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Estradare Assange è un grave attacco alla libertà di informazione

21 Febbraio 2024 6 min lettura

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Estradare Assange è un grave attacco alla libertà di informazione

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Julian Assange è tornato libero dopo aver patteggiato

Aggiornamento del 25 giugno 2024: Julian Assange, fondatore di Wikileaks, è uscito di prigione ieri mattina, dopo essersi dichiarato colpevole di uno dei capi di imputazione di cui era accusato. Assange ha così potuto lasciare il Regno Unito, dove da circa cinque anni era detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh. Ora tornerà in Australia, suo paese d’origine.

Secondo la richiesta inoltrata dal Dipartimento di Giustizia americano al tribunale distrettuali degli Stati Uniti per le Isole Marianne Settentrionali, Assange si dichiarerà colpevole di aver cospirato per ottenere e divulgare documenti classificati. 

Dando la notizia del rilascio di Assange, l’account di Wikileaks su X ha così commentato:

Questo è il risultato di una campagna globale che ha coinvolto movimenti dal basso, attivisti per la libertà di stampa, politici e leader di tutto lo spettro politico, fino alle Nazioni Unite. Ciò ha creato lo spazio per un lungo periodo di negoziati con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che ha portato a un accordo non ancora formalmente concluso. [...] Dopo più di cinque anni in una cella di due metri e mezzo, isolato 23 ore al giorno, Assange si riunirà presto alla moglie Stella e ai figli, che hanno conosciuto il padre solo da dietro le sbarre.

L'Alta Corte britannica dà ragione a Julian Assange: potrà ricorrere contro l'estradizione negli USA

Aggiornamento 20 maggio 2024: L'Alta Corte di Londra si è pronunciata sull'estradizione di Julian Assange negli USA concedendo al cofondatore di Wikileaks il permesso di ricorrere in appello. Secondo l'Alta Corte le garanzie degli Stati Uniti sul suo caso non erano soddisfacenti.

“L'Alta Corte ha concluso che, se estradato negli Stati Uniti, Assange sarà a rischio di gravi abusi, tra cui una prolungata detenzione in isolamento, che violerebbe il divieto di tortura o altri maltrattamenti”, ha commentato Simon Crowther, consulente legale di Amnesty International. “La decisione dell'Alta Corte è una rara notizia positiva per Julian Assange e per tutti i difensori della libertà di stampa”.

Assange rischia negli Stati Uniti fino a 175 anni di carcere.

Nell'udienza odierna si sarebbero potuti verificare tre scenari diversi: l'Alta Corte accogliendo in pieno le garanzie USA avrebbe potuto dare il via libera all'estradizione, salvo i tempi di un ricorso d'urgenza da parte del team legale di Assange alla Corte di Strasburgo; in una seconda ipotesi, molto improbabile, si sarebbero potute accogliere immediatamente le ragioni della difesa, con la scarcerazione del giornalista e la sua eventuale partenza per l'Australia. Si è aperto invece alla discussione di un nuovo appello nei prossimi mesi.

A marzo Assange aveva invece ottenuto la sospensione temporanea dell'estradizione. Tre dei nove punti – piena possibilità di ricorso in appello, rischio di discriminazione a causa della nazionalità di Assange e pericolo di condanna a morte – presentati dalla difesa di Julian Assange erano stati considerati fondati. Perciò i giudici britannici avevano chieto agli Stati Uniti di fornire le necessarie garanzie.

 

La decisione dell'Alta Corte britannica sull’estradizione di Julian Assange, accusato dal Dipartimento di Stato americano di aver violato l’Espionage Act è una decisione che riguarda non soltanto il fondatore di WikiLeaks, ma il futuro della libertà di informazione.

Troppo spesso i dibattiti attorno alla figura di Assange, e l’Italia non fa eccezione, hanno posto in secondo piano la persecuzione terribile subita dall’uomo e la ferita che ciò imprime al rispetto dei dirititi umani. Assange da oltre dieci anni vive una persecuzione senza precedenti, in spregio di qualunque diritto a un giusto processo. Proprio in questi giorni, mentre si discute l’appello dei suoi avvocati, giungono aggiornamenti dolorosi sulle condizioni di salute in cui versa. 

Nessun uomo, nessun imputato, dovrebbe mai subire tanto: non riconoscerlo significa aver già emesso la sentenza, deciso che la chiave della cella può essere buttata via in attesa che cali il sipario. Significa aver rinunciato allo stato di diritto nella convinzione che il costo di questa rinuncia non ci toccherà mai.

Caso Assange, l’inchiesta via FOIA che ha rivelato le opacità di Svezia, Regno Unito, Australia e Stati Uniti

Ma il caso che il Dipartimento di Stato americano ha intentato contro Assange, con l’accusa di aver rivelato segreti di Stato, riguarda qualunque editore e potrebbe costituire un precedente pericoloso per la libertà di informazione. Chi vuol nascondere la testa sotto la sabbia o tapparsi le orecchie ripetendo “Assange non è un editore” (o altro) dovrebbe ripassare meglio il caso, l’Espionage Act e come questa legge è stata usata in passato contro la stampa, o anche solo presa in considerazione. 

Come scritto in questi giorni da Caitlin Vogus della Freedom of Press Foundation:

L'accusa ad Assange mette i giornalisti nel mirino del Dipartimento di Giustizia, cercando di criminalizzare i modi comuni in cui i giornalisti coltivano e lavorano con le fonti. Ma forse è ancora peggio, tenta di criminalizzare il giornalismo stesso, affermando per la prima volta che un editore può essere punito penalmente solo per aver pubblicato informazioni riservate, indipendentemente dal modo in cui sono state ottenute.

La condanna di Assange modificherà drasticamente la valutazione del rischio che i giornalisti e i loro avvocati intraprendono prima di impegnarsi in ciò che in precedenza era giornalismo di routine, soprattutto quando le loro notizie potrebbero mettere in imbarazzo o irritare funzionari governativi. Il risultato sarà una minore informazione su alcune delle questioni più importanti del nostro tempo.

Leggi anche >> Tutti i nostri articoli sul caso Assange

Come ricordato dal Guardian, l’Espionage Act fu usato anche contro Daniel Ellsberg, la fonte che passò alla stampa americana i documenti dei Pentagon Papers. Se Ellsberg fosse stato condannato, uno dei più importanti scoop degli anni ‘70 sarebbe probabilmente oggi visto da molti come una caso di spie e sicurezza violata? Non bisogna poi dimenticare le persecuzioni subite dalla whistleblower Chelsea Manning, sempre in nome dell’Espionage Act.

Il ricorso a questa legge è diventato un rischio costante anche per i giornalisti, sempre a partire dagli anni ‘70. Sempre in base al principio che “spionaggio” consista nella semplice divulgazione di informazioni segrete, a prescindere da qualunque interesse pubblico, o dal fatto che siano coinvolti o meno paesi stranieri. 

Il caso Assange, quindi, potrebbe diventare la prima volta in cui il ricorso a questa legge viene applicata con successo per punire l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione. Negli Stati Uniti comporterebbe una minaccia senza precedenti al primo emendamento. Nel mondo potrebbe aprire la strada a future, analoghe interpretazioni delle leggi sulla segretezza delle informazioni. O ispirare politici e legislatori a studiare nuove leggi che si ispirino al caso Assange. È il ruolo stesso del whistleblowing, il rapporto tra un giornalista e le sue fonti, a essere nel mirino. Se dovessimo fare un elenco di inchieste e vincitori di Pulitizer che andrebbero messi in prigione per gli stessi motivi, l’elenco sarebbe lungo e impressionante.

Nel 2022, cinque tra le maggiori testate d’informazione al mondo, Guardian, New York Times, Le Monde, Der Spiegel ed El País, pubblicarono l’appello Il giornalismo non è un crimine per chiedere al governo americano di ritirare le accuse contro Assange. Le cinque testate nel 2010 collaborano con WikiLeaks alla pubblicazione dei documenti del Cablegate, il corpus di oltre 250mila cablogrammi del Dipartimento di Stato. Come si ricorda nell’appello, l’amministrazione Obama, al potere in quel periodo, si rifiutò di incriminare Assange proprio perché per la stessa logica avrebbe dovuto incriminare anche le testate coinvolte. 

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Il giornalismo non è un crimine: New York Times, Guardian, Le Monde, Der Spiegel ed El País in difesa di Julian Assange

Ma appelli di questo tipo non sono certo casi isolati negli anni o in questi giorni, e testimoniano quanto, a livello internazionale, la posta in gioco nel processo sia stata ampiamente recepita. Proprio per questo, nella convinzione che il processo ad Assange sia un processo alla libertà di informazione, ribadiamo con la stessa forza di sempre quanto già detto in passato: Assange deve tornare libero e le accuse contro di lui vanno archiviate. Spetterà a studiosi e accademici formulare il giudizio su Assange e WikiLeaks: lasciare che siano le pareti di una cella o le aule di un tribunale a farlo mette in pericolo tutti noi.

Immagine in anteprima: frame video CBS News via YouTube

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