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Trapelati i piani del Cremlino per ‘l’annessione’ della Bielorussia entro il 2030

25 Febbraio 2023 8 min lettura

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Trapelati i piani del Cremlino per ‘l’annessione’ della Bielorussia entro il 2030

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Fino al 24 febbraio 2022, molti tendevano ad assimilare - se non a confondere - le repubbliche di Ucraina, Moldova e Belarus’ e a metterle tutte e tre nello stesso calderone. È bastata l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina per far conoscere meglio all’Europa queste tre diverse realtà che tuttavia si ritrovano oggi ad affrontare l’emblema di un denominatore comune, una vera piaga che accompagna il destino dei tre paesi: Vladimir Putin e la sfera del russkij mir.

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Governata dal pugno di ferro di Aljaksandr Lukašenka da ben 29 anni, la Belarus’ è sempre rimasta nell’orbita di Mosca, nonostante ci sia stato un tentativo di cambiare le cose nell’agosto 2020 (con le elezioni farsa che hanno dato il via a proteste antigovernative subito soppresse dal regime di Lukašenka con il supporto, seppur a debita distanza, del Cremlino). Una delle dimostrazioni più palesi di questo attaccamento fra i due paesi è il Trattato sullo Stato dell’Unione, che esiste fin dagli anni Novanta ed è stato firmato dal presidente Lukašenka e dal suo omologo di allora, Boris El’cin, l’8 dicembre 1999. Come sappiamo, però, non ha mai portato a una vera e propria integrazione politica tra i due paesi e i negoziati, in corso da più di 20 anni, sembravano a un punto morto. L’inizio della guerra russa in Ucraina ha ribaltato le carte in tavola, accelerando probabilmente di punto in bianco questo processo.

“In Belarus’ prendiamo decisioni su determinate questioni. Naturalmente, devo interferire o prendere la maggior parte delle decisioni. Se la considerate una dittatura, che Dio sia con voi. Non credo sia una dittatura. Non c’è nessuna dittatura qui”, ha ribadito Lukašenka ai giornalisti stranieri lo scorso 16 febbraio, sottolineando come l’Occidente sia praticamente inerte, non c’è né dittatura, né democrazia; non c’è nulla.

La questione dell’entrata in guerra della Belarus’

Lo scorso 16 febbraio, alla vigilia della sua visita a Mosca dal presidente Vladimir Putin, Aljaksandr Lukašenka ha tenuto una conferenza stampa ‘improvvisata’ per i giornalisti stranieri (russi esclusi, in quanto Lukašenka non li considera ‘stranieri’). L’incontro si è protratto per più di tre ore, durante le quali i rappresentanti dei media presenti hanno avuto modo di porre al presidente bielorusso diverse domande sulle questioni più urgenti: la sua opinione sul conflitto in Ucraina e le posizioni delle parti in causa, la reazione della Belarus’ all’evolversi della situazione e i prossimi colloqui con l’omologo russo.

Oltre ai giornalisti bielorussi, hanno partecipato all’incontro anche i rappresentanti dei media di Austria, Azerbaigian, Gran Bretagna, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia, Giappone e della società radiotelevisiva interstatale Mir. “Noto alcune mie vecchie conoscenze, con cui ho avuto una conversazione molto approfondita su vari argomenti qualche tempo fa. Penso sia interessante vedere come si siano evolute le questioni di cui si sono occupati e di cui hanno cercato di accusarmi”, ha osservato il presidente riferendosi in particolare al giornalista della BBC Steven Rosenberg che si occupa di spazio post-sovietico e che aveva già intervistato Aljaksandr Lukašenka nel novembre 2021 indagando sulla questione dei migranti. Rosenberg, come giornalista, rappresenta una spina nel fianco per il presidente bielorusso, una figura piuttosto scomoda e senza peli sulla lingua, che durante la conferenza è intervenuto chiedendo: “Un anno fa ha permesso alla Russia di usare il suo paese come base per l’invasione dell’Ucraina. Sarebbe disposto a farlo di nuovo?”. “Sì, sono disposto a fornire di nuovo il territorio, ma sono anche pronto a entrare in guerra al fianco dei russi, dal territorio della Belarus’, se anche un solo soldato mette piede nel nostro territorio dall’Ucraina per uccidere il mio popolo”, ribadisce prontamente Lukašenka, il quale ricorda che “sono stati gli Stati Uniti e l’Europa occidentale ad aver spinto l’Ucraina in guerra”. Insomma, secondo il bat’ka, la guerra se la son cercata e hanno ottenuto quello che volevano. “Le truppe russe sono ora in Belarus’ non per attaccare l’Ucraina, ma per combattere insieme ai bielorussi all’interno del raggruppamento regionale di forze congiunte per respingere un’eventuale aggressione”, aggiunge.

Lukašenka si sente indubbiamente minacciato dall’Occidente e teme una vera e propria aggressione dai suoi vicini europei, Lettonia e Polonia in primis, che hanno recentemente chiuso alcuni valichi di frontiera: “Stanno iniziando a creare problemi dal punto di vista economico. Hanno chiuso il confine per la circolazione dei camion, ma si sono dati la zappa sui piedi. Il traffico di camion e trasporto ferroviario non è diretto verso l’Europa occidentale, è piuttosto inverso, dall’Unione Europea attraverso la Polonia verso la Cina, il Kazakhstan e altre direzioni. Tutto ciò era redditizio per loro. I loro autisti andavano in Cina, in Kazakhstan, in Russia; ora non ci andranno più. Se chiudiamo il confine, migliaia e migliaia di persone perderanno il lavoro”, ha spiegato il presidente in un’intervista ai media cinesi del 23 febbraio, ripresa dalla testata bielorussa BelTA, sottolineando che la pressione delle sanzioni occidentali non porterà a nulla.

Sempre durante la conferenza stampa del 16 febbraio, Lukašenka ha dichiarato che l’esercito bielorusso, che conta circa 75mila unità in tempo di pace, potrebbe essere portato a 500mila unità. Dati questi, che assolutamente non coincidono con quelli ufficiali, pubblicati dall’Istituto bielorusso per gli studi strategici (istituito dallo stesso Lukašenka) che ne registra 65mila. Inoltre, dei 65mila effettivi dell’esercito bielorusso, solo 46mila sono militari, il resto è personale civile (autisti, medici, cuochi). Una cifra confermata anche da GlobalFirepower, che pubblica annualmente una classifica della potenza militare dei paesi di tutto il mondo, basata su dati open-source. Gli esperti di GlobalFirepower hanno contato 3,69 milioni di persone teoricamente idonee al servizio militare in Belarus’, un totale di uomini e donne che possono in qualche modo essere coinvolte in operazioni militari nel caso di una guerra totale prolungata (cioè condotta con tutti i mezzi disponibili).

Forse sono proprio questi calcoli e questa guerra in corso - che, voglia o non voglia, Lukašenka teme parecchio - che hanno spinto il bat’ka bielorusso ad affidare al ministro della Difesa Viktar Chrenin l’incarico di creare una “milizia popolare” al fine di saper prontamente rispondere a un’eventuale aggressione e mantenere l’ordine pubblico in tempo di pace. Secondo il capo di Stato, infatti, chiunque (non solo gli uomini) dovrebbe saper maneggiare un'arma per “proteggere la propria famiglia, la propria casa, la propria terra natale e, se necessario, il proprio paese”. A riguardo, il ministro della Difesa bielorusso ha informato che la milizia sarà composta da circa 100-150mila volontari e idealmente presente come forza paramilitare in ogni città e villaggio.

Il 24 gennaio Lukašenka ha anche firmato un nuovo decreto sul servizio militare obbligatorio e le riserve che prevede l’arruolamento nel periodo febbraio-maggio 2023 di tutti i cittadini bielorussi di sesso maschile che hanno compiuto 18 anni e senza diritto al rinvio della chiamata, dei cittadini in età di leva che hanno perso il diritto al rinvio e degli studenti del primo anno degli istituti di istruzione superiore in agraria che hanno il diritto di rinviare la leva per proseguire gli studi e hanno espresso la volontà di servire nell’esercito.

Oltre all’equipaggiamento militare generale piuttosto obsoleto (risalente all’epoca sovietica e mai stato modernizzato), i sistemi di istruzione militare e di addestramento al combattimento impongono un altro vincolo all’allargamento dell’esercito. Se anche l’esercito bielorusso arrivasse a mobilitare il massimo dei suoi cittadini, semplicemente non potrebbe contare su armamenti pesanti ed equipaggiamenti militari per un tale numero di soldati, che andrebbero a comporre una fanteria male equipaggiata, male armata e male addestrata, priva di mezzi corazzati. Una bella differenza con la difesa territoriale ucraina, che riceve dai paesi occidentali armi moderne. Inoltre, per tutte le unità che saranno create al di sopra del limite condizionale di 445mila uomini, non ci saranno comandanti o ufficiali junior né nell’esercito regolare né nella riserva: per formare un tenente (grado di ufficiale primario) ci vogliono 4-5 anni, per i comandanti junior e gli specialisti (come i carristi) 3-4 mesi.

Mosca vuole assorbire Minsk?

Qualche giorno fa, una dozzina di media europei e statunitensi hanno ricevuto un documento contenente i piani strategici del Cremlino per l’integrazione della Belarus’ nella Russia entro il 2030. Il documento trapelato ma dichiarato autentico, che si intitola “Obiettivi strategici della Federazione Russa in Belarus’”, è stato redatto presumibilmente dall’amministrazione del presidente russo insieme ai servizi di intelligence e al dipartimento speciale per la cooperazione transfrontaliera, supervisionato da Dmitrij Kozak, che si occupa di Belarus’, Moldova e Stati baltici.

“Nell’autunno del 2021, mentre i vertici del Cremlino erano impegnati a preparare l’invasione dell’Ucraina, un team presidenziale discuteva un altro piano segreto. Il team era supervisionato da Dmitrij Kozak, un vecchio amico di Putin dei tempi di San Pietroburgo, formalmente il vice-capo dell’amministrazione presidenziale. Come per l’invasione dell’Ucraina, questo piano è stato concepito per contribuire a realizzare l’ambizione di Putin: la creazione della Grande Russia”, esordisce l’articolo dettagliato di VSquare, una rete di media indipendenti che svolge indagini transfrontaliere nella regione di Visegrad (ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) e che ha avuto accesso al materiale.

Secondo quanto riportato nel documento, l’obiettivo finale della Russia è quello di completare la fusione di Russia e Belarus’ in un’unione sovranazionale (lo Stato dell’Unione) composta dalle due entità che ne formano una unica, gestita da Mosca, entro il 2030.

Come riferiscono i media coinvolti, gli obiettivi globali del Cremlino sono quelli di stabilire il dominio della lingua russa su quella bielorussa, di adeguare la legislazione bielorussa a quella russa, di introdurre una procedura semplificata per il rilascio di passaporti russi ai bielorussi e, più in generale, di sottomettere la vita socio-politica, commerciale, scientifica e culturale del paese. L’intera strategia è costruita attorno a queste sfere e ciascuno degli obiettivi è suddiviso in compiti di durata diversa, fino al completo adempimento nel 2030.

Considerando che il Cremlino teme da sempre il riavvicinamento della Belarus’ ai membri della NATO e l’influenza dei politici filo-occidentali su Lukašenka (a titolo di esempio, anche la sostituzione dei vaccini russi contro l’epidemia di Covid-19 con quelli americani ed europei è stata considerata una minaccia), l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non ha, perciò, cambiato i piani iniziali di Mosca per assorbire la Belarus’; forse li ha solo accelerati: l’obiettivo a lungo termine di ottenere il pieno controllo sulla Belarus’ è in atto.

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La Russia sta quindi portando avanti due progetti di integrazione forzata in parallelo: uno è il tentativo militare di conquistare l’Ucraina, l’altro è l’integrazione politica forzata con la Belarus’, che sotto il giogo di Aljaksandr Lukašenka sostiene e partecipa a pieno titolo alla guerra in Ucraina. Nonostante Lukašenka continui a ripetere che i bielorussi si uniranno alla lotta solo in caso di aggressione, nessuno dubita che la Belarus’ sia un co-aggressore anche senza le sue truppe sul suolo ucraino (e, seppur ironicamente, l’aveva ammesso Lukašenka stesso lo scorso dicembre).

Gli esperti concordano inoltre sul fatto che il presidente bielorusso, a causa della sua complicità con il Cremlino, ha perso quel poco di indipendenza che gli era rimasta. L’apparente riluttanza sulla questione dell’ingresso delle truppe bielorusse in Ucraina indica che il regime di Minsk considera tale scenario sfavorevole, suscettibile di provocare il malcontento dell’opinione pubblica per la partecipazione a una guerra insensata. 

Dall’esilio, la reazione delle forze democratiche bielorusse sullo Stato dell’Unione non si è fatta attendere: “Ogni anno la sovranità bielorussa viene distorta e conquistata dalla Russia. Negli ultimi due anni, la sovranità bielorussa è stata sull’orlo della completa distruzione. Ora la Russia non ha bisogno di cambiare Lukašenka per attuare questo piano, perché Lukašenka è il miglior esecutore di queste strategie”, afferma Franak Vjačorka, consigliere della leader dell'opposizione Svjatlana Cichanóŭskaja.

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