Sui vaccini diamoci tutti una calmata

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Il Senato ha rinviato al 2019 l'esclusione da nidi e scuole materne dei bambini che non hanno il certificato che dimostra di aver ricevuto le vaccinazioni previste. La decisione ha scatenato l'ennesima diatriba sui vaccini, in Italia. Una discussione che si trascina ormai da mesi e che periodicamente risale nei titoli delle homepage dei quotidiani e nei trend di Twitter. Non solo per i provvedimenti che vengono presi in materia, ma anche per le improvvide uscite di esponenti di partiti, leader, ministri.

Sul provvedimento votato al Senato, rimando al commento di Roberta Villa, giornalista scientifica e medico, che prova a mettere nella giusta prospettiva la questione e a chiarire quali conseguenze potrebbe avere questo rinvio, con argomentazioni che trovo ragionevoli.

Non voglio parlare qui, di nuovo, di vaccini da un punto di vista scientifico. Su Valigia Blu già nel 2015 abbiamo pubblicato un “vademecum antibufale” per rispondere ad alcuni dei luoghi comuni, delle falsità, degli errori più diffusi a riguardo. Ne abbiamo parlato anche quando Matteo Salvini aveva detto che «dieci vaccini sono un rischio» e in occasione di una denuncia del Codacons. Non è perciò proprio necessario ripetere cose scritte più volte, da tutti quelli che da anni lavorano, e bene, alla comunicazione e alla divulgazione sui vaccini. Ben prima che l'argomento diventasse caldo e attirasse l'attenzione di media, politici, commentatori.

Quello su cui vorrei soffermarmi, questa volta, è proprio lo stato e il livello del dibattito pubblico. Un dibattito che sta assumendo ormai spesso i contorni di una guerra santa. I vaccini non sono più un tema medico, sono una specie di vessillo da srotolare e sventolare nelle schermaglie sui social media e non solo. Trascinandosi dietro altri temi-bandiera, che non c'entrano nulla ma che servono a definire, ingabbiare, le identità degli schieramenti: l'euro, la TAV, l'Europa, la Russia, l'immigrazione, etc.

Come siamo arrivati a questo? Credo che un elemento che complica la discussione pubblica sui vaccini sia il fatto che questo tema contiene due questioni in una, come si è cercato di ricordare innumerevoli volte (spesso, purtroppo, invano): quella della loro sicurezza ed efficacia e quella delle politiche vaccinali, cioè dell'insieme delle strategie da adottare per mantenere, nel tempo, sufficienti coperture vaccinali nella popolazione.

Da quando disponiamo dei vaccini abbiamo di fatto un “obbligo biologico” di impiegare questi strumenti per difenderci, sia come individui che come popolazione, da molte malattie infettive. Perché le malattie infettive (tranne quelle non contagiose, come il tetano) sono un fenomeno che riguarda sia gli individui che la popolazione. Questo obbligo biologico deve diventare anche un obbligo legale? Dobbiamo decidere, come comunità, di introdurre sanzioni per chi non vaccina i propri figli? Dobbiamo impedire l'accesso ad alcuni luoghi pubblici (come asili e scuole) a chi non è in regola con il calendario delle vaccinazioni? Oppure basta migliorare l'informazione presso la popolazione?

Anche questo, su Valigia Blu, lo abbiamo scritto in più di un'occasione: quelle domande riguardano una questione che andrebbe distinta da quella della sicurezza ed efficacia dei vaccini. Soprattutto perché, mentre sulla seconda possiamo registrare un ampio consenso scientifico, le politiche sanitarie in materia di vaccini sono a tutt'oggi una materia molto più dibattuta tra gli addetti ai lavori. Si riscontrano infatti orientamenti, provvedimenti e leggi differenti perfino tra i paesi europei. Quando scrivevo che un confronto informato sull'obbligo è legittimo lo facevo per riportare, per correttezza di informazione, un fatto.

L'impressione è che alcuni dei suoi sostenitori interpretino quella dell'obbligo e delle sanzioni come una scelta soprattutto politica: definire e difendere un principio, mettere in qualche modo la comunità di fronte a una scelta netta. La definisco "politica" non per diminuire il valore di questa posizione, come a dire che è "di parte". La definisco "politica" nell'accezione più alta. Il principio che si vuole difendere con la scelta dell'obbligo lo condivido in pieno. Però se l'obiettivo non è solo difendere giusti principi, ma è davvero anche quello di mantenere nel corso degli anni una percentuale di popolazione vaccinata sufficiente, è necessario chiedersi se l'estensione dell'obbligo a dieci vaccini (dai quattro per i quali era già previsto prima) sia una misura non solo giusta, ma anche sufficiente. In altri termini: bisogna chiedersi se concentrarsi solo sull'obbligo sia la strategia vincente.

Non ho quindi alcuna contrarietà di principio all'obbligo vaccinale. Ma i dubbi che si possono avere non sono solo etici e politici, ma anche scientifici. In un post precedente avevo ricordato i risultati di un'analisi svolta nell'ambito del progetto ASSET, che ha confrontato le coperture vaccinali per poliomielite, morbillo e pertosse in diversi paesi europei. I dati mostravano che le coperture vaccinali per queste tre malattie non sembrano dipendere dallo “stato legale” dei tre vaccini (obbligatori o solo raccomandati). Stefania Salmaso, dell'Istituto Superiore di Sanità, in una lettera alla rivista dell'Associazione italiana di epidemiologia, richiamando il caso del Veneto, che aveva deciso di sospendere l'obbligo vaccinale, scrive:

...i risultati registrati nella Regione Veneto non sono stati ottimali né sono stati diversi dal resto del Paese. Più che indicare il fallimento della sospensione dell’obbligo, l’osservazione sembrerebbe indicare la non rilevanza della presenza/assenza dell’obbligo legale come determinante per l’adesione della popolazione target all’offerta vaccinale.

Molti faticano a rendersi conto della complessità di queste questioni. Nella semplificazione mediatica “a favore dei vaccini” è diventato “a favore dell'obbligo”. Chi rifiuta i vaccini è ovviamente anche contro l'obbligo. L'etichetta di “free-vax” serve a coprire quella di no-vax, che sostengono un principio di libertà e autonomia che in realtà serve quasi sempre a mascherare tesi prive di fondamento scientifico. Ma non tutti quelli che mettono in dubbio una legge che introduce obblighi e sanzioni sono per forza antivaccinisti.

Anche perché l'oggetto della discussione dell'ultimo anno e mezzo è stato non il principio dell'obbligo (che già c'era, in Italia, almeno per quattro vaccini, anche se in effetti era un obbligo ormai “sulla carta”). Ma come applicarlo in un testo di legge. Un testo composto di articoli, commi, disposizioni, spesso sconosciuti ai più. La ministra della Salute Giulia Grillo è stata accusata di voler creare classi differenziate (“classi ghetto”, si è detto perfino) per i bambini immunodepressi, che per il loro stato di salute non possono vaccinarsi. In realtà, come nota Antonio Clavenna, ricercatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, il ministro ha riproposto ciò che era già presente nell'articolo 4 della legge approvata nel 2017. Cioè la possibilità di inserire i bambini immunodepressi in classi dove sono presenti bambini già vaccinati.

È una misura utile e opportuna? È una inutile scemenza? Se ne può e deve discutere e non entro nel merito. Ma accusare il ministro di aver proposto un provvedimento già presente in una legge approvata nella legislatura precedente come fosse una sua bizzarra trovata, è scorretto dal punto di vista dell'informazione. Inquina la discussione, introducendovi continui pretesti per attacchi, battute, accuse, che accentuano la polarizzazione delle posizioni perché trasformano qualsiasi affermazione sui vaccini in una bandierina di una parte o dell'altra. Un continuo "rumore di fondo" di litigi e polemiche.

E parlando dell'informazione, non si può non pensare alla responsabilità dei media. Giulia Grillo è stata attaccata perché in un'intervista al Corriere della Sera ha detto che «non puoi illudere la gente che non morirà nessuno. Dobbiamo essere realisti». Questa frase è stata poi riportata in varie versioni. Alcune attribuivano alla Grillo parole mai pronunciate. C'è chi ha titolato che avrebbe detto «bisogna accettare le morti per morbillo». Probabilmente Grillo intendeva dire che nel breve e medio periodo, nonostante l'introduzione di nuove leggi, ci potranno essere altre morti causate dalla malattia. E che dovranno trascorrere anni, anche a coperture ottimali raggiunte, prima di poter affermare che questo rischio si sia quasi azzerato. La ministra avrebbe però dovuto chiarire meglio il suo pensiero (o il giornale avrebbe dovuto invitarla a farlo). Ma in una situazione come questa bisognerebbe essere ancora più rigorosi nel riportare correttamente le dichiarazioni degli esponenti politici. Questo, semmai ci fosse bisogno di specificarlo, non significa difendere questo o quel governo. È un problema che riguarda il giornalismo e l'informazione.

Il problema del mantenimento delle coperture vaccinali lo si potrebbe laicamente (e davvero scientificamente) affrontare in una visione di lungo periodo. Non condizionata dai cambi di governo, dalle campagne elettorali, dagli scontri tra e nei partiti. Per questo motivo sono d'accordo con chi dice che, al punto in cui siamo, con una legge già approvata dal Parlamento, il rinvio votato al Senato è un errore. Soprattutto per la confusione e il disorientamento che crea in una opinione pubblica già sballottata da opinioni contrastanti.

Questo brutto clima ci fa perdere di vista quello che dovrebbe essere l'obiettivo di tutti, al di là delle divisioni che si sono create in questo periodo: una visione, per le politiche vaccinali, non solo di lungo periodo, ma anche più ampia di quella che emerge da un dibattito, come quello attuale, concentrato solo su asili e scuole elementari.

Si dovrebbe parlare di più dell'organizzazione dell'offerta vaccinale. Eva Benelli, giornalista che si occupa di comunicazione istituzionale in campo sanitario, ha pubblicato un post su Facebook che dà un'idea delle tante criticità, e anche delle tante contraddizioni, che ancora si riscontrano in Italia in questo campo.

Dovremmo parlare della necessità di recuperare i giovani adulti non immunizzati contro il morbillo, perché non hanno contratto la malattia da piccoli o di chi non ha completato le vaccinazioni previste. In Italia, come riporta il portale Epicentro dell'Istituto Superiore di Sanità, ci sono stati dal 1 gennaio al 10 dicembre 2017 4885 casi segnalati di morbillo. Sebbene l'incidenza maggiore si sia registrata tra i bambini di meno di un anno, il 74% dei casi ha riguardato persone di 15 o più anni di età. L'età mediana è stata di 27 anni. Cito ancora l'intervento di Stefania Salmaso:

Attualmente si continuano a registrare in Italia epidemie e decessi dovuti al morbillo [...] proprio a causa di adolescenti e giovani adulti rimasti suscettibili troppo a lungo.

Sono tutte persone iscritte al "partito no vax"? No di certo. Sono semmai soggetti classificabili nel più ampio gruppo di "esitanti". Persone che ritardano la decisione di vaccinarsi, che sono incerte, che nutrono dubbi o che non sono coscienti dei rischi che corrono. Lo spettro delle attitudini nei confronti dei vaccini è infatti molto più sfumato della divisione netta tra pro-vax e anti-vax. C'è poi chi non è nemmeno certo di aver contratto il morbillo durante l'infanzia o che ha ricevuto una sola dose di vaccino (e non lo ricorda). I trenta-quarantenni di oggi erano bambini negli anni '80, quando le coperture vaccinali per una dose di morbillo nella popolazione erano bassissime perché si vaccinava poco contro questa malattia.

Dovremmo poi parlare del personale ospedaliero e degli operatori sanitari. Nel 2017 ci sono stati 315 casi segnalati di morbillo in questa categoria. Perché? Per lo stesso insieme di cause elencate prima. Del fenomeno della esitazione verso i vaccini tra gli operatori sanitari si è occupato perfino lo European Centre for Disease Prevention and Control.

I casi di morbillo tra medici e infermieri non dovrebbero suscitare forse indignazione e preoccupazione? Forse però medici e infermieri che si ammalano di morbillo sono un bersaglio polemico poco appetibile e interessante. È più facile prendere in giro le “mamme informate", una categoria di comodo che consente di continuare a descrivere la questione dei vaccini come uno scontro tra "chi ha studiato" e chi no.

Mi permetto peraltro di osservare, a questo proposito, che coloro che ridicolizzano i somari, gli ignoranti, i “laureati su Youtube/Google” (strumenti che peraltro se ben usati possono essere utilissimi) perché si azzardano a contestare gli esperti, spesso sono i primi a non tirarsi indietro quando si tratta di dire la propria su questioni difficili.

Tempo fa avevo sintetizzato questa situazione con una battuta: i no-vax sono esperti di vaccini, i pro-vax di politiche vaccinali. Battute a parte, quello che voglio dire è che un po' tutti, indipendentemente dalle simpatie politiche e dalle idee personali, si addentrano in questioni più grandi di loro. E,  sia chiaro, è un loro diritto. A differenza di altri, io non ho mai pensato che un non esperto debba rimanere muto, in silenziosa adorazione, davanti a un camice bianco. Ma se l'umiltà, la necessità di informarsi, di capire, di riflettere, sono virtù (e lo sono), allora credo dovrebbero imparare a praticarle in tanti. Non solo quelli che oggi vengono additati come “ignoranti”.

In un clima come quello che si è creato attorno ai vaccini, è inevitabile che anche nel paese saltino i nervi e che a qualcuno venga in mente di organizzare iniziative assurde. Due casi di cronaca di questi giorni sono eloquenti in questo senso. A Chiavari un gelataio ha deciso di esporre sulla vetrina del proprio negozio un cartello che intima ai no-vax di non entrare. «Non siete i benvenuti nella mia gelateria», recita. C'è chi applaude e dice che «poco importa se i no-vax si sentono ghettizzati». Il problema è che se un no vax è davvero tale, cioè una persona che rifiuta completamente vaccini, si è già ghettizzato da solo per ciò che ci dovrebbe interessare realmente, che non è andare in gelateria (quello lo farà comunque) ma in un centro vaccinale. Ma forse anche la logica ci ha ormai abbandonati. E poi il gelataio che fa? Legge nel pensiero i clienti o fa loro esami sui vaccini? Non è dato sapere. Nei pressi di Roma, invece, un B&B ha pensato che la clientela da premiare fosse quella dei "free-vax". Maxi sconti per loro. Per fortuna questa bella voglia di creare luoghi separati ed esclusivi e di appiccicare stigma sembra per ora manifestarsi in pochi e isolati episodi. Ma chissà.

Da questi casi di cronaca (che, va senza dire, ovviamente scatenano le discussioni più infiammate e inutili possibili), si è quasi tentati di pensare a un paese spaccato a metà, equamente diviso tra pro-vax e no-vax. Quando invece non è così. La copertura vaccinale contro il morbillo nel 2017 era il 91,68% (tra l'altro, il calo iniziato nel 2013 si è arrestato nel 2015 e si è registrato un aumento già nel 2016, un anno prima dell'approvazione della nuova legge sui vaccini). Dal punto di vista epidemiologico è un numero ancora basso, che deve crescere e raggiungere almeno il 95%. Ma dal punto di vista sociale e politico, è un dato che mostra che le famiglie davvero no-vax sono una piccola minoranza. Apparsa forse più grande di quello che è anche per il rumore che ha fatto, per l'esposizione mediatica che ha conquistato e per i suoi slogan. Anche tra chi vaccina ci sono senz'altro tanti che hanno dubbi o esitazioni. Ma alla fine, per fortuna, vaccinano.

In questa disputa quasi quotidiana sui vaccini si è finiti per accapigliarsi perfino attorno a questioni anche più grandi e difficili come il rapporto tra scienza e democrazia e scienza e politica. Temi che vanno ben oltre i vaccini. L’affermazione del 5 stelle Davide Barillari, «la politica viene prima della scienza», è una frase buttata lì, uno slogan, che di per sé non ha ovviamente senso. Ma lo sarebbe anche l’affermazione contraria (“la scienza viene prima della politica”). Il problema di affermazioni come queste non è tanto il loro “grado di verità” (se sono cioè vere o false), ma il fatto che non sono argomentate, a partire dalla definizione del significato dei termini. Perché chi le pronuncia non si rende neanche conto della portata dei temi che tocca.  E non basta essere virologi per discuterne sensatamente perché sarebbero di competenza di altre discipline (e si sente infatti la mancanza di un approccio multidisciplinare). Di sicuro Barillari non finirà nei libri di filosofia della scienza, ma quando un tema sanitario diventa un derby giocato a colpi di slogan (“la scienza non è democratica”, “la politica viene prima della scienza”, “vota la scienza”, “vogliono riportarci al Medioevo” - credo che prima o poi i medievisti si incateneranno nelle piazze e bloccheranno le strade per questo continuo abuso della parola "Medioevo"), la responsabilità è di tanti. E il risultato è lo scadimento del livello del dibattito pubblico a cui assistiamo.

Vaccini, scienza, democrazia, politica. Grande è il caos in questo periodo. E purtroppo non è creativo. Perché discussioni così male impostate e avvelenate difficilmente ci aiuteranno a crescere come comunità e a diventare capaci di svolgere dibattiti pubblici alti e degni dell'importanza delle questioni che dobbiamo affrontare. Credo che chi si batte per la “razionalità” e la “ragione” dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di questo.

In conclusione: sui vaccini diamoci tutti una calmata.

Immagine via Pixabay

AGGIORNAMENTO 11 AGOSTO, ORE 10: in un passaggio sulla copertura vaccinale per il morbillo, la frase «tra l'altro, ha ripreso a crescere già dal 2015, due anni prima dell'approvazione della nuova legge sui vaccini» è stata corretta così: «tra l'altro, il calo iniziato nel 2013 si è arrestato nel 2015 e si è registrato un aumento già nel 2016, un anno prima dell'approvazione della nuova legge sui vaccini»

AGGIORNAMENTO 13 AGOSTO, ORE 17:40: all'inizio del post è stata inserita la parola "materne" all'interno della frase «il Senato ha rinviato al 2019 l'esclusione da nidi e scuole».

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