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In Italia si continua a morire di lavoro

1 Maggio 2022 8 min lettura

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In Italia si continua a morire di lavoro

8 min lettura

di Alice Facchini

Ambra, postina, morta a 29 anni per un incidente con lo scooter. Rosario, operaio, 58 anni, risucchiato dal tornio. Fabio, 39 anni, caduto nel vano ascensore. Sono solo alcune delle persone morte negli ultimi tre giorni per incidenti sul lavoro.

Nel 2021, 126 donne e 1.095 uomini hanno perso la vita mentre stavano lavorando – più di tre persone ogni giorno (sessant’anni fa erano undici). A cui si aggiungono altri 189 incidenti mortali nei primi tre mesi del 2022. I settori più colpiti si confermano quelli dell’edilizia, della logistica e dell’agricoltura. Su un totale di 1.221 casi, 248 persone hanno perso la vita negli spostamenti. Rispetto all’anno scorso, l’aumento più evidente è avvenuto nel nord est (+14%), seguito dal sud (+12%) e dal centro (+6%), mentre nel nord ovest e nelle isole le morti sul lavoro sono diminuite rispettivamente del 26 e 17%. 

Nelle statistiche, elaborate dall’Inail, rientrano anche i decessi provocati dalla COVID-19, che negli ultimi anni ha condizionato la raccolta e il confronto dei dati. Questo riguarda innanzitutto i lavoratori del settore sanitario, esposti a un elevato rischio di contagio, ma anche i lavoratori a contatto con il pubblico, come gli addetti ai front office o i cassieri. Dall’inizio della pandemia al 31 dicembre scorso, i decessi sul lavoro da COVID-19 sono stati 811, pari a un quarto del totale. 

Nell’ultimo anno, inoltre, il bonus 110% sulle ristrutturazioni ha fatto aumentare il numero di lavoratori impiegati nel settore edilizio, e così anche gli infortuni e gli incidenti mortali: gli incentivi hanno portato all’iscrizione alla Camera di commercio di migliaia di nuove imprese, che non sempre lavorano rispettando la sicurezza.

Le morti che sfuggono alle statistiche ufficiali

Le statistiche ufficiali però non tengono conto di alcune categorie di lavoratori: nei dati Inail non rientrano le forze di polizia e le forze armate, i vigili del fuoco, i liberi professionisti con partita Iva, gli sportivi dilettanti e parte del personale di volo. Per non parlare di tutti i lavoratori in nero. In compenso, da poco sono stati inseriti nel conteggio i rider, perlomeno quelli assunti in regola.

A monitorare il fenomeno c’è anche l'Osservatorio nazionale indipendente sui morti del lavoro, fondato nel 2008 da Carlo Soricelli, metalmeccanico in pensione e artista sociale, che attraverso segnalazioni e un capillare lavoro di ricerca sul web e sui giornali registra anche i decessi sul lavoro non presi in considerazione nei calcoli ufficiali. “Ho creato un database suddiviso in varie categorie”, racconta Soricelli a Valigia Blu. “Ogni anno, il numero reale di decessi sul lavoro supera del 20-30% quello che viene diffuso sui giornali. C’è tanto lavoro sommerso nell’edilizia, nelle fabbriche e nelle campagne. Per non parlare dei tanti agricoltori che, una volta raggiunta l’età della pensione, continuano comunque a lavorare nei campi: solo quest’anno 48 persone sono rimaste schiacciate dal trattore, una macchina di morte”.

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Secondo i dati messi insieme dall’Osservatorio, nel 2021 sono morte 1.404 persone per infortuni sul lavoro, e dall’1 gennaio al 30 aprile di quest’anno si è già arrivati a quota 422. “Sono giorni drammatici”, dice Soricelli. “Arriva il primo maggio e siamo pronti a far festa, ma io vedo tanta strumentalizzazione. Non c’è un reale interesse per le persone che sul lavoro rimangono ferite o uccise: prova ne è il fatto che non esiste ancora un osservatorio istituzionale che faccia un monitoraggio completo di quello che accade nel paese. È vergognoso questo lavoro di raccolta dati lo debba fare io come privato cittadino”.

Le storie nascoste dietro ai numeri

Dietro ogni numero c’è una storia. Come quella di Luana D'Orazio, 22 anni, madre di una bambina, morta il 3 maggio 2021 mentre lavorava in una fabbrica tessile della provincia di Prato. È rimasta intrappolata in un orditoio, agganciandosi al rullo e venendo inghiottita dal macchinario. O come quella di Yaya Yafa, 22enne della Guinea Bissau, rimasto schiacciato da un tir il 21 ottobre 2022 mentre lavorava all’Interporto di Bologna. Era il suo terzo giorno come facchino. E poi c’è chi muore per difendere altri lavoratori. Adil Belakhdim, sindacalista di origine marocchina, 37 anni, due figli, è stato travolto e ucciso il 18 giugno 2021 da un camion a pochi metri dall’ingresso della sede logistica della catena di supermercati Lidl a Biandrate, in provincia di Novara, mentre prendeva parte a una manifestazione in difesa dei lavoratori.

In Italia, a tutela delle vittime di infortunio c’è la legge 81 del 2008, meglio nota come Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che ha rappresentato un punto di svolta in questo ambito nel nostro ordinamento. Per quanto sia stata successivamente soggetta a modifiche, continua a rappresentare una guida in tema di sicurezza nei luoghi di lavoro e tutto ciò a essa legato: stabilisce le misure di tutela del sistema di sicurezza aziendale, la protezione dei lavoratori da rischi associati alle mansioni svolte, le procedure da adottare in caso di emergenza (per esempio le misure antincendio o quelle di primo soccorso), il rispetto degli standard ambientali.

Nel 2021, il decreto legge 146 ha inasprito le sanzioni per chi non rispetta gli standard di sicurezza e ha disposto un incremento del personale dell’Ispettorato del lavoro per aumentare i controlli: quest’anno sono già stati assunti 300 nuovi ispettori, a cui se ne dovrebbero aggiungere altri 900, ed è stato fatto un investimento in tecnologie e un rafforzamento delle banche dati.

Processi giudiziari troppo lunghi

Certo, non sempre il datore di lavoro ha responsabilità nell’accaduto, ma a volte il mancato rispetto delle norme di sicurezza mette in grave rischio il lavoratore. È quello che è successo a Vincenzo Spiniello, carpentiere di 59 anni, travolto da un pilastro mentre era in pausa, durante i lavori di costruzione del Palaffari di Arezzo. Lo scavo sarebbe stato effettuato senza rispettare le norme di legge, e senza le armature di protezione che avrebbero dovuto impedire gli smottamenti del terreno. Era il 30 luglio 2009, e da allora è iniziato un processo giudiziario che si è protratto fino a oggi: il rinvio a giudizio è arrivato solo nel gennaio 2013, e poi ci sono voluti altri cinque anni perché i nove imputati, tra tecnici e imprenditori, fossero condannati in primo grado per omicidio colposo aggravato. Dopo il ricorso presentato dalle difese, il prossimo 20 maggio comincerà il processo d’appello, ma il rischio è che il caso finisca in prescrizione.

“Servono riforme sul funzionamento dei processi giudiziari”, spiega a Valigia Blu Marco Omizzolo, sociologo, ricercatore Eurispes e autore di Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana. “Oggi ci sono un’infinità di denunce che vengono presentate allo Stato con grande coraggio, ma i tempi di risposta sono troppo lunghi. Nel frattempo la persona resta infortunata, a volte non può lavorare e permane in uno stato di povertà. Le norme sono ben fatte, ma il fatto che concretamente non sempre vengano applicate genera un ostacolo alla giustizia, che produce ingiustizia”.

Lavoratori sfruttati, incidenti invisibili

E poi c’è chi ha paura di denunciare, magari perché lavora in nero, perché non vuole essere licenziato, oppure perché teme ripercussioni. Bohdan Baskevych, operaio e artigiano di 55 anni di origini ucraine ma da tempo residente in un paese in provincia di Frosinone, il 9 marzo 2022 è caduto da sette metri: è stato ricoverato tre settimane, poi è morto a seguito del grave trauma addominale. Inizialmente aveva detto di essere scivolato da una scala in casa, ma dopo il suo decesso la compagna ha presentato denuncia dicendo che in realtà la caduta sarebbe avvenuta in un cantiere dove stava lavorando senza contratto. Bohdan non avrebbe detto la verità per non essere licenziato. 

“C’è una corsa a non rispettare le leggi per aumentare la produttività, e gli incidenti vengono sistematicamente nascosti”, racconta Omizzolo, che attraverso il progetto Dignità Joban Singh all’interno dell’associazione Tempi moderni dà assistenza sociale e legale gratuita ai lavoratori sfruttati, vittime di tratta e caporalato. “Abbiamo ricevuto molte segnalazioni di migranti gravemente infortunati che vengono riportati in macchina nelle proprie abitazioni, in condizioni critiche a rischio di vita, e a cui viene chiesto di prendere qualche giorno di ferie e poi tornare a lavoro. Oppure vengono accompagnati al pronto soccorso, dove però sono costretti a mentire sulla causa dell’incidente”. 

In alcuni settori, il lockdown ha coinciso con un aumento dello sfruttamento: nelle campagne la filiera agricola è rimasta aperta, la domanda è aumentata, ma sono stati sospesi i controlli. “Abbiamo riscontrato un abbassamento delle retribuzioni orarie fino al 20%, un aumento dei ritmi e delle ore di lavoro, oltre che una crescita del lavoro notturno. Questo ha portato a un numero maggiore di incidenti, oltre che a un maggiore rischio di contagio da coronavirus. Parallelamente, sono diminuite in modo radicale le denunce dei lavoratori”.

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Esistono poi malattie professionali che non vengono riconosciute come tali. I lavoratori che per anni diffondono sostanze nocive dentro le serre o nei campi possono riscontrare gravi danni sulla propria salute, ma queste patologie non vengono considerate come attinenti all’ambito lavorativo. “A volte si tratta di fitofarmaci illegali, spruzzati di notte, senza le adeguate misure di sicurezza”, dice Omizzolo. “Spesso sono sostanze cancerogene. Quando le persone si ammalano a volte scelgono di tornare nel proprio paese: nelle statistiche figurano come migranti di ritorno, invece sono lavoratori che scelgono di morire a casa loro di tumori che hanno contratto qui in Italia”.

Nuove forme di sfruttamento: il caporalato digitale

A maggio 2021 il Parlamento italiano ha istituito una Commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi pubblici e privati. Sotto accusa ci sono soprattutto le nuove professioni collegate alle piattaforme, e il consolidamento di un “caporalato digitale” che arruola non più braccianti ma lavoratori della gig economy, oppure cooperative spurie che sfruttano i dipendenti attraverso un sistema di subappalti.

“In questo nuovo panorama il datore di lavoro, spesso una grande multinazionale, si deresponsabilizza”, afferma a Valigia Blu il giornalista Antonello Mangano, fondatore della casa editrice Terre libere. “Anziché assumere internamente i lavoratori di cui ha bisogno, fa lavorare le persone come false partite Iva, dà alcuni servizi in appalto a cooperative, oppure mette in connessione quelli che chiama ‘lavoratori autonomi’, come succede nel caso dei riders. Il risultato è che, in questo modo, l’azienda non è più responsabile della sicurezza del lavoratore, né deve preoccuparsi di ferie e malattie”.

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Fino ad alcuni anni fa, le persone svolgevano queste attività prevalentemente come integrazione del proprio reddito. Oggi, invece, sempre più di frequente queste nuove professioni diventano l’impiego principale di lavoratori che spesso appartengono alle fasce più discriminate della popolazione: migranti che devono rinnovare il permesso di soggiorno, padri e madri con figli di mantenere, giovani che hanno bisogno di mandare risparmi nel loro paese. 

“Questa forma di ricatto diventa per le imprese un modo di lucrare sul costo del lavoro”, conclude Mangano. “Per fortuna si stanno prendendo provvedimenti: la legge anticaporalato prevede indicatori che permettono di agire contro un’azienda considerando la schiavitù come un approfittarsi dello stato di bisogno della vittima. Uber Italy è stata commissariata e indagata per caporalato sui rider, Mondo Convenienza è sotto inchiesta per sfruttamento del lavoro, le indagini in corso oggi sono tante. Dal bracciante che sta in Puglia al rider di Milano, non importa se per lavorare usi lo smartphone o se dormi nel ghetto. Il meccanismo di abuso è lo stesso”.

Immagine in anteprima: frame video Venezia Today

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