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Ungheria, continuano le proteste contro la deriva autoritaria di Orbán

18 Dicembre 2018 5 min lettura

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Ungheria, continuano le proteste contro la deriva autoritaria di Orbán

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Domenica scorsa, per il quarto giorno negli ultimi cinque, più di 15.000 cittadini ungheresi sono scesi in piazza per manifestare contro il governo nazionalista di destra del primo ministro Viktor Orbán in quella che è diventata una delle proteste più partecipate da quando è salito al potere otto anni fa.

Si tratta, ovviamente, di numeri ridotti considerando che, come già precisato in un altro pezzo, ad aprile Orbán è stato rieletto con quasi il 50% dei voti in un'elezione che gli osservatori internazionali hanno definito "libera ma non equa". Ma, osserva Patrick Kingsley sul New York Times, gli analisti sono rimasti colpiti dalla rara unità dei manifestanti (che includeva partiti provenienti da tutto lo spettro politico frammentato dell'Ungheria, dai Verdi fino all'estrema destra) e dalla loro persistenza, visto che hanno protestato per strada "sfidando temperature sotto lo zero".

Su alcuni cartelli si leggeva: "All I want for Xmas is democracy" (Tutto quello che voglio per Natale è la democrazia) e numerosi sono stati i cori contro i media "governativi" (“La televisione sta mentendo!”).

Una manifestazione pacifica, organizzata da partiti di opposizione e sindacati ungheresi, che si è svolta inizialmente senza problemi. Ma a fine giornata la polizia ha usato  violenza e lacrimogeni contro i manifestanti quando è stata circondata la sede della stazione radio pubblica ungherese.

Decine di persone, alcune delle quali estranee alle proteste, sono state arrestate e molte sono state rilasciate dopo 12 ore o più.

Un gruppo di membri del parlamento, che ha libero accesso alla sede della televisione, ha poi chiesto senza successo di poter leggere una petizione dal vivo durante il notiziario. La protesta è proseguita presso la sede della televisione nella giornata di lunedì. Uno dei manifestanti parlamentari è stato portato via con la forza, nonostante non sia consentito dalla legge per vari motivi, tra cui l'immunità parlamentare.

L'ondata di proteste si è scatenata dopo l'approvazione della scorsa settimana di un emendamento al diritto del lavoro ungherese, definito dalle opposizioni "legge-schiavitù". La legge aumenta il numero di ore di straordinario da poter effettuare ogni anno passando da 250 a 400 per ciascun dipendente. Allo stesso tempo, i datori di lavoro hanno a disposizione tre anni per pagare gli straordinari anziché uno.

Leggi anche >> Ungheria, migliaia di studenti e lavoratori in piazza contro Orbán e la “legge schiavitù”

L'emendamento è stato approvato nonostante le proteste di massa da parte di sindacati, organizzazioni di opposizione e organizzazioni civili. In segno di protesta l'opposizione aveva occupato, durante il voto, il podio del presidente parlamentare.

Quando Orbán e il suo governo hanno riformato la legge sul lavoro e sul fisco anni fa a favore delle aziende, non ci sono state state proteste. Nel frattempo, il diritto allo sciopero è stato fortemente limitato e le aziende oggi pagano tasse più basse in Ungheria rispetto a qualsiasi altra nazione dell'Unione Europea.

Attualmente i sindacati ungheresi sono deboli e politicamente frammentati. La maggior parte dei partiti di opposizione si preoccupa solo marginalmente delle questioni sociopolitiche, mentre le organizzazioni non governative si sono concentrate principalmente sulle politiche degli ultimi anni tese ad indebolire lo Stato di diritto.

Ma ora, una parte dei cittadini ungheresi sta indirizzando tutta la sua rabbia verso la "legge schiavitù". L'emendamento, da molti considerato umiliante, sta ponendo seri problemi sociali a carico dei dipendenti. Tra l'altro, in Ungheria c'è un'enorme carenza di manodopera (problema al quale si cerca di sopperire con l'aumento delle ore di straordinario) per l'elevato numero di persone che lasciano il paese a causa dell'enorme frustrazione generata dalle politiche di Orbán.

Negli ultimi otto anni, circa 600mila cittadini, per la maggior parte ben istruiti, hanno lasciato il paese a causa del clima politico opprimente, della scarsa organizzazione e del sotto-finanziamento del sistema di istruzione e dell'assistenza sanitaria e della forte dipendenza delle aziende private dal sostegno del governo.

Al di là della "legge schiavitù" ciò che preoccupa i cittadini è la deriva autoritaria del governo Orbán.

Con la riforma del sistema giudiziario, l’Ufficio nazionale della magistratura è stato messo sotto l’influenza politica diretta del governo, rischiando di minare fortemente la sua indipendenza. Nel frattempo, centinaia di agenzie di stampa private ungheresi sono state donate dai loro proprietari a una holding centrale gestita da persone vicine a Orbán, contribuendo a rafforzare la prese del primo ministro sui media ungheresi. In caso di approvazione da parte delle autorità di regolamentazione del paese, guidate a loro volta da un funzionario nominato da Orbán, l'accordo collocherà la maggior parte delle principali testate private ​​ungheresi sotto il controllo di una singola entità statale, in una mossa che non ha precedenti all'interno del Unione europea, secondo quanto rilevato da Freedom House, organizzazione che monitora la libertà di stampa. Secondo una ricerca di Atlatszo, uno dei pochi siti di notizie ungheresi indipendenti, riporta il New York Times, attualmente, più di 500 agenzie di stampa ungheresi hanno un atteggiamento filogovernativo (nel 2015 erano 31). Da quando Orbán è al potere, le emittenti pubbliche sono state trasformate in portavoce del governo e raramente danno spazio alle opposizioni.

Negli ultimi tempi altri provvedimenti sono stati fortemente contestati. A settembre, ad esempio, è passato un provvedimento che rende praticamente illegale dormire per strada.

E di certo non è piaciuta la scelta di concedere asilo politico con un procedura d'urgenza all'ex primo ministro macedone Nikola Gruevski, condannato per corruzione nel suo paese d'origine, e che ora viene visto frequentare tranquillamente ristoranti di lusso, come riportato da media indipendenti.

Secondo un nuovo sondaggio, la maggioranza degli ungheresi considera la corruzione nel proprio paese un problema più grande del rischio migrazione, continuamente evocato da Orbán e dal suo governo.

Non si sa per quanto tempo andranno avanti le proteste che per il governo Orbán sono sostenute dal miliardario statunitense George Soros e dalle forze che si nascondono dietro di lui, così come da chi vuole l'invasione dell'Ungheria da parte dei migranti e da provocatori e criminali stranieri che hanno l'obiettivo di danneggiare l'immagine dell'Ungheria all'estero.

I partiti di opposizione hanno già annunciato altre manifestazioni nei prossimi giorni.

Immagine in anteprima via Reuters

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