Gli USA ora accusano Assange di spionaggio: un attacco senza precedenti al giornalismo


[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Julian Assange lo ripete da anni: gli Stati Uniti mi vogliono in carcere a vita per spionaggio.

Colpa della pubblicazione, tra il 2010 e il 2011, dei cablo della diplomazia americana, dei Guantanamo Files, degli Afghan e Iraq War Logs. In tutta risposta, sosteneva Assange tra i borbottii scettici dei detrattori, la giustizia USA avrebbe aperto un procedimento segreto a suo carico nel Grand Jury di Alexandria, in Virginia, con l'obiettivo di ottenerne l'estradizione nel paese, e poterlo così processare secondo la draconiana norma anti-spionaggio del 1917 che va sotto il nome di Espionage Act. La stessa che aveva messo a repentaglio il giornalismo e la libera stampa quando Daniel Ellsberg, nel giugno 1971, fornì al New York Times e al Washington Post i documenti poi pubblicati col nome di Pentagon Papers, che avrebbero riscritto la storia della guerra del Vietnam.

Da allora abbiamo visto il progressivo realizzarsi di questa triste profezia. Prima scoprendo che il procedimento segreto, sempre negato, in realtà c'era. Poi, il mese scorso, che c'era anche la richiesta di estradizione, anche se motivata con un'accusa – comunque molto debole e controversa, come abbiamo già scritto – per crimini informatici.

Leggi anche >> L’arresto di Julian Assange e quella minaccia al giornalismo e alla libertà di informazione

Nelle scorse ore, infine, è caduto definitivamente il velo di ipocrisia: Assange è incriminato anche per spionaggio, all'interno di 17 nuovi capi d'imputazione che potrebbero tenere l'hacker australiano in carcere per un massimo di 175 anni. Tutta la vita.

E sì, è un problema per il giornalismo. Un problema enorme, tanto da giustificare un intervento dell'Editorial Board del New York Times che, dopo aver notato che mai prima d'ora l'Espionage Act era stato usato contro un giornalista, conclude: "Questo caso rappresenta una minaccia alla libertà di espressione e, insieme, alle resistenze della democrazia americana stessa".

Per capire la profondità del problema è utile partire da una descrizione più dettagliata del contenuto dell'indictment rivelato dal Dipartimento di Giustizia USA nelle scorse ore, mettendo in evidenza per ciascun capo d'accusa le possibili (e più che probabili, a questo punto) implicazioni per l'attività giornalistica.

Assange superseding indictment by on Scribd

Di che cosa è accusato Assange, esattamente?

1. Assange è accusato di avere “ripetutamente incoraggiato fonti con accesso a informazioni riservate (Chelsea Manning, ndr) a rubarle e fornirle per consentirne la pubblicazione da parte di WikiLeaks”. Come prove a supporto vengono citati passaggi di un intervento di Assange al più importante ritrovo della comunità hacker mondiale, il Chaos Computer Club (di cui viene – maliziosamente, in questo contesto – riportata la definizione "la più grande associazione di hacker d’Europa"), in cui vanta di avere fondato il portale più importante al mondo per la pubblicazione di materiale riservato. Non è l'unico esempio, nell'atto d'accusa, che riporta interventi a eventi pubblici di Assange facendone materiale probatorio. Per il governo degli Stati Uniti, in altre parole, erano confessioni, più che panel. Perfino una lista dei “Most Wanted Leaks of 2009” secondo WikiLeaks diventa una prova di reato, perché chiede che il materiale inviato sia di rilevanza “politica, diplomatica, etica o storica” e sia ottenuta da una fonte bene intenzionata.

La rilevanza per il giornalismo salta immediatamente all'occhio. Si sta forse suggerendo che qualunque testata adoperi strumenti per la ricezione anonima di materiale sensibile – da SecureDrop a GlobaLeaks – è altrettanto incriminabile di spionaggio? E che cosa ci sarebbe di male nell'avere cura che il materiale ricevuto sia di interesse pubblico, e sia stato ottenuto in buona fede? Non è esattamente questo che distingue il giornalismo da una operazione di spionaggio?

2. Assange avrebbe inoltre sollecitato Manning a prelevare il materiale poi pubblicato tra il 2010 e il 2011. Proprio quello contenuto nei desiderata della lista dei "Most Wanted Leaks", nota l'indictment. Chelsea Manning avrebbe infatti risposto a quelle precise sollecitazioni nel rubare materiale riservato dell'esercito USA, con parole chiave che ricalcherebbero proprio quelle della lista di materiale richiesta da WikiLeaks. Quindi, viene da chiedersi, un qualunque giornale che mostri interesse a ricevere da fonti anonime materiale protetto da segreto per ragioni di sicurezza nazionale è altrettanto colpevole? I Pentagon Papers, secondo questa logica, non avrebbero mai potuto vedere la luce.

L'atto d'accusa, allo stesso modo, prosegue sostenendo che, “in accordo” con la lista di WikiLeaks, Manning “scarica quattro database quasi completi da dipartimenti e agenzie degli USA” contenenti gli Afghan e Iraq War Logs, i Guantanamo Files, e i 250 mila cablo della diplomazia americana conosciuti poi al pubblico come Cablegate. Ma in tutto il documento non viene spesa una riga per sottolineare le svariate rivelazioni di interesse pubblico contenute in quel materiale, che peraltro è stato pubblicato dalle più autorevoli testate giornalistiche del mondo (New York Times, Guardian, Der Spiegel e altri): sarebbero colpevoli anche loro?

A scanso di equivoci, qui le attività di WikiLeaks durante la campagna elettorale USA del 2016 non c'entrano nulla.

3. Assange avrebbe poi “incoraggiato Manning a proseguire il suo furto di documenti riservati e acconsentito ad aiutarla a violare una password hash di un computer dell’esercito”. È la stessa accusa mossa secondo il Computer Fraud and Abuse Act (CFAA) per crimini informatici con cui si è rivelato, il mese scorso, che c’era una richiesta di estradizione verso gli USA per Assange. Qui però si dice: “Se Manning fosse riuscito a entrare in possesso dell’intera password hash e se Assange e Manning fossero riusciti a violarla”. Significa che ciò non è accaduto, come Valigia Blu aveva peraltro già scritto. Inoltre, si dice chiaramente che ciò è avvenuto dopo che Manning aveva già fornito il materiale incriminato ad Assange. Di nuovo, infine, l'accusa cita la corrispondenza tra lista dei desiderata di WikiLeaks e materiale fornito da Manning – implicando che un giornalista evidentemente non può manifestare interesse a ottenere materiale dotato di rilevanza pubblica senza rischiare una incriminazione per spionaggio.

4. Manning avrebbe dunque “continuato a rubare materiale riservato” su “direzione di” e “previo accordo con” Assange. In particolare, le regole d’ingaggio dei militari USA in Iraq, la cui pubblicazione “consentirebbe a forze nemiche in Iraq e altrove di anticipare certe azioni o risposte delle forze armate USA”. Affermazione di cui però non è fornita prova, solo un condizionale.

5. “Assange, WikiLeaks, i suoi associati e Manning hanno condiviso l’obiettivo comune di sovvertire le restrizioni legali su informazioni riservate e diffonderle presso il pubblico”: il crimine parte a livello filosofico. Non si può concepire una “agenzia d’intelligence per le persone”. Il crimine sembra essere l’idea stessa di trasparenza radicale. E il Primo Emendamento, che tutela la libertà di espressione a livello costituzionale?

6. “Assange", si legge ancora, "ha svelato le identità di informatori umani e arrecato grave e imminente pericolo alla vita umana” – tra cui “giornalisti, leader religiosi, difensori dei diritti umani e dissidenti politici che stavano vivendo in regimi repressivi e avevano riportato agli Stati Uniti gli abusi dei loro stessi governi”. In più, il documento aggiunge che dopo il raid che ha portato alla cattura e uccisione di Osama Bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, nel maggio 2011, sono stati reperiti materiali di WikiLeaks. La questione delle persone messe a repentaglio da una pubblicazione unredacted, senza interventi editoriali, del materiale ottenuto da WikiLeaks è seria e ha una lunga storia alle spalle. Associarla alle letture di Al Qaeda, però, non contribuisce alla serietà del dibattito. Significa che i giornali non dovrebbero scrivere nulla che possa essere di interesse per organizzazioni terroristiche? Di certo i terroristi leggono anche analisi che mettono in luce le loro strategie, i punti di forza e debolezza. Non dovrebbero essere pubblicate, dato che leggendole gli jihadisti potrebbero prendere contromisure, o comunque venire a conoscenza di ciò che il governo e l'intelligence sanno di loro?

7. Il documento insiste sulla rivelazione delle identità degli informatori. E in effetti Assange, negli anni del Cablegate, si era lasciato sfuggire qualche commento sprezzante di troppo – prontamente riportato nell'atto d'accusa. Assange, si legge, sapeva che diffondere il nome di quelle fonti ne avrebbe messo a repentaglio le vite, ma – anche in interviste pubbliche – ha sostenuto che, per quanto ne fosse dispiaciuto, non era compito di WikiLeaks proteggerle. Il documento menziona poi correttamente il fatto che, almeno nelle intenzioni, Assange abbia manifestato tutto l’interesse a non pubblicare materiale non redatto. Salvo poi farlo comunque. Ciò che invece il documento non menziona è che quella pubblicazione fu riluttante, una extrema ratio, una misura precauzionale per minimizzare il danno dovuto al fatto che un giornalista del Guardian, David Leigh, aveva pubblicato la password del file cifrato che conteneva il batch integrale dei cablo nel titolo – e nel corpo – di un libro sul Cablegate. Insomma, il problema c'è, ma non ha riguardato certo solo WikiLeaks. E se è colpevole Assange, lo è anche Leigh?

L'accusa, in conclusione, è chiara. Assange sarebbe colpevole di avere "cospirato per ottenere, ricevere e diffondere informazioni sulla sicurezza nazionale", di essere riuscito a ottenere quelle informazioni illegalmente, e di avere inoltre sollecitato – e materialmente tentato di aiutare – la propria fonte a prelevare ulteriore materiale, preservandone l'anonimato, e usando chat cifrate per comunicare in modo sicuro, al riparo dall'occhio delle autorità.

Queste ultime prassi, criminalizzate, sono le stesse riportate nell'indictment precedente. E descrivono comuni pratiche giornalistiche oggi come lo facevano allora.

(Per un'analisi tecnica dell'atto d'accusa rimando a questo thread di Kevin Gosztola)

Un attacco senza precedenti alla libertà di stampa e di espressione

Per l'amministrazione di Donald Trump – abituato a chiamare i giornalisti "nemici del popolo" e "fake news", identificandoli con le peggiori tipologie umane e deridendoli e insultandoli quotidianamente su Twitter e dal vivo – non ci sarebbe tuttavia alcun problema. Per il Dipartimento di Giustizia, infatti, Assange "non è un giornalista". Dunque, questa la logica, nessuna delle accuse rivolte al fondatore di WikiLeaks si potrà mai applicare al giornalismo.

È l'ultimo anello di una catena, sempre più ristretta, di argomentazioni smentite dalla realtà. Prima secondo le autorità USA non c'era alcun procedimento giudiziario a carico di Assange, salvo poi dimostrarsi esistente. Poi non c'era alcuna incriminazione per spionaggio, solo per crimini informatici, salvo poi incriminarlo per spionaggio.

Ora l'ultima spiaggia è negare la qualità di giornalista ad Assange, e insieme negare che gli effetti nocivi possano comunque prodursi sul giornalismo, a prescindere dallo status di Assange stesso.

Una strategia che non ha convinto le organizzazioni in difesa dei diritti umani e del giornalismo, nonché svariati giornalisti. Anche molto critici verso Assange e il suo operato.

Perché il problema, invece, è proprio che gli effetti negativi di una simile persecuzione giudiziaria di Assange si riverbereranno sul giornalismo comunque, a prescindere dall'esito del nostro dibattito (peraltro sterile) sull'appartenenza o meno di Assange alla categoria.

È esattamente quanto afferma Bruce Brown, direttore esecutivo del Reporters Committee for Freedom of the Press:

"Qualunque uso governativo dell'Espionage Act per criminalizzare la ricezione e pubblicazione di informazioni riservate pone una minaccia impellente ai giornalisti che cerchino di pubblicarle nell'interesse pubblico, a prescindere dall'affermazione del Dipartimento di Giustizia secondo cui Assange non sarebbe un giornalista".

Su questo, i massimi esperti del settore concordano.

Ben Wizner, dell'American Civil Liberties Union, è durissimo: si tratta della prima volta che il governo statunitense cerca di punire un editore per avere pubblicato informazioni veritiere. Un precedente pericolosissimo, che potrà essere esteso anche a qualunque altra testata giornalistica. Negli Stati Uniti e non solo, dato che WikiLeaks non è una testata statunitense.

E che avrà, in ogni caso, ulteriori conseguenze terribili a livello globale, visto che sarà impossibile per gli Stati Uniti o chiunque si dica d'accordo con la posizione del DOJ condannare Cina, Russia o qualunque altro paese democratico o meno decida di seguire la stessa logica.

Sulla stessa linea anche il Committee to Protect Journalists:

Per la Freedom of the Press Foundation si tratta, semplicemente, della "più significativa e terribile minaccia al Primo Emendamento nel XXI secolo":

Molte, per fortuna, le reazioni di giornalisti e commentatori congruenti con le preoccupazioni delle associazioni in difesa dei diritti e della professione:

Insomma, l'amministrazione Trump si è spinta là dove quella di Barack Obama, che peraltro in materia è stata tutt'altro che tenera, non aveva osato e proprio per la ragione che i rischi in termini di libertà di stampa sarebbero stati troppo grandi, dalle conseguenze incalcolabili.

Ora resta solo da capire quanto sono saldi i checks and balances previsti dalla democrazia statunitense, a partire dal suo sistema giudiziario. Di certo, questa mossa del DOJ di propriamente democratico sembra avere poco o nulla, specie se si considera l'accanimento punitivo – insensato, inumano – manifestato verso Chelsea Manning, di nuovo in carcere dopo avere rifiutato, per la seconda volta, di collaborare alle indagini contro Assange.

Non a caso la richiesta comune di tutti i critici è che le accuse siano ritirate e il superamento dell'Espionage Act.

Difficile immaginare, tuttavia, che possa davvero accadere. A meno di una vera e propria sollevazione popolare, che parta proprio dai giornalisti. Dopotutto, come nota il premio Pulitzer Glenn Greenwald, è da un pezzo che molti si professano numi tutelari della libera informazione. Sarebbe il caso di passare ai fatti.

E subito, prima che sia troppo tardi.

Foto in anteprima via Ansa

Iscriviti alla nostra Newsletter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI