Francia, chi sono e cosa vogliono i gilet gialli senza leader e senza appartenenza politica

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di Danilo Ceccarelli

Le immagini di guerriglia urbana avvenute all’ombra dell’Arco di Trionfo, i saccheggi dei lussuosi negozi nei dintorni degli Champs Elysée e i blocchi autostradali improvvisati nelle zone rurali: la protesta dei gilet gialli, esplosa in Francia neanche un mese fa, ha in poco tempo infiammato l’intero Esagono, aprendo una crisi politica che ha messo in ginocchio il presidente Emmanuel Macron, costringendolo a tornare sui suoi passi e intavolare un dialogo.

Sorto spontaneamente sui social network, il movimento dei gilet gialli è riuscito nel giro di pochissimi giorni ad allargarsi a macchia d’olio, coinvolgendo diversi settori della popolazione francese, soprattutto nelle zone rurali lontane dai centri urbani. La miccia che ha fatto scoppiare la contestazione è stata accesa dopo che il governo ha annunciato un aumento delle tasse sul carburante, previsto per il primo gennaio del prossimo anno. Una misura che si inserisce all’interno del piano di transizione energetica diventato il fiore all’occhiello delle politiche ambientali svelate da Macron durante la campagna elettorale.

Secondo quanto stabilito, le accise saliranno di 6,5 centesimi al litro per il gasolio e 2,9 centesimi per la benzina. La goccia di troppo per molti cittadini, soprattutto per quelli che, vivendo in piccoli centri urbani, sono costretti ad utilizzare quotidianamente la macchina per recarsi al lavoro.

Il passaparola è cominciato così a girare nel web attraverso un tam tam riecheggiato su Facebook, Twitter e Instagram, al ritmo degli hashtag #MacronDemission e #GiletJaunes. Ad aderire in un primo tempo all’iniziativa sono stati i cittadini che vivono nella Francia profonda, lontana dai grandi centri urbani, che hanno percepito il rincaro dei carburanti come l’ennesimo smacco da parte di un presidente che non si preoccupa di chi “non riesce ad arrivare alla fine del mese”. Ma l’ondata gialla ha in poco tempo attirato a sé diversi settori, tra lavoratori dipendenti, pensionati e piccoli imprenditori, tutti uniti contro un governo sordo alle richieste degli elettori e troppo impegnato ad occuparsi di grandi temi internazionali. Un’iniziativa che, secondo i sondaggi, oggi raccoglie il 72% delle opinioni favorevoli tra i cittadini francesi. In questi ultimi giorni alla protesta si sono uniti anche gli studenti dei licei, che in molte città della Francia stanno bloccando le scuole chiedendo la soppressione delle riforme dell’educazione nazionale.

Quella dei gilet gialli è una realtà eterogenea, nata senza leader né portavoce, con l’unico obiettivo di far arrivare la protesta a Parigi, sotto le finestre dell’Eliseo. In quest’ottica, il movimento ha catalizzato attorno a sé il malcontento generale, aggiungendo all’iniziale rivendicazione contro il caro-carburante una serie di richieste riguardanti il taglio delle tasse, l’aumento del potere d’acquisto e il blocco delle politiche di austerità.

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Il primo atto di questa mobilitazione è andato in scena il 17 novembre, quando 282mila persone sono scese nelle strade di tutta la Francia bloccando la circolazione di importanti arterie stradali. Una giornata di caos, che ha registrato un bilancio finale di 227 feriti e una manifestante morta dopo essere stata investita in uno dei punti di blocco. La protesta è poi continuata nei giorni seguenti in tutto il paese arrivando a esplodere lo scorso primo dicembre nei violenti scontri che hanno messo a ferro e fuoco Parigi.

Alla manifestazione dei gilet gialli si sono uniti "casseurs" di estrema destra e di estrema sinistra, che nelle strade adiacenti agli Champs Elyséees, blindatissimi per l’occasione, hanno ingaggiato una vera e propria battaglia con le forze dell’ordine, che dal canto loro hanno risposto con cariche e lancio di lacrimogeni. La Place d’Étoile dove troneggia l’Arco di Trionfo è diventata un ring nel quale si sono affrontate centinaia di persone e agenti della celere in tenuta antisommossa.

La mancanza di una struttura organizzativa ha fatto avanzare il movimento in ordine sparso, senza una linea ben precisa. Fino a questo momento i tentativi di configurare una gerarchia all’interno dei gilet gialli si sono rivelati fallimentari. Il primo, in ordine di tempo, è arrivato venerdì scorso, quando un gruppo di otto portavoce nominati attraverso una votazione su Internet ha dato forfait ad un incontro con il premier Philippe. All’appuntamento si è presentato un solo rappresentante, Jason Herbert, che però ha abbandonato subito il palazzo Matignon, sede del governo, dopo che gli è stata rifiutata la richiesta di poter trasmettere in streaming il colloquio. Il secondo flop è avvenuto in queste ultime ore: il vertice tra il capo del governo e i rappresentanti del movimento è stato cancellato per “motivi di sicurezza”, legati alle minacce di morte ricevute da alcuni membri della delegazione via Internet. Un’ulteriore dimostrazione delle fratture interne a una corrente disomogenea che, a quanto pare, teme di finire sotto il giogo di una leadership imposta dall’interno.

A sei mesi dalle prossime elezioni europee, Macron si ritrova a dover gestire una nuova protesta che rischia di compromettere seriamente la sua stabilità. L’autoproclamatosi presidente Jupiterien (da Jupiter, Giove in italiano) sta pagando una strategia politica che nella prima fase del suo mandato lo ha visto impegnato in una serie di riforme economiche e politiche considerate come lontane dai veri bisogni della gente. La soppressione dell’imposta sulle grandi fortune, i tagli agli aiuti per gli alloggi e l’abbassamento del limite di velocità a 80 Km/h sulle strade hanno contribuito a costruire l’immagine di un “presidente dei ricchi” che si è ormai incollata a Macron.

A nulla sembrano essere servite le concessioni annunciate a inizio novembre dal capo di Stato francese riguardanti la creazione di un “assegno energia” per le famiglie più modeste e nuovi incentivi per l’acquisto di macchine meno inquinanti. Macron ha inoltre fatto sapere che nei prossimi mesi verranno organizzate delle concertazioni territoriali con associazioni, rappresentanti politici e cittadini per affrontare il tema della transizione energetica a livello locale.

Consapevole della portata di questo nuovo fenomeno, Macron ha deciso, forse troppo tardi, di aprire al dialogo, mandando in prima linea il suo premier, Edouard Philippe. Il primo ministro ha annunciato ieri in un discorso alla nazione “tre misure fiscali” che prevedono una moratoria di sei mesi all’aumento dell’accise sul carburante, insieme al congelamento delle bollette di gas ed elettricità. Un gesto di apertura da parte dell’esecutivo, che tuttavia non sembra aver convinto i gilet gialli, che si mostrano decisi a continuare la loro protesta.

Intanto, la Francia resta con il fiato sospeso per la prossima giornata di manifestazione fissata per l'8 dicembre nel timore che nuove violenze possano infiammare le strade della capitale. Il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha lanciato un appello affinché i “gilet gialli ragionevoli” prendano le distanze dai gruppi estremisti interni alla corrente e non si uniscano alla manifestazione di sabato.

Una speranza debole per l’esecutivo, che si prepara a vivere il suo "autunno" più caldo dall’inizio del mandato.

Foto in anteprima di Benoit Tessier/Reuters via Quartz

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