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“I paesi europei devono porre fine alla repressione e alla criminalizzazione delle proteste pacifiche per il clima”

7 Marzo 2024 13 min lettura

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“I paesi europei devono porre fine alla repressione e alla criminalizzazione delle proteste pacifiche per il clima”

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

I paesi europei devono porre fine alla repressione e alla criminalizzazione delle proteste pacifiche per il clima e agire con urgenza per ridurre le emissioni in linea con l'accordo di Parigi del 2015 per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, ha dichiarato il relatore speciale delle Nazioni Unite sui difensori dell'ambiente, Michel Forst.

Al termine di un'indagine durata un anno, che ha compreso la raccolta di prove da diversi paesi europei, Forst ha dichiarato che la repressione subita dagli attivisti ambientali pacifici nel mondo rappresenta una grave minaccia per la democrazia e i diritti umani. Tutti gli Stati coinvolti dall’indagine dell’esperto ONU sui difensori dell’ambiente hanno aderito alla Convenzione di Aarhus, secondo la quale la protesta ambientale pacifica è un esercizio legittimo del diritto del pubblico a partecipare ai processi decisionali e che coloro che vi partecipano devono essere protetti. E invece la risposta alle proteste ambientali pacifiche è stata la repressione piuttosto che la protezione.

Il ruolo di Forst è stato istituito nel 2022 ai sensi di quanto previsto dalla Convenzione di Aarhus, un quadro internazionale giuridicamente vincolante per i paesi che l'hanno sottoscritta, la maggior parte dei quali, ma non tutti, sono in Europa. La Convenzione, ratificata nel 2001, protegge il diritto alla protesta ambientale pacifica e proibisce la persecuzione, la penalizzazione o le molestie nei confronti di qualsiasi membro del pubblico che cerchi di proteggere il proprio diritto a vivere in un ambiente sano. 

“L’indagine di Forst è di grande importanza considerato il contesto globale di violenza nei confronti degli attivisti ambientali che vengono uccisi a un ritmo di circa due o quattro persone a settimana”, ha commentato a Inside Climate News Sébastien Duyck, avvocato senior del Center for International Environmental Law. Secondo Global Witness, 177 attivisti ambientali sono stati uccisi nel mondo nel 2022 e 200 nel 2021. 

“L'emergenza ambientale che stiamo affrontando collettivamente e che gli scienziati hanno documentato per decenni non può essere affrontata se coloro che lanciano l'allarme e chiedono di agire vengono criminalizzati per questo”, spiega Forst. “L'unica risposta legittima all'attivismo ambientale pacifico e alla disobbedienza civile a questo punto è che le autorità, i media e il pubblico si rendano conto di quanto sia essenziale per tutti noi ascoltare ciò che i difensori dell'ambiente hanno da dire”.

Gli Stati dovrebbero ridurre urgentemente le emissioni per rispettare l'Accordo di Parigi, agire per ripristinare il 30% di tutti gli ecosistemi degradati entro il 2030 e lavorare per ridurre sostanzialmente i decessi e le malattie causate dall'inquinamento atmosferico.

“Ad oggi, i governi continuano a prendere decisioni che contraddicono direttamente le raccomandazioni chiare e urgenti degli scienziati del clima”, ha aggiunto Forst, e questo porterà a un aumento delle proteste.

È molto preoccupante, ha proseguito il relatore ONU, che nell’EU Terrorism Situation & Trend Report (TE-SAT) del 2023, l’attivismo ambientale sia stato classificato alla voce “estremismo” e che essere preoccupati per il cambiamento climatico sia considerato un punto di vista estremista. 

In Spagna, il rapporto 2022 dell'ufficio del pubblico ministero ha classificato Extinction Rebellion come “terrorismo internazionale”. Le nuove leggi in molti paesi, come il Police, Crime, Sentencing and Courts Act del 2022 e il Public Order Act del 2023 del Regno Unito, la cosiddetta legge sugli “eco-vandali” in Italia e la legge tedesca che vieta qualsiasi forma di protesta pacifica, compresi i sit-in, sono tutte repressive nei confronti dei manifestanti pacifici. 

“Classificando l'attivismo ambientale come una potenziale minaccia terroristica, limitando la libertà di espressione e criminalizzando alcune forme di protesta, queste nuove leggi contribuiscono a restringere lo spazio civico e minacciano seriamente la vitalità delle società democratiche”, spiega Forst.

Nel Regno Unito, ai difensori dell'ambiente è stato negato il diritto di parlare con le giurie e sono stati sottoposti a dure condizioni di custodia cautelare, tra cui il coprifuoco, il monitoraggio elettronico, la localizzazione GPS e le cauzioni pluriennali. Forst ha inoltre espresso preoccupazione per l'uso di ingiunzioni civili per vietare preventivamente le proteste e ha condannato la derisione dei difensori dell'ambiente da parte di media e personalità politiche: “Nel corso della mia visita, ho potuto constatare di persona che questo è esattamente ciò che sta accadendo nel Regno Unito in questo momento. Questo ha un effetto raggelante sulla società civile e sull'esercizio delle libertà fondamentali”.

In Portogallo, manifestanti pacifici sono stati arrestati e detenuti dalla polizia per “disturbo del traffico” dopo aver preso parte a una protesta legale, il cui itinerario era stato notificato in anticipo alle autorità. In Francia, le persone che hanno cercato di unirsi a una manifestazione autorizzata sono state sottoposte a controlli d'identità generalizzati, perquisizione dei veicoli e confisca di oggetti personali da parte della polizia. 

In Italia è notizia di questi giorni la condanna di tre attivisti di Ultima Generazione che più di un anno fa imbrattarono con della vernice lavabile la facciata di Palazzo Madama, a Roma. I tre sono stati condannati a 8 mesi con l’accusa di danneggiamento aggravato e al pagamento di una provvisionale di 60mila euro in favore delle parti civili costituite: l'avvocatura dello Stato, la rappresentanza del Senato e del ministero della Cultura, e il Comune di Roma. I danni che causò il blitz, secondo i periti, vennero quantificati intorno ai 40 mila euro mentre l’avvocato difensore ha fatto notare al giudice, che i costi sostenuti per la rimozione della vernice e per la ripulitura non hanno superato i 1.400 euro. L’aggravante, introdotta con il secondo decreto sicurezza approvato nel 2019 dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, è stata applicata nonostante le mura dell’edificio fossero tornate pulite nel giro di poche ore.

È questo l’effetto del disegno di legge contro gli “eco-vandali”, approvato in via definitiva dalla Camera il 24 gennaio 2024, proposto dal ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, per punire con pene più severe danneggiamento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali e paesaggistici. La legge appena approvata prevede, in aggiunta alle sanzioni penali, un’autonoma sanzione amministrativa irrogata dal prefetto per una somma tra i 20mila e i 60mila euro. Poco più di un anno fa, a fine 2022, era già stato convertito in legge il cosiddetto decreto “anti-rave”. E prima ancora c’erano stati i decreti sicurezza di Salvini, che oltre ad aver aggravato il reato di danneggiamento, hanno reintrodotto il reato di blocco stradale. Nel frattempo i trattori potevano percorrere le vie del centro storico di Roma scortati dalle forze dell’ordine tra i saluti dei turisti.

Forst ha inoltre documentato l’utilizzo di misure di solito adottate contro la criminalità organizzata. Tra queste, i raid mattutini delle unità antiterrorismo e l'uso di polizia sotto copertura per infiltrarsi nei gruppi.

Più che reprimere, ha concluso l’esperto ONU, gli Stati dovrebbero affrontare le cause alla radice della mobilitazione ambientale, ovvero la triplice crisi ambientale dell'inquinamento, della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico.

L’UE approva la legge per il ripristino degli ecosistemi marini e terrestri nonostante le proteste degli agricoltori. Cosa significa per la biodiversità?

Nonostante le continue proteste degli agricoltori, la scorsa settimana l'Unione Europea ha approvato una legge importante per ripristinare il 20% degli ecosistemi terrestri e marini entro il 2030. Per entrare in vigore dovrà ora essere approvata dagli Stati membri, di solito una semplice formalità.

Il Parlamento Europeo ha adottato la legge con 329 voti a favore, 275 contrari e 24 astensioni, nonostante l’opposizione dell'ultim'ora del Partito Popolare Europeo, in seguito proprio alle proteste degli agricoltori per le politiche verdi dell’UE, le pressioni sui prezzi e la concorrenza delle importazioni dai paesi terzi. Mentre si svolgeva il voto, gli agricoltori hanno “bloccato” il quartiere europeo di Bruxelles. 

Il provvedimento punta a invertire il declino degli habitat naturali europei - l'81% dei quali è in un cattivo stato – anche se è stato fortemente ridimensionato rispetto alla versione iniziale. Da quando è stata proposta nel 2022, gli europarlamentari di centro-destra hanno tentato più volte di affossare la legge e alla fine sono riusciti a indebolire alcune parti, come l'obiettivo di introdurre più alberi, stagni e altri aspetti che favoriscono il ripristino della biodiversità nei terreni agricoli.

All’inizio di febbraio, la Commissione Europea ha ritirato una proposta di legge per la riduzione dei pesticidi e ha rinviato l'obbligo per gli agricoltori di destinare più terreni alla natura. 

In base agli impegni internazionali assunti nell'ambito dell'accordo quadro globale per la diversità (GBF) di Kunming-Montreal, ci si è dati l’obiettivo di “fermare e invertire” la perdita di biodiversità entro il 2030, conservando il 30% delle terre emerse e il 30% degli oceani. Come detto, la legge adottata dall’UE punta a ripristinare un quinto (20%) degli ecosistemi marini e terrestri. 

Secondo un rapporto del 2020 dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), circa l'80% degli habitat nell'UE ha uno stato di conservazione “cattivo” o “scarso” e solo il 15% è in “buone” condizioni. Più della metà delle torbiere - tra cui torbiere, paludi e acquitrini - e metà degli habitat dunali sono in cattive condizioni. Gli habitat costieri hanno l'area più piccola rimasta in buone condizioni. 

Didascalia grafico: il grafico  mostra la percentuale di habitat in buone (verde), sconosciute (grigio), scarse (giallo) e cattive (rosso) condizioni.

Da questa mappa, contenuta nel rapporto dell’AEA, è possibile osservare lo stato i conservazione degli habitat dell’UE. 

Le regioni in rosso hanno uno stato di conservazione "cattivo", quelle in giallo sono classificate come "scarso" e le aree verdi hanno uno stato di conservazione "buono".

A causa del degrado degli habitat, molte specie nell’UE sono in declino. Come gli impollinatori, fondamentali per la produzione alimentare: una specie di api e farfalle su tre è in declino. Il Consiglio sottolinea che sebbene cinque miliardi di euro della produzione agricola annuale dell'UE “possano essere direttamente attribuiti” a queste specie, circa la metà delle aree in cui vengono coltivate colture che dipendono dagli impollinatori “non offrono condizioni adeguate per gli impollinatori”. Per questo è fondamentale investire (e non affossare) nel ripristino degli habitat naturali.

“C'è molto lavoro da fare: è molto importante proteggere la natura... ma non basta”, ha commentato a Carbon Brief Sabien Leeman, Senior Biodiversity Policy Officer al WWF Europa.

Ecosistemi più sani garantirebbero benefici più ampi, tra cui una maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti climatici, una riduzione dell'impatto dei fenomeni meteorologici estremi e un contributo alla mitigazione delle emissioni di gas serra. 

Secondo uno studio di valutazione d'impatto pubblicato dalla Commissione all'inizio di quest'anno, i benefici economici derivanti dal ripristino di diversi ecosistemi dell'UE - tra cui torbiere, foreste e laghi - entro il 2050 sfiorano i 2mila miliardi di euro, a fronte di un costo stimato di 154 miliardi di euro per queste azioni. “I benefici in termini di mitigazione del clima superano da soli il costo delle azioni di ripristino necessarie”, aggiunge il rapporto.

Il riciclo della plastica non è una soluzione a lungo termine e le industrie petrolchimiche lo sapevano

Per 40 anni, le aziende produttrici di plastica e petrolchimiche hanno cercato di convincere il pubblico che la plastica può essere riciclata. Ma da altrettanto tempo sanno che il riciclo della plastica non è una soluzione realistica per ridurre l’inquinamento.

È quanto emerge da un rapporto pubblicato la scorsa settimana dall'organizzazione no-profit Center for Climate Integrity (CCI) che ha dimostrato come, attraverso una “campagna decennale di frodi e inganni”, Big Oil e l’industria della plastica hanno promosso il riciclo come soluzione per la crisi dell'inquinamento da plastica nonostante sapessero fin dagli anni '80 che “non poteva essere considerata una soluzione permanente per i rifiuti solidi" e che la plastica riciclata non sarebbe mai stata in grado di competere economicamente con il materiale vergine. 

I documenti finiti in mano al CCI suggeriscono che le industrie plastiche e petrolchimiche vedevano il riciclaggio come poco più di un modo per domare l'indignazione pubblica e scongiurare leggi contro l’utilizzo della plastica più stringenti. Davis Allen, ricercatore investigativo del CCI e autore principale del rapporto, ha dichiarato che molti dei documenti provengono da un ex dipendente dell'American Plastics Council. Altri provengono da database di documenti dell'industria della plastica gestiti dalla Columbia University, dalla New York University e dalla University of California, San Francisco.

Un documento scoperto da CCI - un rapporto del 1986 del gruppo commerciale dell'industria della plastica, il Vinyl Institute - rilevava che “i requisiti di purezza e qualità richiesti per molte applicazioni precludono l'uso di materiale riciclato”. In definitiva, il rapporto concludeva che il riciclo “non fa altro che allungare i tempi di smaltimento di un articolo”.

In risposta alla richiesta di commento di Grist, il Vinyl Institute non ha risposto nel merito dei contenuti del rapporto del CCI, ma si è limitato a dire di essere “impegnato ad aumentare” la quantità di cloruro di polivinile - un tipo di plastica - che viene riciclata ogni anno. Eastman Chemical e Exxon Mobil non hanno risposto alle richieste di commento di Grist.

La California non darà nuove licenze di benzina e gas

Negli ultimi anni, la California ha assistito a incendi catastrofici, all'inquinamento provocato dai gas di scarico e all’oscillazione violenta tra periodi di siccità e improvvise piogge abbondanti, il tutto favorito dai cambiamenti climatici. Le città delle contee di Sonoma e Napa, nella California settentironale, hanno dichiarato l'“emergenza climatica”. La pressione degli attivisti ha spinto le città delle due contee a vietare la costruzione di nuove stazioni di servizio di benzina e gas. La California prevede di eliminare gradualmente le vendite di auto a gas entro il 2035 e di azzerare le emissioni di carbonio entro il 2045. 

Il movimento per vietare nuove stazioni di servizio è nato nel 2021, quando Petaluma, in California, nella contea di Sonoma, è diventata la prima città degli Stati Uniti a vietare nuove stazioni di servizio. Da lì, i divieti si sono diffusi in tutte le contee di Sonoma e Napa. L'idea è stata proposta anche a Los Angeles e Sacramento, a Eugene, in Oregon, e a nord fino a Kelowna, in Canada.

Gli attivisti si oppongono alle stazioni di servizio non solo per ridurre le emissioni di gas climalteranti ma anche per dei rischi di inquinamento connessi. Sotto ogni stazione di servizio si trovano serbatoi sotterranei che immagazzinano migliaia di litri di benzina e gasolio. Questi serbatoi sono fonte di vapori tossici che vengono espulsi in superficie attraverso tubature. E potrebbero esserci perdite che potrebbero inquinare il suolo e le acque sotterranee circostanti con una serie di contaminanti. 

L’industria petrolifera sta ovviamente prendendo le contromisure. Le stazioni di servizio sono cruciali: sono la fine di una lunga catena di approvvigionamento che inizia nei campi petroliferi e termina con il rifornimento dei veicoli. “Stiamo prestando attenzione in tutto lo Stato dove vengono proposti questi tipi di divieti”, ha dichiarato a Grist Kevin Slagle, portavoce della Western States Petroleum Association. Per Slagle si tratta di “un mix di divieti simbolici e divieti che limiterebbero realmente le forniture di carburante nella comunità”.

La limitazione dell'offerta di stazioni di servizio comporterebbe un aumento dei costi per i consumatori, prosegue Slagle. A sostegno di queste affermazioni, il portavoce del gruppo commerciale ha citato uno studio dell'Università della California, Berkeley, non ancora sottoposto a revisione paritaria, in cui gli economisti hanno studiato più di 1.000 stazioni di servizio in Messico e hanno scoperto che l'aggiunta di stazioni di servizio nelle vicinanze ha portato a prezzi della benzina leggermente inferiori. Lo stesso studio di Berkeley è citato anche nel testo di una proposta di legge presentata a fine gennaio da Aisha Wahab, senatrice democratica che rappresenta il distretto a est della Bay Area. Il disegno di legge, nella sua versione attuale, chiede alla Commissione per l'energia della California di condurre uno studio sulle stazioni di servizio e sulle infrastrutture di rifornimento alternative, come i caricabatterie per i veicoli elettrici. Se promulgato, bloccherebbe le amministrazioni locali dall'imporre divieti a partire dal gennaio 2025 e fino al completamento dello studio, potenzialmente fino all’1 gennaio 2027.

La reazione dell’industria petrolifera e la diffusione dei divieti in altre città significa che “abbiamo fatto centro”, ha commentato Jim Wilson, attivista climatico di lunga data per il clima della contea di Napa. “Forse abbiamo fatto scuola”.

Taranto, posizionata nel Mar Grande la sonda Calliope per monitorare l’ecosistema marino

È stata posizionata nel Mar Grande (Golfo di Taranto) la boa sonda multi-sensore che monitora l’ecosistema marino, frutto del progetto Calliope, sviluppato dalla Casa delle Tecnologie Emergenti di Taranto. 

La boa sonda acquisirà dati in mare aperto per identificare i rischi ambientali e valutare l’impatto dell’attività antropica sulla biodiversità. I dati e le informazioni raccolte saranno messi a disposizione della comunità scientifica e del territorio attraverso una piattaforma web ad accesso libero. 

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“Per un anno – spiega Carmelo Fanizza, fondatore e presidente della Jonian Dolphin Conservation che, insieme a Tilebytes, partecipa al progetto Calliope – la boa sonda raccoglierà una serie di dati in continuo che, analizzati ed elaborati dai nostri tecnici, consentiranno di sviluppare dei modelli dinamici sulle condizioni dell’ecosistema marino. Questo sistema, inoltre, ci consentirà di identificare in tempo reale possibili alert per l’ambiente marino e probabili minacce”. 

L’obiettivo del progetto Calliope, finanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, è acquisire più dati possibili per comprendere le interazioni tra l’ambiente (e il suo sfruttamento), la salute degli esseri umani e animali, e valutare gli impatti dell’azione umana sugli ecosistemi. 

Immagine in anteprima: frame video Sky News via YouTube

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