Polarizzazione, bolle ideologiche e quei miti da sfatare sull’informazione digitale

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Nell’ottica di un dibattito costruttivo sul fenomeno delle "fake news", delle quali già abbiamo discusso in altri articoli (si veda elenco in fondo), ci sembra utile approfondire alcune questioni.

Innanzitutto occorre premettere, come già evidenziato altrove che il problema non sembra affatto quello delle “fake news”, fenomeno che appare artificialmente “gonfiato” anche a fini politici, quanto piuttosto un problema di approccio alle informazioni, e quindi di disinformazione o meglio di information disorder, secondo una definizione proposta da Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d'Europa (Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking).

Infatti, la nostra società è ampiamente caratterizzata da debolezze cognitive molto estese, da una generale tendenza ad accedere e diffondere informazioni in assenza di una corretta valutazione critica, dalla refrattarietà all’approfondimento e da una crescente sindrome del deficit dell’attenzione. Si tratta di problemi messi sul tavolo da tempo, che però, nel mentre vengono imputati solitamente al “mezzo” Internet, come se ne fossero una specifica conseguenza (e per confutare questo basta leggere le fondamentali parole di danah boyd, It’s complicated), in realtà sono problemi della società nella sua interezza e quindi di tutti i mezzi di comunicazione. Basti ricordare il famoso caso della percezione dei reati durante il governo del 2006-2007, che aumentava a causa della campagna orchestrata dalle televisioni del politico concorrente, mentre pacificamente i reati erano diminuiti.

Uno dei media principali, che tutt’oggi risulta il mezzo attraverso il quale i cittadini recuperano informazioni (specialmente quelli meno giovani), cioè la televisione, favorisce l’accettazione passiva di un’informazione in maniera molto più forte rispetto alla rete Internet, laddove quest’ultima richiede necessariamente una interazione e quindi un comportamento attivo che si concilia con maggiore difficoltà con una accettazione acritica dei contenuti.

Post-scarsità e sfiducia nell’informazione

La differenza non sta tanto, quindi, nelle caratteristiche del mezzo Internet, che, come sostiene qualcuno, favorirebbero la proliferazione e diffusione di “disinformazione”, quanto piuttosto nel fatto che i vecchi media sono presidiati e ad accesso controllato (da cui obblighi di responsabilità editoriale). Cioè, solo pochi “eletti” possono andare in televisione e scrivere sui giornali, laddove, invece, Internet ha ampliato in maniera globale la platea (almeno potenziale) di chiunque, fosse anche il singolo cittadino, che almeno in teoria può esprimere il proprio pensiero più o meno liberamente.

In breve, l’imbuto che caratterizza i vecchi media è stato cancellato dalla tecnologia digitale, che ha avviato un processo di democratizzazione della libertà di espressione (pur con alcuni limiti), sia nella sua accezione attiva (possibilità di esprimere la propria opinione e fare informazione), sia nell'accezione passiva (diritto a ricevere informazioni). Internet, in buona sostanza, ha rimodellato l’intero ambiente informativo (ma non solo, basti pensare al copyright) cancellando una caratteristica fondamentale della società pre-digitale: la scarsità delle informazioni. L'informazione digitale ha trasformato del tutto la nostra capacità di raggiungere un vasto pubblico senza sborsare tanti soldi, chiunque può raggiungere il resto del mondo con una connessione Internet, basta solo dire qualcosa che altri hanno voglia di ascoltare.

Ma la diffusione delle tecnologie digitali cade in un periodo storico particolare caratterizzato da una diffusa e crescente sfiducia verso la politica e l’informazione professionale. Sfiducia che non è dovuta alla rete Internet (e alle "fake news") quanto piuttosto è l’evidente conseguenza della scoperta della commistioni tra la politica e l’informazione e il progressivo disinteresse della politica ai problemi concreti dei cittadini. L’esistenza della rete ha certamente amplificato il problema (un problema dell’informazione però), perché, appunto, consente a tanti di incrociare fatti e fonti e di far emergere (e conseguentemente diffondere) le falsità e le ipocrisie dell’informazione tradizionale, asservita alla politica e agli interessi economici dominanti, e costretta ad assecondarli a tutti i costi. Anche a costo di pubblicare essa stessa "fake news".

In un contesto del genere è, poi, difficile meravigliarsi della proliferazione di notizie in contrasto con le “verità” ufficiali della politica diffuse dagli editori, che per lo più sono politici o vicini a politici (nazionali o locali). La chiusura a riccio della politica, complice l’informazione tradizionale, è l’ovvia conseguenza di uno stato di cose del genere, che per necessità di sopravvivenza deve alimentare la paura delle nuove tecnologie e invocare regolamentazioni speciali che ricreino nell’ecosistema digitale le stesse regole, anzi regole molto più stringenti, per riportare lo stato delle cose al periodo pre-digitale, cioè per ricreare una scarsità, indotta ed artificiale, delle informazioni.

I problemi evidenziati

In questo quadro confuso, molti problemi sono stati additati come specifici dell’ambiente digitale (e in special modo dei social network), come se Internet fosse un mondo a sé e non lo specchio della società. Il “mezzo” Internet viene, quindi, demonizzato a prescindere.

Si sostiene, infatti, che le "fake news" sarebbero un fenomeno tipico della rete, dovuto alle narrazioni autoreferenziali che si diffondono e consolidano esclusivamente sul web, alimentando un rischio di isolamento delle persone in echo chambers (camere dell’eco), all’interno delle quali penetrano solo le idee e le opinioni conformi e non quelle divergenti, così amplificando una segregazione ideologica. Tale polarizzazione – additata come specifica della rete digitale – porrebbe in pericolo la democrazia al punto da rendere necessario un intervento statale a contrasto delle "fake news".

I social media profilano i cittadini

Una caratteristica dell’ambiente digitale è la possibilità di profilare gli utenti al fini di raccogliere informazioni sui comportamenti online per valutare determinati aspetti della persona al fine di analizzare e prevedere le preferenze personali. Il tutto con lo scopo di indirizzare pubblicità mirate, e quindi più efficaci.

Questa attività di profilazione è sicuramente estremamente invasiva e se da un lato favorisce le aziende che possono mirare meglio le risorse pubblicitarie, con evidenti vantaggi per l’economia, ovviamente può portare ad abusi verso gli utenti. La price discrimination è un fenomeno noto e consiste nella presentazione di offerte commerciali differenti a seconda della categorie delle persone. Ad esempio, premi assicurativi più alti per persone con comportamenti a rischio o con specifiche patologie. Ciò può portare a forme di diseguaglianza sociale o discriminazione verso le minoranze.

Gli abusi, però, possono venire anche dai governi stessi che, utilizzando la profilazione (o più esattamente, usando le aziende che operano profilazioni), tendono a ricercare schemi nel comportamento delle persone, tipici di delinquenti, così cercando di prevedere e prevenire la possibilità che un soggetto commetta atti criminali (pre-crimine).

L’ansia legata alla profilazione è dovuta all’idea che le aziende del web raccolgono dati sulle simpatie, antipatie e interessi degli individui, in maniera tale che “sanno su di noi più di noi stessi e dei nostri amici”.

Tuttavia, la raccolta di informazioni a fini commerciali non nasce affatto con Internet. Un tempo l’iscrizione al club del libro, e i conseguenti acquisti, gli ordini su cataloghi, le vendite per corrispondenza, erano l’equivalente della profilazione, con le informazioni che venivano cedute da azienda ad azienda. Sicuramente il processo era più farraginoso e meno preciso, ma in compenso le piattaforme del web oggi danno la possibilità di smettere di vedere gli annunci che non ci piacciono e, entro certi limiti, anche di impedire la nostra profilazione. La normativa in materia di protezione dei dati personali è molto avanzata e consente una tutela molto più estesa di un tempo. Ovviamente spetta ai governi analizzare costantemente la situazione e aggiornare le norme in modo che i cittadini siano sempre tutelati.

In tale quadro occorre, però, precisare che la gestione dei dati da parte delle aziende non è tesa tanto a raccogliere informazioni sul singolo individuo, quanto a categorizzarlo per l’invio della pubblicità. Nel senso che gran parte delle informazioni sono trattate per gruppi omogenei e pseudo-anonimizzate (cosa che non accadeva con le aziende in epoca pre-digitale), in modo da non poter individuare fisicamente la persona a cui afferiscono. Quello che interessa alle aziende, infatti, è poter inviare pubblicità alla persona individuata da identificatori e per categorie, non certo sapere cosa fa ogni giorno Tizio o Caio.

A differenza delle aziende, invece, sono i governi che hanno tutto l’interesse a identificare nominativamente le persone, appunto per analizzare i loro comportamenti al fine di prevedere se il singolo può commettere atti criminali.

I social media chiudono i cittadini in una bolla polarizzante

Altro aspetto che si evidenzia è la realizzazione di bolle filtro nel web all’interno delle quali i cittadini verrebbero rinchiusi.

Anche questo aspetto è una diretta conseguenza della profilazione. Il fatto che i social e le piattaforme del web raccolgano così tanti dati sui cittadini, “da saperne più di loro stessi”, comporta che nel caso delle news le piattaforme preferiscano fornire agli utenti solo quelle notizie che ritengono conformi al suo modo di pensare. I lettori sui social sono “pilotati” nella lettura delle notizie non solo da ciò che gli algoritmi hanno deciso di selezionare, ma anche da ciò che amici e contatti hanno letto e condiviso.

I social media farebbero male, quindi, perché porterebbero gli individui a fossilizzarsi sulle proprie opinioni, a rafforzarle, e in tal modo fomentando scontri contro persone che la pensano diversamente (cioè chiuse in bolle ideologiche contrarie).

Gli argomenti sulle bolle filtro e la polarizzazione nel web sono in realtà per lo più risalenti a studi di parecchi anni fa, quando Internet era appena agli inizi e ancora non se ne comprendeva l’impatto sulla società (in realtà anche oggi ne abbiamo una comprensione piuttosto limitata). Generalmente si citano gli studi di Cass Sunstein, tra i primi ad aver evidenziato il problema, dimenticando però di far notare che lo stesso Sunstein ha rivisto in parte le sue posizioni in un nuovo libro del 2017. Già da un punto di vista logico vi sono, comunque, dubbi su queste argomentazioni. Se dialoghi online solo con persone che la pensano come te, è piuttosto difficile che tu abbia così tante occasioni di scontro con altri che la pensano diversamente. Quindi delle due l’una, o sei chiuso nella tua echo chamber senza occasioni di scontro, oppure ti scontri con altri che la pensano diversamente, così comunque rimanendo esposto a opinioni differenti.

In tale prospettiva, ad esempio, è interessante uno studio del 2016, di Seth Flaxman, Sharad Goel e Justin M. Rao, dal titolo Filter Bubbles, Echo Chambers, and Online News Consumption. Gli autori affrontano il problema esaminando le cronologie di navigazione di utenti, e giungono a risultati che in un certo qual modo potremmo definire banali, ma comunque illuminanti.

I risultati portano a notare che i social network e i motori di ricerca sono associati a un aumento della distanza ideologica media tra individui, pur tuttavia tali canali sono anche associati a un aumento dell’esposizione degli individui a materiali di ideologia differente dalla propria. Anche uno studio di Kartik Hosanagar, Daniel Fleder, Dokyun Lee e Andreas Buja (Will the Global Village Fracture Into Tribes? Recommender Systems and Their Effects on Consumer Fragmentation), dell’Università della Pennsylvania, riscontra che le “raccomandazioni” degli algoritmi incrementano l’esposizione a contenuti differenti.

Se pensiamo al funzionamento di servizi quali Spotify possiamo comprendere più facilmente il motivo. Servizi di quel tipo, infatti, utilizzano le scelte degli utenti per proporre musica simile, ma simile non vuol dire esattamente uguale, e allo stesso modo gli algoritmi di presentazione delle notizie forniscono agli utenti contenuti simili ma mai esattamente uguali. Così se l’utente sceglie di leggere quella notizia “diversa”, l’algoritmo si adegua e continua a presentare notizie che man mano allargano lo spettro ideologico. I servizi online, infatti, non hanno alcun motivo di impedire alle persone di leggere cose diverse, se queste esprimono preferenze in tal senso. Se la persona non legge le notizie “simili ma differenti”, allora è la sua scelta a rinchiuderlo nella sua bolla ideologica.

In breve, vi sono persone alle quali non piace discutere o comunque mettere in discussione le loro idee, che tendono a visitare solo i siti che confortano il loro modo di vedere le cose (casomai visitando direttamente le pagine dei siti, piuttosto che passare dagli aggregatori o dai social). Allo stesso modo, aggiungiamo noi, che una persona di destra compra un giornale di destra e non compra uno di sinistra, e viceversa. Quindi, online, queste persone tendono a curare i loro feed sui social in modo da non incontrare opinioni divergenti che pongano in discussione le loro opinioni. Inoltre, come è di banale evidenza, queste persone tendono a leggere notizie condivise dai loro amici esattamente allo stesso modo come ascoltano le opinioni solo dei loro amici. Di contro, vi sono persone che non si preoccupano di mettersi in discussione e che non hanno alcuna difficoltà a trovare argomenti differenti dai propri, e a trovare punti di vista differenti, sia su Twitter che su Facebook.

Insomma, come risulta anche dallo studio di Matthew Gentzkow e Jesse M. Shapiro (Ideological Segregation Online and Offline), la segregazione ideologica nel consumo delle notizie è assolutamente comparabile tra l’online e l’offline, nonostante la teoria dica il contrario.

Un altro studio del maggio del 2017 (Search and Politics: The Uses and Impacts of Search in Britain, France, Germany, Italy, Poland, Spain, and the United State) conclude (qui la traduzione in italiano) che le preoccupazione delle bolle filtro e della polarizzazione sul web siano eccessive, se non sbagliate. Molti utenti di Internet, infatti, utilizzano i motori di ricerca per trovare l'informazione migliore, controllare altre fonti e scoprire nuove notizie che possano far scoppiare i filtri bolla e aprire le camere dell'eco. Paradossalmente, è proprio il web il migliore antidoto alle camere dell’eco che ci racchiudono nella vita reale.

Secondo lo studio, chi è più interessato alla politica e ha maggiore consuetudine con le dinamiche dell'informazione online è meno esposto alle fake news e alle camere dell'eco. Da qui l’importanza dell’alfabetizzazione digitale:

Chi usa Internet per l'informazione politica si affida generalmente a una varietà di fonti e mostra un sano scetticismo che spinge a cercare più fonti e verificare i fatti. Regolamentare Internet, come alcuni hanno proposto, potrebbe minare la fiducia esistente e introdurre nuovi dubbi sulla accuratezza e la parzialità nei risultati delle ricerche.

In estrema sintesi non è, come adombra qualcuno, Internet o i social media che chiudono le persone in una echo chamber, quanto piuttosto un comportamento specifico del singolo individuo, dipendente dalla sua personalità. Chi rifugge la possibilità di prendere in considerazione opinioni differenti dalle sue, persegue tale comportamento anche sul web, abbeverandosi ad un’unica fonte di notizie, esattamente come fa offline. Mentre chi preferisce confrontarsi con idee diverse dalle sue non ha particolari difficoltà a trovare nuovi argomenti sia sui social, sia tramite i motori di ricerca, sia tramite i mille rivoli informativi che caratterizzano l'ambiente digitale.

Anzi, i social media sono associati ad una varietà di fonti che comunque espone gli utenti a una maggiore diversità di opinioni.

Ma, purtroppo, la tendenza odierna è di addossare tutte le colpe al web. Il bullismo è colpa del web, il terrorismo è colpa del web, e anche le "fake news" sono colpa del web, laddove, invece, appare di solare evidenza che il web non è altro che uno specchio della società, che riflette i suoi problemi e che, soprattutto, riflette il modo di essere delle persone, compreso il loro modo di approcciarsi alle informazioni. Chi vuole leggere sempre lo stesso giornale, con una sua specifica ideologia, e vedere sempre lo stesso canale televisivo, finirà immancabilmente per cercare sempre le stesse fonti di notizie sul web. Ma è una sua specifica scelta. Non dei social network.

Paura delle nuove tecnologie

L'atteggiamento è lo stesso, identico, che si riscontra nell'approccio al copyright. Le nuove tecnologie hanno consentito a tutti di diventare autori, di un mix, un meme, un mash-up, ma piuttosto che valorizzare questa possibilità, e indirizzarla correttamente, si è preferito castrare la creatività degli utenti proponendo (e sono in discussione adesso al Parlamento europeo) delle norme che consentiranno alle aziende di rimuovere tutto ciò che, a loro insindacabile parere, sia in contrasto con i loro diritti.

Con l'informazione stiamo osservando lo stesso atteggiamento di chiusura. Con le nuove tecnologie si è allargata la possibilità di fare informazione, cosa che ha portato soltanto a una serie di norme e proposte regolatorie che tendono a impedire tutto ciò che non viene certificato dall'alto, con ciò ricreando una “scarsità” artificiale in un ambiente, quello digitale, che naturalmente non la prevede in alcun modo. Insomma, l'incapacità dell'essere umano di adattarsi alle nuove tecnologie finisce per castrarle ed impedire qualsiasi ulteriore evoluzione delle stesse, invece di limitarsi ad osservare le tante, nuove possibilità, ancora grandemente inesplorate, e indirizzarle laddove si evidenzino palesi e pericolose storture.

Sarebbe molto meglio, quindi, spostare l’attenzione dal dilagare delle "fake news", e concentrarla sulla crescente sfiducia nel giornalismo che è fenomeno preesistente ed indipendente da Internet.

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