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In diretta dall’Egitto: velo per scelta e non per imposizione

12 Aprile 2013 5 min lettura

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In diretta dall’Egitto: velo per scelta e non per imposizione

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Stavolta non vi scrivo della rivoluzione d'Egitto, ma di una rivoluzione femminile in corso in questi giorni in rete.
Un incontro/scontro di punti di vista e di idee sfociato in un mare di immagini di donne musulmane di tutto il mondo.

Una rivoluzione nella rivoluzione del mondo arabo.

Allo "Jihad Topless day", lanciato dal gruppo di attiviste originariamente ucraine che manifestano il loro disappunto notoriamente a seno nudo, ha risposto il "MuslimahPride#", un gruppo ed una pagina facebook che in un giorno solo ha ricevuto più di 2.000 'mi piace'.

Le Femen, infatti, in supporto di Amina, la Femen tunisina minacciata dagli integralisti islamici per essersi mostrata a seno nudo con una scritta sul corpo in cui affermava di esserne l'unica proprietaria, hanno indetto lo "Jihad day" contro l'integralismo ma, soprattutto, contro il velo e contro l'oppressione in cui vivono le donne arabe musulmane.

Quest'ultima motivazione ha scatenato le donne musulmane di tutto il mondo in una rivoluzione mediatica mai vista prima.
"Chi vi ha detto che vogliamo essere liberate?", "Avete rubato la nostra voce", questi gli slogan anti-Femen della pagina "Muslim women against Femen" (Le donne musulmane contro Femen).

Ciò fa capire come, ancora oggi, l'Islam sia visto esclusivamente come integralista e come le donne musulmane siano ancora viste solo come oppresse.
La libertà è a senso unico. Ovvero va nella direzione che decide l'Occidente, la direzione che decidono i media e, soprattutto, nella direzione dello "scoperto è libero - coperto è oppresso".

Io sono musulmana dalla nascita, mia madre è italiana e mio padre è egiziano. Sono nata e cresciuta a Roma, dove ho vissuto fino all'età di 18 anni. Ho vissuto come un'italiana con un padre egiziano, come una musulmana che passava le estati nei giardini della chiesa a disegnare con i bambini, come una ragazza che digiunava durante il Ramadan, mentre i compagni di scuola scherzando le offrivano un panino.
Sono cresciuta con due culture in testa, convivendo con due religioni nel mio cuore, festeggiando il Natale e la Festa del Sacrificio, rispettando e facendomi rispettare, indistintamente.
E nessuno nella mia famiglia porta il velo, tranne me.

Nel 2000, 13 anni fa, a 21 anni ho indossato per la prima volta il mio hijab. Da sola, senza fidanzati o mariti che mi hanno costretta, senza un padre padrone che mi ha obbligata.
Semplicemente per mia personale scelta, che nessuno ha ostacolato e tutti hanno accettato.

Ad oggi, moltissime volte mi sono arrabbiata dinanzi alle domande "Perché tuo marito ti ha fatto mettere il velo?" oppure "Ma se sei italiana, perché porti il velo, perché non lo togli?", come se a priori non potessi scegliere di coprirmi, come se a priori non avessi abbastanza cervello per decidere se indossare un velo oppure no.
Come se a prescindere le donne musulmane siano per forza state tutte costrette a velarsi.

Ora, non cadiamo nell'ipocrisia, sono tantissimi i casi nel mondo in cui le donne sono state costrette a velarsi da padri o mariti o fratelli, ma non sono assolutamente la maggioranza.

Le donne che ho conosciuto in quasi 16 anni di vita in Egitto hanno tutte scelto di coprirsi spontaneamente. Tranne una ragazza, costretta a velarsi dal fidanzato, le altre hanno liberamente indossato il loro hijab, chi prima e chi dopo il matrimonio.
Addirittura Shaimaa, una mia cara amica cairota, stava rischiando il divorzio perché si era velata contro il volere del marito, che la voleva assolutamente senza hijab.

Nel villaggio di Abadeya, invece, di cui ho parlato QUI, QUI e QUI, sono rimasta letteralmente scioccata nell'incontrare tre giovani donne che dall'hijab sono passate al niqab (il velo che copre anche gli occhi) spontaneamente, perché si vergognavano degli sguardi degli uomini quando andavano al mercato.

L'idea sbagliata dell'Islam, data dai media e fomentata dagli integralisti che agiscono senza ragionare, è la causa principale dell'avversione del mondo verso il velo islamico e la conseguente convinzione che esso significhi assolutamente mancanza di libertà.

Quando lo scorso settembre, a seguito di manifestazioni, le hostess della compagnia aerea Egyptair hanno vinto la loro battaglia per indossare l'hijab a bordo, il mondo occidentale urlò subito all'islamizzazione dell'Egitto. Nessuno invece capì, e vuole capire tutt'oggi, che fino a quel momento le donne che indossavano l'hijab non erano ammesse a bordo proprio a causa di esso e per questo erano discriminate nel proprio paese. Discriminate nel paese che supportava, a loro spese, l'intolleranza globale per creare un'idea di libertà femminile. Come se la libertà fosse nello scoprirsi esclusivamente.

Le donne egiziane lavorano, sono medici, insegnanti, attiviste, giornaliste, politiche, madri e compagne.

Ai tempi di Moubarak nessun velo poteva comparire negli aerei e nei telegiornali. Ora, invece, questo muro è stato abbattuto e non fa più differenza indossare il velo o meno.

Anche io purtroppo mi sono trovata, in passato, nella situazione in cui datori di lavoro in Egitto mi chiedevano di togliere il velo per poter accedere all'impiego, ma ho sempre rifiutato.

Il mio cervello funziona benissimo, sia che sia coperto o meno dal mio hijab che mi completa e fa parte di me, ora e per sempre.

Mi auguro che questa "battaglia" mediatica dia risultati e che la gente nel mondo smetta di etichettare una donna in base al suo abbigliamento, qualsiasi esso sia.

E come diceva Rita levi Montalcini “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza”.

p.s.: mio marito sarebbe molto più felice se mi togliessi l'hijab, come molte volte mi ha proposto :)

Jasmine Isam
Jasmine Isam è nata a Roma da padre egiziano e madre italiana. Dal 1997 vive al Cairo con il marito archeologo col quale gestisce un’agenzia di viaggi. Mamma di due bambini sostiene la Rivoluzione alla quale partecipa in piazza e attraverso un suo blog che stiamo ospitando.

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