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Dai rider ai driver, dopo anni di lotta è in arrivo la svolta per i diritti dei lavoratori delle piattaforme digitali

24 Dicembre 2021 13 min lettura

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Dai rider ai driver, dopo anni di lotta è in arrivo la svolta per i diritti dei lavoratori delle piattaforme digitali

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di Davide Ficarola

I lavoratori digitali delle piattaforme della gig economy vanno intesi come lavoratori subordinati. La Commissione Europea ha illustrato il 9 dicembre scorso il pacchetto lavoro presentato dal Commissario lussemburghese Nicolas Schmit, che potrebbe segnare un punto di svolta nella battaglia per i diritti di chi lavora per le piattaforme digitali, dai rider delle app del delivery food come Deliveroo e Glovo ai driver di Uber e simili. La proposta di direttiva segue le linee guida politiche volute dalla presidente Ursula Von der Leyen, e si inserisce in un dibattito politico e mediatico che ha conosciuto l’apice durante i mesi di lockdown - per la visibilità che hanno ottenuto i rider, per esempio, nelle strade delle città deserte, come per le loro proteste in scioperi, o nei risultati ottenuti in procedimenti giudiziari. E ora, inizia una nuova fase. 

Nel 2020, le aziende della gig-economy si sono moltiplicate: la Commissione in un suo report conta più di 500 società, per un guadagno totale di 20 miliardi di euro, che hanno assicurato quasi 28 milioni di posti di lavoro in tutta Europa (stimati in 43 milioni entro il 2025). Di questi, dice l’organo europeo, almeno 5,5 milioni sono i platform workers che ora possono essere intesi come dipendenti, con accesso ai relativi diritti del lavoro e alla protezione sociale che ne consegue (salari, ferie, congedi parentali, controlli sulla salute, pensioni). Sempre secondo le prime stime della Commissione, le aziende potrebbero veder aumentare i propri costi di circa 4,5 miliardi, mentre le casse statali conoscerebbero così maggiori introiti fiscali, fino a 4 miliardi ogni anno.

La proposta di direttiva mira a raggiungere tre obiettivi: risolvere la classificazione errata di questa parte dei lavoratori digitali; chiedere chiarezza e trasparenza nella lettura degli algoritmi utilizzati dalle app; rafforzare gli strumenti di legge in atto nel settore. La proposta di direttiva conta anche di uniformare e semplificare il lavoro giudiziario: negli ultimi anni ci sono state più di 100 decisioni dei tribunali e 15 sentenze amministrative, di cui molte diverse tra loro. La proposta origina dalle consultazioni che la Commissione Europea ha iniziato a svolgere con la parti sociali coinvolte nel febbraio 2021, e segue i lavori del Parlamento Europeo, che - in un voto dello scorso settembre - ha indicato un parere riguardo al lavoro precario, sulla necessità di intendere i gig workers come dipendenti. Nelle prossime tappe dell’iter legislativo, proprio l’organo parlamentare e il Consiglio Europeo si esprimeranno sulla proposta. Se la direttiva sarà approvata nel corso del prossimo anno, spetterà allora agli Stati membri adeguare le proprie giurisdizioni, entro due anni. 

Cosa dice la proposta della Commissione Europea

Come dicono a Valigia Blu i giuslavoristi Antonio Aloisi e Valerio De Stefano - autori del saggio Il tuo capo è un algoritmo (Laterza) - il parere della Commissione si candida a guidare l’interpretazione del cambiamento da attuare nel settore del lavoro digitale sotto piattaforma. «Lo strumento è stato adottato anche con una certa rapidità rispetto all’insediamento della Commissione del 2019 e segna un netto cambio di passo» – dice Antonio Aloisi, Marie Curie Fellow e docente di Diritto del lavoro all’Università IE di Madrid – «Anche senza facili entusiasmi, potremmo dire che si entra in una seconda era delle piattaforme, cominciata dall’anno scorso a quest’anno, ed è confermata da questo strumento: negli ultimi mesi sono entrati nel dibattito nuovi profili in questo settore (dalla gestione algoritmica al tema delle discriminazioni, fino ai capitoli su salute e sicurezza), e la Commissione è intervenuta qui senza equilibrismi, in maniera netta». Lo ha fatto innanzitutto ribadendo la presunzione di un rapporto subordinato tra datore di lavoro e lavoratore: il rider o chi per lui, ad esempio, è da intendersi di fatto come dipendente fino a prova contraria, senza una possibilità terza, una situazione ibrida tra le due fattispecie lavorative. In secondo luogo, con l’inversione dell’onere della prova: spetterà al datore di lavoro provare che il rapporto in essere non è subordinato, ma eventualmente autonomo, e a lui così saranno dovute le spese processuali.

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La Commissione propone quindi alcuni criteri secondo cui il lavoro deve intendersi e presumersi dipendente. Lo sarà se il lavoro soddisfa almeno due delle cinque condizioni indicate: la piattaforma determina o limita la remunerazione; al lavoratore è richiesto tramite piattaforma di seguire regole definite per l’esecuzione del lavoro; la performance lavorativa è supervisionata e giudicata nella sua qualità anche tramite mezzi elettronici; la piattaforma restringe, anche con sanzioni, la possibilità di accettare o rifiutare ordini, o di avvalersi di sostituti; è ridotta la capacità del lavoratore nel costruire una relazione con una terza parte durante il lavoro. 

«Non significa che, da un giorno all’altro, tutti i lavoratori delle piattaforme saranno classificati come subordinati. Le piattaforme comunque proveranno a sostenere che questi criteri non vengono soddisfatti dalla loro prestazione di lavoro; quindi, in una prima fase, per i lavoratori bisognerà andare in causa, come hanno fatto finora, sapendo che se si vince si viene classificati come subordinati e si ha accesso a tutte le tutele», aggiunge Valerio De Stefano, BOFZAP Professore di Diritto del lavoro all’Università di Lovanio. «Il fatto che si vinca poi non è automatico, né lo è che tutti i lavoratori che magari vogliono continuare a essere autonomi verranno classificati come subordinati dalla legge, e questo è un punto che le piattaforme cercano di far passare», come mostra la sentenza di una Corte belga che, alcuni giorni fa, ha rigettato la possibilità di subordinazione per i rider di Deliveroo, pur in presenza di una presunzione di lavoro dipendente. «Comunque continuerà a esserci bisogno di un enforcement giudiziario dai tribunali o dall’ispettorato del lavoro, ma sono criteri più avanzati di quello fatto finora», conclude De Stefano.

Il controllo dell'algoritmo è un elemento centrale, che la direttiva vuole indagare e regolare. La piattaforma, infatti, dovrà dichiarare come le prestazioni lavorative sono valutate tramite il management algoritmico, fornendo spiegazioni circa i parametri che l’intelligenza artificiale usa, anche quando a prendere una decisione in base a questi sistemi è una persona, mettendo i lavoratori e i propri rappresentanti nella condizione di agire di conseguenza. Non ultima, poi, è presente nel testo la pressione e il continuo riferimento verso forme di dialogo e contrattazione collettiva tra le parti sociali dei diversi Stati membri.

Nella sua parte più innovativa, la proposta può obbligare la piattaforma a modificare l’algoritmo secondo un approccio che possa valere come se ci fosse un umano al comando (human-in-command approach). «I lavoratori su piattaforma spesso vengono monitorati e diretti, e talvolta sono prese misure disciplinari nei loro confronti sulla base di decisioni automatiche guidate da sistemi algoritmici. La Commissione cerca di importare un livello minimo di trasparenza, a favore dei lavoratori sia subordinati che autonomi, in modo che possano essere informati su che tipo di monitoraggio viene svolto, quando viene presa una decisione su di loro, in tutto o in parte, dal sistema automatico, anche quando suggerisce a un revisore umano una decisione. Allora il lavoratore ha il diritto a essere informato specificamente come è stata presa la decisione, sulla base di quali criteri. Questa parte è un passo avanti e riguarda anche i sistemi algoritmici che vengono utilizzati sul lavoro in generale», dice De Stefano. Al quale fanno eco le parole di Aloisi: «Si tratta del diritto alla spiegazione dell’algoritmo, di conoscere i parametri che usa: è un tema nuovo e la Commissione si spinge anche più in là di quanto fatto nel regolamento sui diritti al trattamento ai dati personali (GDPR), in cui è stata più ambigua. Non significa voler conoscere il codice alla base dell’algoritmo, entrare nella scatola nera, ma capire in maniera chiara e trasparente a cosa corrisponde una determinata condotta, quali sono le conseguenze dei comportamenti».

Secondo i criteri indicati dalla Commissione, finiscono sotto il nuovo cappello legislativo i lavoratori che operano soprattutto nel food delivery. I rider di Delivery e Glovo, i driver che operano su Uber e Lyft, chi lavora su piattaforme di crowdworking (dove si incontra domanda e offerta dei freelance), ma non coloro, ad esempio, che utilizzano servizi come Airbnb o Skyscanner. Dal lavoro su piattaforma al lavoro con le piattaforme il passo può essere breve, e la stessa proposta europea lancia un allarme anche in generale sulla situazione lavorativa attuale, oggi che le giornate di molti lavoratori, connotate da lavori da remoto, hanno conosciuto un incremento dell’uso delle tecnologie. Come dice De Stefano, "la direttiva vieta anche che vengano raccolti dati biometrici sulla salute e dati sullo stato emozionale e mentale dei lavoratori. Molti strumenti che vengono messi sul mercato internazionale promettono ai datori di lavoro di leggere la mente e le emozioni, utilizzando l’attività di browsing dell’utente o con telecamere che usano scansioni di espressioni facciali. Sono usati anche in fase di reclutamento, per verificare l’attenzione durante i meeting. O ancora, nei magazzini della logistica, con braccialetti elettronici. È un aspetto già presente e in molti sistemi nazionali è vietata, come in Italia, ma le imprese lo ignorano o seguono il fatto che il prodotto è sul mercato e allora si può utilizzare».

«Le persone sono al centro di questo modello imprenditoriale e hanno diritto a condizioni di lavoro dignitose e alla protezione sociale», ha affermato Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Ma la proposta, intanto, ha già suscitato la preoccupazione delle società interessate della gig economy, che mettono in guardia sulle conseguenze che potrà avere sui lavoratori stessi. Delivery Platforms Europe, che raggruppa Bolt, Deliveroo, Delivery Hero, Glovo e Uber Eats, ha allertato che in questo modo si potranno perdere più di 250 mila posti di lavoro e che la stragrande maggioranza (67% in un sondaggio con 16 mila partecipanti) dei loro corrieri lavora grazie alla flessibilità del ruolo. A loro si è aggiunta BusinessEuropa, la Confindustria europea, secondo la quale la proposta UE «non riflette la realtà, poiché molti lavoratori delle piattaforme scelgono di lavorare come autonomi». Allo stesso tempo, non è mancato il parere dei sindacati, come attesta il commento di Ludovic Voet, segretario per l’ETUC (European Trade Union Confederation): «Le piattaforme dovrebbero smetterla di ricorrere al mito delle perdite di lavoro nel disperato tentativo di salvare un modello di business rotto. Se davvero hanno a cuore i loro lavoratori, dovrebbero sedersi al tavolo con i sindacati e impegnarsi nella contrattazione collettiva come tutti gli altri datori di lavoro responsabili». O dello stesso Schimt, Comissario europeo per il lavoro e i diritti sociali: «Se qualcuno mi porta la pizza alle 11 di sera a casa, non posso considerare di non pagare per questo. È un servizio, e se è un servizio, il ragazzo che lo offre ha anche dei diritti». 

L’ultima mossa europea sembra seguire, tra l’altro, la via indicata da alcune legislazioni nazionali. Su tutte la Ley rider in Spagna, emanata nell’agosto 2021, che ha imposto (solo) alle società del delivery di applicare contratti da dipendenti ai propri rider, oltre che di essere più trasparenti nella gestione degli algoritmi usati. Al di là delle prime critiche da parte di alcune associazioni private, non identificabili in rappresentanze sindacali, e la fuoriuscita di Deliveroo dal mercato spagnolo per scelte strategiche, la legge attiva da tre mesi ha sostanzialmente portato a una rimodulazione dell’offerta di Glovo, piattaforma di casa, che ha aggiunto ai suoi servizi la possibilità della spesa a domicilio, come altrove già fanno Getir o Gorillas. «C’è da rassicurare i lavoratori da una lettura allarmistica e propagandistica» spiega Aloisi, «non ci sarà naturalmente una trasformazione coatta degli autonomi in subordinati. Indirettamente, la presunzione di subordinazione dice che le piattaforme possono continuare a operare senza temere conseguenze avverse, ma incidendo sugli indici, sui criteri. Se vogliono possono comportarsi di conseguenza, assicurando autonomia sostanziale secondo il funzionamento dell’algoritmo o cambiando strada. Quello che dicono le ultime mutazioni è che le stesse piattaforme hanno bisogno di una forza lavoro più strutturata e di un business più solido». 

Una legge simile, che punta a far divenire dipendenti i lavoratori su piattaforma, è in dirittura di approvazione in Portogallo. Mentre buona parte del lavoro di indirizzo legislativo è stato svolto dalle Corti e dai tribunali europei, come in Olanda a febbraio e poi a settembre in Germania, in Francia, e nel Regno Unito. La strada futura della legge, prima della ricezione in direttiva europea, rischia però di essere ancora lunga e dominata dall’attività di lobbying - come già accaduto, seppur nel diverso ordinamento giuridico, negli Stati Uniti.

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E in Italia?

Dalle istituzioni italiane, sono arrivati intanto pareri positivi: «Non possiamo che essere soddisfatti di questa risposta tempestiva», ha dichiarato il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. «Integreremo con strumenti nazionali anche il percorso che si va definendo a livello europeo». Pur mancando un conteggio chiaro di tutti i lavoratori su piattaforma, l'INPS ritiene che in Italia, durante il periodo dell’emergenza sanitaria degli ultimi anni, i fattorini siano raddoppiati: da 700 mila a un milione e mezzo, il 3,2% della popolazione attiva in Italia. 

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Se la proposta europea parla un po’ spagnolo, «pensa in italiano», chiosa Aloisi. Maggiori visibilità e clamore hanno portato a diverse decisioni dei tribunali italiani, che spesso hanno imposto alla piattaforme del cibo a domicilio di assumere i rider: è successo a Palermo, a Torino con dei fattorini di Foodora, a Bologna con la sentenza che ha dichiarato discriminatorio l’algoritmo di Deliveroo, e infine con il tribunale di Firenze, che ha bocciato il contratto firmato da Assodelivery (il cartello delle big del delivery food italiano) e UGL, definito un sindacato di comodo e non rappresentativo del tavolo di lavoro. All’accordo, che riaffermava l’autonomia del rider – chiamato “contratto-pirata” dalle rappresentanze sindacali – ci si era arrivati nell’ottobre 2020, dopo aver toccato uno dei punti più vicino a quella che oggi è la proposta europea: la cosiddetta legge rider. La legge n.128 del 2019 ha infatti modificato il Jobs Act del 2015: tra le pieghe dell’etero-organizzazione, è stato deciso che a figure come i rider spettino “le tutele della subordinazione”, anche se con un contratto autonomo, e rimandava appunto alle parti sociali un accordo per trovare un contratto ideale, da dover discutere con le aziende e i rappresentanti sindacali confederali e dei rider organizzati nella sigla RiderXiDiritti. 

Da qui in poi, fino a oggi, le rivendicazioni dei fattorini hanno conosciuto mesi caldi di manifestazioni e scioperi, che hanno attraversato l’apertura di diverse falle nel sistema della gig-economy (dall’inchiesta del tribunale di Milano a quella per caporalato digitale su UberEats). A fine marzo 2021, per primo Just Eat ha iniziato ad assumere rider come dipendenti, in un esperimento pilota a Monza e Milano. Fuoriuscita dal cartello Assodelivery, l’azienda olandese ha accettato di applicare il contratto collettivo per la logistica, acconsentendo ad un minimo salariale, mettendo fine al pagamento a cottimo, per 4mila fattorini. Oggi i fattorini dipendenti di JustEat sono quasi 7 mila, in più città in tutta la penisola.  

È proprio in quel periodo, nei primi mesi del 2021, che sono iniziate le consultazioni della Commissione Europea con la parti sociali di tutti i Paesi membri. Per la rappresentanza italiana, a Bruxelles dal commissario Schmit, c’erano i rider Riccardo Mancuso, delegato Filt-Cgil in JustEat a Bologna, e Angelo Avelli, di Deliverance Milano, referenti per la sigla sindacale RIderXiDiritti. Entrambi oggi seguono quanto avviene nell’esperimento di JustEat, dove – al netto della conquista del contratto da dipendenti – le rivendicazioni dei rider continuano.  

«A Bruxelles, al Parlamento Europeo, non eravamo solo noi rider come rappresentanza del lavoro su piattaforma, ma anche badanti e colf, tassisti e freelance» dice a Valigia Blu Mancuso. «Noi siamo stati capofila, perché figure emerse di più, di presa mediatica e maggiore vertenzialità, ma abbiamo voluto rappresentare la rete transnazionale di lavoratori precari, che è la specificità della nostra lotta, aver saputo tenere dentro le rivendicazioni tutto il mondo precario, come nel nostro slogan, “Non per noi ma per tutti”. Siamo una generazione privata di diritti e salari, la nostra posizione era voler far emergere che nel nostro paese c’era già terreno fertile per azioni legislative di questo tipo. È incomprensibile per noi che esistano ancora forme di falsa autonomia, il settore della gig-economy non è più zona grigia. Lo diciamo da quattro anni, e ora la proposta di direttiva va nella direzione giusta». 

Monza e Milano sono state le prime due città dove ha operato JustEat con i fattorini contrattualizzati. «Dal nostro punto di vista, l’azienda ha interpretato a modo proprio l’accordo, - spiega a Valigia Blu Avelli - hanno abusato della possibilità di fare contratti a 10 ore, creando un esercito di riserva e di continuo turnover. Ma così non abbiamo salari dignitosi». Firmato il 29 marzo, il contratto con JustEat è stato negoziato prima dell’entrata in vigore del rinnovo del contratto di categoria, quello per la Logistica, firmato il 18 maggio: «Il contratto manca ancora dell’adeguamento previsto dal rinnovo. Continuano a dirci che arriverà, ma ci aspettiamo rispetto. In caso contrario siamo pronti a scioperare ancora». Oltre alla richiesta di aumento del monte ore, fino a 20, e all’adeguamento contrattuale, i fattorini di JustEat con Deliverance Milano chiedono anche l'erogazione di un rimborso chilometrico rispetto alle distanze effettive corse per l'utilizzo dei mezzi propri, in attesa che la compagnia metta a disposizione quelli aziendali. «Con questi standard, molti dei rider che avevano creduto nella possibilità di essere regolarizzati in una nuova forma di lavoro stanno invece accettando di lavorare per la concorrenza, che assicura contratti migliori». Avelli si riferisce ad altre aziende attive su Milano, come Getir e Gorillas, che, seppur con contratti a tempo determinato, agganciati al settore del commercio e non della logistica, assicurano più ore e introiti lavorativi. 

Simili rimostranze sono poste nella situazione di JustEat a Bologna: la questione centrale è quella del mezzo usato per le consegne. «Perché, se siamo dipendenti, dobbiamo usare i nostri mezzi a cui dobbiamo pensare in autonomia per la manutenzione?», domanda Mancuso. «Non è una transizione facile, dall’autonomia alla subordinazione, in primis per l’azienda che mantiene uno scarto culturale in un modello acerbo. Si mantengono vizi dello scorso modello, con decisioni unilaterali, tariffe maggiorate senza preavviso nei weekend.» Nel capoluogo emiliano, i rider e driver di JustEat sono in stato di mobilitazione: «Nei fine settimana ci ritroviamo a lavorare con tariffe a cottimo, ancora oggi. Sono stati licenziate persone con permesso di soggiorno e non siamo d’accordo, e il rimborso delle corse (quando anche è concesso nel percorso di ritorno al cosiddetto starting point, dove iniziamo il lavoro) è troppo basso per permetterci una buona manutenzione dei nostri mezzi. Per le bici, è di 6 centesimi al chilometro». 

I casi italiani di JustEat a Milano e Bologna, anche se in forme minori, ricordano quanto già succede in Germania. A Berlino, dalla scorsa primavera, tiene alta l’attenzione il caso dei rider di Gorillas, la nuova app tramite la quale si può chiedere la consegna della spesa a casa (e non il pasto dal ristorante). Se poi, come sembra, il contratto preferito applicabile anche per i rider può essere quello della logistica, le lotte e le rivendicazioni di domani si inseriranno in quel settore, dove scioperi e dissidi sindacali sono sempre accesi, specie nei confronti della filiera di Amazon.

Immagine anteprima Sam Saunders, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

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