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La logica del decoro e della sicurezza normalizza la violenza istituzionale

30 Aprile 2022 8 min lettura

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La logica del decoro e della sicurezza normalizza la violenza istituzionale

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di Laetitia Leunkeu

Chi è protetto dal sistema penale? E da chi? Chi chiama la polizia? Chi ne ha paura? Chi è più propenso ad andare in prigione? Chi meno? Chi è designato come criminale, chi come vittima?

Il calo dei reati è una constatazione reale da svariati anni, una verità statistica difficile da smentire. I reati gravi denunciati in Italia nei primi sei mesi del 2021 sono nel complesso diminuiti rispetto allo stesso periodo del 2019, in epoca pre-pandemia. Erano stati 1.149.914 tre anni fa e sono scesi a 949.120 nel 2021, con un calo del 17,4%: a conferma di una tendenza che si osserva da almeno una decina di anni nel nostro paese.

Il 16 maggio 2019, a tale proposito, il Ministero dell’Interno convocava una conferenza stampa per la comunicazione dei primi dati trimestrali relativi a sicurezza e criminalità rapportati allo stesso periodo nel 2018. Il titolo del comunicato pubblicato sul sito del Ministero degli Interni recitava “Reati -9,2%, -31,87% la presenza di stranieri.”

Il linguaggio impiegato fa sì che chi usufruisce della notizia ne ricavi un’equazione immediata e ingannevole: il calo dei reati è dovuto alla diminuzione dei migranti sul territorio, nient’altro che un risultato del Decreto Immigrazione e Sicurezza, in attesa del “secondo tassello”, “il Decreto Sicurezza Bis”. La legislazione sull’immigrazione è da anni interconnessa a quella sulla sicurezza pubblica. Il rapporto con l’immigrazione è quello di un’emergenza continua, intrappolata nella dialettica tra accoglienza e criminalizzazione.

Si parla dei fenomeni migratori in chiave securitaria dove l’integrazione viene presentata come l’unico modo per la popolazione autoctona di salvarsi dai pericoli derivanti da un’immigrazione di massa e dall’emergenza degli sbarchi. Come sottolinea Zygmunt Bauman in Stranieri alle porte:

Recentemente ha fatto la sua comparsa nel discorso pubblico un concetto che fino a poco tempo fa era ancora sconosciuto, e non è stato ancora recepito dai dizionari: messa in sicurezza, o “securitizzazione”. Appena coniato, questo termine è subito entrato a far parte del lessico di politici e comunicatori. Ciò che tale neologismo vuol cogliere ed esprimere è la sempre più frequente riclassificazione alla voce «insicurezza» di determinati fenomeni, un tempo collocati in altre categorie; a questa ridefinizione segue, pressoché automaticamente, il trasferimento di quegli stessi fenomeni alla sfera, responsabilità e supervisione degli organi di sicurezza. Quest’ambiguità semantica non è, ovviamente, la causa di quell’automatismo, ma sicuramente ne agevola l’attuazione pratica.

Questa narrazione fuorviante fornisce una chiave di interpretazione distorta dei fenomeni migratori, ostacolando la corretta individuazione delle possibili soluzioni per governarli. Ciò che se ne ricava è l’idea che l’immigrazione in sé costituisca un pericolo per la sicurezza e per il vivere civile. Questo accostamento, così frequente nelle politiche legislative e nella comunicazione, è corresponsabile della falsa percezione di pericolo da parte della popolazione e conduce alla legittimazione di politiche repressive nel trattamento degli stranieri, con l’effetto di governare il fenomeno non per quello che è, ma strumentalmente, per finalità di consenso politico.

Le fasi normative degli ultimi anni, infatti, si muovono su un doppio binario: il primo costituito dall’immigrazione, il secondo dalla sicurezza, intersecato sulla base di un paradigma securitario, legato a politiche populiste. Questa narrazione ha creato un effetto criminogenetico, alimentando rappresentazioni di pericolosità sociale di determinate categorie della popolazione.

I tanto discussi Decreti Sicurezza non sono che la continuazione di una legislazione iniziata molti anni prima, già nel 2008 con il Ministro dell’interno Maroni. La legge 24 luglio 2008, n°125 attribuiva maggiori poteri ai sindaci in materia di sicurezza urbana e incolumità pubblica. Ciò per situazioni quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l'accattonaggio e i fenomeni di violenza legati all'abuso di alcol; il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato; il degrado e l'occupazione abusiva di immobili; l'abusivismo commerciale e l'illecita occupazione di suolo pubblico; i comportamenti che “offendono la pubblica decenza” e “turbano gravemente l'utilizzo di spazi pubblici”.

Lungi dal voler sottintendere che i migranti in Italia siano estranei a queste pratiche, è importante notare però come questo decreto, tra le altre cose, ha introdotto per la prima volta l’aggravante della clandestinità (poi abrogata nel 2010 per incostituzionalità). Per l’effetto di questa aggravante, i reati commessi dagli stranieri illegalmente presenti in Italia erano considerati nel nostro ordinamento più gravi. In quanto tali, dovevano essere puniti con una pena aumentata fino a un terzo rispetto agli stessi reati commessi dai cittadini italiani e dagli stranieri legalmente presenti in Italia.

Da allora la necessità di preservare il cosiddetto “decoro urbano” e di “contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata”, viaggiano di pari passo attraverso svariati “pacchetti sicurezza”. Già prima dell’applicazione del decreto del 2008, delle ordinanze amministrative venivano utilizzate come mezzi per disciplinare l’ordine pubblico in molti comuni.

Queste avevano l’obiettivo di regolare le condotte di tipologie di persone ritenute pericolose a priori, nonostante queste condotte non costituissero reato in sé: dal divieto di esercizio del mestiere girovago di lavavetri, ad opera del sindaco di Firenze nel 2007, si passò alle misure disciplinari per le “attività di meretricio su strada”, contro i lavoratori immigrati ambulanti e infine i senzatetto. E con gli anni questi decreti hanno assunto una vera e propria forma di violenza nei confronti di chi già viveva nella marginalizzazione e nella povertà.

La violenza del decoro si riflette nella faccia a terra di Pape Demba Wagne, il venditore ambulante braccato dalla polizia nel centro di Firenze per aver turbato con le sue merci l’ordine dei cittadini fiorentini. È nel braccio del poliziotto che, pur di combattere il degrado, rischia di soffocare un uomo, che fatica a respirare mentre grida aiuto. Appena quattro anni fa Idy Diene, un altro ambulante senegalese, veniva ucciso da 6 colpi di pistola per mano di Roberto Pirroni nelle strade fiorentine. E dopo l’omicidio, la prima reazione e preoccupazione del Sindaco Nardella erano state un paio di fioriere danneggiate dalla legittima rabbia della comunità senegalese durante le manifestazioni, comunità che aveva già dovuto fare i conti, sette anni prima, sempre a Firenze, con un attentato di estrema destra a opera di Gianluca Casseri che uccise due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, e un terzo è rimasto paralizzato a vita.

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Forse la vita di un uomo vale meno dell’apparenza decorosa di una città. Forse si è talmente abituati alla logica del comando che, anche quando polizia o razzisti esagerano un po’, si pensa di avere comunque il diritto di dettare i metodi giusti con cui gli oppressi possono esprimere il loro malcontento, senza “degenerare” e “passare dalla parte del torto”.

Senza addentrarci nella possibilità o meno che il fermo di Pape Demba Wagne sia stato dettato anche da motivazioni razziste, è interessante notare come perfino in città che si portano dietro la fama di essere progressiste vediamo multe ed espulsioni colpire categorie demografiche solo per aver tentato di rifiutare la condizione di povertà che, molto spesso, gli è imposta. Troppe volte le forze dell’ordine hanno dimostrato di essere più propense a tutelare gli interessi di chi spinge la popolazione a quel “degrado” quanto alla popolazione stessa.

Guardando al problema da un’altra prospettiva, negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione alle difficoltà incontrate dalle donne vittime di violenza sessuale o violenza domestica all'interno del nostro sistema, con i fondi per contrastare la violenza di genere che continuano a essere carenti, o distribuiti poco e male.

Ma la prontezza con cui, a ogni aggressione, si invoca il pugno di ferro di ferro di polizia e politica è illuminante: la questione femminista diventa un pretesto per legittimare discorsi securitari, che mirano più ad una performatività d’azione, che a una protezione e prevenzione effettiva.

È il caso, ad esempio, del sindaco di Milano, che dopo i fatti delle violenze di capodanno a danno di varie ragazze nella piazza della città, affermò: “Porterò in Giunta nei prossimi giorni una delibera per assumere 500 vigili, lo avevo promesso in campagna elettorale. E spero che lo stesso faccia la polizia di Stato. Serve più gente sul territorio”.

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E mentre nelle altre parti del mondo ci si interroga sulla necessità di forme alternative di protezione di cittadini, con i movimenti di definanziamento della polizia (o addirittura abolizione) che si fanno sentire da molti anni negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra, di fronte a un'Europa sempre più autoritaria, in Italia siamo ancora fermi all’adulazione dei nostri “angeli in divisa”. Il tutto senza magari interrogarsi su quali mezzi investire per tutelare gli stessi poliziotti (condizioni lavorative, stress, psicologia, riforma del sistema di base, e così via) ancora prima di doversi confrontare con questa violenza.

La risposta di una maggiore trasparenza, per esempio con i codici identificativi per gli agenti, rimane da sempre inevasa, intanto che la dimensione securitaria si dota via via di maggiori strumenti repressivi, come ad esempio i taser, la cui pericolosità è già stata dimostrata. All’analisi di un fenomeno sistemico, di cui i casi più brutali sono i sintomi più visibili, viene di solito contrapposta quella delle - poche, si dice - mele marce.

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Erano mele marce quelle che il 15 ottobre 2009 hanno pestato un ragazzo, Stefano Cucchi, mentre era in custodia cautelare causandone la morte qualche giorno dopo. Altre mele marce hanno deciso di dichiarare il falso e diffamare la vittima per depistare le indagini e altre mele più in alto nell’albero hanno deciso di coprire i crimini delle altre. La stessa violenza che uccise Federico Aldrovandi nel 2005, Riccardo Rasman nel 2006, Giuseppe Uva e le tante altre morti di Stato sui quali hanno ballato depistaggi, omertà e mistificazioni nel corso degli anni. Già solo a passare in rassegna questi pochi casi abbiamo decimato un’intera piantagione a forza di frutti appassiti, che tante volte marciscono, ma difficilmente cadono.

La richiesta di riforma non avverrà dall’alto. Le domande all’inizio di questo articolo dobbiamo porle a noi stessi. Perché troppo spesso, troppo frettolosamente, gridiamo “al lupo!” anche in quelle situazioni in cui sappiamo che davanti a noi, alla peggio, si trova un chihuahua - fastidioso sì, ma sicuramente gestibile con metodi diversi.

Troppo spesso con tanta facilità parliamo di garantismo, di come la giustizia debba essere riabilitativa piuttosto che meramente punitiva, ma senza esitazione invochiamo la galera anche per i reati meno efferati, o ci scandalizziamo quando un ex detenuto, che ha pagato per i suoi crimini, è reinserito e ha una vita all’interno della società.

Ciò che, a volte, fatichiamo a comprendere o anche solo ad ammettere, è che molto di quanto chiamiamo “crimine” non è una realtà in sé immutabile, ma l’esito di un percorso storico, di lotte politiche (alcune per criminalizzare, altre per depenalizzare o legalizzare) e di equilibri di potere. Se così non fosse, come possiamo spiegare che alcuni comportamenti sono criminalizzati in alcuni paesi e non in altri? Perché in alcuni paesi crimini più gravi sono puniti con la morte, mentre in un paese come la Norvegia il massimo della pena cui può essere condannato uno stragista è di 21 anni? Bisogna poi considerare l’evoluzione nel tempo di una società: i fatti criminalizzati ieri potrebbero non essere considerati crimini nel presente, e viceversa.

Dovremmo chiederci cosa distingue da una parte il bisogno di riconoscere i fatti, l'ingiustizia, il desiderio che il danno ricevuto venga riconosciuto come tale, e dall'altra la volontà di punire, di creare inferni in terra dove relegare "il male". Ciò che, per definizione, deve stare in basso, lontano da chi è moralmente superiore.

Immagine in anteprima: fermo immagine del video che ha ripreso il fermo di Pape Dembra Wagne a Firenze, via Il Post

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