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Il complottismo è un segno dei nostri tempi e non ce ne libereremo facilmente

27 Novembre 2021 9 min lettura

Il complottismo è un segno dei nostri tempi e non ce ne libereremo facilmente

9 min lettura

A inizio mese, su Twitter, vari account richiamano l’attenzione di Feltrinelli su un libro in vendita nello store online. A destare preoccupazione, oltre al titolo, I protocolli dei savi di Sion, è la scheda che lo accompagna. “Veri o falsi che siano”, si legge nella descrizione, “ormai non conta più, perché questi misteriosi protocolli, persino fuori dal loro tempo, si sono rivelati laicamente profetici”.

Al di là delle spiegazioni tecniche – Feltrinelli non esegue un controllo dei contenuti caricati dai singoli editori – c’è una sorta di ossimoro perturbante nell’immagine del tweet. Un marchio della grande editoria associato a colpo d’occhio a un testo centrale nel complottismo antisemita, con una descrizione che ammanta il testo di seducente plausibilità.

Se pensate che sia un problema legato alla regolamentazione delle piattaforme online, è bene chiarire subito che la faccenda è molto più complessa e ingarbugliata. Già nel 2013, anno in cui il M5S entra per la prima volta in Parlamento, un articolo del Post dava conto delle interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche, largamente distribuite tra banchi del centro-destra e del centro-sinistra. Una teoria che, come ricostruito dalla giornalista Silvia Bencivelli quello stesso anno, nasce nel 1997 per fare pubblicità a una ditta di consulenze anti-spionaggio.

Sul versante anti-vaccinisti, in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna tra le voci più in vista troviamo nomi e cognomi importanti, come Robert Kennedy Jr, nipote dell’ex presidente Kennedy, o Piers Corbyn, fratello dell’ex leader del Partito laburista. Proprio Robert Kennedy Jr è stato di recente in Italia, e nella copertura della sua presenza ha prevalso il vizio di amplificarne nei titoli gli strali apocalittici. Mentre Claudio Messora, in arte Byoblu, nel 2021 ha visto il suo canale YouTube chiuso a causa della disinformazione sulla pandemia, e allo stesso tempo è uscito nelle librerie con Rizzoli, con tanto di promozione in tivù. Sul suo sito, infine, troviamo in vendita vitamine "per sostenere le difese immunitarie" e integratori.

Poniamo questi esempi per spogliarci prima di tutto del “complottismo” (o “narrazione complottista”), come etichetta di una parte ben precisa dello spettro politico, o per evitare di ridurlo a una questione di potere attraverso il linguaggio. In Italia, nel manicheismo semplificatorio dell’informazione mainstream, il “complottismo” si muove di solito tra “webeti”, “analfabeti funzionali”, “avvelenatori di pozzi”, “populisti”, gli “scappati di casa” e i diffusori di “fake news”. Il complottista si presume esterno alla comunità di riferimento: si è complottisti per contrapposizione. Tuttavia per capire la fisica delle narrazioni complottiste, bisogna interrogare la metafisica del complotto.

Ne è consapevole la filosofa Donatella Di Cesare, che nel libro Il complotto al potere (Einaudi), parte dall’analisi del complotto come dispositivo, fin dalle sue origini. Di Cesare respinge l’idea che il complotto in sé sia sintomo di pensiero magico, la sopravvivenza di antiche superstizioni o una forma di pensiero debole, oscurantista. In un mondo dove tutto è iperconnesso e iperorganizzato, dove allo stesso tempo siamo sorvegliabili e sorveglianti, ma distanti dai centri di decisione, il complotto è prima di tutto una maschera del potere:

Il potere senza volto è disseminato segretamente con una sagace opacità che non consente di rinvenirne le tracce, di ritrovare i fili. Ciascuno è gettato nella vertigine del complotto, dove si sente manovrato da sconosciuti, a loro volta manovrati. Perciò l’esistenza è insieme iperorganizzata e del tutto imprevedibile.

Poiché ormai la ragione veste i ruoli della tecnica e della meritocrazia, e ogni competenza è accuratamente normata e certificata, osserva Di Cesare, “l’iperrealismo capitalista” ha bandito ormai da decenni “sogno, mito e utopia”. Ha perso vigore la nostra capacità di ragionare e relazionarci ai simboli, di usare il mito come “griglia interpretativa” o “insieme di chiavi ermeneutiche”. Per cui nel convivere con il volto segreto del potere, a tutto quell’insieme di apparati o pratiche che intuiamo muoversi nell'ombra, colmiamo quel vuoto con ciò che abbiamo a disposizione. Da questo punto di vista, la “narrazione complottista” è il prodotto del “cibo mitologico” che riusciamo a reperire nella civiltà dominata della tecnica. La sua “gravità mortifera” impasta passato, presente e futuro, tecnologia e leggenda.

Se esistono i complottismi, insomma, è perché esistono i complotti. Ma l’indagine che vuole svelare il complotto attraverso i profeti della “controinformazione” non è mai solo conoscitiva, è invece inscindibile dal giudizio morale. Scrive Di Cesare:

La ricerca della causa è insieme anche l’accusa. E questa imputazione contiene, implicita, la condanna morale. Ma svelare un complotto vuol dire non solo denunciare il colpevole, bensí anche stigmatizzarlo come nemico politico, spesso anche demonizzarlo. La denuncia è già una levata di scudi, l’inizio di una caccia alle streghe, se non una chiamata alle armi o addirittura la licenza per uno sterminio.

La narrazione complottista ricopre così due funzioni: svela di chi non dobbiamo fidarci, fino all’aperta ostilità; porta ordine là dove c’è il caos, dà un volto a ciò che si annida nelle ombre, che si tratti di un pericolo reale o no. Se le fiabe raccontano ai bambini che il drago può essere ucciso, la narrazione complottista svela all’adulto dove si nasconde il drago, cosa sta facendo per distruggerlo; urla il nome dei suoi emissari. Chi denuncia il complotto è sempre vittima, ma in questo ruolo si attesta anche una rinuncia all’azione politica verso l’oppressore, e la narrazione complottista finisce per diventare una diversione, perché i nemici che indica sono funzionali anche a mantenere quel ruolo, più che a promuovere effettive trasformazioni sociali. Se il mio obiettivo è denunciare i crimini di Big Pharma, o denunciare quanto è dannoso il vaccino anti-covid, questioni di politica sanitaria più complesse, come l'accesso ai vaccini o la liberalizzazione dei brevetti, scompaiono dall'orizzonte.

Non è un caso che i leader autoritari cerchino di occupare e sfruttare anche lo spazio delle narrazioni complottiste (si pensi a Trump e QAnon). Una volta che un leader ha occupato ogni spazio lasciato all’immaginabile, l’egemonia è raggiunta, i corpi intermedi esautorati; frustrazione e senso di impotenza possono essere diretti verso i nemici del leader, unico garante di legge e ordine. Se dubbio e sospetto sono premesse per una conoscenza maggiore, e accompagnano lo spirito critico, nella narrazione complottista essi sono reificati proprio perché assoluti o destinati a essere confermati da qualunque evidenza, e quindi neutralizzati e messi al servizio delle strutture di potere dominanti.

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Proprio gli ultimi due anni sono stati caratterizzati tanto dall’importanza della ricerca scientifica, tanto da quella che la giornalista americana Anna Merlan ha definito “singolarità cospirazionista”. Diverse comunità cospirazioniste si sono incontrate e fuse assieme, spesso sotto il vessillo della lotta alla “dittatura sanitaria”, e ciò sta avendo un impatto politico a livello internazionale. Su questa “singolarità” si concentra in particolare Leonardo Bianchi nel suo nuovo libro, Complotti! (minimum fax). Opera dove il giornalista sistematizza, espande e raccorda quanto disseminato nell’omomina newsletter, lavorando come uno storico del presente in una fase politica paradossale, che così riassume: "Ci troviamo in una contingenza storica in cui le teorie del complotto sono simultaneamente rigettate e accettate".

Ne risulta una minuziosa ricostruzione delle principali narrazioni complottiste: la distruzione pianificata della nostra civiltà, dai Savi di Sion a quelli di Bruxelles, le teorie sulle origini della pandemia e sul “Grande Reset” previsto dalla “dittatura sanitaria”, fino al già citato QAnon e al ruolo giocato da questa vera e propria religione complottista nell’insurrezione del 6 gennaio a Capitol Hill.

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Bianchi ripercorre origini e continuità nel presente dei complottismi, li analizza come vettori di radicalizzazione perfettamente integrabili con pezzi di politica istituzionale, mondo scientifico e accademico e media mainstream. La narrazione complottista, insomma, è anche un dispositivo di potere sociale ed economico. Dietro i profeti della controinformazione, dietro i proclami rivoluzionari, si muove a sua volta un potere che vuole rimanere segreto o sottotraccia nelle sue intenzioni. Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un concorrente commerciale del falso.

Quanto alla radicalizzazione, è proprio la comparsa nel mainstream di determinati temi e frame a essere inquietante. Nel ripercorrere la strage di Utøya compiuta da Breivik, nel 2011, Bianchi mostra come nel manifesto scritto dall’attentatore, 2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza, ricorranno tutta una serie di concetti perfettamente sdoganati a 10 anni di distanza. “Invasione”, “sostituzione etnica”, “marxismo culturale”, “Siamo stanchi di sentirci stranieri a casa nostra”. Se all’epoca c’era chi parlava di un “folle” e se la prendeva con le strumentalizzazioni della sinistra (sì, davvero) oggi certe espressioni, depurate dalla violenza efferrata, sono persino diventate senso comune; prorompono dalle penne e dalle bocche “moderate” su stampa e tivù. Ciò che un tempo poteva essere periferico, oggi trova un mainstream molto più ricettivo e permeabile.

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Quanto alle proteste contro la “dittatura sanitaria”, il quadro complessivo che emerge travalica i contesti specifici delle singole nazioni, e mostra schemi ricorrenti di tentate mini-insurrezioni. Se il giorno in cui a Roma è stata assaltata la sede della Cgil c’è stato anche un tentativo di irrompere a Palazzo Chigi, questa non è stata un’eccezionalità italiana. In Germania, per esempio, ad agosto 2020 dei manifestanti invadono la scalinata del Reichstag, il Parlamento tedesco.

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Un certo tipo di semantica vittimista che inquadra le vittime della “dittatura sanitaria” come ebrei internati nel lager è uno schema assai diffuso, tra Europa e Stati Uniti. Ma sotto la crosta di questa semantica così disturbante, Bianchi illumina tra le zone d'ombra gli elementi terroristici di questa autoproclamata “resistenza”, che ha visto coinvolti anche militari o esponenti della forze dell’ordine, come Jürgen Conings in Belgio, protagonista del tentativo di assassinare il virologo Marc Van Ranst.

Se il complottismo è un segno dei nostri tempi, il culto di QAnon ne è la sua più emblematica incarnazione: gli apocalittici perfettamente integrati. È nato e si è diffuso inizialmente attraverso il web, impasta il presente con elementi della tradizione antisemita (la cabala di invidui malvagi, l’accusa del sangue, quella di predare i bambini) e non solo è diventato mainstream, ma ha avuto un ruolo importante nell’insurrezione del 6 gennaio; nel mentre ha inoltre portato direttamente al congresso suoi esponenti. Attorno a questo evento, come ricostruisce Bianchi, le narrazioni complottiste si susseguono prima, durante e dopo – col ribaltamento di prospettiva secondo cui l’insurrezione sarebbe stata orchestatrata dagli Antifa per screditare Trump e i Repubblicani. Ne emerge un quadro in cui è proprio il complottismo a puntare al potere.

Ma se è possibile finire nella “tana del Bianconiglio” o “redpillarsi”, per usare due metafore tipiche per chi varca la soglia delle narrazioni complottiste, si può tornare indietro? La risposta è sì, ma non è qualcosa di facile: può essere anzi un processo molto doloroso, come si può vedere leggendo le testimonianze in subreddit come QAnon Casualties, che ricordano le storie di chi ha visto familiari, amici o partner risucchiati dal vortice di una setta. L’educazione e le reti di relazioni costruite attorno a valori condivisi sono più importanti degli strumenti in sé. Un esempio può essere quello del modello finlandese, che a partire dal 2016 ha dato sempre più importanza nel curriculum scolastico all’alfabetizzazione mediatica e al pensiero critico.

Se si vuole agire sul piano individuale, la strada appare invece in salita. Bianchi riprende a fine libro i consigli dello psicologo Jovan Byford, vere e proprie “regole di ingaggio”: riconoscere la portata del compito, riconoscere la dimensione emotiva, comprendere ciò in cui l’interlocutore crede, stabilire un terreno comune, sfidare le prove fornite contestualizzando storicamente la narrazione complottista e, infine, essere realistici. A volte infatti, il massimo che si può fare è seminare un dubbio e lasciare che in qualche modo agisca da leva per scardinare dogmatiche certezze. Ma qualunque strumento impiegabile diventa inservibile senza recuperare la connessione autentica nel relazionarsi.

In ciò le conclusioni di Bianchi sono analoghce a quelle di Di Cesare, che nella parte finale del libro, "al di là dell'anticomplottismo". scrive:

Ridurre il complottismo a un fenomeno patologico, a una devianza che viola la norma della verità stabilita, è del tutto controproducente e, anzi, innesca il meccanismo perverso di una spirale infinita. [...] Proprio perché il complottismo è un’arma di depoliticizzazione di massa, è necessaria una riflessione politica che contribuisca a congedarsi da quello schema esplicativo totalizzante. Come sempre, comprendere non è giustificare, e non comporta, quindi, nessuna indulgenza.

Se la depoliticizzazione della vita associata offre un fertile terreno alle narrazioni complottiste, c’è prima di tutto bisogno di agire su quel terreno, e di recuperare il senso di relazioni complesse; "politica" significa prima di tutto "comunità". Non possiamo considerare il complottismo come una malattia da curare, o qualcosa di esterno da cui non essere contaminati, proprio perché le relazioni umane autentiche non funzionano così. Per quanto possa sembrare assurdo, o persino angosciante, dobbiamo prima di tutto imparare a convivere con la consapevolezza che chiunque può cadere "nella tana del Bianconiglio".

Immagine “The Pigpen Cipher” di Matthew Phelan

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