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Polonia, le donne si mobilitano sul modello Argentina: ora una legge per legalizzare l’aborto

20 Febbraio 2021 5 min lettura

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Polonia, le donne si mobilitano sul modello Argentina: ora una legge per legalizzare l’aborto

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Dopo l'entrata in vigore lo scorso 27 gennaio della norma che sancisce in Polonia l’impossibilità di ricorrere all’aborto anche nel caso in cui ci siano gravi malformazioni del feto (sancendo di fatto un divieto totale), si intensifica la repressione nei confronti delle proteste delle donne, che vanno avanti ormai dallo scorso ottobre.

Marta Lempart, avvocata e co-fondatrice del movimento Strajk Kobiet (lo sciopero delle donne) è stata incriminata dalla procura distrettuale di Varsavia con l’accusa di aver insultato la polizia durante le manifestazioni - facendo il gesto di sputare nonostante, come hanno fatto notare diversi gruppi per i diritti umani, indossasse la mascherina - ed elogiato la vandalizzazione di chiese e l’interruzione di servizi religiosi nel corso di un’intervista radio. Ma soprattutto, Lempart è accusata di aver causato una “minaccia epidemiologica” organizzando le proteste per il diritto all’aborto durante la pandemia di nuovo coronavirus – un reato per cui la legge polacca prevede pene che vanno dai sei mesi agli otto anni di carcere.

L’attivista si è dichiarata non colpevole e si è rifiutata di rispondere. Ha commentato le accuse definendole «un’ulteriore pressione politica sul movimento»: «Inizialmente ci sono state accuse di reati minori e molestie da parte della polizia. Ora stiamo parlando di accuse penali, pubblici ministeri coinvolti, attivisti detenuti e molestati in un modo che minaccia le loro vite e le loro famiglie. Questo è un punto di svolta. Per tutti coloro che guardano la Polonia, ora è il è tempo di agire. Si tratta di libertà civili».

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Il riferimento di Lempart è ai numerosi arresti e fermi verificatisi durante le manifestazioni degli ultimi giorni, dopo l’entrata in vigore della nuova legge che sostanzialmente vieta l’aborto nel paese.

Una delle persone fermate durante le proteste è stata Klementyna Suchanow, co-fondatrice di Strajk Kobiet: è stata fermata durante una manifestazione e rilasciata il giorno dopo. Per circa due ore, però, la polizia si è rifiutata di fornire informazioni sul luogo dove Suchanow fosse detenuta.

Eliza Rutynowska, avvocata del Forum per lo Sviluppo Civile (FOR) ha detto che durante la protesta del 28 gennaio, circa 100 persone sono state radunate dalla polizia di fronte all’edificio della Corte Costituzionale di Varsavia e costrette a mostrare i loro documenti per poter lasciare la manifestazione. Secondo Rutynowska, sempre più spesso la polizia invia i documenti all’Istituto sanitario nazionale polacco, che può multare i manifestanti fino a circa 6.700 euro per aver violato norme sanitarie.

L'organizzazione non governativa CIVICUS, che si occupa di libertà civili, ha chiesto all'Unione Europea di porre in essere "azioni urgenti e immediate per affrontare le violazioni dei diritti fondamentali" in atto in Polonia.

Pochi giorni prima dell’incriminazione di Lempart, le organizzazioni per i diritti delle donne – tra cui anche Strajk Kobiet – insieme ad alcuni membri dell’opposizione in Parlamento hanno annunciato con una conferenza stampa di voler raccogliere firme e presentare una proposta di legge per legalizzare l’aborto in Polonia.

Il disegno si chiama “Aborto Legale. Nessun Compromesso” e prevede l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza senza la necessità di motivare questa scelta fino alla dodicesima settimana, a carico del servizio sanitario nazionale. La procedura, inoltre, deve essere fornita in conformità con lo stato attuale delle conoscenze mediche, e quindi anche tenendo conto del metodo farmacologico.

La proposta chiede anche la totale decriminalizzazione dell’aborto (al momento sono punibili sia il medico che lo pratica, sia qualsiasi altra persona che presti il suo aiuto) e la possibilità di ricorrervi anche oltre le dodici settimane in determinate circostanze: nel caso di gravi anomalie fetali o se la gravidanza è il risultato di un atto criminale.

Affinché il disegno di legge possa essere discusso in Parlamento, i gruppi che lo sostengono devono riuscire a raccogliere 100 mila firme. Le attiviste sanno che finché ci sarà il partito nazionalista conservatore PiS (Diritto e Giustizia) al governo e con una forte maggioranza alle Camere, sarà molto difficile che la legge passi. L’iniziativa, peraltro, per il momento non ha ricevuto il supporto di alcuni partiti politici di centro, mentre la maggiore formazione di opposizione, Civic Platform, continua a essere divisa al suo interno sul tema dell’aborto.

«Non possiamo cambiare queste nuove leggi senza cambiare il governo. Ma abbiamo una giustizia indipendente a livello locale. Ci sono buone possibilità che a un certo punto qualcuno vinca una causa perché gli è stato negato l’aborto, e a quel punto ci sarebbe un precedente», ha detto Lempart in un’intervista. «E magari qualcuno potrebbe anche portare la Polonia davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo per aver negato un aborto. Ovviamente è una questione di tempo e le donne non hanno tutto questo tempo».

L’obiettivo però è quello di scatenare un dibattito all’interno della società sull’interruzione volontaria di gravidanza, e riuscire a far passare dei messaggi. Uno fra tutti: l’aborto deve essere legale e sicuro, perché le donne non smettono di abortire se la legge glielo impedisce.

Lempart ritiene che la presentazione della proposta sia solo un passo di un cammino a lungo termine, che è destinato ad avere successo.

Non perdiamo la speranza, nonostante questo momento terribile in cui ci troviamo», ha detto. L’attivista ha spiegato che l’iniziativa è il quinto tentativo di allargare le maglie per l’accesso all’aborto in Polonia dal 1993, anno in cui è entrata in vigore la legge restrittiva che consente l’interruzione volontaria di gravidanza solo in caso di stupro, incesto, rischio per la vita della donna o gravi malformazioni fetali (quest’ultimo abrogato dalla sentenza della Corte Costituzionale dello scorso ottobre).

«Come le nostre sorelle in Argentina, facciamo grandi passi avanti ma anche grandi passi indietro», ha spiegato Lempart, paragonando la lotta delle donne polacche a quella che nel paese sudamericano ha portato lo scorso dicembre alla legalizzazione dell’aborto dopo 15 anni e nove tentativi falliti.

La restrizione dei diritti in Polonia è stata condannata anche dal Parlamento Europeo, che la scorsa settimana ha chiesto alla Commissione Europea di mettere maggiore pressione sull’esecutivo. Gli europarlamentari hanno definito il divieto di aborto in Polonia “un attacco ai diritti fondamentali, allo stato di diritto e ai valori dell’UE”, condannando anche l’uso eccessivo della forza sui manifestanti da parte della polizia.

Foto anteprima Grzegorz Żukowski sotto licenza CC BY-NC 2.0

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