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Caso Assange, l’inchiesta via FOIA che ha rivelato le opacità di Svezia, Regno Unito, Australia e Stati Uniti

17 Maggio 2022 10 min lettura

Caso Assange, l’inchiesta via FOIA che ha rivelato le opacità di Svezia, Regno Unito, Australia e Stati Uniti

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Scaduti  i termini per la presentazione di ricorsi contro l'estradizione di Julian Assange, la decisione sull'eventuale estradizione di Julian Assange è ora nelle mani dell'Home Office (il ministero dell'Interno britannico). È molto probabile che l'Home Office ufficializzi la richiesta che consegnerà il fondatore di WikiLeaks nelle mani del Dipartimento di Giustizia americano. In varie città del mondo, tra cui Roma, ci sono state manifestazioni e sit-in per chiedere al governo britannico di non estradare Assange.

Su Valigia Blu abbiamo già parlato della richiesta di estradizione per spionaggio, e della violazione dei diritti umani che sta vivendo Assange da più di 10 anni. Prima del carcere, è stato confinato da perseguitato politico nell'ambasciata ecuadoregna a Londra, in attesa di essere ascoltato dai procuratori svedesi, per denunce di reati sessuali risalenti al 2010. Dopodiché è arrivato l’arresto vero e proprio, nell’aprile del 2019. Dapprima per un’accusa di “reati informatici” contestata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che nel mese seguente diventa di spionaggio - un’accusa che lo stesso Assange sospettava sarebbe arrivata, prima o poi, e che può costargli fino a 175 anni di carcere. Tuttavia l'ombra degli Stati Uniti e la volontà di estradare Assange per via della sua attività con WikiLeaks è qualcosa che si proietta sulla scena molto prima del 2019.

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Se possiamo affermare ciò, è grazie all’inchiesta che la giornalista italiana Stefania Maurizi ha condotto per gettare luce sulle incongruenze processuali intorno alle indagini portate avanti dai magistrati svedesi. Un’inchiesta condotta attraverso l’uso di FOIA (Freedom of Information Act) e che investe quel particolare livello di trasparenza che le istituzioni devono avere nel permettere ai cittadini di accedere agli atti delle istituzioni stesse. Un’inchiesta di cui si trovano tracce nell'ultimo libro della giornalista italiana, Potere segreto. Quasi una storia dentro la storia delle vicende che riguardano Assange, e che ha visto Stefania Maurizi impegnata a lottare con la burocrazia e i tribunali di quattro Stati - Svezia, Regno Unito, Stati Uniti e Australia.

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È il 2015. Assange ha ottenuto asilo presso l’ambasciata ecuadoregna a Londra. Fuori da quelle stanze e dal perimetro di quell’edificio lo attendono due denunce per reati sessuali: avrebbe rifiutato il preservativo durante rapporti sessuali, in un caso avrebbe iniziato il rapporto mentre la partner dormiva (uno dei due casi è considerato per la legge svedese “minor rape”, cioè “stupro minore”). Le denunce risalgono all’agosto del 2010: poche settimane prima WikiLeaks ha pubblicato gli Afghan War Logs, documentando come la guerra in Afghanistan si stia rivelando un disastro per gli Stati Uniti. Quel 2015 segna un anniversario: cinque anni di un limbo giuridico in cui, per motivi inspiegabili, i magistrati svedesi si sono rifiutati di ascoltare Assange, benché lui si sia reso sempre disponibile.

“Parlando con un magistrato italiano” spiega Stefania Maurizi a Valigia Blu, “mi disse ‘perché questo caso è paralizzato?’. Io risposi ‘perché i magistrati svedesi non vogliono andare a Londra per interrogare Assange e decidere una volta per tutte se rinviarlo a giudizio e mandarlo a processo, oppure chiudere l’inchiesta e archiviare’”. La risposta della giornalista insospettisce il magistrato: è insolito che da Stoccolma non si voglia fare un volo di poche ore per svolgere un interrogatorio; le toghe italiane, per esempio, quando si trattò di interrogare una personalità chiave come Tommaso Buscetta volarono fino in Brasile. Così arriva il consiglio del magistrato: “lei deve scoprire perché non vogliono andare, questa è la chiave”.

Non avendo fonti presso la magistratura svedese, Maurizi può contare solo su uno strumento: il FOIA, ossia le leggi che regolano l’accesso alle informazioni. “Ho presentato una richiesta FOIA in Svezia nell’agosto del 2015” spiega. “la Svezia mi ha rilasciato pochissime pagine di documenti, 226 pagine, però cruciali. In questi documenti c’era la corrispondenza del Crown Prosecution Service, e si scopre che sono state le autorità inglesi a dire ai procuratori svedesi ‘non venite qui, interrogatelo solo dopo averlo estradato in Svezia'. Questa decisione di non andare lì e insistere sull’estradizione è ciò che ha creato una paralisi, perché Assange non si è mai opposto all’essere interrogato”. Le autorità svedesi, inoltre, mostrano di voler chiudere il procedimento di estradizione già nel 2013. Nel suo libro, inoltre, Maurizi riporta in alcuni passaggi gli scambi tra le due autorità, ottenuti grazie al FOIA da cui emerge una certa durezza di toni del Crown Prosecution Service:

Il 25 gennaio 2011, Paul Close [avvocato del Crown Prosecution Service - NdA] fornì il suo parere legale agli svedesi e non era la prima volta che lo faceva, quindi doveva averli consigliati fin dalle primissime fasi del procedimento. «Il mio precedente consiglio rimane valido: secondo me non sarebbe prudente per le autorità svedesi cercare di interrogare l’imputato nel Regno Unito[...] Ogni tentativo di sottoporlo strettamente a un interrogatorio sulla base delle leggi svedesi sarebbe pieno di problemi». Infine concludeva: «Per queste ragioni vi suggerisco di sentirlo solo dopo che sia stato consegnato dalla Svezia e in accordo con le leggi svedesi. Come abbiamo discusso, il vostro caso è fondato su prove ed è sufficiente per procedere a mandarlo a processo, che è l’intenzione dell’accusa.

[...]

Quindici giorni dopo che [Assange - NdA] ebbe ottenuto l’asilo, un articolo di stampa suggerì la possibilità che il paese scandinavo archiviasse l’inchiesta. Commentandolo, il Crown Prosecution Service scrisse a Marianne Ny: «Non vi azzardate!!». E ancora: nel novembre del 2012 l’avvocato inglese Paul Close scriveva alla procuratrice svedese: «Non ho idea del perché il vice ambasciatore britannico voglia incontrarla. Non posso far altro che supporre che, dato che lei si mescola a quei circoli sociali, non sia sorprendente!».

Il Crown Prosecution Service (“Servizio di Procura della Corona”) è il più alto organo di indagine della magistratura di Inghilterra e Galles. Per quale motivo dovrebbe intervenire nell’iter giudiziario relativo a reati sessuali contestati in un altro paese insistendo sull’estradizione? Il passo successivo, per rispondere al quesito, porta Maurizi a presentare un nuovo FOIA, proprio al Crown Prosecution Service. Di fronte al rifiuto di questi di far accedere alle informazioni, la giornalista ricorre al tribunale.

Vinto il ricorso, le vengono rilasciate 439 pagine di documenti del Crown Prosecution Service. Ci sono degli aspetti interessanti negli scambi, tra cui il fatto che, agli scrupoli della procuratrice svedese Marianne Ny, che si domanda se lo stato di sorveglianza continua cui Scotland Yard sottopone Assange non stia diventando troppo esoso, il Crown Prosecution Service risponde di "non considerare i costi un fattore rilevante in questa faccenda". Tuttavia la documentazione presenta alcune lacune. "Mi dicono ‘questa è tutta la nostra corrispondenza con le autorità svedesi’. Inizio a leggere la corrispondenza e scopro che non è vero” spiega Maurizi. “Ci sono delle settimane cruciali - come le settimane in cui Assange si è rifugiato nell’ambasciata, o ha richiesto asilo - in cui non ci sono email. Quindi capisco che non è vero. Con gli avvocati facciamo allora presente che non è tutta la corrispondenza. A quel punto ci dicono ‘abbiamo cancellato le email’”. La risposta ufficiale del Crown Prosecution Service così recita: "Tutti i dati dell’account di Paul Close sono stati distrutti quando è andato in pensione e non possono essere recuperati".

La scoperta avviene nel 2017. La distruzione della documentazione di un caso del genere, ancora in corso, è naturalmente un fatto eccezionale. Né più né meno significa voler distruggere delle prove per evitare che vengano visionate; nella migliore delle ipotesi, bisogna pensare qualcuno è stato così incompetente da distruggere per sbaglio i documenti. A prescindere dalle cause, il fatto viola le regole di conservazione dei dati. “Siamo nel 2022”, spiega Maurizi, “le autorità inglesi non hanno fornito alcuna spiegazione, dopo cinque anni nessuno ha ordinato un’ispezione per capire cosa è successo. È assolutamente sospetto”. Quindi: non solo sono stati cancellati documenti, ma non si è voluta accertare alcuna responsabilità.

La situazione con le autorità inglesi è ben descrivibile dall’espressione “muro di gomma”: più di sei anni di carte bollate, ricorsi, udienze, in mezzo alle quali arrivano molti rifiuti sospetti. “Si sono rifiutati di rilasciare qualunque pagina della corrispondenza con il governo degli Stati Uniti” spiega Maurizi. A rafforzare il peso di quell’assenza, il fatto che in nessuna pagina di nessun documento visionato, negli scambi di messaggi tra Regno Unito e Svezia, gli Stati Uniti non vengano nemmeno menzionati, come se autorità svedesi e inglesi non ne abbiano mai discusso. Considerando il lavoro di inchiesta svolto da WikiLeaks e l’evolversi delle accuse verso Assange, e quindi il peso determinante che ormai hanno assunto gli Stati Uniti nella vicenda, questa assenza, come si suol dire, grida a gran voce.

Maurizi allo stato attuale ha citato in giudizio le autorità australiane (l’Australia è il paese di provenienza di Julian Assange) e americane. Il Dipartimento di Stato Americano per ben due anni non ha risposto al FOIA della giornalista. Dopo una causa civile, tuttavia, a partire dall’ottobre 2020 Maurizi ha potuto iniziare a vedere la prima documentazione. “Stanno rilasciando materiale completamente censurato” spiega. “Parliamo di documentazione di dodici anni fa”. Dalle richiesta FOIA dall’Australia, Maurizi ha invece finora ottenuto 24 pagine dal ministero degli Esteri, anch’esse completamente censurate. Le classiche pagine con scritte coperte, salvo pochissime parole che impediscono di ricavare una qualsivoglia informazione. I muri di gomma, insomma, sono molteplici, e possono attendere a ogni richiesta di accesso di informazioni.

Un altro filone di richieste, e relative trafila tra avvocati e tribunali, riguarda le informazioni relative a tre giornalisti di WikiLeaks: l’islandese Kristin Hrafnsson (attuale direttore di WikiLeaks, e i britannici Sarah Harrison (ex redattrice per WikiLeaks) e Joseph Farrell. Nel gennaio 2015, infatti, i tre rendono noto che il Dipartimento di Giustizia americano aveva acquisito tutte le loro email e i metadati posseduti da Google. Richieste risalente addirittura al 2012, resa quindi nota da Google alla fine del 2014.

“Parliamo di un governo che, segretamente, chiede tutte le comunicazioni dei giornalisti senza che questi sappiano nulla, vedano un mandato. Tutto segreto. Pone dei problemi per la libertà di stampa devastanti”. Siccome due dei tre giornalisti sono cittadini del Regno Unito, Maurizi ipotizza che le autorità britanniche possano sapere qualcosa. Da lì la presentazione di un FOIA a Scotland Yard, sede della Metropolitan Police Service per la contea di Greater London.

Dopo essersi sentita chiedere di limitare l’arco di tempo della documentazione visionabile, per Maurizi inizia un nuovo braccio di ferro. Da principio Scotland Yard dichiara di non poter né confermare né negare di possedere la documentazione richiesta. Poi si sente dire che, trattandosi di una cittadina italiana che richiede informazioni su cittadini britannici, spetta a quest’ultimi presentare la richiesta, ed eventualmente decidere se condividere le informazioni; ciò nonostante Maurizi avesse ottenuto il consenso al rilascio delle informazioni da parte di Harrison e Farrell. Si arriva così all’ennesimo ricorso, con il tribunale che dà ragione alla giornalista italiana.

A quel punto Scotland Yard ha ammesso di avere i documenti, ma si è rifiutata di consegnarli. Ciò ha richiesto una nuova citazione, con il tribunale chiamato a decidere se una giornalista italiana di nazionalità non britannica e non presente sul suolo britannico, abbia diritto a citare le autorità per un FOIA. Per Kevin Southworth, dell’Unità di controterrorismo, il rischio è che il precedente, anche solo rilasciando informazioni di poco conto, possa avere un “effetto mosaico” nel rivelare le pratiche di antiterrorismo. Maurizi in ogni caso può contare sul supporto della National Union of Journalists (il sindacato giornalisti britannico), che depone con una dichiarazione a favore della richiesta presentata dalla giornalista: “Vogliono far passare che le comunicazione di Scotland Yard sono equiparate a quelle dei servizi segreti, e quindi sono esentate dal FOIA”, spiega, e questo ha allertato il sindacato. Si tratterebbe infatti di un precedente molto pericolo per la trasparenza e l’accesso alle informazioni del giornalismo nel Regno Unito. In ogni caso, l’ultima udienza si è avuta a luglio dell’anno scorso. Il caso è ancora aperto.

Mentre insomma le indagini proseguono su più fronti, è possibile tirare alcuni amari bilanci. Il primo è quello relativo ai tempi e ai costi di una simile operazione. Inizialmente Maurizi ha pagato attingendo alle proprie risorse, ma dopo i primi scontri con la giustizia britannica, e le prime spese, ha capito ben presto di non poter sostenere le spese. Ha così fatto ricorso negli anni a crowdfunding e grant, in particolare grazie alla Logan Foundation. Questo è sicuramente uno degli aspetti da tenere in considerazione. I muri di gomma non si limitano a imporre una impressionante guerra di nervi: prosciugano tempo e finanze, e quindi come forma di potere grigio, passivo e inscalfibile sono purtroppo efficaci, specie se non si è parte di una grande struttura. Ma trattandosi, nel caso specifico, di un lavoro senza precedenti, non possiamo nemmeno sapere se, al di là delle maggiori risorse investibili, una grande struttura potrebbe arrivare fino in fondo nell'accedere alle informazioni richieste.

Inoltre, anche se non sappiamo molto delle macchinazioni dietro al caso Assange, quel poco che Stefania Mauirizi è riuscita a illuminare ci permette di individuare un colossale intreccio che, per sua stessa natura, ha bisogno di tenersi fuori dal raggio d’azione del giornalismo, di quelle figure sociali chiamate a contrastare ogni tipo di opacità. “Non sappiamo tantissimo del caso” spiega la giornalista, “Tutta la documentazione che ho ottenuto con il FOIA fa fortemente propendere per uno scenario con il caso svedese lasciato alla fase preliminare per oltre 9 anni, in modo tale da tenere Assange 9 anni lì a Londra e distruggerlo, lasciargli appiccicata questa etichetta da ‘stupratore’, senza essere nemmeno stato rinviato mai a giudizio”.

Se un cittadino ha diritto a un giusto processo, non solo ciò è stato negato ad Assange, in un modo che davvero non ha precedenti nella storia, e che negli ultimi sviluppi pone la libertà di informazione e la trasparenza democratica in serio pericolo attraverso l’accusa di comodo dello “spionaggio”. Questo principio è stato negato anche alle donne che hanno sporto denuncia, e che avevano diritto a che i reati contestati fossero accertati e all'occorrenza perseguiti in tempi ragionevoli e in modalità corrette. Invece si sono trovate loro malgrado, relegate al ruolo di pedine in una persecuzione politica che ha coinvolto almeno quattro nazioni e tre continenti.

Immagine in anteprima via wired.it

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