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Censurati, minacciati, aggrediti, arrestati: l’India del governo Modi è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti

26 Novembre 2021 4 min lettura

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Censurati, minacciati, aggrediti, arrestati: l’India del governo Modi è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti

4 min lettura

di Francesca Recchia e Suchitra Vijayan*

Nell’edizione del 2021 dell’indice mondiale sulla libertà di espressione redatto ogni anno da Giornalisti senza frontiere (RSF), l’India si colloca al 142° posto su 180 nazioni. RSF definisce l’India uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti e fa notare che da quando quando Narendra Modi è diventato per la seconda volta Primo Ministro nel 2019, è aumentata la pressione sui media perché si conformino alla linea ultra-nazionalista Hindu del governo e vengano epurate dal dibattito pubblico tutte quelle espressioni considerate “anti nazionali”. 

Modi e il partito Bharatiya Janata Party (BJP) sono arrivati al potere per la prima volta nel 2014 e da allora c’è stato un costante incremento degli episodi di violenza contro i giornalisti che hanno osato mettere in discussione o criticare il governo. La violenza è diventata parte integrante della quotidianità dei giornalisti indiani: oltre alla violenza fisica che rappresenta la manifestazione più tangibile di questo clima di intimidazione, i giornalisti subiscono minacce, censure, pressioni economiche e politiche e una crescente precarietà lavorativa. I giornalisti vengono regolarmente minacciati, aggrediti, e arrestati con false accuse. Quelli che osano criticare il governo corrono anche il rischio di essere accusati di sedizione facendo riferimento a leggi di origine coloniale – fra cui l’Unlawful Activities (Prevention) Act – che consentono di definire un accusato “terrorista” senza prove né evidenze. 

Watch the State (WTS), il gruppo di ricerca istituito da The Polis Project nel 2019, documenta e analizza pattern di violenza di Stato e ha lo scopo di comprendere come si manifesti dal punto di vista fisico, strutturale e simbolico e quali siano le sue forme sociali, politiche ed economiche. Mapping patterns of violence against journalists in India è un progetto di data journalism che raccoglie e visualizza episodi verificati di violenza ai danni dei giornalisti in India fra il 2019 e il 2021. La documentazione dimostra che l’India è un posto veramente pericoloso per i giornalisti: tra maggio 2019 ed agosto 2021, WTS ha riscontrato che 256 giornalisti sono stati attaccati per il semplice fatto di fare il proprio mestiere. I dati mostrano anche che gli atti di violenza sono per lo più commessi dalla polizia e che gli stati governati dal BJP sono significativamente più pericolosi degli altri per i giornalisti.

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Se si guarda a eventi quali la pandemia, le proteste contro l’emendamento delle leggi sulla cittadinanza o le violenze settarie di Delhi del 2020, i dati raccolti da WTS dimostrano che lo Stato e le sue varie agenzie hanno utilizzato denunce, aggressioni, minacce, intimidazioni, accuse di terrorismo e sedizione per impedire ai giornalisti di fare il proprio mestiere. 

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Il database mostra anche la terribile situazione del Kashmir, dove la violenza di Stato contro i giornalisti e gli attacchi di esercito e polizia sono la norma più che l’eccezione. Oltre alle intimidazioni fisiche e legali, in Kashmir lo Stato ha cominciato a tagliare i fondi a tutte quelle organizzazioni non asservite alla propaganda governativa. 

Tra il 2006 e il 2020, 1200 giornalisti sono stati uccisi nel mondo e solo in un caso su dieci la giustizia ha fatto il suo corso. Inoltre, questi dati spaventosi non includono tutti gli episodi che raramente vengono denunciati quali insulti, aggressioni, minacce, detenzioni arbitrarie e torture. 

Nel caso dell’India le intimidazioni sono sia fisiche che legali. Oltre alle aggressioni, alle minacce e agli attacchi sia online che offline, lo Stato e le sue varie agenzie si servono di un’interpretazione capziosa della legge per colpire i giornalisti attraverso arresti, detenzioni illegali, denunce, limitazione del diritto alla libertà su cauzione e sospensione del passaporto.

Il database di WTS mostra come è lo stesso giornalismo a essere trattato come un’attività criminale: infatti, la maggior parte delle denunce sporte dalla polizia nei confronti dei giornalisti si riferiscono al reato di sedizione e al crime of reporting. Molti giornalisti hanno inoltre subito detenzione preventiva per aver riportato una versione dei fatti diversa da quella ufficiale o per aver messo in evidenza la voce delle vittime di violenze perpetrate dalla polizia.

Anche il potere giudiziario è sempre più autoritario e complice nella perpetuazione di questo stato di cose. I giudici non hanno soltanto fallito nel perseguire i colpevoli dei crimini contro i giornalisti, ma hanno al contrario contribuito alla persecuzione dei giornalisti stessi attraverso la negazione sistematica dei loro diritti. Anche questa complicità contribuisce al progressivo sgretolamento della libertà di stampa e di espressione nel paese. 

L’India si sta trasformando in uno Stato di polizia autoritario caratterizzato dall’eliminazione sistematica di tutti gli oppositori politici. Neanche la pandemia e i rischi legati al sovraffollamento delle carceri hanno frenato questo assalto costante al dissenso; il numero di prigionieri politici non era così alto dai tempi dell’impero britannico. Con similitudini sinistre che richiamano il passato coloniale, lo Stato indiano si serve di tribunali, polizia e sistema carcerario per punire e perseguire giornalisti e oppositori politici.

Sarebbe compito di istituzioni robuste e trasparenti lottare contro l’impunità dei crimini contro i giornalisti. In India, invece, le istituzioni che avrebbero il ruolo di proteggerli si sono trasformate in aggressori contribuendo al continuo assalto contro i giornalisti e contro la libertà di espressione. 

Questa complicità fra Stato, magistratura e polizia mirata a mettere a tacere tanto gli oppositori del regime che chi ne documenta gli abusi è un dato allarmante che va studiato, analizzato e denunciato. Quando la magistratura aiuta e sostiene la tirannia, la legge diventa l’arma più letale per la nascita e il consolidamento di uno Stato fascista. 

*Francesca Recchia è uno dei membri fondatori e direttore creativo di The Polis Project. Suchitra Vijayan è fondatore e direttore esecutivo di The Polis Project. [Hanno contribuito all'articolo Pooja George e Vedika Inamdar. La mappa è stata realizzata da Rasagy Sharma]

Immagine in anteprima: screenshot della mappa "Mapping patterns of violence against journalists in India"

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