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L’omofobia nel calcio

21 Gennaio 2022 9 min lettura

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L’omofobia nel calcio

9 min lettura

di Valerio Moggia

“Non ci sono parole per dire quanto io sia deluso. Non mi scuserò mai per il modo in cui vivo e per chi sono fuori dal calcio”. Queste sono le più recenti e purtroppo meno note parole di Josh Cavallo, 22enne difensore dell’Adelaide City, che sabato 8 gennaio ha ricevuto insulti omofobi da alcuni tifosi durante la partita contro il Melbourne Victory. Meno note, perché Cavallo è divenuto celebre a livello globale a ottobre 2021, quando ha pubblicamente rivelato di essere gay. Una cosa che, nel calcio maschile, è più unica che rara.

“È impossibile essere apertamente gay nel calcio – denunciava nel 2018 Héctor Bellerín, terzino spagnolo dell’Arsenal – Il problema è che la gente ha un’idea ben precisa di come deve essere un calciatore, di come si deve comportare, di cosa deve parlare”. Bellerín, durante il suo periodo in Inghilterra, è divenuto noto tra i tifosi avversari con il nomignolo di lesbian. Capelli lunghi, pettinature stravaganti, un gusto ricercato nel vestire, nessun problema a parlare di politica e delle sue idee di sinistra; che sia eterosessuale è sempre stato un dettaglio trascurabile. Se questa vicenda vi sembra assurda, dovreste leggere la storia di Graeme Le Saux, difensore inglese degli anni Novanta, la cui carriera è stata gravata da ripetuti insulti omofobi ricevuti da tifosi e giocatori avversari dopo che nel settore di era diffusa la voce (falsa) che fosse gay. Ad alimentarla, il fatto che Le Saux avesse molta cura nel vestirsi e nel pettinarsi, e che andasse spesso agli allenamenti con una copia del The Guardian. “Sentii una sensazione di grande sollievo quando mi ritirai” ha ricordato nella sua autobiografia Left field: A footballer apart.

Il calcio inglese in particolare ha una ben radicata storia di omofobia, ma le cose non vanno meglio in altre parti d'Europa, e la sensazione che nel calcio sia molto difficile essere pubblicamente gay è largamente diffusa. Circa un anno fa l’ex-nazionale tedesco Philipp Lahm diceva che, se un collega gli avesse chiesto se fosse il caso di fare coming out, gli avrebbe consigliato di non farlo: “Non potrebbe contare sulla stessa maturità nei suoi avversari o sui campi, dovrebbe sopportare insulti e diffamazioni. Ancora manca la capacità di accettare, nel mondo del calcio e nella società in generale”. “Se da calciatore dici che sei gay, sei morto – ha detto nei giorni scorsi a Le Parisien Patrice Evra, ex-nazionale francese e giocatore di Manchester United e Juventus - Ricordo che una volta venne una persona a parlare di omosessualità alla squadra: certi colleghi dissero che l'omosessualità era contro la loro religione, e che se c'era un gay in spogliatoio bisognava cacciarlo dal club”.

Breve storia dell’omofobia nel calcio

Quelli citati fin qui sono solo alcuni episodi che contribuiscono a tratteggiare l’atteggiamento omofobo nel mondo del pallone. Provare a raccontare una storia di questo fenomeno è quasi impossibile, principalmente per il fatto che l’omosessualità nel calcio è sempre stata un tale tabù di cui a lungo non si è proprio potuto parlare. Solo negli ultimi decenni sono iniziati a emergere casi di giocatori (o meglio, ex-giocatori, ormai ritiratisi) gay, mentre andando più indietro nel tempo ci si imbatte in voci e illazioni in cui il confine tra la verità e il dileggio è estremamente labile.

Tuttavia, ci sono casi che bisogna conoscere. Il più noto è senza dubbio quello di Justin Fashanu: attaccante inglese di origini nigeriane, nel 1981 approdò a soli 20 anni al Nottingham Forest, all’epoca una delle squadre più forti al mondo, ed era considerato un’ottima promessa. Ma faticò ad ambientarsi, le sue prestazioni non furono convincenti, e iniziarono a diffondersi voci che frequentasse locali gay: iniziò a essere emarginato, ricevendo insulti omofobi perfino dal suo allenatore, Brian Clough. È un dettaglio che chiarisce bene la trasversalità politica del fenomeno, soprattutto nel Regno Unito: Clough è considerato un allenatore leggendario (al punto che gli è stato dedicato un film, Il maledetto United, nel 2009) e un simbolo del Labour Party. Allo stesso modo, uno dei più celebri insulti rivolti a Le Saux sarebbe arrivato dalla punta del Liverpool Robbie Fowler, noto per essere anche lui molto schierato a sinistra.

Alla fine, a nemmeno 30 anni Fashanu era ai margini del calcio. Nel 1990 rivelò al The Sun la propria omosessualità, e fu il colpo di grazia alla carriera, che poté proseguire solo in club di basso livello inglesi o in Nord America, fino al ritiro ufficiale nel 1997. Un anno dopo, un diciassettenne statunitense lo accusò di abusi sessuali, e Fashanu s’impiccò.

Ma ovunque si guardi, si possono trovare storie che, pur non della stessa drammaticità, raccontano lo stesso pregiudizio e la stessa emarginazione. Come ad esempio quella di Carlo Carcano, splendidamente raccontata su L’Ultimo Uomo da Giuseppe Pastore: nei primi anni Trenta, Carcano era l’allenatore della Juventus, dominatrice assoluta del campionato italiano, ed era considerato uno dei tecnici più influenti d’Europa. Poi, improvvisamente, nel 1934 venne licenziato senza nemmeno troppo clamore e dopo quattro scudetti consecutivi vinti; finì a fare prima l’allenatore in seconda al Genoa, e poi per sei anni scomparve dal giro, prima di tornare a guidare la Sanremese in Serie C. Dopo qualche altra breve apparizione in panchina, nel 1953 la sua carriera si concluse definitivamente. Solo anni dopo, con Carcano ormai morto, iniziò a emergere che il suo allontanamento dalla Juventus era stato dovuto a uno scandalo omosessuale all’interno della società bianconera.

La storia dell’omosessualità nel calcio non va molto oltre queste poche vicende. Quando si parla di calciatori gay, si parla di persone che hanno fatto coming out solo a carriera finita, come Thomas Hitzlsperger, ex-centrocampista tedesco di Stoccarda e Lazio, che per parlare dell’argomento ha atteso il 2014, un anno dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. “Essere omosessuali in Inghilterra, Germania o Italia non è un problema, nemmeno negli spogliatoi. La questione, nel calcio, è per lo più ignorata”, ha detto. Ma c’è anche chi non ha affrontato la propria omosessualità con la stessa tranquillità, come il brasiliano Douglas Braga: se non avete mai sentito parlare di lui, è perché si è ritirato a soli 21 anni per paura di non riuscire a gestire la pressione di essere un calciatore gay. “Era una scelta tra l’essere sé stessi e l’essere calciatori”, ha detto nel 2019 alla BBC.

Gli altri giocatori omosessuali di cui si ha notizia presentano un background simile a quello di Josh Cavallo: atleti poco noti, impegnati in campionati di secondo piano al di fuori dell’Europa e del Sudamerica. Robbie Rogers, per esempio: centrocampista statunitense, ha fatto coming out nel 2013, a nemmeno 26 anni, subito annunciando il suo ritiro dall’attività. Dopo aver ricevuto un vasto supporto dallo sport americano, pochi mesi dopo è tornato a giocare nei Los Angeles Galaxy, anche se il motivo per cui è più famoso è probabilmente la sua relazione con Greg Berlanti, noto sceneggiatore televisivo (è l’uomo dietro a tutte le serie sui supereroi DC Comics, come Arrow e Supergirl), sposato nel 2017 e con cui ha avuto due figli.

Non è uno sport per signorine

Se è difficile scrivere una storia dell’omofobia nel calcio, è più facile analizzarne le radici. Bisogna innanzitutto avere presente come è nato e si è affermato questo sport, un tema già affrontato parlando del problema della cultura dello stupro nel football. Il calcio nasce nella seconda metà dell’Ottocento nel Regno Unito, all’interno delle public school, cioè scuole private conservatrici ed esclusivamente maschili, e in un contesto sociale in cui è particolarmente in voga l’ideologia della Muscular Christianity, che mescola assieme religione, patriottismo e un forte ideale di mascolinità e cameratismo. La diffusione di questo sport tra le masse, inoltre, avviene come reazione a un aumento dello spazio sociale delle donne, che iniziano ad appropriarsi sempre più spesso di ambiti prima esclusivamente maschili.

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Nell’Europa di fine Ottocento e inizio Novecento, così come in Sudamerica, il calcio si afferma come sport identitario del gruppo sociale dominante, ossia i maschi bianchi eterosessuali, e questo porta a una esclusione dalla pratica delle donne, dei non-bianchi e, ovviamente, degli omosessuali. Quest’ultimo aspetto era meno evidente all’epoca, principalmente perché era impossibile essere apertamente gay in qualsiasi ambito della società, non solo sul rettangolo verde, ma è finito per diventare centrale nel corso dei decenni. Man mano che l’accettazione degli omosessuali ha iniziato a diffondersi, il calcio ha continuato a difendere la propria identità maschile ed eterosessuale (su quella bianca, le barriere hanno iniziato a cedere presto, anche se non completamente), ma questo fenomeno ha riguardato unicamente quelle aree in cui il calcio si era affermato come sport identitario del gruppo dominante. Laddove questo privilegio è andato ad altre discipline (Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda), il football si è aperto più facilmente alla diversità: non è un caso che siano questi i paesi con la più lunga tradizione di pratica femminile, oltre che quelli dove si trova il maggior numero di calciatori gay dichiarati.

Ciò non significa che in queste regioni del mondo sia più facile per un atleta essere gay, solo che l’identificazione sportivo-eterosessuale non è focalizzata sul calcio ma su altre discipline. Il calcio è infatti stato a lungo visto, in questi casi, come l’esatto opposto: uno sport per donne ed effemminati. Questa è la denuncia che faceva già nel 2002 Johnny Warren, capitano della prima storica Nazionale di calcio australiana a qualificarsi ai Mondiali (quelli del 1974), nel suo libro autobiografico Sheilas, wogs and poofters, che fin dal titolo riporta gli stereotipi che nel suo paese venivano tradizionalmente riferiti ai calciatori. Tutto l’opposto di quello che, qui da noi, diceva nel 1909 il mediano della Pro Vercelli Guido Ara, quando sosteneva che il suo non era “uno sport per signorine”. Nel 2019, Stefano Fonsato sosteneva su La Stampa che le parole di Ara non fossero sessiste, in quanto non riferite alle donne ma agli avversari della sua squadra, appartenenti a club dell’alta borghesia e accusati di non essere veri uomini perché non abituati al duro lavoro. Dovrebbe essere abbastanza evidente cosa sottintendeva, quindi, quella frase.

I tempi che cambiano

Se l’omofobia è ancora un problema nel calcio del 2022 e un giocatore non può sentirsi sicuro a fare coming out nel corso della propria carriera, non si può negare che le cose stiano però lentamente cambiando. Sempre più calciatori, negli ultimi anni, si sono lamentati di questo clima ostile ai gay, e sempre più spesso nascono tifoserie riservate agli esponenti della comunità LGBTQ+. Perfino in Brasile, dove nel 2007 un giudice stabilì che il calcio non è uno sport per omosessuali, la scorsa estate il Vasco da Gama ha preso ufficialmente posizione contro l’omofobia, primo club del paese a farlo.

Sempre nell’estate 2021, la Germania ha vinto una battaglia contro la UEFA per poter scendere in campo con una fascia da capitano arcobaleno contro l’Ungheria, la squadra di Viktor Orbán i cui ultras hanno passato gli Europei a esibire sugli spalti simboli nazisti, razzisti e omofobi. La partita è stata vinta dai tedeschi con gol di Leon Goretzka, che ha festeggiato facendo il gesto del cuore. “La mia speranza è che i giocatori facciano coming out anche durante la carriera – aveva detto in un’intervista, poche settimane prima – E sono convinto che i tifosi, nonostante tutte le profezie di sventura, affronterebbero il tema il maniera molto più naturale di quanto pensiamo”. Addirittura uno dei più noti calciatori ungheresi, il portiere Péter Gulácsi, quasi un anno fa si era schierato contro le leggi omofobe del governo di Budapest.

In tutto questo, l’Italia resta al caso di Carlo Carcano: di omosessualità nel mondo del pallone non si parla, altri episodi non si sono mai verificati, e anche su questo fronte ci si limita a guardare ciò che succede all’estero come se non ci riguardasse. L’ultimo “dibattito” sul tema è avvenuto tra il 2009 e il 2012: il ct della Nazionale Marcello Lippi disse di “non aver mai conosciuto” calciatori gay in 40 anni di carriera; il capitano azzurro Fabio Cannavaro si professò contrario ai matrimoni gay; e infine l’attaccante Antonio Cassano aggiunse “Speriamo che non ci siano, in Nazionale”.

Ma i tempi cambiano, fortunatamente. A quasi dieci anni da quelle frasi, nell’estate 2021 il centravanti dell’Italia e della Lazio Ciro Immobile ha risposto a Vanity Fair di essere assolutamente a favore del ddl Zan. La speranza, è che i maschi del pallone inizino a prendere esempio dalle colleghe donne, tra cui l’omosessualità è generalmente più accettata, al punto che al Chelsea possono giocare insieme due ragazze fidanzate, Pernille Harder e Magdalena Eriksson. E quindi è giusto chiudere citando la persona che, nel calcio italiano, è stata la più esplicita a parlare dell’omofobia, la giocatrice della Roma Elena Linari: “C'è gente che soffre e noi ci lamentiamo perché un figlio è omosessuale? Abbiamo sbagliato tutto. Quando si ha un figlio la cosa più importante è che sia felice. Se è felice con una relazione omosessuale, non vedo il problema”.

Immagine in anteprima: frame video YouTube DW Kick Off!

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