Israele accusa l’Iran di non rispettare gli accordi sul nucleare. Cosa dicono gli esperti

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Aggiornamento 9 maggio 2018: Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 dall'ex presidente americano Barack Obama insieme a Regno Unito, Francia, Cina, Russia e la Germania. Durante la conferenza stampa (qui il discorso integrale) di martedì 8 maggio in cui ha annunciato il ritiro dall'intesa e il ritorno di una parte delle sanzioni economiche nei confronti di Teheran, Trump ha detto che l'accordo era stato «negoziato così male che anche se l'Iran facesse tutto quello che gli viene chiesto, il regime rimarrebbe vicino al break-out nucleare. È solo una questione di tempo».

Per giustificare l'uscita, il presidente americano ha dichiarato che oggi, in base ai documenti di intelligence resi noti la scorsa settimana da Israele, si ha la prova definitiva che la promessa iraniana dello sviluppo di un programma pacifico di energia nucleare era una bugia. Questo nonostante gli analisti che si occupano di nucleare e gli esperti di Iran abbiano dichiarato che nelle rivelazioni del primo ministro israeliano Netanyahu non c'erano “né informazioni sostanzialmente nuove né prove che l’accordo nucleare sia fallito o sia stato violato” da parte dell'Iran.

Il giorno dopo l'annuncio di Trump, inoltre, l'IAEA (l'International Atomic Energy Agency che sta monitorando il rispetto iraniano dell'intesa) ha reso noto che può confermare che l'Iran sta attuando gli impegni previsti nell'accordo.

Il presidente francese Macron in un tweet ha detto che Francia, Germania e Regno Unito si rammaricano della decisione degli Stati Uniti. L'Unione europea ha comunque ribadito il sostegno all'accordo raggiunto tre anni fa. L'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, ha specificato che «l'accordo nucleare appartiene all'intera comunità internazionale e l'Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale», aggiungendo che «l'intesa funziona e garantisce che l'Iran non sviluppi armi atomiche».

L'Iran, con il Presidente Hassan Rouhani, ha risposto che «al contrario di quanto dice Trump, rimarremo in questo accordo anche senza Washington. Continueremo a trattare. Tutto dipende dall'interesse del nostro Paese, che dobbiamo difendere. Se nel contesto di nuove trattative sarà rispettato, allora lo manterremo».

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Aggiornamento 7 maggio 2018: L’Observer (il settimanale del Guardian) ha rivelato che collaboratori del Presidente americano, Donald Trump, lo scorso maggio hanno ingaggiato un'agenzia di intelligence privata israeliana per orchestrare un’operazione "sporca" contro due personalità chiave dell'amministrazione Obama che nel 2015 hanno contribuito a negoziare l'accordo nucleare iraniano e cioè Ben Rhodes, uno dei massimi consiglieri sulla sicurezza nazionale di Barack Obama, e Colin Kahl, vice assistente dell’ex vicepresidente Joe Biden.

Secondo le fonti consultate dall’Observer, i funzionari legati a Trump hanno contattato gli investigatori privati pochi giorni dopo la visita di Trump a Tel Aviv di un anno fa: “una fonte con i dettagli di questa operazione ha detto: «L'obiettivo era screditare coloro che erano fondamentali per realizzare l'intesa, rendendo più facile l’uscita dall’accordo».

L’Observer parla inoltre di “documenti incendiari” che mostrerebbero come all’agenzia di intelligence privata sia stato chiesto di indagare sulle vite personali, sulle carriere politiche di Rhodes e Kahl, e se i due avessero in qualche modo beneficiato personalmente o politicamente dell’accordo raggiunto con l’Iran. “Agli investigatori – continua il settimanale britannico – è stato anche detto di contattare importanti giornalisti e professionisti – dal New York Times, a MSNBC, dall'Atlantic, a Vox e al quotidiano israeliano Haaretz – che hanno avuto frequenti contatti con Rhodes e Kahl per capire se avessero violato qualsiasi protocollo condividendo informazioni riservate.

Sebbene le fonti abbiano confermato che il contatto e un piano iniziale di attacco sono stati forniti agli investigatori privati dai collaboratori di Trump, non è chiaro quanto lavoro sia stato effettivamente intrapreso, da quanto tempo o di cosa ne è stato fatto del materiale raccolto. Non è noto inoltre se tutto questo costituisse solo una parte di una più ampia collaborazione Trump-Netanyahu per indebolire l'accordo con l’Iran o se gli investigatori avessero preso di mira altre personalità come John Kerry, il principale firmatario dell'accordo da parte dell’America.

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Entro il prossimo 12 maggio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump deciderà se rinnovare l’accordo sul nucleare (denonimato JCPOA, cioè  Joint Comprehensive Plan of Action) raggiunto a Vienna con l’Iran nell’estate 2015, durante la presidenza di Barack Obama, insieme ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu (Usa, Regno Unito, Francia, Cina e Russia) e la Germania. L’intesa, in sostanza, prevedeva di eliminare “progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, mentre l’Iran ha accettato di limitare il suo programma nucleare e permettere alcuni periodici controlli da parte dell’ONU alle sue installazioni nucleari”, spiegava il Post.

Trump, lo scorso gennaio, nel confermare l’accordo raggiunto aveva anche specificato: «Questa è l'ultima chance per migliorare l'accordo con l'Iran. Se questo non accadrà gli Stati Uniti si ritireranno immediatamente. Nessuno dubiti della mia parola, lo farò». Il presidente americano è infatti da sempre critico su quanto raggiunto con Teheran perché, scriveva tre anni fa, si trattava di un’intesa “dannosa”, “costruita male” e che avrebbe aumentato l’“incertezza” e ridotto la “sicurezza per l’America, gli alleati, tra cui Israele”.

“Teheran ha mentito sulle armi nucleari”, l’accusa di Netanyahu

Sul futuro dell’accordo sembra ora pesare quanto riferito il 30 aprile scorso, durante una conferenza stampa (qui il testo integrale del discorso), proprio dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, anche lui da sempre oppositore all’accordo, definito a suo tempo un “errore storico” che avrebbe aggravato le tensioni nella regione e alimentato “gli sforzi iraniani per distruggere Israele”.

Netanyahu ha affermato che il Mossad, il servizio segreto d’intelligence israeliana, è riuscito a entrare in possesso di mezza tonnellata di documenti provenienti dall’archivio segreto iraniano sul programma di sviluppo delle armi nucleari che svelerebbero che l’Iran ha mentito rispetto alle sue dichiarazioni di disimpegno nucleare, continuando in realtà «a preservare ed espandere il suo know-how sulle armi nucleari per un uso futuro»: «L'Iran punta a dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli utilizzati su Hiroshima». Il primo ministro israeliano ha continuato affermando che all’interno di queste migliaia di file ottenuti ci sono «grafici, progetti, foto, video incriminanti e altro ancora». Questo materiale è stato condiviso «con gli Stati Uniti che hanno garantito  sulla loro autenticità» e, continua Netanyahu, sarà fatto anche «con altri paesi e con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica».

Il primo ministro israeliano ha spiegato inoltre che da anni si sa che l'Iran ha un programma segreto di armi nucleari chiamato “Project Amad” (elaborato negli anni 1999 - 2003) ma che ora è possibile dimostrare che si trattava di «un programma completo per progettare, costruire e testare armi nucleari» e che Tehran «sta segretamente conservando il materiale del “Progetto Amad” da utilizzare quando lo vorrà per sviluppare armi nucleari».

Cosa dicono gli esperti delle accuse di Israele

Quella che per Netanyahu è una rivelazione, per gli analisti che si occupano di nucleare e gli esperti di Iran, erano già in gran parte di dominio pubblico, “molte della quali già accessibili in rapporti internazionali pubblicati nel 2011 e nel 2015”, scrivono Max Fisher e Amanda Taub sul New York Times. Il primo ministro israeliano non ha dato “né informazioni sostanzialmente nuove né prove che l’accordo nucleare sia fallito o sia stato violato”.

Lo stesso scrive Zack Beauchamp su Vox: “Dina Esfandiary, (...) del King's College di Londra, mi ha detto che il discorso di Netanyahu è stato «francamente deludente». Suzanne Maloney, una studiosa dell'Iran alla Brookings Institution, ha detto di non aver sentito «nulla di nuovo». E Kingston Reif, esperta della proliferazione nucleare all’Arms Control Association, dice «già sapevamo» la maggior parte di quanto riferito nel discorso di Netanyahu”.

Beauchamp spiega poi che, in un momento del suo discorso, Netanyahu suggerisce che l’atto di conservare questi vecchi file da parte dell’Iran è già di per sé una violazione dell'accordo, anche se non era chiaro quale fosse la parte dell'intesa a cui si riferiva. In ogni caso, per James Acton, direttore del programma di politica nucleare del Carnegie Endowment, continuare ad avere questi documenti non violerebbe l’accordo con l’Iran sul nucleare: «Presumo che questo requisito non sia stato incluso perché è stato considerato non verificabile».

Inoltre, si legge ancora su VOX, gli esperti aggiungono che bisogna specificare che l’accordo con l’Iran non è in realtà basato sulla fiducia, ma “su ispezioni rigorose che hanno confermato che Teheran di fatto non sta mentendo ad esempio sul riavvio di centrifughe (ndr per la produzione di armi nucleari) vietate” in base all’intesa raggiunta 3 anni fa. Questa, specifica Beauchamp, non è solo l’opinione di esperti esterni, ma anche del segretario alla Difesa americana, James Mattis, che il 14 aprile scorso, durante la testimonianza resa in Senato, ha dichiarato che le disposizioni presenti nell’accordo sulle ispezioni dell’IAEA sono ben progettate per individuare possibili violazioni iraniane, come ad esempio un programma segreto di bombardamento.

L’IAEA: non ci sono prove di ricerca iraniana per armi nucleari dopo il 2009

Il giorno dopo la conferenza stampa di Netanyahu, l’International Atomic Energy Agency (IAEA) ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui specifica che “nel dicembre 2015, il direttore generale della IAEA, Yukiya Amano, ha presentato la valutazione finale sulle passate e presenti questioni in sospeso relative al programma nucleare iraniano al Consiglio dei Governatori dell’IAEA”.

In questa relazione, “l’Agenzia ha valutato che, prima della fine del 2003, era in atto una struttura organizzativa in Iran idonea al coordinamento di una serie di attività rilevanti per lo sviluppo di un ordigno esplosivo nucleare” ma che “sebbene alcune attività abbiano avuto luogo dopo il 2003, non facevano parte di uno sforzo coordinato”.

La valutazione dell’Agenzia è che queste attività non sono andate oltre gli studi scientifici, le analisi di fattibilità e l’acquisizione di alcune competenze e capacità tecniche rilevanti. Lo stesso rapporto certifica che l’Agenzia non ha trovato indicazioni credibili di attività in Iran che facessero pensare  allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009. L’IAEA afferma così che in base alla “relazione del direttore generale, il consiglio dei governatori ha dichiarato che l’esame di questo problema è stato chiuso”.

L’Agenzia conclude il suo comunicato sottolineando che, in linea con la propria prassi, “valuta tutte le informazioni rilevanti in materia di salvaguardia a sua disposizione” ma che tuttavia, non è sua prassi “discutere pubblicamente questioni relative a tali informazioni”.

Sentito dal Guardian, Olli Heinonen, l’ex ispettore capo dell’IAEA, dopo aver visto la presentazione di Netanyahu, ha ribadito quanto già sostenuto dagli esperti: «Ho visto solo molte immagini che avevo visto in precedenza. Alcune di esse sono state trasmesse al consiglio in una sessione riservata nel febbraio 2008». Diverse di quelle “prove” erano già state rese pubbliche dalla stessa agenzia nel 2011 in un dettagliato rapporto.

Le reazioni di America, Europa e Iran

Il presidente Trump, dopo la conferenza stampa di Netanyahu, ha dichiarato: “Quello che è successo oggi e che è accaduto di recente mostra che ho avuto ragione al 100%”. Sulla decisione che dovrà prendere il 12 maggio prossimo, però, non ci sono ancora certezze: "Vedremo cosa succede. Non vi dico cosa farò ma in molti credono di saperlo".

In un comunicato della Casa Bianca si legge che “gli Stati Uniti sono a conoscenza delle informazioni appena rilasciate da Israele e continuano a esaminarle attentamente. Queste informazioni forniscono nuovi e convincenti dettagli sugli sforzi dell'Iran per sviluppare armi nucleari (...). Questi fatti sono coerenti con ciò che gli Stati Uniti sanno da tempo: l'Iran aveva un programma di armi nucleari robusto e segreto che ha cercato, non riuscendoci, di nascondere al mondo e alla sua stessa gente”.

Come ha mostrato il giornalista del New York Times, Max Fisher, in una precedente versione del comunicato si leggeva che l’Iran “ha” (has) un programma di armi nucleari, per poi essere corretto successivamente in “aveva” (had).

https://twitter.com/eu_eeas/status/991042447605190656

L’Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha risposto al primo ministro israeliano tramite un comunicato ufficiale affermando che saranno valutati i dettagli delle dichiarazioni e di attendere la valutazione dell’agenzia indipendente IAEA. Mogherini ha ricordato poi che l'accordo nucleare raggiunto nel 2015 “non si basa su presupposti di buona fede o di fiducia” ma “su impegni concreti, meccanismi di verifica e un monitoraggio molto rigoroso” eseguiti dall’IAEA, che finora ha attestato per dieci volte che “l'Iran ha rispettato pienamente i suoi impegni”. L’Alto rappresentante conclude affermando di non aver "visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell'Iran" dell’accordo.

Il ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif, ha respinto le accuse di Netanyahu e ha parlato di “presunte rivelazioni di intelligence” pochi giorni prima del 12 maggio.

L’obiettivo “politico” del discorso di Netanyahu

Se la maggior parte delle cose rivelate da Netanyahu erano già note, perché allora tutta questa attenzione, si domanda Beauchamp sempre su Vox: “In parte per intimidire l’Iran, mostrando che l'intelligence israeliana potrebbe infiltrarsi nelle strutture di maggiore sicurezza iraniane. Ma per lo più, era un discorso rivolto al Presidente Trump prima della scadenza del 12 maggio. (....) Un punto che Netanyahu ha quasi ammesso alla fine del suo discorso: «Tra pochi giorni, il Presidente Trump prenderà la sua decisione sull'accordo. (...) Sono sicuro che farà la cosa giusta»".

C’è attesa sulla decisione che prenderà il Presidente americano. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, durante un’intervista alla BBC, ha dichiarato che «c'è il rischio reale di un conflitto se Donald Trump dovesse decidere di non rispettare l'accordo sul nucleare stipulato nel 2015». Per scongiurare l’uscita degli Usa, Trump ha imposto agli europei tre condizioni, scrivono Annalisa Perteghella e Tiziana Corda su Ispi online: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano, l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano, l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo.

Lo scorso 29 aprile Regno Unito, Germania e Francia hanno confermato il loro appoggio all’accordo, specificando però anche che c’erano importanti elementi che l’intesa non copre ma che devono essere affrontati, inclusi i missili balistici, cosa succederà quando l’accordo scadrà e l’attività di destabilizzazione della regione da parte dell’Iran.

Il presidente Hassan Rouhani, da parte sua, ha dichiarato che Trump non ha il "diritto" di rinegoziare l'accordo, aggiungendo che Tehran "non accetterà alcuna restrizione oltre i suoi impegni" nel futuro.

Foto in anteprima via Reuters/Amir Cohen

 

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