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L’arresto di Julian Assange e quella minaccia al giornalismo e alla libertà di informazione

12 Aprile 2019 14 min lettura

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L’arresto di Julian Assange e quella minaccia al giornalismo e alla libertà di informazione

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Dopo 2487 giorni nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, è stato arrestato dagli ufficiali della Metropolitan Police della capitale britannica intorno alle 10.30 del mattino, ora locale, dell'11 aprile.

Gli ufficiali di polizia stavano eseguendo un mandato spiccato dai magistrati della Corte di Westminster a cui se ne è aggiunto, due ore più tardi, un altro dovuto alla richiesta di estradizione di Assange negli Stati Uniti.

I casi che lo riguardano e che hanno portato all'arresto sono dunque due. Il primo, dicono le autorità, concerne la violazione compiuta da Assange della sua libertà cauzionale entrando nell'ambasciata, dove aveva trovato - sotto la precedente e ben più amichevole presidenza di Rafael Correa - asilo per fuggire a una richiesta di estradizione in Svezia. Lì avrebbe dovuto essere interrogato all'interno di un'inchiesta per un caso di molestie sessuali a lui attribuite da due donne. Assange aveva provato la strada del ricorso, perdendola - da cui il mandato spiccato, ed evaso, a giugno 2012. Il caso era stato archiviato dalle autorità svedesi nel maggio 2017, "dopo che la Svezia, per sette anni", nota Stefania Maurizi, "ha mantenuto l'indagine alla fase preliminare senza incriminarlo né scagionarlo una volta per tutte".

Il secondo riguarda una questione dalle conseguenze molto delicate per il giornalismo, la libertà di stampa e di espressione. Assange aveva sempre sostenuto che la richiesta di estradizione in Svezia ne celasse, in realtà, un'altra verso gli Stati Uniti, dove temeva di finire processato come "spia" secondo la durissima – e criticatissima – norma del 1917 chiamata "Espionage Act" per il materiale pubblicato da WikiLeaks tra il 2010 e il 2011.

Questo secondo motivo di arresto conferma che la richiesta di estradizione verso gli Stati Uniti, in effetti, c'era, ma non per spionaggio (avendo pubblicato materiale riservato dell'intelligence USA, avrebbe compromesso – secondo le autorità – la sicurezza nazionale) quanto per crimini informatici. Quelli coperti dalla altrettanto famigerata norma chiamata "Computer Fraud and Abuse Act" (FCAA da ora in poi), la cui vaghezza aveva già consentito la persecuzione giudiziaria – culminata poi tragicamente in suicidio – del geniale attivista per il libero accesso all'informazione, Aaron Swartz.

L'attuale presidente dell'Ecuador, Lenin Moreno, era del resto da tempo in rotta con Assange, e che qualcosa stesse per accadere era nell'aria: solo il giorno precedente l'arresto era stato accusato da WikiLeaks di spiarne il fondatore. Un rapporto ormai compromesso, quello tra Assange e Moreno, che ha comunicato di avere consentito l'ingresso della polizia britannica nell'ambasciata per prelevarlo e consegnarlo alla giustizia in un video comunicato su Twitter in cui tuttavia promette che Assange non sarà consegnato ad alcun paese in cui rischi torture o pena di morte.

Assange è poi comparso di fronte alla Corte 1 di Westminster, leggendo un libro di Gore Vidal (History of the National Security State) e rispondendo con due pollici in su di scherno alla richiesta del giudice di accorciare i tempi della giustizia acconsentendo all'estradizione.

Agli antipodi le reazioni di Theresa May e di WikiLeaks, con la premier britannica fiera di "dimostrare che negli UK nessuno è al di sopra della legge", e l'organizzazione a ribattere che il governo dell'Ecuador avrebbe "violato le leggi internazionali" interrompendo l'asilo.

Le brutte notizie per Assange arrivano dunque da due fronti. Da quello svedese, la legale di una delle due donne che lo ha accusato di molestie ha fatto sapere che farà "tutto il possibile" per far riprendere le indagini preliminari, mentre le autorità del paese hanno emanato un comunicato in cui si dice che possono essere riprese se non soggette a prescrizione - che per un'accusa di stupro comincia a "metà agosto 2020".

Cosa dice l'atto di accusa del DOJ

Dal fronte statunitense, invece, pesano le accuse formulate dal Dipartimento della Giustizia (DOJ), che fanno seguito - è bene non dimenticarlo - sia alla rivelazione, per errore, di un procedimento giudiziario condotto in segreto dal Grand Jury di Alexandria, Virginia, contro Assange, sia a un secondo arresto (dopo quello per essere stata fonte di WikiLeaks) a Chelsea Manning, l'ex analista dell'esercito USA che si era tradita in una oramai tristemente celebre chat-confessione con l'hacker-informatore scomparso lo scorso anno, Adrian Lamo. E che è tornata dietro le sbarre, compreso un ulteriore, lungo periodo di isolamento, per avere rifiutato di testimoniare proprio a quel procedimento.

Assange era finito ripetutamente nelle polemiche riguardanti il Russiagate, e dunque l'inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller di cui sappiamo ancora poco o nulla (se non che non ci sono incriminazioni per Assange), ma la messa in stato di accusa che ha portato all'arresto delle scorse ore non ha niente a che vedere, concentrandosi invece proprio sulle rivelazioni sulla diplomazia e le operazioni militari USA che avevano portato WikiLeaks al centro della scena mondiale oramai quasi un decennio fa.

A quanto si legge, tra gennaio e maggio 2010 Manning avrebbe scaricato quattro database quasi completi da "dipartimenti e agenzie USA" contenti i 90 mila Afghan War Logs, i 400 mila Iraq War Logs, gli 800 assessment brief di detenuti a Guantanamo chiamati The Guantanamo Files, e i 250 mila cablo della diplomazia USA (lo scandalo passato alla storia come "Cablegate"). Materiale che documentava per la prima volta abusi ignorati dell'esercito USA e decine di migliaia di morti civili prima non rivelate al pubblico, tra cui l'uccisione di due giornalisti della Reuters (come visibile nel video Collateral Murder).

Ma Manning, secondo l'indictment, voleva di più: voleva ottenere credenziali di accesso di livello superiore, per poter accedere alla rete protetta contenente materiale riservato con altro nome (e dunque mascherare le tracce, destare meno sospetti) e prelevare ulteriori documenti protetti da segreto di Stato.

Ed è qui che entra in gioco Assange, che avrebbe – tra il 2 e il 10 marzo – agito “consciamente e intenzionalmente” per aiutare Manning ad avere quell'accesso non autorizzato alla rete. Si noti che il materiale poi pubblicato dalle principali testate di tutto il mondo – New York Times, Der Spiegel, Guardian, Le Monde, El Pais – era già stato prelevato: l'accusa ad Assange è di avere cercato di violare la password necessaria a ottenere quelle credenziali di accesso di più alto livello.

Dice testualmente l'atto d'accusa:

"Lo scopo principale della cospirazione era aiutare Manning ad acquisire e trasmettere informazioni riservate che interessano la sicurezza nazionale degli USA così che WikiLeaks potesse diffonderle pubblicamente attraverso il proprio sito".

Manning gliene aveva fornito una parte della chiave di sicurezza, hashed, e Assange aveva il compito di completarla. Operazione non riuscita, a quanto si legge: il 10 marzo Assange scrive a Manning che “fino a quel momento non ho avuto fortuna”, e chiede dunque più informazioni per riuscirci.

Anzi, secondo il reporter del Daily Beast, Kevin Poulsen, Assange "per quanto ne sappiamo non ci ha nemmeno provato".

L'indictment dettaglia poi anche come questo sodalizio cospiratorio si sarebbe esplicato:

— Entrambi avrebbero usato la chat cifrata Jabber, e una “cartella speciale” su DropBox
— Manning avrebbe preso precauzioni per non rivelare la sua identità di fonte di quei documenti
— Assange avrebbe “incoraggiato” Manning a fornire quel materiale a WikiLeaks.

Ma, ribatte il giornalista premio Pulitzer Glenn Greenwald, non sono attività tipiche del giornalismo d'inchiesta, nella nostra era?

Alcuni, naturalmente, la pensano in un altro modo:

Assange rischia ora un massimo di cinque anni di carcere, in caso di estradizione negli USA.

Ma le accuse reggono?

Diversi giuristi e attivisti per la libertà di informazione hanno espresso scetticismo circa la fondatezza delle accuse rivolte ad Assange.

Per la fonte del Datagate, Edward Snowden, per esempio l'atto di accusa del DOJ è di una "debolezza scioccante", che insiste su un capo di imputazione “noto da quasi un decennio” (vero, dal 2011) e che l'amministrazione Obama non aveva osato formulare per timore di alterare il delicato equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà di informazione.

Le analisi nei thread Twitter del giurista specializzato in Primo Emendamento, Ken White, e del giornalista di The Nation, Aaron Maté, vanno nella stessa direzione, e chiariscono bene la debolezza dell'impianto accusatorio.

A confermare poi il mutato atteggiamento dell'amministrazione Trump è uno dei giornalisti che più di ogni altro ha seguito la materia nell'ultimo decennio, Kevin Gosztola, sottolineando un aspetto cruciale – il più delicato – sollevato dall'arresto di Assange: siamo sicuri che non avere percorso la strada dell'incriminazione per l'attività di pubblicazione del materiale riservato del governo USA (quella dell'Espionage Act), ma quella (meno impervia) dell'incriminazione per hacking (attraverso il CFAA) metta il mondo del giornalismo al riparo da conseguenze nefaste?

C'è chi come il docente della Parsons New School di New York, David Carroll, si dice convinto che sì, il pericoloso precedente è stato evitato:

Joseph Cox, di Motherboard, che è stato tra i primi a separare le accuse in termini di hacking da quelle in termini di giornalismo, si è spinto fino a chiedersi retoricamente se i comunicati prodotti in fretta e furia prima dell'indictment vagheggiando danni all'intero sistema giornalistico sarebbero stati ritirati e riscritti o meno:

Come riconosce lo stesso Cox, tuttavia, le cose sono più complesse di così.

Il pericolo per il giornalismo e la libertà di informazione

Prima di tutto, il filo argomentativo potrebbe essere il seguente: se il DOJ non ha deciso di procedere secondo la via dell'accusa di spionaggio - più volte vagheggiata contro Assange negli anni, anche con minacce e insulti - è forse perché si è reso conto fosse una strada impraticabile in una democrazia, perfino in una sgangherata come quella trumpiana. Archiviata la possibilità di punire la pubblicazione del materiale prelevato da Manning (che avrebbe aperto a quella, altrettanto inquietante, di punire le testate "tradizionali" che hanno fatto lo stesso), percorrere la via alternativa dei crimini per hacking potrebbe essere semplicemente un pretesto per riuscire comunque a punire Assange in qualche modo per aver messo la diplomazia e l'intelligence USA a nudo di fronte agli occhi del mondo.

È quanto sostiene Peter Sterne, per esempio,

concludendo tuttavia che ciò quantomeno mette al riparo da pericoli il resto della stampa.

Niente affatto, ribatte idealmente lo Special Rapporteur ONU per la Libertà di espressione, David Kaye: da tutto questo, scrive in un thread su Twitter, non potranno che venire danni al giornalismo, al whistleblowing, alla protezione delle fonti. Di certo più di qualcuno, specie in ambienti liberal, chiede vendetta contro Assange per il modo in cui ha favorito Donald Trump e combattuto Hillary Clinton. Ma, dice Kaye, sarebbe sbagliato perdere il razionale distacco che serve per apprezzare come una persecuzione giudiziaria di Assange non possa che avvenire a danno di tutti – a partire dal ruolo di "cane da guardia" del potere del giornalismo.

Micah Lee, giornalista di The Intercept molto critico con WikiLeaks (e ampiamente ricambiato) dice che il pericoloso precedente che il DOJ pensava di evitare si è realizzato lo stesso:

Jake Laperruque, per esempio, si chiede: dunque usare strumenti cifrati per comunicare con una fonte costituirà reato informatico?

E varrà lo stesso per ogni giornalista che riceva materiale illecito (ma di interesse pubblico) tramite sistemi come SecureDrop?

Riassume la Freedom of the Press Foundation: "l'accusa minaccia molte prassi comuni nel rapporto tra giornalista e fonte".

Non a caso tutte le principali organizzazioni internazionali a difesa della libertà di stampa si sono espresse mostrando gravi preoccupazioni circa l'arresto di Assange.

Lo sostengono anche testate che l'hanno criticato aspramente negli ultimi anni: che piaccia o meno, Assange va difeso proprio per le conseguenze che l'arresto rischia di avere sul giornalismo.

Anche Andrew Stroehlein, european media director di Human Rights Watch, ricorda qual è l'origine di questo caso: Wikileaks ha pubblicato le prove di gravi crimini da parte dell'esercito statunitense in Iraq e Afghanistan. Questo è il motivo per cui vengono perseguiti ed è il motivo per cui questa vicenda ha forti implicazioni per il giornalismo.

Perché dire no all'estradizione di Assange negli USA

Per tutti questi motivi, secondo Valigia Blu gli UK non dovrebbero concedere l’estradizione di Assange negli Stati Uniti (l’udienza è prevista il 2 maggio).

Come scrive Reporters Without Borders:

"Prendere di mira Assange dopo quasi nove anni per il fatto che WikiLeaks abbia fornito informazioni (come i cablo della diplomazia USA) a giornalisti nell'interesse pubblico sarebbe una misura puramente punitiva, e stabilirebbe un pericoloso precedente per giornalisti, whistleblower, e altre fonte giornalistiche che gli Stati Uniti potrebbero voler perseguire in futuro. La Gran Bretagna deve mantenere una posizione di sani principi rispetto a qualunque richiesta di estradare Assange negli USA, e garantirne la protezione secondo le leggi britanniche ed europee rilevanti per il suo contributo al giornalismo".

Perché comunque la si pensi sull'uomo, il suo lavoro e le sue idee politiche, sarebbe un danno per il giornalismo:

Meglio discutere di come riformare la norma che ne consente l'incriminazione - un obiettivo che gli attivisti mancano da troppi anni.

O, magari, ricordare a Trump che - almeno su WikiLeaks - sarebbe il caso di smetterla di mentire:

Foto in anteprima via abcnews

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