Contro Orbán ancora migliaia in piazza. Sfila il partito satirico MKKP: “Chi dobbiamo odiare dopo omosessuali e stranieri?”

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In Ungheria continuano le proteste contro la cosiddetta "legge-schiavitù" – che consente ai datori di lavoro di chiedere al personale di fare fino a 400 ore all'anno di straordinari – la riforma che consentirebbe al Governo di rafforzare il potere dell'esecutivo sul sistema giudiziario.

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Venerdì migliaia di ungheresi hanno marciato verso il palazzo presidenziale, mentre una manifestazione guidata dal MKKP (ndr, "il cane a due code"), un partito satirico nato 10 anni fa e che usando l'ironia su temi concreti è diventato una forza credibile, si è fusa con il corteo organizzato dai partiti di opposizione, marciando fino al palazzo presidenziale nel Castello di Buda e bloccando temporaneamente un ponte che attraversa il fiume Danubio.

Al suono di fisarmoniche e tamburi i manifestanti urlavano: «Ludas Matyi siamo noi, siamo noi», ricordando il protagonista di una fiaba ungherese, un giovanissimo guardiano di oche capace di ribaltare una prepotenza a suoi danni da parte del suo signore.

"La nostra manifestazione è stata finanziata dalle politiche governative, dal Natale e dalle nevicate", ha detto il partito del "cane a due code". L'MKKP aveva esortato i partecipanti a portare "regali per il governo" e "maschere antigas" e "biancheria intima a strati", alludendo alle manifestazioni dei giorni scorsi durante le quali migliaia di persone avevano marciato sotto temperature gelide prima che la polizia lanciasse gas lacrimogeni e granate per disperdere i dimostranti. "Voglio dare vita a uno stadio", si leggeva su uno dei cartelli portati dai manifestanti, con un chiaro riferimento all'obiettivo del primo ministro Orbán di aumentare il tasso di natalità e costruire strutture sportive molto costose. Su un altro cartello si leggeva: "Fermiamo il tempo" per prendere in giro lo slogan del governo "Fermiamo gli immigrati", Un altro si chiedeva chi altri odiare dopo gli omosessuali, gli stranieri e gli immigrati.

«Ho partecipato perché considero il partito dei Cani il più serio di tutti nel panorama politico attuale, il che è piuttosto triste», ha detto al Guardian Almos Edes, uno studente universitario che si è presentato alla manifestazione con un cartello con su scritto "Promettiamo tutto" sotto un logo di Fidesz, il partito del presidente Viktor Orbán. Venerdì i manifestanti hanno protestato anche contro la legge che prevede che le università straniere debbano avere una sede anche nei loro paesi di origine e stringere un accordo tra paese di provenienza e governo ungherese e che ha portato la Central European University (CEU), l’Università fondata da George Soros, ad andare via da Budapest e spostare i suoi corsi a Vienna. Edes si è detto scettico sulla possibilità che queste manifestazioni riescano a cambiare qualcosa, ma si è unito per far sentire la propria voce.

"Possiamo finalmente lavorare otto giorni su sette. Non avremo più problemi con tribunali indipendenti. I senzatetto sono stati eliminati. Le scuole straniere che non ci piacciono svaniranno. E Soros, Soros, Soros, Soros, Soros", si leggeva in un invito al raduno pubblicato su Facebook.

Sin dall'inizio, ormai più di una settimana fa, Orbán ha detto che le proteste sono state in parte alimentate dagli attivisti pagati da Soros, un'accusa che la Fondazione Open Society ha negato.

«La rabbia è diffusa, vediamo alle manifestazioni gente mai vista. Ma perché sia un punto di svolta serve l’unità delle opposizioni», dice a Repubblica Daniel Berg, portavoce del piccolo partito centrista Momentum, sottolineando come la sfiducia dei cittadini ungheresi nei confronti dei partiti politici tradizionali, porti sempre più persone a simpatizzare di più per il partito del Cane a due code, "che fa una politica tutta particolare, oscillando fra azioni quasi dadaiste e ironia feroce".

«Non siamo riusciti a entrare in Parlamento, ma abbiamo realizzato comunque quello che promettevamo: libertà di barba, vita eterna per tutti», afferma ironico il leader del partito satirico Gergely Kovács.

Queste manifestazioni potrebbero rappresentare una svolta per l'Ungheria, ma al tempo stesso, come mostra anche il successo del corteo organizzato dal MKKP, sono la testimonianza di quanto sia frammentata e debole l'opposizione al partito di Orbán, commenta su DW la giornalista ungherese Fanny Facsar.

Da un lato, le opposizioni non hanno voce sui media statali, dall'altro disperdono la loro forza in mille dispute interne, finendo con il non rappresentare una vera alternativa alle politiche di Orbán. E così, nel frattempo, guadagna terreno politico il movimento nazionalista dell'estrema destra Jobbik, diventato il più grande partito di opposizione in Ungheria.

Le manifestazioni di queste settimane, però, sono una novità perché per la prima volta tutti i partiti di opposizione, dall'estrema destra ai Verdi e ai Socialisti, si sono schierati contro il governo e le proteste hanno cominciato a spostarsi da Budapest alle campagna, vere roccaforti del partito di Orbán. Si tratta di manifestazioni piccole ma che potrebbero essere un punto di partenza per una reale resistenza, spiega Facsar. "Un manifestante che sventolava la bandiera dell'Unione europea stava marciando accanto ai sostenitori nazionalisti di Jobbik, che stavano bruciando quelle stesse bandiere non molto tempo fa. Ora sembra che l'intera opposizione sia unita sotto un unico slogan 'Orbán deve andare via'".

Quello che stiamo vedendo in Ungheria, prosegue la giornalista, nel migliore dei casi potrebbe essere il segnale della nascita di una nuova opposizione, nel peggiore, potrebbe portare a misure più drastiche da parte del governo per reprimere il dissenso e cementare il suo potere. Senza l'individuazione di un leader che possa rappresentare una vera alternativa a Orbán, è forte il rischio che, come in passato, anche queste proteste svaniscano rapidamente, "come un gulasch caldo che diventa in poco tempo freddo".

Foto anteprima via DW

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