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Uscire dal castello dei compagni che sbagliano

6 Marzo 2024 6 min lettura

Uscire dal castello dei compagni che sbagliano

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Cas Mudde, uno dei più importanti politologi e studiosi dell'estrema destra, spesso sostiene che una delle chiavi per resistere alla sua avanzata e al rischio di una sua egemonia antidemocratica è nella difesa della democrazia liberale. Nella difesa basilare dei suoi presupposti, della sua struttura, di fronte ai palesi tentativi di spaccare lo Stato di diritto che l’estrema destra porta avanti applicando una specie di franchising della radicalizzazione. In un simile scenario, il crollo non è la premessa di una rivoluzione che cambi i rapporti di forze, ma la tappa di una trasformazione in senso antidemocratico e conservatore.

Stati Uniti e Trump, Ungheria e Orban, Brasile e Bolsonaro: questi profeti al contrario dovrebbero averci da tempo permesso di vedere ciò, e farci capire che se vuoi battere il tuo avversario, devi prima di tutto impedirgli di farti diventare come lui, devi emanciparti una volta per tutte dalla doppiezza di fondo in base alla quale, di fronte al fine ritenuto giusto e assoluto, vale qualunque mezzo, astuzia o doppiezza. Altrimenti diventi parte del problema. 

Stiamo vivendo in tempi orribili, in cui a più livelli e da più parti arriva una lezione ben precisa: quando l’idea è assoluta e la vita umana funzionale all’idea, quando il bisogno di un nemico è centrale alla propria costruzione identitaria, i cimiteri si riempiono di vittime, e c’è chi dileggia quei cadaveri ridendo o esultando. La fascinazione per la violenza “giusta”, un certo romanticismo da borghese che deve fare i conti prima di tutto con i propri privilegi, o con la frustrazione di non averne abbastanza, l’idea che la militanza sia una purezza da esibire, il posizionamento continuo più a sinistra del nostro vicino, il bisogno di purificazione che nasce da chissà quali ferite. Winston che in 1984, pur di distruggere il Grande fratello, giura di essere disposto a gettare acido solforico in faccia a un bambino, e che proprio riascoltando queste sue parole, alla fine del libro, viene piegato dalla consapevolezza di non avere alcuna superiorità morale, che la sua idea di giustizia non era altro che un’illusione. Mi state seguendo?

Questo non vuol dire che bisogna condannare il “fascismo degli antifascisti”: dopo svariati decenni possiamo anche congedare gli slogan infelici e decontestualizzati di Pasolini, facilmente strumentalizzabili da un sedicente “centro” perfettamente a proprio agio con la radicalità politica quando favorisce restaurazione e reazione. Vuol dire però riconoscere che quando la destra di potere fa revisionismo del terrorismo nero, sotto sotto tra chi s’indigna c’è chi in animo ha sentimenti non troppo diversi. Esistono anche i “camerati che sbagliano”, per intenderci. Esistono i “nostalgici” anche a sinistra. Esistono i codici ammiccanti per chi vuole intendere.

Anche solo per estremo pragmatismo, anche solo per dovere di lucidità, andrebbe superata la zona grigia attorno alla violenza politica degli anni ‘70,  quel “capire” che nasconde il compiacimento perché, sotto sotto, si colpivano i nemici “giusti”. E quindi, di conseguenza, non si difende mai un principio universale, un’ideale che va applicato all’umanità lungo una direzione che, anche solo ingenuamente, riteniamo conduca a un mondo più giusto ed equo. Si difendono i “nostri” e si attaccano “i loro”, e sopra questa elementare verità si edificano castelli retorici. I quali, ve lo dico in tutta franchezza, sono veramente uno spettacolo di penoso equilibrismo. 

Questo non ha nulla a che fare con la durezza che la lotta politica può prendere in determinati frangenti. Con il fatto che, concretamente, nel combattere l’oppressione ci si possa trovare in una situazione in cui commettere reati diventa un’opzione, o addirittura una necessità. La radicalità senza consapevolezza è solo una forma di idiozia, è un correre ciechi mentre si urlano parole nobili. Si travolgono le persone e si cade rovinosamente: è una traiettoria ineluttabile.

Per fare un esempio pratico: attivisti e militanti che compiono azioni di protesta radicale nel Regno Unito, come per esempio i blocchi ai furgoni del ministero dell’Interno, che né più né meno sequestrano poveri cristi per deportarli, si sottopongono a una formazione continua. Studiano quali leggi usare a proprio vantaggio, imparano come minimizzare i rischi per sé stessi e per gli altri. Imparano a gestire lo stress e la tensione di quelle forme di protesta, a non cadere nelle provocazioni. Questo perché la repressione politica ha un costo in termini di avvocati, prima di tutto, ma può attivarsi anche attraverso sanzioni sociali. E perché sanno che per portare avanti la loro lotta hanno bisogno dell’appoggio delle comunità attorno a loro, di allargare il cerchio della consapevolezza e della pressione politica esercitabile. 

C’è quindi una saggezza pratica, diciamo aristotelica, che non può permettersi l’ossessione erotica per l’idea platonica. Quelli che alcuni ipocriti liberali in Italia han paragonato ai “talebani”, e che a Bristol han buttato giù la statua di un trafficante di esseri umani, in tribunale sono stati assolti. E, sia chiaro, non è che avessero ragione perché han vinto in tribunale. Avevano ragione perché viviamo ancora in un mondo dove gli schiavisti prosperano alla luce del sole, e vengono giustificati o persino sostenuti dagli Stati, tra cui il nostro, mentre si perseguita chi si oppone a loro e li denuncia. Avevano ragione perché erano l’espressione di un movimento di protesta che non è nato certo in quel periodo, ma di cui ci si è occupati in Italia per alzare due spicci con facili polemiche a base di monumenti, Cristoforo Colombo, e di “e allora buttiamo giù anche il Colosseo?”.

Non conosco di persona Donatella Di Cesare, ma sul piano morale, politico, intellettuale e filosofico per me non ha alcun valore in positivo, a partire dal febbraio 2022. Prima lo aveva: da lì in poi no. Non può averlo chi su fatti come la Strage di Mariupol, chi di fronte alla tragedia su larga scala di un’invasione imperialista con i tratti del genocidio e dell’assimilazione culturale, di fronte a un copione che abbiamo già visto, su scala più piccola, con altri ex paesi del blocco sovietico, ha sempre tenuto posizioni ignobili. Da simili intellettuali non c’è nulla da imparare; simili apocalittici, perfettamente integrati nel sistema mediatico italiano, così come nell’editoria, campano e mangiano, fan campare e dan da mangiare. Non c’è neanche da opporsi o contestare, casomai c’è da passare oltre. 

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Non mi stupisce quindi che Di Cesare sia ora sotto tiro per il tweet sulla morte di Barbara Balzerani, ex brigatista. Che sia scivolata mani e piedi sull’uso pubblico di parole come "rivoluzione" e "compagna" non è nemmeno qualcosa che dovrebbe aprire una riflessione. È semplicemente la conferma di un numero legato alla credibilità: zero, per l’appunto. Del senso di responsabilità dietro un tweet che chiama in causa una stagione politica durissima, cancellato nella speranza che non si sia notato troppo. Se avessi sotto mano uno studente universitario di 20 anni o giù di lì, anche solo un me stesso più giovane, gli direi: guarda, lascia perdere, ti capisco, eh, magari un libro buono l’ha scritto, ma per carità lascia perdere e leggiti questo libro, e quest’altro, seguiti lui, seguiti quest’altra.

Non sto nemmeno a partecipare a eventuali difese d’ufficio o tribunali che si scatenano in questi casi, poiché sappiamo che gli accademici in vista hanno il loro peso e le loro reti di influenze, e quindi anche nemici e avversari. E perché ci sono delle persone che hanno un lutto da elaborare, e andare addosso alle lapidi con le parole è un rischio che vorrei evitare. Perciò mi dichiaro obiettore di fronte al vostro bisogno di arruolamento continuo per guerre ideologiche che hanno il peso specifico di beghe da condominio, o alle stronzate sull’università “woke”, o alle varianti di sinistra di “E allora…?”. 

Ma tuttavia una linea credo fosse giusto tirarla, e se è venuta fuori storta o ha preso troppo spazio chiedo scusa.

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