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Ungheria, migliaia di studenti e lavoratori in piazza contro Orbán e la “legge schiavitù”

16 Dicembre 2018 6 min lettura

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Ungheria, migliaia di studenti e lavoratori in piazza contro Orbán e la “legge schiavitù”

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“Non saremo schiavi”, “Libera università in un paese libero”, “Più diritti meno Orbán”, sono alcuni degli slogan scanditi in questi giorni in piazza Kossuth – dove ha sede il Parlamento ungherese – a Budapest, in Ungheria.

Da tre giorni migliaia di persone, in gran parte lavoratori e studenti universitari (sostenuti anche dai partiti di opposizione), stanno manifestando insieme per chiedere libertà nel lavoro e nella ricerca. Le proteste sono partite dopo l’approvazione della cosiddetta “legge schiavitù”, come è stata definita da alcuni parlamentari dell’opposizione. Mercoledì scorso, infatti, è passato con 130 voti a favore e 52 contrari un emendamento che modifica il Codice del Lavoro portando il tetto degli straordinari a 400 ore l’anno, 150 ore in più rispetto alle attuali 250.

Con l’aumento delle ore di straordinario, i lavoratori potrebbero essere costretti a lavorare 6 giorni a settimana o 10 ore al giorno per 5 giorni. E, per quanto gli straordinari siano facoltativi, fanno notare alcuni sindacalisti, difficilmente i dipendenti rifiuteranno la proposta di eventuali ore di straordinario da parte dei datori di lavoro sia per paura di perdere il posto sia per il livello dei salari, mediamente di poco superiori ai 1000 euro al mese.

L’emendamento, inoltre, consente di rinviare il pagamento degli straordinari fino a un massimo di tre anni (attualmente si può attendere non oltre un anno). In questo modo, scrive Creede Newton su Al Jazeera, nel caso in cui un dipendente lasciasse o perdesse il lavoro prima di questi tre anni, rischierebbe di non ricevere i pagamenti per le ore di straordinario fatte.

Secondo le critiche mosse al provvedimento, prosegue Newton, con questo emendamento, il governo ungherese sembrerebbe andare incontro alle esigenze di maggiore flessibilità del lavoro da parte di grandi aziende straniere, in particolare quelle dell’industria automobilistica tedesca come l’Opel, la Mercedes e l’Audi, che negli ultimi anni hanno trasferito le loro fabbriche in Ungheria. A luglio, la BMW ha annunciato il progetto di costruire un impianto da 1 miliardo di euro. Tuttavia, la Camera dell'industria e del commercio tedesco-ungherese ha negato qualsiasi tipo di ingerenza sul governo.

Per i sindacati questa norma risponde alla sempre maggiore carenza di manodopera in Ungheria. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), circa 600mila ungheresi (circa il 16% degli occupati) lavorano all’estero. Questa situazione sta mettendo in crisi il sistema di welfare alla luce anche dell’invecchiamento della popolazione.

Secondo il governo, chi contesta la norma non ne ha capito il senso: si tratterebbe di un’innovazione favorevole alle imprese (perché risponderebbe alla carenza di manodopera) e ai lavoratori perché «chi vuole lavorare di più per avere più soldi adesso può farlo».

Durante il voto in Parlamento, le opposizioni hanno cercato di fare ostruzionismo, interrompendo più volte il dibattito. Un parlamentare dell’opposizione, Bence Tordai, ha trasmesso in diretta una piccola parte della discussione nel momento in cui chiede al premier Orbán se è orgoglioso della «legge sugli schiavi». La domanda resta senza risposta spingendo Tordai a esclamare: «Viktor Orbán è a disagio in questo momento. Il grande oratore non ha una sola parola da proferire».

Alle proteste dei lavoratori si sono aggiunte quelle degli studenti, scesi in piazza già nelle scorse settimane per manifestare a favore della libertà di studio e di ricerca nelle università e contro la chiusura della Central European University (CEU), l’università fondata da George Soros, che ha dovuto spostare parte dei suoi corsi a Vienna in seguito a una legge approvata  nell'aprile 2017 dal governo ungherese.

In base a questa norma, le università straniere (come la CEU) devono avere una sede anche nei loro paesi di origine (per la CEU, gli Stati Uniti) e stringere un accordo tra paese di provenienza e governo ungherese. Nonostante la CEU avesse avviato dei corsi nello Stato di New York, il governo ungherese non ha firmato l’accordo e così l’università si è vista costretta a spostare alcuni corsi a Vienna, per quella che, di fatto, si configura come la prima espulsione di un’università da un paese dell’Unione europea, come dichiarato dal preside dell’Università, Michael Ignatieff.

“L’espulsione arbitraria di un'università rispettabile è una violazione evidente della libertà accademica. È un giorno buio per l'Europa e per l'Ungheria”, ha detto l'università in una nota. Come ha dichiarato al New York Times Piret Karro, ventenne estone trasferitosi a Budapest per ottenere un master in Studi di Genere, questa legge ha effetti non solo sulla CEU ma sulla libertà accademica in Ungheria in generale.

«Siamo qui per protestare per due motivi: uno è lo schiaffo sul volto dei lavoratori, l’altro è la questione dei tribunali, che porterà al consolidamento del potere», ha dichiarato alla Reuters un manifestante di 65 anni, Tamas Szabo, che si è presentato alla manifestazione con una bandiera ungherese.

Sempre mercoledì scorso, infatti, scrivono Benjamin Novak e Patrick Kingsley sul New York Times, è stata approvata una norma che porterà alla creazione di “un sistema parallelo di tribunali che rafforzerà il controllo esecutivo sul sistema giudiziario”. Una volta che il nuovo sistema sarà attivo (entro i prossimi 12 mesi), proseguono i due giornalisti, il ministro della Giustizia ungherese potrà controllare l'assunzione e la promozione dei giudici, che avranno giurisdizione sui casi relativi alla "pubblica amministrazione", comprese questioni politicamente delicate come la legge elettorale, la corruzione e il diritto di protestare.

Per i difensori dei diritti civili si tratta di un’ulteriore erosione delle istituzioni democratiche da parte di Orbán. «È una decisione politica che mira a estendere il controllo del governo sul potere giudiziario», ha dichiarato il direttore di Amnesty International Ungheria, Dávid Vig. In una nota ufficiale, il gruppo per i diritti umani “Hungarian Helsinki Committee” ha affermato che la legge "è una seria minaccia per lo stato di diritto in Ungheria e contrasta con i valori che il paese ha sottoscritto nel momento in cui è entrato nell'Unione europea".

“Il nuovo sistema giudiziario – ha detto al New York Times Cas Mudde, professore dell'Università della Georgia, tra i massimi esperti di estrema destra e populismo in Europa e USA – completa la transizione dell'Ungheria da una democrazia liberale a un regime autoritario, in cui l'opposizione è autorizzata a esistere ma non le è permesso di sfidare il regime".

Il portavoce del governo ungherese, Zoltan Kovacs, ha respinto in una comunicazione le accuse, sostenendo che "nei tribunali amministrativi, le decisioni saranno prese da giudici più esperti e più informati sul corpus normativo che regola la pubblica amministrazione".

«Le manifestazioni di piazza non ci indurranno a ritirare la legge», ha spiegato il ministro Gergely Gulyas, che ha aggiunto di sospettare che tra i manifestanti ci fossero persone vicine al magnate americano George Soros.

Sui gradini del Parlamento, decine di poliziotti in tenuta antisommossa hanno bloccato l’ingresso ai numerosi manifestanti. Durante le proteste contro la legge sul lavoro e la riforma del sistema giudiziario è stato arrestato uno studente della CEU con l’accusa di “aggressione”. Insieme a lui, scrive Al Jazeera, sono state fermate altre quattro persone non ancora identificate.

In un comunicato stampa, il movimento studentesco Szabad Egyetem (o Free University), a cui appartiene lo studente arrestato, ha affermato che "non ci sono prove a sostegno delle accuse" e che il giovane deve essere rilasciato immediatamente. L'Unione delle libertà civili ungheresi ha dichiarato ad Al Jazeera di aver offerto consulenza legale allo studente ma di non essere ancora in grado di valutare il suo caso.

Per lunedì sono annunciate nuove proteste, con il blocco di alcune strade della capitale ungherese. Ancora troppo poco, concludono Novak e Kingsley sul New York Times rispetto alla forza di Orbán, che alle elezioni dello scorso aprile ha ottenuto una maggioranza schiacciante in grado di consentirgli il controllo della Costituzione.

Immagine in anteprima via Al Jazeera

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