L’odio in politica e la sfiducia nei media fanno più paura delle fake news

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"Cosa ci avete dato?", chiedeva la folla che si era radunata attorno a quella che oggi conosciamo come Convention Hall agli autori della Costituzione. "Una Repubblica, se saprete mantenerla", rispose Benjamin Franklin (Filadelfia 1787)

Le fake news in senso stretto sono informazioni (non chiamiamole notizie) false prodotte e diffuse con l'intento malevolo di ingannare per motivi economici (fare soldi con il traffico generato dai clic) o politico-propagandistici (soprattutto per danneggiare una contro-parte).

Per una visione complessiva della questione fake news consiglio la lettura di questo approfondimento di Philip Di Salvo.

La discussione in merito è esplosa subito dopo la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali degli Stati Uniti. "Se Trump ha vinto è colpa delle fake news e di Facebook", questa è stata una delle prime reazioni da parte di molti giornalisti ed esperti dei media (narrazione che poi ha preso piede arrivando anche qui da noi, con un tentativo maldestro e per fortuna non riuscito di addossare alle fake news la responsabilità della sconfitta del Sì al referendum).

Ma se le fake news hanno fatto vincere il populismo di Trump non si capisce come mai Hillary Clinton abbia ottenuto quasi 3 milioni in più del candidato repubblicano sul voto popolare. Sul tema e perché questa versione non mi ha mai convinta ne ho scritto qui.

Dunque, al centro della discussione c'è una non dimostrata (almeno finora) connessione tra fake news e pericolosi populismi, in base alla quale le false informazioni alimenterebbero i movimenti populisti, indebolendo le nostre democrazie. Tutto questo fa sostenere che stiamo vivendo nell'era della "post-verità", in cui gli appelli all'emotività e le convinzioni personali sono più influenti dei fatti obiettivi nell'orientare l'opinione pubblica.

Ma mi chiedo:

1) Prima (e quando esattamente?) eravamo nell'era della Verità e non ce ne siamo mai accorti?
2) Oggi i fatti non contano, mentre prima sì?

Vorrei ricordare che Nixon fu rieletto Presidente degli Stati Uniti in pieno scandalo Watergate, oppure l'intero capitolo dedicato alla propaganda su Iraq e armi di distruzione di massa nel libro Comunicazione e Potere di Manuel Castells, dove il noto sociologo spiega come l'appoggio alla guerra sia stato pesantemente determinato dalla disinformazione e che nonostante fosse emersa la verità – i legami fra Saddam Hussein e Al Qaeda erano inesistenti, le armi di distruzione di massa non c'erano – nel 2007, al minimo storico dell'appoggio alla guerra, il 36% di americani era ancora convinto che l'intervento fosse una decisione giusta*.

La politica da sempre usa propaganda e bugie per ottenere consenso e orientare l'opinione pubblica.

Se la questione è che le fake news inquinano il discorso pubblico e quindi vanno fermate, con interventi legislativi o costringendo i social (soprattutto Facebook) a fare qualcosa, gioco-forza dobbiamo ampliare la discussione: 1) Chi ha oggi l'autorevolezza di intestarsi questa battaglia? 2) Se le fake news inquinano e i cittadini disarmati vanno protetti a ogni costo (davvero dovremmo credere alla versione "cari cittadini lo facciamo per voi?"), cosa fanno propaganda politica, disinformazione, cattivo giornalismo e false notizie diffuse anche da testate "autorevoli"?
Quanto ci siamo fidati del New York Times su Saddam Hussein e le armi distruzioni di massa? Ricordo che sulla base di questa bugia propagandistica è stata scatenata la guerra in Iraq sotto l'amministrazione di George W. Bush che ha fatto migliaia di morti tra soldati e civili (uno studio pubblicato sulla rivista Plos Medicine parla di circa mezzo milione di vittime) .

Quindi, cosa dovrebbe preoccuparci di più o quanto meno allo stesso modo? E infine cosa fare?

Non solo fake news

Le fake news esistono da sempre e da sempre hanno accompagnato le real news. Con il web e con i social è sicuramente cambiata la portata e la capacità di diffusione. Ma va detto, al tempo stesso, che sono aumentate le fonti e gli strumenti capaci di smontare un'informazione falsa, anche in tempo reale.

Claire Wardle di FirstDraft Media ha identificato 6 tipi di disinformazione circolate durante le ultime elezioni USA. Una sorta di vademecum, di grammatica delle fake news utile per sviluppare, come cittadini-utenti (netizen), più competenze e strumenti in modo da saperci muovere in un ambiente informativo sempre più ricco e più complesso. Tutta questa informazione se non gestita con saggezza, infatti, può anche farci molto male (un po' come l'alimentazione, serve una dieta sana per creare un equilibro psico-fisico).

Come Valigia Blu abbiamo pubblicato diversi post proprio con l'intento di dare alle persone gli strumenti per gestire in modo consapevole il flusso di informazione che riceviamo 24 ore su 24:
Manuale di sopravvivenza alle breaking news
Il lato oscuro dei media disposti a tutto per un click
Cosa possiamo fare per migliorare l'ambiente digitale in cui viviamo
Ecologia dell'informazione, bufale, etica della correzione
Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online

A inquinare il discorso pubblico e a doverci preoccupare, dunque, non è solo il sistema delle fake news, ma tutto ciò che in buona o cattiva fede può ingannare i lettori, proprio perché ha un forte impatto su come si forma la nostra visione della realtà e del mondo. Penso, ad esempio, agli innumerevoli casi di disinformazione, propaganda e pubblicità occulta veicolati attraverso i media in tutti questi anni raccontati dal giornalista investigativo Nick Davies nel libro Flat Earth News - An award-winning reporter exposes falsehood, distortion and propaganda in the global media.

Dunque, se ci mobilitiamo contro le fake news, sarà indispensabile - volendo essere credibili e onesti - andare fino in fondo e allargare la discussione pubblica a tutto ciò che in qualche modo ha come risultato quello di disinformare i cittadini. I media e la politica, pertanto, sono parte del problema e gli stessi giornalisti (e chi si occupa di informazione) dovrebbero farsene carico.

Media mainstream: è questione di fiducia

"La mancanza di fiducia nei media ha contribuito al successo del fenomeno delle fake news", ha dichiarato il CEO di Edelman, Richard Edelman domenica 15 gennaio durante il meeting World Economic Forum che si tiene ogni anno a Davos.
È questo uno dei problemi che mi sta più a cuore: la fiducia nei media.

Un calo costante e una situazione allarmante che partono da lontano. Ed è qui uno dei punti cruciali della questione fake news: chi ha l'autorevolezza oggi per intestarsi questa battaglia? La disinformazione, la propaganda, le false notizie passano infatti anche per TV, radio, giornali, canali web delle testate.

Faccio due esempi di questi giorni: uno riguarda la notizia data dal Washington Post sui russi che avrebbero hackerato una società elettrica, l'altro riguarda il Guardian che ha ripreso distorcendola una intervista a Julian Assange di Stefania Maurizi per La Repubblica.

Nel primo caso la notizia è risultata falsa, bastava semplicemente prima di pubblicare sentire la stessa società elettrica per capire che non si trattava di un attacco hacker da parte dei russi, ma di un computer di un dipendente nemmeno collegato alla rete aziendale dove era stato trovato un "comune" virus malware in vendita online, che può infettare un computer anche solo visitando siti dannosi.
La notizia nella sua versione falsa è stata condivisa tantissimo sui social e ha avuto una copertura mediatica imponente. La versione corretta, dopo che sul web sono cominciati a emergere dubbi e critiche, non ha avuto invece la necessaria e dovuta visibilità nemmeno all'interno dello stesso articolo. Il danno era stato fatto e chi ha creduto alla prima versione difficilmente avrà visto anche la seconda versione corretta (Qui Forbes ricostruisce tutta la vicenda dal punto di vista giornalistico). Nell'ansia di pubblicare per primi è mancato il processo di verifica.

Il Guardian, invece, in un articolo a firma Ben Jacobs, ha ripreso un'intervista di Stefania Maurizi a Julian Assange, distorcendone completamente il significato: Assange avrebbe lodato Trump e affermato che la Russia è un paese libero. Dopo diverse proteste e critiche su Twitter da parte di Maurizi e non solo (vedi Glenn Greenwald su Intercept, qui anche una traduzione in italiano), il contenuto viene corretto con una piccola nota in fondo all'articolo. Anche in questo caso l'informazione non corretta si è diffusa in modo virale.

Alla fine dell'articolo ora si legge:

This article was amended on 29 December 2016 to remove a sentence in which it was asserted that Assange “has long had a close relationship with the Putin regime”. A sentence was also amended which paraphrased the interview, suggesting Assange said “there was no need for Wikileaks to undertake a whistleblowing role in Russia because of the open and competitive debate he claimed exists there”. It has been amended to more directly describe the question Assange was responding to when he spoke of Russia’s “many vibrant publications”.

Riporto questi due esempi per sottolineare che la natura degli "errori" può essere molteplice (non solo dovuta alla fallibilità in quanto esseri umani) e quanto potente può essere un'informazione sbagliata (o data in maniera distorta) e quanto danno può fare il cattivo giornalismo, finendo per indebolire sempre più la fiducia nei media.

Una questione cruciale è poi la gestione degli errori: è qui che oggi si fa la differenza nella relazione con le persone.

È accettabile che un canale del servizio pubblico come RaiNews pubblichi una notizia falsa (si trattava di un articolo satirico su Huffington Post confuso per un articolo serio) e nonostante i ripetuti tentativi di segnalazione per una correzione continui a mantenerla sul sito?

Per questo, prima ancora della battaglia contro le fake news, a mio avviso, viene l'impegno contro il cattivo giornalismo e l'appello a ricostruire (se ci sono ancora margini e per me, anche se sempre più flebili, ci sono) quel legame di fiducia con i cittadini.

Come ha scritto Charlie Beckett, LSE media professor:

Il 2017 sarà l'anno in cui i giornalisti dovranno imparare l'umiltà e il coraggio. Non sappiamo abbastanza e non abbiamo più sotto controllo l'attenzione del pubblico. Ma abbiamo bisogno di buon giornalismo ora più che mai in un mondo complesso e instabile dove l'informazione è spesso un'arma e la confusione  è ora una strategia politica.

Cosa stanno facendo Facebook e Google

Nel dibattito sulle fake news si è posta molto l'attenzione sulle responsabilità di Facebook nella loro diffusione (disclaimer: Facebook e Google sono sponsor del Festival Internazionale del Giornalismo che organizzo ogni anno a Perugia). Ma dovremmo essere molto attenti a quello che chiediamo: chiedere a una piattaforma di intermediazione di controllare i contenuti e farsi "giudice" di ciò che è vero e ciò che falso è una strada pericolosa, già le policy attuali a mio avviso sono molto controverse.

Inoltre, anche se è vero poi che gran parte della nostra vita digitale passa su Facebook, Internet non è Facebook (per fortuna). Quindi anche solo concentrarsi su questo social è a mio avviso una miopia.

In ogni caso, il social network di Mark Zuckerberg, sotto pressione per il dibattito in corso, ha deciso di attivarsi e così in collaborazione con testate e siti di fact-checking ha avviato, per testarla negli USA e a breve anche in Germania in vista delle elezioni, la possibilità per gli utenti di segnalare contenuti attraverso la voce "falsa notizia". In base alle segnalazioni, un articolo viene sottoposto a verifica da parte di terzi e il contenuto sarà contrassegnato da una scritta "disputed" ("messo in discussione"). Così nel caso in cui scegliessi di condividere quel contenuto, saprò che "è in discussione" e troverò anche un link per approfondire e capire perché e come procede la verifica.
Mi sembra una buona soluzione per permettere alle persone di capire, approfondire, dare strumenti ed evitare di farsi censori rimuovendo o meno contenuti, in base a criteri discrezionali. Se funzionerà o meno non lo so. Slate sostiene che, per come funzionano il nostro cervello e la nostra memoria, difficilmente etichettare le news avrà effetti e propone di incentivare le persone a smettere di usare o considerare il social network come fonte di notizie credibili.

Facebook ha anche lanciato The Facebook Journalism Project che, tra le altre iniziative, prevede un impegno per l'alfabetizzazione alla news per aiutare i cittadini a sviluppare strumenti e competenze.

Google ha invece deciso di dare maggiore visibilità nella sezione Google News alle notizie verificate sottoposte a fact-checking. Anche qui come questo funzionerà, che impatto avrà e se funzionerà non lo sappiamo.

Un'ulteriore azione contro le fake news è quella di disincentivare il loro business sottraendo pubblicità, come annunciato da Facebook e Google. Vedremo con quali effetti. Se non lo faranno loro mi pare tacito che ci sarà qualcun altro disposto a pagare quel traffico.
Bisogna specificare però che diverse testate, incluso il New York Times per esempio, ospitano sui loro siti i contenuti sponsorizzati di servizi come Outbrain e Taboola che tutto sono tranne che giornalismo, "impacchettati" in modo furbo per attirare l'attenzione dei lettori all'unico scopo di veicolare pubblicità sotto forma di articolo giornalistico. Volendo andare fino in fondo bisognerebbe rinunciare a questi servizi che significa certo fare a meno di molti, molti soldi. Slate e The New Yorker, per esempio, hanno deciso di rinunciare a questi accordi.

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Stiamo parlando di un business model fallimentare -  scrive Sean Blanda -  che sta sgretolando giorno dopo giorno la fiducia rimasta nei media. Da un lato, giornali come il New York Times o il Washington Post producono reportage di qualità la cui missione è informare i cittadini, ma con l’altra mano stanno vendendo i propri lettori al miglior offerente attraverso dubbi annunci di pubblicità programmatica con il solo obiettivo di fare soldi. Poco importa se la pubblicità che appare al centro dei loro reportage è la notizia falsa dell’arresto di un personaggio famoso, una pubblicità che ci promette un metodo infallibile per perdere 30 kg in una settimana o il link a un sito che vende medicamenti online. L’obiettivo è fare soldi. Pochi, maledetti e subito. Ed ecco perché andrebbe ripensato totalmente il modello di business attuale, la pubblicità programmatica, il native advertising.

Qualsiasi soluzione è complicata e non mi illudo che questo possa succedere nei prossimi anni, semmai succederà . Ma il primo passo è ammettere che abbiamo un problema. Non solamente una sola “parte” o un sola azienda Ma tutti i giocatori in campo: media, lettori, inserzionisti, social media devono ammettere ciò che tutti sappiamo già nel profondo: nessuno è felice con questo sistema ed è arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo.

Cosa può fare il giornalismo

In questo scenario cosa può fare il giornalismo? Dovremmo concentrare di più le nostre energie su come combattere il cattivo modo di fare informazione e migliorare la nostra relazione con i lettori, e meno sulle fake news. Questo l'invito della Columbia Journalism Review:

Le fake news e il cattivo giornalismo minacciano entrambi l'accuratezza dell'informazione che raggiunge il pubblico, ma i giornalisti hanno il potere reale di influenzare solo uno dei due.

Parliamo del fact-checking. Su questo punto, è necessario specificare che nessuno ha mai potuto pensare che la soluzione alle fake news sia il fact-checking. D'altra parte il controllo dei fatti è giornalismo e il suo obiettivo non è modificare l'idea delle persone, ma offrire informazione quanto più possibile accurata e affidabile. Di sicuro il fact-checking non ci salverà, ma altrettanto sicuro è che non possiamo rinunciare al giornalismo: non è compito dei giornalisti far vincere questo o quel candidato (quindi, per esempio, dire che non serve perché Trump ha vinto nonostante una imponente attività di fact-checking non regge), ma dare strumenti alle persone per informarsi e prendere decisioni. Come sottolinea Bill Adair in questa intervista: «Se la corruzione continua a esistere, non vuol dire che smettiamo di combatterla. Così se il politico continua a dire bugie non è che smettiamo di verificare quello che dice».

Racconta al Washington Post la capo-redattrice di Snopes, noto sito di fact-checking (qui tradotto su Il Post):

Noi non pensiamo che il nostro lavoro influenzerà le persone legate a un sistema di convinzioni che esclude tutti i fatti. Snopes, però, può essere il posto in cui le persone iniziano a fare ricerche per conto loro. Possiamo essere un punto di riferimento per chi è interessato ad andare in profondità sui fatti, oltre i titoli dei giornali che spesso diffondono terrore. Non facciamo finta di avere la risposta definitiva su tutto, né vogliamo farlo. Ma ci piacerebbe essere un punto di partenza. Nei casi in cui la ricerca del clic e della viralità hanno la meglio sui fatti, pensiamo che la conoscenza sia il miglior antidoto contro la paura.

Quando parliamo di fake news dovremmo considerare soprattutto il potere, la forza che esercitano e i meccanismi profondi che spingono le persone ad aderire e condividere queste "informazioni" (magari pur sapendo che sono totalmente false) soprattutto perché confermano una loro visione precedentemente acquisita.

In questo bellissimo articolo, la giornalista scientifica Brooke Borel ripercorre anche la storia delle fake news nate non per ingannare ma per intrattenere il pubblico. Agli inizi del 1800 i penny presses, che si dichiaravano indipendenti dalla politica, pubblicavano real news accanto a cavolate come la Grande Bufala della Luna, in cui si sosteneva che un astronomo avesse scoperto bestie fantastiche che vivevano sulla Luna.

Al giorno d'oggi, dice Borel, nel panorama "fratturato" dei media, abbiamo tre attori in gioco: i media, le piattaforme tecnologiche e i lettori. I primi continuano a tentare di smontare le bufale. Non funzionerà, soprattutto per i lettori che considerano tutto ciò che arriva dai media "tradizionali" fake news o di parte. Una ricerca suggerisce che più è polarizzante un argomento più le persone che si identificano con una parte rafforzeranno la loro posizione davanti ai fatti che mettono in discussione o contrastano quella posizione.

I giornalisti dunque dovrebbero concentrarsi di più sul produrre un buon giornalismo, riconquistando la fiducia dei lettori. Infatti, i profitti basati sul click, sul traffico, ci hanno spinto verso un mare di titoli imprecisi e sensazionalistici: si diffondono storie senza prima verificarle, si copiano e incollano in modo seriale tutti le stesse vicende. Nell'articolo, si fa l'esempio della notizia di un Babbo Natale che fa visita a un bambino in punto di morte. Storia poi risultata falsa e ritrattata dal giornale che inizialmente l'aveva pubblicata, ma non prima che fosse diffusa da CNN, Fox, USA Today e molti altri.

Come riconquistare attenzione e fiducia? Dice Emily Thompson, una politologa di Boston, che i giornali trattando di politica dovrebbero approfondire le problematiche che interessano i cittadini e non occuparsi costantemente delle schermaglie fra partiti. Davanti alle sfide dei fatti, le persone potrebbero cambiare anche idea, opinione, soprattutto se percepiscono che la copertura giornalistica non è di parte.

Josh Stearns ha indicato una serie di suggerimenti per provare a ricostruire la fiducia nei media, una sorta di cassetta degli attrezzi per il giornalismo: coinvolgimento del pubblico, trasparenza, inclusività ed equità, ascolto, giornalismo che proponga soluzioni, alfabetizzazione ai media. Su quest'ultimo punto Le Monde sta sviluppando una piattaforma che, anche con l'automazione, possa aiutare le persone a verificare le notizie e sta cercando accordi con il Ministero dell'Istruzione, scuole e università, per avviare una serie di iniziative formative rivolte alle giovani generazioni.

Per quanto riguarda le compagnie tecnologiche, le iniziative in cantiere (fact-checking e il blocco dei guadagni dalle fake news) possono essere qualcosa, ma non sono ancora sufficienti. Facebook e Google continuano a far vedere alle persone quello che vogliono attraverso algoritmi proprietari. «Può funzionare per l'intrattenimento, ma non per le news – dice Claire Wardle di FirstDraft –, d'altra parte questi social non sono nati e non sono stati disegnati con lo scopo di informare».

Su questo aspetto, Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali dell'Università di Urbino, suggerisce:

Una risposta tecnologica potrebbe passare dallo sviluppo di “context engine” che contrastano la frammentazione delle informazioni offrendo la possibilità di trovare diversi approfondimenti connessi a una news, mettendola in prospettiva e offrendo un quadro di interpretazione più completo. I motori di ricerca contestuali non rappresentano solo una soluzione tecnica ma un cambiamento culturale del modo che come utenti abbiamo di pensare all’informazione - almeno online - e che, al contrario dei motori di ricerca e dei social a cui siamo abituati o alla logica degli algoritmi ci portano ad immaginare una realtà della news più complessa.

Facendo un esempio quando cerco news sulle "rivolte ai centri di accoglienza" la news mi viene data, usando questa diversa tecnologia, contestualmente ad altre collegate che consentano l'approfondimento, ad esempio che le rivolte sono precedute dalla morte di una donna in uno dei centri. Il senso di questi motori è: il valore non è nella singola news ma nel contesto di altre news e informazioni in cui si colloca. Il Deep Dive del New York Times lavora in questo senso (usando ovviamente solo l'archivio loro), sfruttando tag, metadati, dimensione temporale ... Oggi siamo invece abituati a cercare un'informazione (o ad incontrarla) e quel pezzetto diventa tutta la Verità.

Infine, ci sono i lettori, cioè quelli che consumano tutte queste notizie. Sono loro che le alimentano e le diffondono con i propri click. Scrive Borel che i social media hanno trasformato ognuno di noi in una sorta di editore:

Ogni volta che metti mi piace a un post su Facebook, le tue connessioni diventano nuova audience. E ha un implicito segno di approvazione. Dobbiamo pensare prima di cliccare. Chi ci sta dando questa notizia? Hanno incentivi per mentire? E se vediamo che le nostre connessioni contribuiscono a diffondere  bugie, come possiamo affrontarle?

Clicca come se ogni tuo click fosse una scelta importante e ragionata, consapevole che potrebbe avere delle conseguenze significative.

Ma non solo, noi lettori dovremmo anche cercare di attingere a più fonti su uno stesso argomento per avere un quadro più completo del contesto e riuscire a separare fatti da opinioni e, soprattutto, dovremmo avere il coraggio di confrontarci con idee diverse, sfidando le nostre stesse convinzioni.

La polarizzazione in politica soffia sul fuoco delle fake news

La faziosità e la polarizzazione politica incidono moltissimo sulla nostra visione del mondo e sul nostro modo di ricevere e condividere informazioni. Dovremmo occuparci e preoccuparci di come un dibattito pubblico violento e aggressivo possa dividere le persone in tribù dove chi ha idee diverse è percepito come un nemico e non come un avversario con cui sfidarsi sul piano delle idee.

In questo articolo del New York Times si parla di una ricerca che ha studiato il fenomeno della "partisanship", cioè dell'essere di parte, faziosi. I pregiudizi di parte funzionano più come il razzismo che come un semplice disaccordo politico. E questo – dice lo studio – è un grave pericolo per la democrazia.

Tutto ciò in qualche modo ha a che fare anche con il fenomeno delle fake news e le sue ripercussioni vanno ben oltre le storie condivise sui social. La polarizzazione politica si è approfondita in un modo tale nel corso degli ultimi trent'anni da diventare un tratto fondamentale della nostra identità.

A partire dagli anni '80 gli americani hanno cominciato a registrare opinioni sempre più negative nei confronti della loro controparte a prescindere dai temi. La ragione non è molto chiara. «Sospetto che parte di questa tendenza sia dovuta alla crescita costante delle news 24 ore su 24 – dice Sean Westwood, professore di Quantitative Social Science presso il Dartmouth College – e anche al cambiamento che ci porta a vivere, purtroppo, in un clima permanente di campagna elettorale»:

Oggi, i partiti politici non sono più solo le persone che dovrebbero governare nel modo in cui noi vogliamo. Sono una squadra da sostenere, e una tribù di cui sentirsi parte. E la visione politica dei cittadini è sempre più a somma zero: si tratta di aiutare la loro squadra a vincere, e fare in modo che l'altra squadra perda.

Questa forma di "tribalismo" spinge le persone a cercare e a credere a notizie che confermano i loro pre-esistenti pregiudizi, al di là se siano vere o meno. E questo è assolutamente trasversale. Non è una esclusiva di una sola parte politica.

Condividere quelle storie sui social è un modo per mostrare il nostro sostegno alla nostra squadra, l'equivalente di dipingere sulla propria faccia i colori della propria squadra durante una partita.

Questa dinamica alimenta il successo delle fake news, ma la cosa più preoccupante è che incoraggia anche l'estremismo tra gli stessi politici che tendono a infiammare la loro base, minando così la fiducia nelle istituzioni. La base in questo modo considera sempre più la contro-parte come un nemico da abbattere, fatta da persone pericolose. È un circolo vizioso che alimenta la partigianeria e la faziosità, spingendo sempre più verso l'estremismo in politica. Il risultato è che i compromessi e la collaborazione con i partiti avversari sono visti come un segno di debolezza. «Questo ovviamente rende il processo decisionale e l'accertamento dei fatti più complicati», sottolinea Shanto Iyengar, docente di comunicazione politica all'università di Stanford.

In conclusione

L'alta frammentazione sociale e la polarizzazione di gruppo possono costituire un pericolo per la democrazia: le istituzioni pubbliche e private dovrebbero contribuire a creare un clima culturale che, anche attraverso la tecnologia, possa spingere all'incontro e al confronto persone con punti di vista differenti.

Lo scopo centrale della democrazia, scrive Cass Sunstein nel libro Republic.com, è garantire il più possibile l'integrazione sociale in modo da ampliare la comprensione reciproca e arricchire le vite umane. Da qui l'importanza dei fori pubblici e della promozione di esperienze condivise.

Ognuno di noi dovrebbe partire da questa consapevolezza: come funziona il mio processo di conoscenza, come le mie barriere mentali influiscono sulle mie modalità informative, cerco solo o principalmente informazioni "confortevoli", che rafforzano il mio punto di vista? E da qui sfidare noi stessi, esponendoci a idee e argomenti diversi, che mettono in discussione le nostre posizioni.

Parafrasando l'episodio citato all'inizio del post quando la folla chiede a Franklin cosa ci avete dato e lui risponde "una Repubblica, se saprete mantenerla", con Internet ci è stato dato un enorme potere in termini di conoscenza, di partecipazione e di condivisione. Tutto però dipende dal nostro impegno nel mantenere e accrescere questa ricchezza e questo potere.

Abbiamo bisogno di una politica che sappia incentivare un clima culturale di esperienze condivise. Non di interventi che pensano di legiferare sulla verità e che, nell'ipocrita missione di voler proteggere i cittadini, possano controllare i contenuti, decidendo cosa è vero e cosa è falso. Le fake news, ma anche la disinformazione in generale, come detto, non sono un fenomeno nuovo. Dove c'è libertà di espressione ci sono le bugie. Quello di cui abbiamo bisogno è educazione, non controllo e regolamentazione dei contenuti.

Dobbiamo spingere sempre più le persone ad assumere un atteggiamento critico verso l'informazione che ricevono e a sviluppare strumenti per districarsi in un sistema informativo sempre più complesso.

Abbiamo un servizio pubblico come la Rai che da questo punto di vista potrebbe svolgere una funzione importante, decisiva. Perché non impegnarsi in questo senso liberando il servizio pubblico dal cappio soffocante dell'occupazione partitica e sostenendo una visione della Rai realmente al servizio dei cittadini? Qui una proposta di Tedeschini-Lalli che meriterebbe di essere discussa politicamente, se davvero si avesse a cuore il benessere informativo dei cittadini.

Le proposte del Ministro della giustizia, Andrea Orlando, e quelle del capo dell'Antitrust, Giovanni Pitruzzella, andrebbero respinte da giornalisti, editori e cittadini. A parte poche voci critiche, ho sentito invece un assordante silenzio (e purtroppo pure qualche applauso).

Lo Stato dovrebbe contribuire alla formazione dei propri cittadini, stimolando conoscenza e consapevolezza della loro condotta digitale e non legiferando sulla verità, come scrive in modo molto efficace Carlo Blengino sul Post:

Il dibattito sulle fake news ha un suo valore sociologico e forse antropologico, e nella società dell’informazione saper distinguere tra un fatto e un’opinione e avere la capacità critica di cogliere l’autorevolezza di una fonte qualificata rispetto al chiacchiericcio, alla propaganda o alla rassicurante disinformazione sono fondamentali.

Sentire però politici, ministri e presidenti d’Authority che pensano di tutelare la verità espungendo la menzogna dai media (o solo da internet?) grazie a formule giuridiche, provvedimenti di legge, o peggio deleghe alle piattaforme della Silicon Valley mi pare inaccettabile e sconcertante.

Nel dibattito sulla disinformazione non si cerchino soluzioni in diritto, ché non si legifera sulla verità.

Dovremmo respingere con tutte le nostre forze i tentativi da parte dei governi di controllare i contenuti, ancor di più se questo controllo coinvolge compagnie private come Facebook. Così come dovremmo respingere gli attacchi ai media quando è il potere a sferrarli.

Non dovremmo rinunciare a pezzetti della nostra libertà e dei nostri diritti in nome di un ambiente asettico dove circolerebbe solo presunta verità, così come non dovremmo cedere pezzi della nostra privacy a favore della sorveglianza in nome della sicurezza.

È il caso che l'individuo contemporaneo, che è il vero protagonista della storia, continui sempre a dispiegare, di fronte alla trasformazione del suo tempo, di fronte alle rivoluzioni più o meno eclatanti, la sua capacità di critica e di riflessione per evitare che si realizzi il proposito coltivato spesso dai detentori del potere, di renderlo un essere superfluo, secondo l'ammonimento sempre attuale, oggi più che mai attuale, di Hanna Arendt" (Mario Sirimarco – Ancora su apocalittici e integrati).

Foto anteprima via FiveThirtyEight, la grande bufala della luna, un esempio storico di fake news.

*Aggiornamento 18 gennaio 2017 ore 22.20: la citazione del libro di Castells è stata ampliata per spiegare meglio il dato riferito alle persone che continuavano a pensare che la guerra fosse una decisione giusta ed è stato rettificato il dato stesso che non è 30% come precedentemente riportato ma 36%.

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