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L’assassinio di Suleimani, la catena di eventi da 40 anni a oggi, le responsabilità degli USA

7 Gennaio 2020 7 min lettura

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L’assassinio di Suleimani, la catena di eventi da 40 anni a oggi, le responsabilità degli USA

7 min lettura

Gli Stati Uniti, su ordine del presidente Donald Trump, hanno ucciso Qassem Suleimani, sessantaduenne capo della Quds, forza speciale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Il potente generale iraniano è morto, dopo un attacco coi droni, all’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq.

L'azione militare americana ha aperto a nuovi scenari di guerra, con l'Iran che ha annunciato che ci sarà una risposta militare contro siti militari e che non rispetterà i limiti imposti nell’accordo sul nucleare iraniano del 2015 per quanto riguarda il numero o il tipo di centrifughe utilizzate o la soglia di arricchimento dell'uranio. Grandi manifestazioni di cordoglio per la morte di Suleimani e contro gli Stati Uniti si sono tenute in Iran.

Il giornalista americano Robert Wright, con un post nel suo blog Non Zero, fa un passo indietro e ricostruisce, contestualizzandola nel tempo, la catena di eventi precedenti all’uccisione di Qassim Suleimani. L’obiettivo di Wright è di ottenere una visione di quanto sta succedendo in queste ore quanto più completa possibile, avendo ben presente la complessità storica degli accadimenti.

Una settimana prima

Il giornalista parte così dai fatti accaduti una settimana prima dell'uccisione di Suleimani:

Venerdì 27 dicembre un contractor civile americano è rimasto ucciso in un attacco missilistico a una base militare irachena. Nell’attacco sono rimasti feriti diversi membri del servizio militare degli Stati Uniti e personale iracheno. Secondo quanto dichiarato dal consigliere del Segretario della Difesa, Jonathan Hoffman, il missile è stato lanciato da una milizia irachena, denominata Kataeb Hezbollah (KH),  che ha "un forte legame con la Quds" e che "ha ricevuto ripetutamente aiuti dall'Iran". Un portavoce di KH ha respinto però la responsabilità dell’attacco.

Gli Stati Uniti hanno risposto militarmente con diversi attacchi aerei in Iraq e in Siria che hanno ucciso 25 membri della milizia Kataeb Hezbollah, incolpata dagli Stati Uniti di una serie di attacchi contro strutture militari congiunte USA-Iraq.

Il 31 dicembre, manifestanti iracheni, molti dei quali sostenitori della milizia in questione, si sono riuniti davanti all'ambasciata americana a Baghdad, capitale dell’Iraq, violando il suo perimetro esterno e dando fuoco alla sua area di accoglienza.

Lo stesso giorno, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un tweet, ha accusato l'Iran di essere responsabile dell'uccisione del contractor americano e dell'assalto all'ambasciata americana in Iraq.

Alcuni giorni dopo queste proteste, il 3 gennaio del nuovo anno, gli Stati Uniti hanno ucciso Suleimani. Funzionari statunitensi hanno giustificato questa azione militare affermando che sarebbe servita per bloccare un "attacco imminente" contro gli americani. Finora però non sono stati forniti elementi di prova e Rukmini Callimachi, corrispondente del New York Times ed esperta di terrorismo, in un thread su Twitter, ha affermato che ad oggi non ci sono prove certe di questo “attacco imminente”.

Secondo inoltre il vice presidente americano Mike Pence, il generale iraniano aveva avuto anche un ruolo nell'attacco terroristico dell'11 settembre negli Stati Uniti d'America. Ma, anche in questo caso, non ci sono prove a supporto di questa affermazione, spiega Vox.

Due anni prima

A maggio del 2018, l'amministrazione Trump decide di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 dall'ex presidente americano Barack Obama insieme a Regno Unito, Francia, Cina, Russia e la Germania – che prevedeva di eliminare in maniera progressiva le sanzioni economiche imposte all’Iran e in cambio Teheran aveva accettato di limitare il suo programma nucleare, permettendo anche periodici controlli da parte dell’ONU alle sue attività – e ha imposto gradualmente il ritorno delle sanzioni economiche nei confronti di Teheran.

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Le sanzioni ripristinate hanno avuto un forte impatto negativo sull'economia iraniana, colpendo, tra le altre cose, esportazioni di petrolio, trasporti marittimi e banche.

via BBC

Man mano che le conseguenti difficoltà economiche si sono aggravate, scrive Wright, "l'Iran ha iniziato a inviare segnali che aveva il potere di causare problemi": ad esempio sequestrando lo scorso agosto una petroliera nel Golfo Persico, perché accusata di portare 'petrolio iraniano di contrabbando'; l'Iran, inoltre, è stato ritenuto responsabile dagli Stati Uniti d'America di vari attacchi a raffinerie di petrolio in Arabia Saudita nei mesi scorsi. Responsabilità che Teheran ha però respinto.

Quarant'anni prima

In questo contesto, continua Wright, l'attacco missilistico in cui è morto il contractor americano può forse essere visto come l'estendersi in Iraq della reazione dell'Iran alla politica estera dell'amministrazione americana. Azioni che comunque si inserirebbero all'interno dell'obiettivo di lunga data da parte iraniana di espellere le forze militari statunitensi dal territorio iracheno.

Per questo motivo, per comprendere meglio le dinamiche in atto, Wright allarga ulteriormente la visuale, arrivando agli anni '80, quando le forze irachene invasero l'Iran, iniziando una guerra lunga otto anni che ha destabilizzato la regione e provocato centinaia di migliaia di morti. In quel conflitto, gli Stati Uniti fornirono aiuti vari all'Iraq "anche se sapevano che Saddam Hussein stava usando armi chimiche". Proprio in quella guerra combattè Qassim Suleimani, salendo di grado nell'esercito iraniano.

Ventitre anni dopo, nel 2003, gli Stati Uniti (insieme a Regno Unito, Polonia e Australia) danno poi il via all'occupazione dell'Iraq. Un'azione militare giustificata dal pericolo, secondo l'intelligence militare, di armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein. Un'informazione che poi si rivelò essere falsa. Dal suo inizio, la guerra in Iraq ha provocato circa 300 mila morti.

Wright spiega che i leader iraniani hanno ritenuto sempre una minaccia la prospettiva di un'occupazione americana permanente dell'Iraq (considerando anche il coinvolgimento della CIA nel colpo di Stato nel 1953 in Iran contro il primo ministro eletto iraniano Mohammad Mossadegh) e per questo motivo l'Iran, dando il sostegno agli insorti iracheni contro le truppe americane, ha cercato di "sfrattare" l'esercito statunitense dall'Iraq. Suleimani partecipò così a queste operazione, con sabotaggi e attentati ai soldati americani e creando in Iraq anche gruppi di milizie. Le milizie filo iraniane in Iraq hanno avuto anche un ruolo attivo nella dura repressione delle proteste dei mesi scorsi contro corruzione, disoccupazione e difficoltà economiche nel paese.

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Recentemente, inoltre, Suleimani è stato anche indirettamente alleato degli Stati Uniti contro l'ISIS, perché ha creato un'alleanza di milizie appoggiate dall'Iran che ha combattuto per cacciare i militanti del califfato dalle loro roccaforti in Siria e Iraq. In base a documenti riservati ottenuti da The Intercpet durante queste battaglie contro l'ISIS ci sono stati anche massacri generalizzati nei confronti delle popolazioni del posto. Secondo diversi analisti, l'uccisione del generale iraniano pone domande e dubbi su come continuerà la lotta all'organizzazione terroristica in Medio Oriente.

Ricostruendo gli eventi degli ultimi 40 anni ci si accorge, scrive Wright, che “è tutt'altro che ovvio che l'Iran abbia più responsabilità degli Stati Uniti per averci portato al punto in cui ci troviamo”.

E allora per comprendere la cornice in cui si inseriscono gli eventi anche più recenti, occorre fare uno sforzo di “empatia cognitiva”, cioè cercare di mettersi nei panni dell’altro. E così si potrà notare che “alcune delle cose più discutibili che l'Iran ha fatto sono sorprendentemente paragonabili a quelle che hanno fatto gli Stati Uniti”.

Così come gli Stati Uniti 40 anni fa erano talmente spaventati dalla prospettiva che El Salvador diventasse comunista da addestrare e armare i cosiddetti “squadroni della morte” che hanno commesso diversi massacri. Allo stesso modo, l’Iran potrebbe sentirsi minacciato dalla prospettiva di un regime siriano amico che finisce in mano a forze ostile grazie al sostegno di potenze esterne (tra cui gli USA) che considerano l’Iran un avversario. "Se perdiamo la Siria, non riusciremo a tenere Teheran", disse un religioso iraniano nel 2013, mentre Suleimani stava costruendo la sua rete di persone di fiducia iraniane in Siria.

Sostenere questo non significa negare le brutalità e le atrocità commesse dall’Iran, ma cercare di fare uno sforzo per esplorare le ragioni degli altri e magari comprendere che “forse le truppe americane in Iraq sono viste dall'Iran come le truppe sovietiche in Messico sarebbero state viste dagli americani durante la Guerra Fredda”. E quindi, le mire dell’Iran di espandere l’influenza regionale potrebbero essere una forma di difesa così come lo erano state per gli USA per arginare l’invasione sovietica in El Salvador e in Messico.

“Ci sono molti modi per rispondere alla domanda sul perché gli Stati Uniti hanno ucciso Suleimani”, conclude Wright. “Uno è quello di descrivere le varie catene di eventi che hanno portato all'uccisione. Un altro è descrivere le ragioni che hanno sollecitato quelle catene a delinearsi come hanno fatto. Fino a quando non cambiamo la logica - cambiamo il modo in cui noi americani guardiamo noi stessi e il mondo - le catene di eventi continueranno a svolgersi come hanno fatto questa volta”.

Foto via Intellinews

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