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Perché la legge australiana che costringe le piattaforme a pagare gli editori è sbagliata, pericolosa e ci riguarda tutti

21 Febbraio 2021 27 min lettura

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Perché la legge australiana che costringe le piattaforme a pagare gli editori è sbagliata, pericolosa e ci riguarda tutti

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Facebook e il governo australiano hanno raggiunto un accordo

A pochi giorni dalla decisione di Facebook di vietare la diffusione di notizie sulla propria piattaforma, l’azienda ha fatto marcia indietro raggiungendo un accordo col governo australiano, che a sua volta ha deciso di apportare delle modifiche alla proposta di legge in senso favorevole a Facebook. I dettagli di questo accordo non sono ancora del tutto chiari. Secondo  Sidney Morning Herald gli emendamenti richiedono che il governo “tenga conto di eventuali accordi commerciali precedentemente raggiunti tra editori e piattaforme prima di approvare ulteriori regole per rendere il codice formalmente applicabile” a queste ultime. “Ciò”, si legge ancora, “apre la strada alla possibilità che Google e Facebook possano evitare del tutto il codice” nel caso fossero in grado di dimostrare al governo di avere raggiunto accordi soddisfacenti già al di fuori di ciò che prevede. Nel caso ciò non dovesse avvenire, alle piattaforme deve essere dato un mese di preavviso.

Un’altra modifica riguarda poi l’aggiunta di un ulteriore periodo di “mediazione” di due mesi, che dovrebbe consentire una ulteriore possibilità alle parti di trovare un accordo prima di entrare nella procedura obbligatoria di arbitrato descritta dalla legge. In una dichiarazione ufficiale Facebook ha specificato che non sarà soggetta a una negoziazione forzata. "Dopo ulteriori discussioni con il governo australiano, siamo giunti a un accordo che ci consentirà di sostenere gli editori che scegliamo, inclusi piccoli editori locali".

No, quella del governo australiano contro le piattaforme digitali non è una battaglia per la democrazia e il giornalismo, come il primo ministro Scott Morrison e diversi osservatori tutt’altro che disinteressati continuano a ripetere.

È invece il nuovo e più imponente fronte di una guerra commerciale con Google e Facebook che si protrae da ormai un decennio, e che riguarda il dominio del mercato pubblicitario e la difesa di anacronistiche rendite di posizione acquisite nel mondo pre-social media molto più che gli interessi dei lettori e il loro diritto a un’informazione plurale e accurata.

Una guerra combattuta a colpi di ipocrisia, in cui gli editori si dipingono come crociati della democrazia mentre disegnano regole, come il Codice australiano che stiamo per descrivere, che compromettono alle fondamenta il funzionamento del web; in cui le piattaforme vengono definite insieme necessariamente antidemocratiche (per le proprie dinamiche di funzionamento e il proprio modello di business) e necessarie alla democrazia (se e quando pagano gli editori per veicolarne i contenuti); in cui pochi potenti gruppi editoriali procedono a influenzare governi e opinioni pubbliche mondiali nel loro proprio interesse, dimenticando costantemente di ammettere il loro essere parte in causa, mentre al contempo accusano le piattaforme di essere poche, potenti e procedere a suon di lobbismo e opacità (evidentemente, queste stesse prassi sono cattive se provengono dalle piattaforme e buone se invece messe in campo dagli editori).

Soprattutto, questa guerra è ora giunta alla resa dei conti. Alle imprese editoriali non basta più infatti soffiare su ogni panico morale, sfruttare il soluzionismo tecnologico per imputare a “Big Tech” ogni male sociale — e nel frattempo creare così le condizioni per norme antistoriche, liberticide e, per di più, completamente inutili a salvare il giornalismo da se stesso. Lo abbiamo visto ripetutamente, fuori e dentro i confini europei: dalle norme di rilievo nazionale — il tentativo di fare della Rete una grande televisione (decreto Romani), i ripetuti tentativi (in fotocopia) di imporre un “obbligo di rettifica” per i blog, l’idea di fare dell’uso dei social un’aggravante di reato — agli accordi internazionali (ACTA); dalle leggi repressive (SOPA/PIPA negli Stati Uniti ne sono l’esempio principe) alla direttiva europea sul copyright, contestata proprio per il suo spingere verso il filtraggio automatico dei contenuti, e dunque il suo rendere concreto il rischio di un arbitrio algoritmico dei giganti web su ciò che ha diritto di esistenza in Rete anche maggiore.

No, tutto questo non basta più. Ora tutti questi tentativi, sempre meno scomposti e improvvisati, stanno venendo messi a sistema, ponendosi in ottica di un fronte globale che va dalla Francia al Canada, dalla Germania all'India, e che deve colpire il nemico (le piattaforme) alla radice: trasformando la condivisione stessa delle notizie in un servizio a pagamento.

Qualcuno ricorderà come i favorevoli all’adozione della direttiva copyright sostenessero che no, certo che la norma non era una “link tax”, ovvero una tassa sul semplice e fondamentale gesto di poter liberamente fornire un riferimento ipertestuale in Rete; quella era la “propaganda” dei critici, considerati perlopiù alla stregua di scimmiette ammaestrate in malafede e al soldo dei colossi web (sì, questo è stato il livello del confronto, troppo spesso).

Ebbene, ora il Codice australiano, approvato alla Camera e in procinto di diventare definitivamente legge con il passaggio al Senato della prossima settimana, attacca invece esattamente questo fondamentale principio che ha consentito al web di diventare l’infrastruttura della nostra civiltà contemporanea nell’arco degli ultimi tre decenni. E non lo scrive Valigia Blu per qualche oscuro e inesistente interesse di parte — noi, lo sapete, siamo finanziati dai lettori, e solo a essi rispondiamo. Lo scrive la persona che viene comunemente descritta come “il papà del web”, Sir Tim Berners-Lee.

Per capire di che cosa stiamo parlando, tuttavia, dobbiamo prima comprendere quanto è accaduto negli ultimi mesi e sta accadendo in questi giorni, e guardare dentro alla proposta di legge australiana, nel dettaglio. Solo a questo modo potremo comprendere l’abisso di manipolazione che avvolge questo tema, e la profonda scorrettezza insita nell’idea che questa sia una soluzione a favore della democrazia e del giornalismo, e non di oligopolisti dell’informazione che hanno dimostrato per anni, con la loro prassi giornalistica quotidiana, di curarsi più di mantenere la propria influenza a qualunque costo, che di salvaguardare i principi democratici e deontologici della professione.

Il futuro del web si scrive in Australia

Non è certo un mistero che l’avvento della cosiddetta “rivoluzione digitale” abbia ridefinito l’ecosistema dei media e, di conseguenza, il modo in cui si sostenta l’informazione professionale. In particolare, i ricavi pubblicitari digitali hanno (o avrebbero dovuto) giocare un ruolo sempre più importante nei bilanci delle imprese editoriali, mentre le vendite delle copie cartacee, e la relativa raccolta pubblicitaria, cominciavano prima a scendere e poi, come ora, colare a picco.

Tutto questo si è presto rivelato un problema, in assenza di una reale e tempestiva innovazione nell’offerta informativa: da un lato, perché ha comportato l'incapacità di monetizzare al meglio i propri prodotti editoriali, e dall’altro perché a dominare il mercato della pubblicità online sono stati nel frattempo — per la quasi totalità — Google e Facebook.

Da anni dunque si consuma lo scontro su cosa ciò significhi. Che il giornalismo sia in bancarotta per colpa dei social media che monopolizzano gli introiti pubblicitari, decidendo anche quali informazioni mostrare e come ai loro miliardi di utenti? I grossi gruppi editoriali ne hanno fatto il mantra per giustificare ogni resistenza al cambiamento — un cambiamento che avrebbe comportato una ridefinizione degli assetti di potere interni (la “disintermediazione” vale per tutti, non solo per la politica) e soprattutto un diverso atteggiamento di responsabilità verso i lettori, prima ancora che un diverso modello di business.

Un lettore si abbona se si fida di una testata, e in essa trova un valore aggiunto; se decide di non farlo, molto probabilmente non è perché Facebook e Google “rubano” i contenuti professionali (si limitano, al contrario, a metterli in evidenza: e da quando una vetrina in più nuoce a chi vende?), ma perché il livello dei contenuti proposti a pagamento non si discosta di molto (o per nulla) da quelli gratuitamente fruibili online o da siti scandalistici, che monetizzano indignazione, allusioni sessuali e video virali.

Se un lettore decide di non leggere una testata, insomma, è nella stragrande maggioranza dei casi perché non si fida più di chi dovrebbe pagare per informarsi — un dato chiarissimo per esempio nell’ultimo "Edelman Trust Barometer" che parla di livelli di fiducia ai minimi storici nel giornalismo (anche e soprattutto in Italia), senza che alcuna testata tradizionale ritenesse opportuno produrre una riflessione (o anche solo una notizia) in materia.

Fonte: 2021 Edelman Trust Barometer
Fonte: 2021 Edelman Trust Barometer

Ciononostante, anche (soprattutto) con l’intento di evitare norme più severe o punitive, le piattaforme digitali hanno negli anni iniettato diversi milioni di euro (212 solo per l'emergenza COVID-19 per circa 7 mila tra testate locali e di fact-checking, ricorda il Reuters Institute) nel sistema dell’informazione tradizionale: finanziando progetti innovativi, cercando di dare ossigeno alle testate locali, e provando disperatamente a porsi come alleati, invece che nemici, dell’editoria tradizionale. Ma niente di tutto ciò è bastato a evitare l’escalation odierna.

Da questo punto di vista, il caso australiano è emblematico. Il punto di partenza dell’intera vicenda è infatti l’idea, che le autorità di controllo australiane hanno avuto fin dal dicembre 2017, di indagare lo “squilibrio di potere” tra sistema editoriale e piattaforme digitali; uno squilibrio venutosi a produrre proprio a seguito della rivoluzione (“disruption”) apportata dall’era dei social media al mondo dell’informazione.

Dopo un avvio più morbido, all’insegna dello sviluppo e dell’adozione di un “codice volontario” per regolare i rapporti commerciali tra mondo editoriale e piattaforme, a partire dall’aprile dell’anno scorso si è fatta largo la convinzione nell’Australian Competition and Consumer Commission (ACCC) che non ci fossero le condizioni per produrre un insieme di regole all’insegna della volontarietà. Si è preferito dunque optare per un codice di comportamenti obbligatori, al cui interno — come si è presto capito — sarebbero state previste norme che costringessero le piattaforme a pagare gli editori per poter ospitare e condividere i loro contenuti.

Man mano che i dettagli della proposta divenivano più chiari, più forte si è fatta l’opposizione di Google e Facebook, destinatari ultimi delle richieste di esborsi. Una opposizione che, nata all’insegna della radicalità (Google che minaccia di spegnere la funzionalità di ricerca nel paese, Facebook che avverte, già nell'agosto 2020: se passa la legge così com’è, eliminiamo le news dai nostri feed), ha poi visto tuttavia una evoluzione diversa, più complessa.

Google, per esempio, ha cercato di deviare e anticipare la questione proponendo autonomamente accordi con gruppi editoriali in tutto il mondo in cui avrebbe corrisposto del denaro in cambio della possibilità di mostrare contenuti giornalistici sulla propria vetrina “Showcase”: una funzionalità di News a cura editoriale nata proprio per dare massimo risalto (e contesto) alle notizie ritenute più importanti da chi le produce. Google a questo scopo ha annunciato a ottobre 2020 un investimento iniziale di un miliardo di dollari, e partnership con 200 testate in tutto il mondo. Il 20 gennaio di quest’anno, le testate erano già diventate 450 in 12 paesi.

Ma mentre vengono annunciati accordi con 120 testate francesi, nel resto del mondo — e sull’onda del dibattito sorto per il codice australiano — le polemiche continuano a non placarsi. Il 4 febbraio il Toronto Star, il National Post e altre circa 100 testate canadesi escono tutte con la prima pagina bianca e un riquadro in basso che, laconico, commenta: “Imagine if the news wasn’t there”. Bersaglio è il monopolio pubblicitario delle piattaforme, accusate di lucrare su contenuti che non producono. La politica prende nota e ascolta, così ora anche in Canada — come confermato dal ministro Steven Guilbeault — si seguirà il modello australiano, con una legge per costringere le piattaforme a pagare gli editori promessa in arrivo già per la primavera.

L’Unione Europea anche sembra contenere voci intenzionate a calcare le stesse orme. A metà febbraio infatti un membro del parlamento UE, Alex Saliba, dice a CNET che misure simili stanno per arrivare anche in Europa, magari già dentro il pacchetto DSA/DMA. Negli stessi giorni però Google cerca la via della conciliazione (strategica) e, cedendo alle richieste degli editori australiani, stringe accordi prima con Seven West Media, e poi con Nine (editore di Sidney Morning Herald e The Age, pare si parli di 30 milioni di dollari l'anno) e soprattutto News Corp, cioè il gruppo Murdoch, vero e proprio ispiratore e pungolo della norma — di cui, del resto, è il principale beneficiario.

Non a caso, appena stretto l’accordo, i toni sul sito del gruppo sono entusiastici: si parla di un accordo “storico” e “pluriennale” (3 anni), affinché Google “fornisca il fidato giornalismo delle sue testate” in cambio di un “pagamento significativo”. La retorica è la stessa di cui si diceva all’inizio: non abbiamo vinto noi, ma abbiamo vinto tutti — lettori e democrazia. Il Chief Executive, Robert Thomson, parla infatti di un “impatto positivo sul giornalismo nel mondo, dato che abbiamo fermamente stabilito che dovrebbe esserci una ricompensa per il giornalismo di qualità” (“a premium for premium journalism”). Ringraziamenti anche al primo ministro Morrison, al ministro del Tesoro, Josh Frydenberg, e ai membri dell’ACC: si sarebbero a suo dire schierati “fermamente dalla parte del loro paese e del giornalismo”.

Insomma, missione compiuta — specie se si considera che questi accordi per Showcase potrebbero non consentire a Google di sfuggire a ulteriori pagamenti secondo il Codice in via di approvazione.

Completamente diversa la strategia perseguita da Facebook, che invece decide di essere coerente con la propria impostazione iniziale, e dunque bloccare la condivisione di notizie sui suoi feed in Australia. La decisione, eseguita a dir poco maldestramente, con diverse pagine istituzionali o della società civile ingiustamente anche se temporaneamente a loro volta bloccate, genera una enorme eco mondiale, facendo parlare — come ricorda Casey Newton — di “un vile atto di censura, avidità senza freni, e distruzione della sfera pubblica”.

Ma a parte i titoli di apertura, come quelli del Guardian, mantenuti sulla rimozione di pagine per errore anche quando erano in buona parte già state ripristinate (lo stesso Guardian titolerà poi sulle scuse dell’azienda, mettendole però in modo fuorviante in relazione al tentativo, ancora in corso, del governo australiano di riprendere la discussione con Facebook per pervenire comunque a un accordo), e che dunque rivelano da sé quanto profonda sia l’ipocrisia e la disinformazione di chi si erge ad arbitro di una partita che sta in contemporanea giocando, è giunto ora il momento di guardare la proposta australiana al microscopio.

Solo a questo modo potremo comprendere se l’attacco ai principi democratici viene da chi si oppone a quella norma, o dai contenuti di quella norma stessa.

Per salvare il giornalismo bisogna rompere la Rete?

La norma, chiamata “News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code”, introduce un codice di condotta obbligatorio, come si è detto, con l’obiettivo dichiarato di “affrontare gli squilibri di potere nella negoziazione tra piattaforme digitali e imprese editoriali australiane”.

Questo squilibrio, nell’impostazione assunta dalla norma, comporterebbe il fatto che l’industria editoriale non possa negoziare correttamente la corresponsione di una parte del fatturato generato dalle piattaforme “e a cui i contenuti informativi creati dalle imprese del mondo editoriale contribuiscono”. Una premessa singolare, visto che dimentica di menzionare che sono semmai i bilanci delle imprese editoriali a dipendere in maggior misura dal traffico garantito (gratuitamente) ai loro contenuti dalle piattaforme digitali (lo diremo di seguito più nel dettaglio).

Ma tant’è. Come affrontare questo squilibrio? Il Codice prevede una serie di meccanismi, e di obblighi. Uno riguarda la trasparenza algoritmica. Si obbligano infatti le piattaforme a comunicare anticipatamente (14 giorni prima) alle imprese editoriali mutamenti significativi (“che avranno un effetto significativo su contenuti informativi”) nei loro algoritmi di selezione e presentazione delle notizie.

Ma gli obblighi di trasparenza sono anche più vasti, estendendosi alla “raccolta e disponibilità dei dati degli utenti”, allo “sviluppo di una proposta per dare valore a notizie originali” e a comunicare in anticipo “mutamenti che influenzino la distribuzione pubblicitaria” o che possano coinvolgere l’accesso a contenuti dietro paywall. Altro aspetto singolare: nessuno di questi obblighi di trasparenza riguarda i dati in possesso degli editori, né i loro algoritmi di personalizzazione, che pure sono e saranno sempre più di frequente usati.

Degno di nota specificare cosa la norma intenda per dati derivanti dalle interazioni degli utenti: come nota il punto 1.107, sostanzialmente tutto, da un commento a una condivisione, fino ai dati sullo scrolling o il soffermarsi su una notizia anche solo passandoci sopra con il mouse. Si tratta di alcuni dei dati che gli editori cercano di avere dalle piattaforme da lungo tempo — proprio per meglio personalizzare e modellare le proprie strategie di pubblicazione e di targeting. E anche qui, mi si consenta di notare l’ipocrisia: non si trattava della caratteristica principe, e più nociva, del maledettissimo “capitalismo della sorveglianza”?

La norma precisa che, in ogni caso, non si tratta di “informazioni sugli utenti”. Ma subito dopo comincia a delineare il punto più critico in assoluto: quello riguardante la corresponsione di un pagamento per avere il diritto di linkare un contenuto giornalistico sulle piattaforme. Facendo subito intendere l’estensione dell’obbligo, la norma precisa che basta interagire con un link a un contenuto perché si stia interagendo con quel contenuto, secondo la ratio della legge; e questo vale anche se il contenuto è pubblicato su un sito diverso dalla piattaforma digitale su cui si sta interagendo.

Di conseguenza, al punto 1.160 si giunge finalmente al cuore della questione. Lì infatti si precisa che contenuti oggetto dell’accordo sono non solo i contenuti informativi prodotti dalle imprese editoriali che producano un fatturato annuo di oltre 150 mila dollari nell’anno appena trascorso o in tre degli ultimi cinque anni (questo il campo di applicazione), ma anche uno snippet o qualunque link a uno di quei contenuti.

Non solo: il significato del termine “notizia” va nel contesto della norma inteso nel senso più ampio possibile, includendo sia “core news content” (cioè notizie vere e proprie) che “qualunque altro contenuto riporti, investighi o spieghi questioni correnti o eventi di interesse della popolazione australiana”.

Insomma, come nota lo studioso dei media Benedict Evans, la norma non riguarda la “ripubblicazione” di contenuti editoriali, ma anche solo un mero link.

Secondo la norma, editori e piattaforme hanno tre mesi per giungere a un accordo soddisfacente (per gli editori), con un accordo che le piattaforme hanno l’obbligo di negoziare in buona fede — pena sanzioni di natura civilistica. In caso di mancato accordo, comunque, le parti dovranno sottoporsi obbligatoriamente a una procedura di arbitrato. Una procedura che, come scrive Newton, favorisce gli editori by design.

Degno di nota, poi, che la norma definisca l’ambito delle imprese editoriali oggetto di questi accordi, ma non cosa intenda per “piattaforma digitale”: lo stabilirà il Ministro competente, si legge.

Inoltre, viene dettagliata una “clausola di non-differenziazione” che impedisce alle piattaforme di trattare in modo diverso imprese editoriali registrate all’ACMA (Australian Communications and Media Authority), e dunque parte dello schema obbligatorio di compensazione monetaria descritto nella norma, e non. In sostanza, scrive sempre Evans, ciò significa che se non si è raggiunto un accordo con una qualunque delle imprese editoriali con cui invece un accordo va raggiunto, le piattaforme non possono condividere link ad alcun contenuto informativo.

In una sezione dedicata, poi, si legge che la norma sarebbe “compatibile con i diritti umani”. Ma, pur se la libertà di linkare non è un diritto umano, invito a considerare la dichiarazione che Sir Tim Berners-Lee, il “papà del web”, ha inviato il 18 gennaio scorso in una submission alla Commissione Economia del Senato australiano, che stava indagando proprio le premesse del codice tra media e piattaforme.

I toni sono pacati ma fermi, e i contenuti di rilevanza cruciale per addentrarci in un giudizio più dettagliato e vasto sulla norma. La riporto per intero, nella mia traduzione:

“Sono preoccupato che il Codice rischi di spezzare uno dei principi fondamentali del web, richiedendo un pagamento per linkare ad alcuni contenuti online. Sul web, la condivisione di contenuti si fonda sulla possibilità degli utenti di fare due cose: creare contenuti, tipicamente testuali ma anche di altri tipi di media; e aggiungere link ad altre parti del web in quei contenuti. Ciò è coerente con come funziona il dibattito umano in generale, in cui c’è un diritto, e spesso un dovere, a servirsi di riferimenti. A un saggio accademico è richiesto di elencare i riferimenti ad altri saggi correlati. A un giornalista viene normalmente richiesto di riferire le proprie fonti. Il dibattito tra blogger include link da un blog all’altro. Il valore di un blog sta sia nel testo che nella attenta selezione dei link. Prima che i motori di ricerca sul web diventassero efficaci, seguire un link da una pagina all’altra era l’unico modo di trovare del materiale. I motori di ricerca hanno reso la procedura molto più efficace, ma possono farlo solamente nella misura in cui si servono della struttura del web, fatta di link, come input principale. Per questo i link sono fondamentali per il web. Per come lo comprendo io, il codice proposto cerca di richiedere alle piattaforme digitali il dovere di negoziare, e verosimilmente pagare, per linkare contenuti giornalistici da un certo gruppo di fornitori di informazioni giornalistiche. Per quanto ne so, non esiste alcun altro esempio attuale di richiesta legale di pagare per linkare ad altri contenuti. La possibilità di linkare liberamente — ossia senza limiti concernenti i contenuti dei siti linkati e senza un corrispettivo monetario — è fondamentale per il funzionamento del web, per come si è evoluto fino a oggi, e per come continuerà a crescere ed evolversi nei decenni che verranno. Come molti altri, sono a favore del diritto degli editori e dei creatori di contenuti di essere ricompensati in modo adeguato per il loro lavoro. Tuttavia, credo fermamente che imporre limiti alla possibilità di fare ricorso a link ipertestuali non sia il modo corretto di raggiungere questo obiettivo. Si comprometterebbe infatti il fondamentale principio di poter linkare liberamente sul web, e la misura sarebbe anche in contraddizione con come il web ha potuto funzionare negli ultimi trent’anni. Se questo precedente dovesse poi essere imitato altrove, si potrebbe rendere il web inutilizzabile in tutto il mondo. Sprono rispettosamente la Commissione, dunque, a rimuovere quel meccanismo dal codice”.

Tutte le ragioni per dire no al ricatto degli editori

Le ragioni per opporsi a quello che si configura come un vero e proprio ricatto degli editori nei confronti delle piattaforme sono tuttavia molteplici, e vanno perfino oltre la difesa dei principi alla base del web che conosciamo. Un elenco analitico ma non esaustivo deve includere diversi aspetti:

L’argomento economico non regge. Vero, il crollo del fatturato delle imprese editoriali è reale, e allo stesso modo è reale la concentrazione dei ricavi pubblicitari nelle casse di Facebook e Google. Ma correlazione e causazione sono fenomeni diversi, e non è affatto detto che siano le condivisioni dei contenuti editoriali sulle piattaforme digitali a causarne la crisi. Anzi, i dati ottenuti ogniqualvolta gli editori siano riusciti a premere per misure drastiche e repressive nei confronti della condivisione dei loro contenuti dai “ladri” (così vengono chiamati, tra virgolette of course) Facebook e Google dimostrano l’esatto contrario: le piattaforme portano traffico, e dunque fatturato, alle imprese editoriali.

Quando Springer, nel 2014, riuscì a ottenere l'imposizione in Germania del pagamento per gli snippet su Google News, il traffico derivante dal motore di ricerca crollò del 40% e quello da News dell’80% nell’arco di due settimane, costringendo il gruppo a una spettacolare inversione di rotta. Quando la Spagna provò a percorrere una strada analoga, nello stesso anno, il consumo di notizie crollò del 20% a seguito della decisione di Google di chiudere News, riducendo le page views del 10%. E, ricorda il Nieman Lab, quando Facebook decise di rimuovere contenuti giornalistici dal feed in sei paesi, una testata in Guatemala si vide ridurre il traffico di 2/3 dalla sera alla mattina. I primi dati raccolti da Chartbeat sul blocco delle news da parte di Facebook in Australia raccontano uno scenario simile: il traffico proveniente da fuori il paese è diminuito in un giorno del 30%, mentre la percentuale è del 13% per quello proveniente dall’Australia stessa.

Fonte: Axios su dati Chartbeat

Come ricorda l’editorial board di Bloomberg, sono insomma gli editori ad avere bisogno delle piattaforme molto più che viceversa. “Solo il 4% del news feed di Facebook è fatto davvero di “notizie”, invece che di contenuti di famiglia e amici", si legge, "mentre Google non si preoccupa nemmeno di monetizzare google News; riconosce invece che solo circa l’1% delle ricerche in Australia ha a che vedere con eventi correnti. Al contrario, gli editori in tutto il mondo dipendono profondamente dalle piattaforme per generare traffico verso i loro siti”. Il che certo può essere considerato un problema, ma non uno che si risolve rompendo il web o finanziando ulteriormente grossi gruppi editoriali privati; semmai, si dovrebbe parlare di una infrastruttura mediatica no profit, pubblica e nell’interesse dei lettori — ma niente di tutto questo figura tra i radar delle norme in arrivo. La conclusione di Bloomberg tuttavia è interamente condivisibile: “Se qualcuno deve proprio pagare per questo rapporto (tra editori e piattaforme), non sono certo Google e Facebook”.

Le cause del declino e della crisi del giornalismo tradizionale sono molto più profonde, e non possono essere ridotte (nell’ennesima manifestazione di soluzionismo tecnologico) a un problema tecnologico. Tolta dal banco l’accusa, come detto contraria alla realtà, di un impatto esiziale del presunto “furto” di contenuti da parte delle piattaforme, bisogna invece affrontare le reali radici di quel declino. Che, come detto, hanno più a che vedere con la mancanza di fiducia in chi scrive che non nella tecnologia con cui si legge. Del resto, ricorda Jeff Jarvis che Facebook non era nato per ospitare notizie: “Sono stati i nostri lettori a portare lì le notizie perché il nostro mondo non è stato in grado di fornire loro meccanismi per condividerle e discuterle con gli amici al di fuori delle orrende sezioni dei commenti”.

Lo stesso dicasi per Twitter, o Google: la Silicon Valley, dice Jarvis, ha semplicemente sopperito alle mancanze di un settore incapace di interessarsi dei reali bisogni democratici dei lettori, mancanze che riguardano certo l’innovazione tecnologica ma prima di tutto la capacità del giornalismo professionale di ascoltare e includere i lettori. “I nostri lettori ci hanno abbandonato perché la rete ha fornito loro meccanismi che noi non abbiamo saputo dare”. E se non ci siamo riusciti, conclude Jarvis, è perché eravamo troppo impegnati a cercare di trovare modi per continuare a rendere redditizio un mondo passato, che stava scomparendo ma per cui comunque, per qualche ragione, tutti dovrebbero pagare, a prescindere dalla qualità del prodotto che ne risulta e dal fatto che a beneficiarne siano sempre gli stessi pochi accentratori di potere editoriale.

Tutto questo è chiaro da molto tempo, perfino da prima che l’avvento delle piattaforme ribaltasse di nuovo il tavolo. Scrive Benedict Evans che “nessuna delle questioni” che oggi dibattiamo “è cambiata molto: i giornali avevano un oligopolio dell’attenzione e un oligopolio di un certo tipo di reach pubblicitario, e Internet li ha azzerati entrambi. Le persone leggono molte più cose in molti più luoghi e i pubblicitari hanno molte più opzioni, e migliori, e così il fatturato pubblicitario dei giornali è sceso del 75% o più. Nel frattempo Google e Facebook hanno creato nuovi e imponenti mercati pubblicitari su Internet, che i pubblicitari preferiscono, e alcuni giornali ritengono di avere diritto per qualche ragione a parte di quel denaro. Questo era vero nel 2010 e perfino nel 2000, e lo è ora, tranne per il fatto che i numeri sono peggiorati”.

Fonte: Benedict Evans, 'Paying for News'

Perfino gli editorial board di Bloomberg e Financial Times sono intervenuti su una posizione simile. Bloomberg ha proprio specificato che l’approccio australiano “fa una cattiva diagnosi del problema. Il modello di business del giornalismo non si è rotto a causa delle piattaforme. Internet ha spacchettato molti dei servizi — pubblicità, inserzioni di lavoro, film usciti e così via — forniti un tempo dai giornali, erodendo al contempo i monopoli locali o regionali che li avevano resi così profittevoli. Internet ha offerto ai consumatori una mole enorme di notizie gratuite e opinioni, e ha dato ai pubblicitari opzioni e pubblici a cui gli editori tradizionali non sono stati in grado di tenere testa. È vero che Facebook e Google hanno capitalizzato su queste tendenze, ma è difficile dire che le abbiano causate”.

E perché mai, aggiunge l’editorial board del Financial Times, i governi dovrebbero intervenire in una disputa tra aziende, intervenendo per giunta per sovvenzionare grossi gruppi editoriali privati?

E del resto, come scrive Dan Gillmor, veterano dello studio dei media, gli editori non hanno un “diritto divino” al dominio della sfera pubblicitaria. Soprattutto se si pensa, aggiunge, che quando lo hanno avuto lo hanno sfruttato con la stessa arroganza e spietatezza che oggi imputano (in alcuni casi giustamente) alle piattaforme, producendo “fallimenti di mercato” e servizi peggiori sia per i lettori che gli inserzionisti pubblicitari.

Più che un modello di democrazia, la legge australiana è un modello di lobbying di successo — a partire da quello di un soggetto come Rupert Murdoch e del suo gruppo, News Corp. Un gruppo talmente potente, si noti bene, che l’ex primo ministro australiano, Kevin Rudd, se ne dice terrorizzato, per la “cultura della paura” che avrebbe instaurato nel paese, e di cui sarebbero vittima anche i legislatori. “Tutti hanno paura di Murdoch. Davvero”, ha detto, peraltro in un contesto istituzionale. Rudd si spinge fino a parlare di una “Murdoch Mob”, mentre altrove i commenti per un’influenza chiara a chiunque abbia lambito il dibattito non sono meno severi.

Alan Soon, su Splice Media, riassume per esempio il pensiero di molti quando, all’indomani dell’accordo con Google, rivolgendosi al colosso di Mountain View scrive: “Google, credo sia incredibile che dopo tutti i soldi che hai speso in fact-checking nel mondo tu stia ora pagando News Corp così che possa continuare a negare il cambiamento climatico. Hai pagato per la disinformazione prodotta da una compagnia talmente tossica che perfino James Murdoch ha pensato fosse troppo cattiva e dovesse dimettersi dal suo board a luglio dello scorso anno”. Un esempio? Si pensi alla disinformazione prodotta durante i terribili incendi che hanno devastato l’Australia a gennaio dello scorso anno.

Si sta dunque chiedendo alle piattaforme di finanziare anche la disinformazione, nel nome della difesa del giornalismo e della democrazia?

Che interessi difende, dunque, questa norma? Quelli del giornalismo, o quelli del giornalismo del gruppo di Murdoch (nonché del giornalismo che aveva affermato di porsi proprio in aperta contrapposizione a quel modello, e invece ora combatte la stessa battaglia)?

E se parliamo giustamente in modo critico delle concentrazioni di potere nelle mani delle piattaforme digitali, quando parleremo in modo altrettanto critico di quelle nelle mani di un editore, e delle iniziative sorte per conrtrastarle? O ci sono potenti meno potenti di altri?

Se la questione è di democrazia, e dunque di principio, perché gli editori non prendono gli accorgimenti tecnici (una riga di codice) che basterebbero a non ricevere il traffico proveniente dai “distruttori della democrazia”?

E ancora, se la battaglia degli editori è tanto disinteressata e nel nome della democrazia, come mai dimenticano sempre di mettere nero su bianco che anche loro sono parte in causa, e hanno degli interessi propri — legittimi o meno che siano? Che sia questo, si chiede Jarvis, a motivare gli eccessi di utopia o distopia, a seconda del contesto e delle convenienze, con cui molti editori trattano i temi di politiche tecnologiche?

Che sia questo a fare sì che una piattaforma venga criticata a prescindere, qualunque cosa faccia? Si pensi a quanto scrive Mike Masnick su TechDirt: prima che Facebook imponesse il blocco delle notizie, Google stava venendo criticata per avere ceduto a Murdoch (“finanzia la disinformazione!”); poi Facebook ha preso la strada opposta, e invece di sentire i canti di gioia dei detrattori a prescindere (una minaccia alla democrazia in meno!) è stata criticata per una decisione definita, di nuovo, incompatibile con la democrazia (apparentemente, è compatibile solo se Zuckerberg sta zitto e paga gli editori — nel qual caso diventa improvvisamente indispensabile alla democrazia).

“Insomma”, conclude Masnick, “è un male pagare Murdoch. Ed è un male non pagare Murdoch. Non c’è alcuna coerenza dietro queste posizioni, tranne quella di persone il cui unico obiettivo è dire “Facebook e Google devono essere cattive, perché anche quando fanno cose l’una opposta dell’altra, entrambe provano la loro cattiveria”".

Da cui, un giudizio severissimo, ma molto probabilmente non distante dal vero: “Questa battaglia non era tra Facebook e l’Australia, o tra Facebook e il giornalismo, anche se alcune persone ignoranti e disoneste stanno cercando di farcelo credere. Questa è sempre stata una battaglia tra Rupert Murdoch e l’open web”.

Questo è solo l’inizio. E no, non è un buon precedente. Se il modello australiano dovesse effettivamente essere seguito a ruota da Francia, Canada, Danimarca e dall’Unione Europea tutta (Aldo Fontanarosa su Repubblica di venerdì 19 febbraio già scriveva che l’UE “farebbe bene a emulare” il modello australiano), allora davvero potrebbe realizzarsi un fondamentale mutamento di pelle del web che conosciamo, che a quel punto comincerebbe davvero a somigliare a una grande televisione in cui gli intermediari di una comunicazione intesa in senso pre-Internet tornano, di forza, a imporre la loro mediazione a suon di mance estorte a quelli dell’era di Internet — e se questo significa compromettere il web, poco importa.

Inoltre, non c’è alcuna evidenza che il denaro ricevuto a questo modo verrebbe utilizzato per migliorare la qualità del giornalismo prodotto, assumere più giornalisti, dare maggiore dignità a collaboratori e neo-assunti, e ridurre il divario (anche di genere e generazionale) con i pochissimi privilegiati che monopolizzano aperture e trasmissioni tv e godono di posizioni professionali stabili. Da questo punto di vista, la norma — come ogni altra idea fin qui vista — tace, senza vincolare in alcun modo le somme percepite a una qualche destinazione d’uso in tal senso.

Niente di tutto questo sta a dire che non c’è bisogno di aiutare il giornalismo, e che il giornalismo non sia indispensabile al buon funzionamento della democrazia. Il punto è diverso: che il modo proposto non è quello giusto, e aiuta semmai soltanto a mantenere privilegi e disfunzioni dei grossi gruppi editoriali attuali.

Se vogliamo davvero aiutare il giornalismo, insomma, ci sono modi migliori. Alcuni sono elencati da Rasmus Kleis-Nielsen, direttore del Reuters Institute di Oxford, insieme a Robert Gorwa e Madeleine de Cock Buning in 'What can be done? Digital Media Policy Options for Europe (and beyond)'. Il messaggio cruciale, in questo contesto, è che non ci sono soluzioni magiche e sempre risolutorie, e che serve semmai un approccio contestuale e olistico.

In tema di finanziamento delle imprese editoriali, per esempio, si chiede di cambiare approccio, senza concentrarsi unicamente sul sostentamento delle realtà private esistenti, ma al contrario a) riformando “le forme esistenti di supporto ai media del settore privato così che possano meglio promuovere il futuro digitale del giornalismo, e non solo il loro passato offline”; b) “un riconoscimento del ruolo che i media del servizio pubblico genuinamente indipendenti e ben finanziati possono avere operando su tutte le piattaforme”, e c) “una rapida riforma che faciliti la creazione e il finanziamento di media no profit”.

Inutile dire che tutti questi aspetti, centrali per parlare davvero di una rifondazione democratica del giornalismo, nel dibattito attuale non rientrano affatto. Così come non ci si concentra, se non marginalmente (per esempio negli Stati Uniti si propone una capacità di contrattazione collettiva dei piccoli editori), sull’editoria locale e di dimensione inferiore — anche se ha subito in modo particolarmente grave il contraccolpo della pandemia.

Ancora, tutto questo non significa affatto che le decisioni delle piattaforme, anche le loro correnti, non presentino aspetti problematici. Will Oremus ha per esempio fatto giustamente notare che spegnere l’informazione su un social network lo espone ai deliri dei complottisti e ai piani dei manipolatori togliendo a fonti che mirano a verità e ragione diritto di replica. O meglio: si potrà discutere sulla base di informazioni provenienti dall’informazione professionale, ma non farvi riferimento con un link.

E di certo, pensare a un’azienda come Facebook — un ambiente chiuso, opaco e autoreferenziale — come difensore dell’open web è un’idea quantomeno bizzarra.

Eppure forse un modo di dare un senso positivo a tutto questo dibattito, perlopiù completamente viziato da mere questioni di soldi, c’è. Se questa discussione servisse a farci capire il grado di dipendenza che il giornalismo contemporaneo ha da soggetti privati che accentrano il potere in pochissime mani — siano esse editori tradizionali o piattaforme digitali — e, in tutta risposta, farci immaginare modi migliori per promuovere il giornalismo indipendente, pubblico, nell’interesse della democrazia e dei lettori, allora probabilmente sarebbe servita almeno a gettare le basi per un futuro diverso da quello ipotizzato in Australia, che tanto somiglia al passato — solo schiantato nella gola a forza, senza alcun interesse per la salute di chi si vede costretto a ingurgitarlo.

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