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Le cose sono molto più complicate di quello che possono sembrare, a partire dalla stessa definizione di 'fake news'. Un anno fa quando è apparso per la prima volta nel dibattito politico-mediatico (subito dopo la vittoria di Trump), il termine stava ad indicare una ben precisa forma di disinformazione: notizie false al 100%, nate con l'obiettivo di ingannare e con l'intento di macinare traffico online e quindi soldi derivanti dalla pubblicità o per colpire l'avversario politico.

Da allora quel termine si è svuotato, man mano che veniva usato per indicare contenuti di propaganda politica, o esempi di cattivo giornalismo, o, come fa continuamente Trump, per attaccare i media mainstream (non sempre a torto), perché a loro volta produttori e diffusori di notizie false o distorte. Finendo così anche per essere un'arma nelle mani dei politici per attaccare il giornalismo indipendente. Il termine inoltre non rende bene la complessità in cui la nostra vita digitale (informativa) è immersa ogni giorno. Ne parlammo già a suo tempo nel post dal titolo emblematico: "Facile dire fake news. Guida alla disinformazione". Notizie palesemente false, notizie vere ma che contengono pezzi di informazioni false, notizie distorte, retroscena politici, virgolettati spesso smentiti, meme satirici, foto vere ma con attribuzioni false o significati falsati, bufale... L'inquinamento dell'ecosistema informativo ha mille volti che dipendono anche dalle diverse intenzioni con cui quella tipologia di informazione viene immessa nell'ambiente. Il tutto poi avviene in un clima di sostanziale sfiducia verso i media mainstream e le istituzioni in generale.

L'appello di Claire Wardle a capo di First Draft Media, che con Hossein Derakhshan ha firmato un paper per il Consiglio d'Europa, è di smettere di usare l'espressione "fake news" e cominciare ad usare l'espressione "information disorder", che potremmo rendere in italiano come "caos informativo". Una sintesi del rapporto è stata pubblicata su Scienza In Rete, a firma di Cristina Da Rold.

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