Macron tenta di dividere i gilet gialli con alcune concessioni. Sabato il “Quinto atto” della mobilitazione


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di Danilo Ceccarelli

Un discorso di appena tredici minuti: tanto è bastato per cospargersi il capo di cenere, condannare le violenze che hanno infiammato la Francia nell’ultimo mese e annunciare nuove misure nella speranza di calmare gli animi dei gilet gialli. Il presidente francese, Emmanuel Macron, lunedì sera è uscito dal suo lungo silenzio con un intervento televisivo registrato nello studio dell’Eliseo, durante il quale il capo di Stato si è finalmente espresso sulle proteste di quest’ultimo mese.

«Ho sbagliato», ha affermato Macron, riconoscendo che in Francia «c’è una collera, un’indignazione che molti francesi possono capire» e che sotto molti punti di vista può essere considerata “giusta”.

Al mea culpa sono seguiti una serie di concessioni, centrate principalmente su un incremento del potere d’acquisto. Macron ha annunciato un aumento del salario minimo di 100 euro in più al mese a partire dal 2019 che avverrà «senza alcun costo per il datore di lavoro» (“ottenuta in realtà aumentando il ‘premio di occupazione’ cui hanno diritto i redditi più bassi”, commenta Francesco Saraceno su Luiss Open), insieme alla revoca di nuovi prelievi sulle pensioni inferiori ai 2mila euro  e la defiscalizzazione delle ore di straordinario. Un pacchetto di misure volto a inviare un segnale forte alla Francia, soprattutto a quell’ampia fetta di elettori che sostengono la mobilitazione dei gilet gialli.

Macron si è lasciato andare a un funambolico esercizio di equilibrismo politico, nel tentativo di continuare la sua camminata su una corda tesa al di sopra di una feroce contestazione popolare. Dopo il suo ritorno dal G20 in Argentina il 2 dicembre scorso, il leader francese si era rinchiuso all’interno dell’Eliseo mandando in prima linea il suo premier, Edouard Philippe. Un atteggiamento che ha contribuito a esacerbare gli animi della protesta, che si sono infiammati chiedendo a gran voce le dimissioni del presidente.

A nulla sembrano essere serviti i gesti di distensione dei giorni precedenti. Il governo aveva inizialmente annunciato una moratoria di sei mesi sul rincaro delle accise del carburante, insieme al congelamento delle tariffe dell’elettricità e del riscaldamento. A questa prima mossa, ne è seguita una seconda, con l’annullamento definitivo per tutto il 2019 dei rincari. Ma la protesta non ha accennato a spegnersi, aumentando invece la sua dose di violenza a ogni manifestazione. Macron ha deciso cosi di tornare sulla scena con una serie di misure shock, nella speranza di poter calmare la situazione.

Nel corso del suo discorso il presidente della Repubblica ha mostrato un volto più comprensivo e accondiscendente, nel tentativo di dividere al suo interno il movimento dei gilet gialli e convincere la frangia più moderata ad abbandonare la protesta prendendo le distanze dagli estremisti e dai violenti. L’obiettivo era quello di inviare un segnale, un nuovo inizio da cui ripartire senza però rimettere mano su quanto fatto finora. In un editoriale pubblicato il giorno dopo il discorso, Le Monde ha scritto che nel corso della sua comunicazione Macron “si è ben guardato dal rivendicare un punto di svolta”. Secondo il quotidiano, il capo di Stato “non vuole, in nessun caso, riconoscere che la politica attuata da diciotto mesi ha fallito”, ma preferisce evocare “quarant’anni di malessere che risorgono” in questo periodo.

Per questo Macron ha escluso il reinserimento dell’Imposta sulla fortuna, la patrimoniale tanto amata dai gilet gialli abolita all’inizio del 2018 dal governo. «Per circa quarant’anni è esistita, vivevamo meglio in questo periodo?», ha chiesto in modo retorico il presidente, ricordando che quando la tassa era in vigore «i più ricchi se ne andavano» e il paese «si indeboliva».

Nessun cambiamento di politica, quindi, ma un gesto di apertura che servirà a rilanciare il dialogo con le parti sociali. All’indomani del discorso, il presidente ha ricevuto all’Eliseo i rappresentanti del settore bancario francese, convocati per cercare delle soluzioni concrete che andranno ad aggiungersi a quelle svelate lunedì sera. Nel corso dell’incontro, le banche si sono impegnate a prendere una serie di provvedimenti, come il congelamento delle tariffe per i privati nel corso del 2019 o un accompagnamento per le piccole imprese e per gli artigiani in difficoltà.

Stesso schema per le grandi imprese: mercoledì un gruppo composto da circa cento imprenditori e rappresentanti di federazioni professionali è stato accolto al palazzo presidenziale. Sebbene abbia escluso il reinserimento della patrimoniale, Macron spinge affinché le grandi aziende e i francesi «più fortunati aiutino la nazione a riuscire». In quest’ottica, il capo di Stato vuole inquadrare i regimi fiscali dei grandi marchi affinché paghino le tasse in Francia e aumentino il potere d’acquisto dei dipendenti.

Ma il rischio per Parigi è che le concessioni annunciate lunedì sera possano avere degli effetti negativi sullo scenario europeo. La Francia appare agli occhi di Bruxelles e dei paesi membri indebolita, mentre l’immagine riformatrice del suo presidente sembra ormai essersi appannata. Secondo il sottosegretario al Ministero dell’Economia, Olivier Dussopt, l’insieme delle misure annunciate dovrebbe avere un costo compreso tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, che nel prossimo anno farebbe schizzare il deficit francese al 3,4% del PIL, contro il 2,8% inizialmente previsto.

Tuttavia, in un’intervista rilasciata a Le Parisien, il commissario europeo Pierre Moscovici ha dichiarato che l’ipotesi di sforare il tetto del 3% «può essere presa in considerazione», ma deve rimanere un’ipotesi «limitata, temporanea ed eccezionale».

Ma prima di Bruxelles, Macron dovrà convincere il movimento dei gilet gialli, soprattutto in vista del “Quinto atto” della mobilitazione previsto per sabato. Se queste concessioni di Macron funzioneranno è difficile dirlo, osserva sempre Saraceno su Luiss Open. Il malessere espresso dai gilet gialli ha radici molto profonde e diffuse nella società francese: il peso per l’economia francese della crisi che ha colpito le classi medio-basse, il calo lento della disoccupazione, la riduzione dei servizi pubblici e dei sostegni alle famiglie in seguito alle misure di austerità. Tutto questo, prosegue Saraceno, “ha condotto a una crisi che su Le Monde Julia Cagé ha chiamato ‘la crisi del potere d’acquisto’, che ha a lungo covato prima di esplodere in tutta la sua violenza in occasione dell’ultima legge di bilancio”. Come mostra anche un’analisi (attraverso lo studio lessicografico di migliaia di documenti) di un gruppo di ricercatori di Tolosa, la ribellione fiscale è solo uno dei temi intorno ai quali si articola la protesta dei gilet gialli: “Secondo i ricercatori, dai social legati al movimento emerge una prevalenza di temi legati all’ingiustizia sociale, alla rabbia verso delle élites che si arricchiscono e lasciano il conto da pagare agli altri; una richiesta di società più coesa e solidale, insomma”.

Su Internet le reazioni seguite all’intervento del presidente sono state contrastanti, tra chi si diceva soddisfatto delle concessioni e chi, invece, le respingeva definendole «tardive» e incomplete. Divisioni sono sorte anche tre quelle figure autoproclamatesi leader attraverso delle pseudo-votazioni su Facebook, che adesso si contendono la guida del movimento. La bretone Jaclline Mouraud, figura di spicco dell’ala moderata dei gilet gialli, ha lanciato un appello per una “tregua”, visto che «ci sono stati dei progressi». Più intransigente Maxime Nicolle, conosciuto sui social network con il soprannome di Fly Rider, che ha definito «briciole» le misure decise dal presidente.

A questo si aggiunge poi l’attacco di stampo terroristico avvenuto martedì sera a Strasburgo, dove, secondo un bilancio ancora provvisorio, hanno perso la vita quattro persone e altre dodici sono rimaste ferite. Anche in questo caso i gilet gialli sono divisi tra chi reputa opportuno fermare la protesta in segno di rispetto nei confronti della tragedia e chi, invece, vuole andare avanti, arrivando addirittura ad ipotizzare un complotto ordito dallo Stato per stoppare il movimento.

In un simile contesto, l’opinione pubblica giocherà un ruolo determinante.  Secondo un sondaggio condotto dall’istituto Odoxa per Le Figaro, il 59% per cento dei francesi non è rimasto convinto dalle parole del suo presidente. Una seconda indagine compiuta da Opinonway per il canale LCI afferma che il 54% dei cittadini vuole che il movimento si fermi.  Dati ancora alti, che comunque registrano un forte calo rispetto a quelli dei giorni scorsi.

Intanto, i partiti di opposizione avanzano in ordine disperso, tra chi continua ad attaccare il governo e chi, invece, lancia appelli alla calma. Tra questi ultimi c’è il presidente dei Repubblicani, Laurent Wauquiez, che ha sottolineato l’importanza di “ritrovare un dialogo sereno” per “uscire dalla crisi”.

La sinistra, invece, si mostra compatta e presenta una mozione di sfiducia contro il governo per il modo in cui è stata affrontata la crisi.

Più vaga la leader del Rassemblement National, Marine le Pen, che non ha dato indicazioni per la manifestazione di sabato. «Non ho mai chiamato a manifestare dall’inizio del movimento per una ragione semplice: non sono io che decido, è il popolo francese che si esprime», ha detto Le Pen, che sembra la sola aver tratto profitto dalla protesta.  Secondo un sondaggio realizzato il 7 e il 10 dicembre dall’istituto Ifop per il quotidiano L’Opinion, il Rassemblement National arriverebbe in testa alle prossime elezioni europee con il 24 per cento dei voti, distanziando di sei punti la République En Marche e i centristi del MoDem.

La Francia si ritrova così spaccata in due a causa di una frattura che rischia di allargarsi ancora di più nei prossimi mesi. Per riguadagnare terreno, Macron si dovrà insinuare proprio all’interno di quel divario per riconquistare il suo elettorato e proiettarsi verso le prossime elezioni europee.

Immagine in anteprima La Presse via Il Manifesto

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