fra di loro. I cittadini si allontanano o si avvicinano alle istituzioni, alla scienza, ai divulgatori, ai giornalisti, se sentono di essere presi o meno  in considerazione, se sentono di potersi fidare o meno. E solo nell'ascolto, nello scambio, nel coinvolgimento dei lettori (o meglio "The people formerly known as the audienced", le persone una volta note come audience, citando Dan Gillmor e Jay Rosen) e nella presa in carico dei loro dubbi, delle loro paure, delle loro reali esigenze, nella cura costante e autentica della relazione con loro che si possono costruire rapporti di fiducia, grazie ai quali comunicare la scienza, ma non solo la scienza, sarà molto più efficace, utile e significativo per tutti.

Se scegliamo di partecipare alle discussioni sui social, se decidiamo di essere sui social per contribuire con i nostri contenuti, dovremmo interrogarci come giornalisti, attivisti, comunicatori, divulgatori e anche come cittadini perché lo stiamo facendo. Qual è l'obiettivo del nostro "essere digitale"?

Valigia Blu è un blog collettivo, nato da una richiesta di rettifica al TG1 attraverso una mobilitazione sui social. Il blog nacque come forma di proseguimento ed evoluzione di quella esperienza. All'attivismo dentro e fuori la Rete, ben presto si affiancò una forma di attivismo del tutto singolare e forse unica: la produzione di contenuti di qualità, attorno a cui spontaneamente è nata ed è cresciuta una comunità di lettori e cittadini sempre più solida.

Proprio nel rispetto dello spirito a nostro avviso più avvincente dei social, l'identità di Valigia Blu si è sin da subito formata intorno all'idea del confronto a partire da un aspetto cruciale soprattutto per il giornalismo (e ahimè trascurato e sottostimato) che è la moderazione: la presenza dei giornalisti, degli autori nei commenti decide il destino del nostro stesso essere nel digitale, il destino dei contenuti che produciamo e il destino della community che si forma intorno a quei contenuti. Brutalmente le scelte possibili sono due: clickbait privo di scrupoli per generare traffico e presumibilmente soldi oppure offrire approfondimenti di qualità, affrontando temi complessi con la complessità che richiedono, mettersi in ascolto e costruire luoghi per il dibattito e il confronto pubblico in cui le persone che partecipano, magari anche solo leggendo e seguendo gli scambi, si sentono al sicuro.

Sin dall'inizio della nostra esperienza come Valigia Blu abbiamo impostato la nostra presenza sui social sulla moderazione dei commenti e una chiara policy per partecipare alle discussioni.

Valigia Blu, commenti, social, moderazione, policy

L'anno scorso abbiamo deciso di aggiungere un'ulteriore regola per una conversazione civile e costruttiva per tutti. Decisione presa dopo una intensa e faticosa discussione sui social: sulla nostra pagina Facebook non ospitiamo commenti che diffondono accuse o informazioni infondate (esempio le ONG fanno affari con i trafficanti di esseri umani). Come funziona: davanti ad accuse appunto come quella alle ONG di fare affari con i trafficanti, noi amministratori chiediamo di fornire fonti, link, evidenze di quello che si sostiene, se l'autore del commento non è capace di fornire queste evidenze o se quello che viene fornito come evidenza contraddice palesemente con le versioni ufficiali di più fonti, i commenti saranno oscurati e resi visibili solo all'autore e alla sua cerchia di amicizie (se poi saranno fornite fonti ed evidenze i commenti saranno resi nuovamente visibili a tutti). Per trasparenza su un post su Medium si possono trovare raccolti tutti i commenti che sono stati sottoposti a questa procedura, con la spiegazione dell'oscuramento.

Questo perché per noi è fondamentale non mettere la nostra "piattaforma di conversazione", i nostri "spazi social", a disposizione di malevola e pericolosa disinformazione. Perché oscurare e non rimuovere? Perché lasciamo alle persone la libertà di diffondere presso la loro rete di relazioni i loro contenuti, senza però sfruttare la nostra più ampia comunità di lettori, e per offrire sempre la possibilità di riattivare il commento in qualunque momento, se si presentano le giuste condizioni.

Il giornalismo non è cercare di far cambiare idea o convincere le persone, ma è offrire strumenti, contenuti. Ancor di più in contesto fortemente polarizzato. Dire che il fact checking o il debunking non funzionano perché rafforzano le posizioni e non fanno cambiare idea è una sciocchezza. Intanto perché come detto il giornalismo non deve far cambiare idea e nessuno ha mai sostenuto che il fact checking sia la soluzione, ma stiamo parlando di pratiche giornalistiche che fanno parte dell'offerta di contenuti al pubblico. Tra i due poli c'è una terra di mezzo abitata da persone interessate ai fatti, alla ricerca di informazione corretta e affidabile. Ecco qualcuno dovrà pur farsi carico di questa terra di mezzo.

E una delle nostre prime preoccupazioni, visto che molti dei nostri contenuti nascono in seguito all'ascolto delle discussioni sui social, è creare senso dove c'è rumore. Intorno ai vaccini si era creato un rumore assordante, purtroppo anche "grazie" a una certa copertura mediatica e alle dichiarazioni dei politici, che molto spesso hanno contribuito ad infiammare il clima e a inquinare la discussione: non eravamo più davanti a un dibattito di senso, ma davanti a scontri fra opposte fazioni. E diciamo che un certo modo di gestire le discussioni online, blastando le persone, umiliandole, deridendole, aggredendole di certo non ha aiutato.

Ecco perché decidemmo di intervenire sul tema dei vaccini con un lungo, articolato approfondimento, una sorta di vademecum che prendesse in esame la maggior parte dei luoghi comuni e delle false informazioni sul tema, provando a smontarle con fatti, argomenti, evidenze. La pubblicazione dell'articolo sui social ci impegnò intensamente in un confronto e una discussione difficile, complicata, importante. Per oltre 48 ore, dandoci il cambio, presidiammo i nostri spazi social fra Facebook e Twitter, seguendo la discussione costantemente. Siamo intervenuti, abbiamo chiarito, specificato, argomentato al meglio i nostri contenuti. Una sfida impressionate, bella, faticosa, entusiasmante.

Da quella discussione nacque un aggiornamento dell'articolo, in cui affrontammo ulteriori dubbi, questioni, criticità emerse da quel confronto. Una discussione che poi abbiamo continuato a seguire e coprire per diverso tempo. Con ulteriori articoli di fact checking, analisi, approfondimento. Fino all'invito rivolto a tutti di darci una calmata. Quella volta il tema al centro della guerra santa era l'obbligo vaccinale.

Discussioni così male impostate e avvelenate difficilmente ci aiuteranno a crescere come comunità e a diventare capaci di svolgere dibattiti pubblici alti e degni dell'importanza delle questioni che dobbiamo affrontare. Chi si batte per la “razionalità” e la “ragione” dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di questo.

Altro grande tema - uno dei più grandi temi dei nostri tempi secondo l'ex direttore del Guardian Alan Rusbridger - su cui i media (e la politica) sostanzialmente per anni sono venuti meno nella loro missione di informare i cittadini, è il cambiamento climatico, la crisi climatica. Nella motivazione del premio CICAP leggo:

Andare contro la “pancia” del pubblico, dire che certe presunte cure miracolose non funzionano e che invece i vaccini salvano vite umane può essere molto difficile per chi fa comunicazione. Ci si inimica facilmente una parte del pubblico. È più facile assecondare le credenze irrazionali, fingersi paladini dei deboli, alimentando così truffe e pseudoscienza. Valigia Blu ha scelto di stare dalla parte della razionalità e della scienza e per questo il CICAP ha deciso di premiarla.

Ecco in questo caso non si tratta solo di considerare "la pancia" dei cittadini diciamo così comuni, qui abbiamo di fronte anche il negazionismo e la disinformazione dei giornalisti, si potrebbe parlare di una "pancia" dei giornalisti, le redazioni non sono immuni da bias che pregiudicano la correttezza informativa.

Nella copertura del tema, spesso ci è capitato di dover smontare e affrontare criticamente articoli mainstream. Un giorno si firmano articoli in nome della ragione per esempio in tema di vaccini, l'altro si accusa di fanatismo chi lancia l'allarme sul cambiamento e la crisi climatica, puntando il dito contro un presunto linciaggio di chi muove obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta. Usando di fatto gli stessi artifici retorici dei sostenitori delle "tesi alternative" a cui sarebbe impedito di esporre liberamente la propria posizione.

Quando infatti le evidenze dalla loro parte sono deboli o assenti, i sostenitori delle "tesi alternative" sono soliti accusare i propri avversari di essere dei "detentori della verità" che propongono "certezze assolute", fautori di un "pensiero unico". È una strategia argomentativa tipica e ricorrente in questo tipo di discussioni. Ed è la stessa adottata da chi nega la validità della teoria dell'evoluzione o l'efficacia e la sicurezza dei vaccini e, perfino, dai sostenitori del "metodo Stamina".

Ecco non dimentichiamo il caso clamoroso di stamina. Dalla disinformazione mediatica del programma de Le Iene che ha avvalorato quello che si è rivelata una frode si è arrivati a un decreto ministeriale che garantiva proseguimento delle cure.

E quindi può succedere anche nelle redazioni che - come scriveva sempre Scalari in uno di questi doverosi articoli di debunking - "chi promuove visioni addirittura scientiste (in una visione "ottimista-razionale") arriva a negare le evidenze scientifiche quando queste si scontrano con i propri frame ideologici e con le proprie idee politiche ed economiche. Si può essere "pro-Ogm" e, nello stesso tempo, negare l'esistenza o le cause del riscaldamento globale, perché si collocano questi temi all'interno di un dibattito politico-economico, più che scientifico (perché funzionali, per esempio, a una visione liberista in campo economico) o perché diventano l'occasione per attaccare i propri avversari (per esempio, gli ambientalisti). Vale, ovviamente, anche il contrario".

Tornando al cuore di questo mio intervento e cioè i social media come grande occasione democratica, bisogna sottolineare l'importanza della conversazione anche come opportunità di migliorare il nostro stesso lavoro. Spesso i lettori ne sanno più di noi e possono aiutarci a correggere errori, arricchire i nostri contenuti.

Di recente abbiamo pubblicato un approfondimento sugli incendi in Amazzonia. In quell'occasione un lettore ci fece notare un errore su un dato riportato in merito alla produzione dell'ossigeno. Grazie al suo intervento, abbiamo così corretto l'errore e dato una informazione più precisa ai lettori. Errore che tra l'altro aveva fatto anche il Guardian!

Nella relazione con la community non dobbiamo mai dimenticare anche le dinamiche che inevitabilmente si mettono in moto nei processi cognitivi soprattutto rispetto ai temi che riguardano la salute. Le informazioni che riceviamo non le riceviamo in una scatola vuota, ma si vanno a immettere in un sistema fatto di esperienze, valori, pregiudizi, credenze. Quindi è necessario un approccio che non liquidi le persone scettiche o che rifiutano i dati scientifici come persone ignoranti, che non capiscono niente e che non meritano attenzione. O peggio ancora che meritano di essere prese in giro.

Un errore che noi facemmo per esempio, sembra secondario ma non lo è, è usare per un approfondimento sull'olio di palma una immagine, un meme che fu giustamente criticato da molti. Perché alla fine era una presa in giro di chi, magari informato poco e male, temeva gli effetti del prodotto. In quel caso anche solo l'uso del meme portò le persone ad allontanarsi rispetto al contenuto e ad avere un atteggiamento diffidente.

Se ci mettiamo in ascolto con un interesse autentico verso gli interlocutori, dobbiamo essere consapevoli che la gestione dei commenti è difficile, richiede tempo, impegno, umiltà, forza psicologica, strategia. La prima cosa è sapere che non si può fare da soli, il team è fondamentale. Poi bisogna decidere a quali commenti rispondere, non potendo rispondere a tutti. Ma quegli scambi daranno un forte segnale agli altri partecipanti: i moderatori sono presenti, i nostri commenti, i nostri pensieri sono presi in considerazione. Già questo è un primo passo per costruire un rapporto di fiducia.

Cristina Da Rold, giornalista scientifica che lavora anche per l'Espresso parlò di questa sua esperienza al Festival Internazionale del Giornalismo, due anni fa. Cristina raccontò delle tre tipologie di commentatori che ha incontrato in questi anni di immersione nelle conversazioni online sul tema migranti e salute basato sui dati: le persone che non hanno gli strumenti per comprendere, persone che comprendono quello che hanno letto ma che non lo condividono, e quelli che non ti credono (vero zoccolo granitico, tra cui anche persone con formazione scientifica): "Non discutere trovo sia un grosso errore. L'ascolto è un elemento cruciale. Moderare i commenti è fondamentale ed è fondamentale per me leggerli. In alcuni casi rispondo, ma soprattutto prendo appunti. E così ho fatto questo esperimento: ho raccolto le domande che ricorrevano sotto un articolo, quelle più sensate. E così è nata la storia successiva, chiedendo a un esperto di rispondere. I commenti a questo articolo sono risultati complessivamente differenti. Adottando tra l'altro un format più semplice, domande e risposte, siamo riusciti ad essere più efficaci. L'articolo era un messaggio di ascolto: vi abbiamo letto, non siamo qui per dire che non avete capito niente, abbiamo cercato di rispondere ai vostri dubbi. Questo approccio ha funzionato, la carica di aggressività delle precedenti discussioni si è svuotata in maniera significativa".

Costruire storie sulla base delle conversazioni online è un approccio che all'estero è diffuso, qui in Italia non lo è per niente.

Quella di Cristina Da Rold è un'esperienza simile che abbiamo fatto noi dopo il vademecum sui vaccini e l'aggiornamento dell'approfondimento. In seguito al dibattito sui social, decidemmo di rispondere ad alcune domande di una lettrice, che in fondo riassumevano i commenti che spesso ci siamo ritrovati ad affrontare nelle discussioni soprattutto su Facebook: "I link che riportate rimandano solo a opinioni “pro-vaccini”. Perché non date spazio ad entrambi i punti di vista?; Partite da una posizione “sicura” nei confronti della bontà dei vaccini senza se e senza ma? Non vi viene il dubbio che tanta gente basi i propri dubbi su informazioni da vagliare?; Uno Stato che non raccoglie regolarmente le segnalazioni delle reazioni avverse e non invita a farlo è inaffidabile; È impossibile vaccinare tutti, anche i 30/40enni dove l'efficacia vaccinale è già svanita; Chi mi dice che quel vaccino sia sicuro?". Anche quella fu una occasione per chiarire a noi stessi prima di tutto e poi a chi ci segue e legge, il nostro metodo, la nostra impostazione, il nostro approccio ai contenuti e al confronto stesso. Il titolo dell'articolo è esemplificativo: “Perché date spazio solo ai pro-vaccini?” La nostra risposta a una lettrice di Valigia Blu. Ci facemmo carico dunque di dubbi, perplessità, paure che sono assolutamente legittime. E che non andrebbero liquidate con sarcasmo o aggressività. Se appunto il nostro scopo è la relazione autentica con i cittadini, i lettori.

Nel 2017 Marco Arturo, un ragazzo di 12 anni aspirante divulgatore scientifico, che usa i social media per diffondere e comunicare la scienza, pubblicò sulla sua pagina Facebook un video che andò virale, con oltre 8 milioni di visualizzazioni. Sul tema dei vaccini Marco aveva scelto la strada della satira, della presa in giro di chi ha posizioni scettiche o contrarie a vaccini.

L'anno successivo Marco rilasciò un'intervista al New York Times in cui si disse pentito di quella modalità, perché arrogante. Quella viralità, quel successo in termini di visualizzazioni non significa anche qualità nel modo di comunicare, non significa parlare davvero con le persone per avvicinarle in modo convincente ai fatti.
Tornando alla domanda iniziale: Qual è l'obiettivo del nostro "essere digitale"? I like o costruire ponti?

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