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Tra green pass e vaccinazioni, l’importanza della trasparenza e di norme ragionevoli

22 Gennaio 2022 12 min lettura

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Tra green pass e vaccinazioni, l’importanza della trasparenza e di norme ragionevoli

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di Fabio Avallone

Scrivere ancora di pandemia, Green Pass e vaccinazioni a due anni tondi dall’inizio di questa triste storia nella quale siamo tutti coinvolti rischia di essere quanto meno pleonastico. Vorrei però approfittare dello spazio che mi offre Valigia Blu per provare a mettere in piedi un ragionamento che, data la polarizzazione del dibattito alla quale assistiamo oramai quotidianamente, credo valga la pena di approfondire.

Parlo della strategia di contenimento del virus e delle sue conseguenze adottata dall’Italia, provando a mettere in risalto qualche aspetto quanto meno contraddittorio. Anche alla luce delle ultimissime restrizioni previste per chi non è in possesso del Green Pass. A scanso di equivoci, preciso che chi scrive è vaccinato con tre dosi, decisione presa senza alcuna remora e titubanza, nella convinzione che proprio la vaccinazione rappresenti lo strumento primario e più efficace di protezione dalla malattia, sia in assoluto che a maggior ragione nelle sue forme più gravi.

L’affermazione di cui sopra si basa sulle evidenze scientifiche e su quelle statistiche. Il grafico seguente mostra infatti l’incidenza dei non vaccinati e dei vaccinati per quanto riguarda i nuovi casi ogni 100.000 negli ultimi 6 mesi. I non vaccinati hanno oltre il doppio delle possibilità di contrarre il virus rispetto ai vaccinati.

nuovi casi ogni 100mila abitanti
Il grafico sopra e tutti i seguenti sono tratti dalle elaborazioni di lab24 sui dati disponibili su github, salvo ove diversamente indicato

Se analizziamo la possibilità di finire in terapia intensiva, invece, i non vaccinati hanno, purtroppo, una probabilità  ventiquattro volte maggiore rispetto ai vaccinati.Nuovi ingressi mensili in TI per milione

Riporto questi dati per spiegare perché sono fermamente convinto che sia stato giusto, anzi doveroso, puntare decisamente sulla campagna vaccinale per arginare le conseguenze devastanti della pandemia che due anni fa portarono alla clamorosa e senza precedenti decisione del Governo di chiudere d’imperio le scuole, gran parte delle attività produttive e di limitare la libertà di movimento dei propri cittadini.

Proprio l’efficacia dei vaccini e il successo della campagna vaccinale sono state citate più volte dal Presidente Draghi come motivo principale per il quale, a fronte dell’impennata di infezioni registrate nel mese di dicembre, sia stato deciso di tenere aperte le scuole, nonostante le perplessità, quando non la completa contrarietà, espressa da una parte del mondo della scuola e da alcuni rappresentanti delle regioni.

Leggi anche >> La diffusione di Omicron e l’obbligo vaccinale

Molti dei motivi per i quali la scelta del Governo di indurre, soprattutto attraverso il Green Pass, la popolazione a vaccinarsi e addirittura di obbligare a farlo alcune categorie professionali e alcune fasce di età sono illustrate qui e non ci torneremo su. Ci chiediamo, però se tutte le misure prese siano effettivamente proporzionate e idonee rispetto allo scopo che si vuole perseguire, se ci siano delle strade che non siano state percorse e se, infine, alcune delle misure adottate non abbiano uno scopo punitivo piuttosto che di prevenzione.

In origine era il Green Pass

Dopo l’iter, durato un paio di mesi, in seno all’Unione Europea, la Certificazione Verde Covid-19 è stata introdotta nel nostro ordinamento giuridico con il DPCM del 17 giugno 2021. Inizialmente, è bene ricordarlo, la funzione del Green Pass era esclusivamente quella di consentire gli spostamenti all’interno dell’Unione Europea, su treni, navi e aerei, ai soli cittadini vaccinati, guariti da non oltre 6 mesi o che avessero effettuato un test molecolare nelle ultime 72 ore o antigenico rapido nelle 48 ore precedenti.

Man mano, però, lo strumento è stato utilizzato, soprattutto (ma non solo) nel nostro paese,  per altre funzioni ed è cambiato anche nei requisiti necessari per ottenerlo. Attualmente sono in vigore tre forme di Green Pass:

  • Green Pass Base: ovvero quello originario sopra descritto;
  • Green Pass Rafforzato: ottenibile solo per vaccinazione o guarigione; 
  • Green Pass Booster: rilasciato dopo la somministrazione della dose di richiamo, successiva al completamento del ciclo vaccinale primario.

Una articolata tabella (aggiornata al 18 gennaio) riporta le attività per le quali, fino al 1° febbraio non è richiesto il possesso del Green Pass, quelle per le quali è sufficiente il Green Pass Base e quelle che invece abbisognano del Green Pass Rafforzato. La casistica cambia anche in base al “colore” della Regione. Il colore (bianco, giallo, arancione e rosso) dipende da tre parametri: l'incidenza dei nuovi contagi su 100mila abitanti, l'occupazione delle terapie intensive e l'occupazione in area medica.

mappa con aree (bianco, giallo, rosso, arancione
Il colore delle regioni italiane al 21.1.22

Scorrendo la tabella è difficile individuare un criterio preciso e univoco in base al quale sono state interdette o permesse alcune attività. Solo per citare alcune contraddittorietà: senza il Green Pass si può andare a scuola (di ogni ordine e grado), ma non all’Università; si può fare attività sportiva all’aperto, ma non consumare un caffè, sempre all’aperto; si può assistere a una cerimonia civile o religiosa, anche al chiuso, ma non si può partecipare alla eventuale festa che ne consegue, nemmeno se si svolge all’aperto e a prescindere dal numero di partecipanti. Con il Green Pass Base, invece, si può seguire un corso di studi universitario, ma non un corso di formazione (in zona arancione), né si può seguire un convegno all’aperto; si può andare in un centro commerciale, ma in zona arancione solo nei giorni feriali; non ci si può spostare utilizzando mezzi pubblici di linea, ma si può entrare nei negozi che offrono servizi alla persona; non si può accedere agli impianti sciistici di risalita, compresi quelli all’aperto e in solitaria come gli skilift, ma si può andare a mangiare a mensa con i colleghi.

Dal 1° febbraio, invece, (è notizia di queste ore) le restrizioni per i non vaccinati aumenteranno ulteriormente. In attesa che il DPCM (ancora un provvedimento di natura amministrativa, sulla cui legittimità si è già espressa la Corte Costituzionale) venga firmato e reso pubblico, le prime notizie parlano della necessità del certificato verde (non è ancora chiaro dove basterà quello base e dove servirà quello rafforzato) per accedere in tutti gli esercizi pubblici, eccetto che nei supermercati, nei negozi di alimentari, negli ospedali, in farmacia, in tribunale e negli uffici delle forze dell’ordine. Un virgolettato attribuito al Presidente del Consiglio, infatti, dice che “Nell'attuale contesto emergenziale" le uniche attività esentate possono essere "solamente quelle di carattere alimentare e prima necessità, sanitario, veterinario, di giustizia e di sicurezza personale”. Pare siano stati disposti anche controlli a campione per garantire il rispetto delle nuove limitazioni. Senza sapere se quanto anticipato sarà confermato o no, c'è comunque un carico di preoccupazione e angoscia che inevitabilmente è diffuso da queste anticipazioni.

Viene spontaneo chiedersi quale sia la ratio che ha guidato il legislatore nella individuazione delle varie attività. Sin dall’inizio della pandemia, infatti, gli studi sulla trasmissione del virus hanno evidenziato come questa avvenga quasi esclusivamente al chiuso. In questa ricognizione degli studi effettuati sui contagi, viene evidenziato come “il rischio di trasmissione di SARS-CoV-2 è molto più basso all'esterno che all'interno. La percentuale di infezioni che si verificano all'aperto è probabilmente molto inferiore al 10%; e alcuni degli studi esaminati suggeriscono che è probabilmente inferiore all'1%.

Pochi giorni fa il Tribunale Amministrativo di Parigi ha sospeso il provvedimento prefettizio che imponeva l’utilizzo delle mascherine all’aperto ritenendolo "un’offesa eccessiva, sproporzionata e non appropriata alla libertà individuale". Lo dimostra anche l’andamento del contagio in regioni limitrofe come il Lazio e la Campania, la seconda delle quali ha mantenuto da sempre l’obbligo dell’utilizzo delle mascherine all’aperto, cosa che non è avvenuta nella prima. 

Come si vede, l’andamento dei contagi a partire dall’aprile 2021 tra le due regioni è assolutamente identico: Confronto contagi Lazio-Campania

Ciò per dire che una delle certezze che si è andata rafforzando in questi due anni di pandemia è che il virus si diffonde prevalentemente (se non quasi esclusivamente) in ambienti chiusi e non ventilati

Ma allora perché vietare a chi non è in possesso del Green Pass rafforzato la possibilità di consumare un caffè all’aperto? E in considerazione del fatto che anche i vaccinati possono, seppur in misura minore, contrarre e trasmettere il virus, non sarebbe stato più logico introdurre delle misure volte a ridurre la presenza in contemporanea di un certo numero di persone negli esercizi pubblici, invece di interdirne l’accesso ai non vaccinati?

Il sospetto, anche alla luce delle ultimissime novità, è che dietro l’individuazione delle attività per svolgere le quali è necessario aver completato il ciclo vaccinale vi sia più una logica punitiva che l’effettiva prevenzione del contagio. Finora, e non in relazione alle decisioni di queste settimane, l’unica voce politica a criticare questo approccio è stata quella di Maurizio Landini e con esclusivo riferimento ai lavoratori.

Che il Green Pass abbia perso quella vocazione di “spinta gentile” alla vaccinazione, come l’ha definita Filippo Barbera qualche mese fa, per assurgere a strumento per infliggere penitenza a chi ha scelto (senza essere obbligato dalla legge) di non vaccinarsi.  A Napoli, per esempio, i controlli sul possesso del Green Pass vengono effettuati all’uscita delle metropolitane, il che è perfettamente logico se si vuole cogliere in flagranza un cittadino che non osservi le regole al fine di multarlo, ma è totalmente illogico se si vuole proteggere gli altri passeggeri dal contagio. In Austria, per dire, si discute se non sia il caso piuttosto di incentivare, con una somma di denaro, la popolazione ancora recalcitrante. 

Per fugare ogni dubbio e, aggiungiamo, anche per togliere armi a chi è arrivato a paragonare il Green Pass ai lasciapassare in uso in Unione Sovietica, forse sarebbe il caso di fornire i dati a supporto delle singole misure adottate. Valga da esempio la vicenda relativa alla decisione della Regione Campania, poi annullata dal TAR, di ritardare di alcune settimane il rientro a scuola degli alunni al termine delle vacanze di Natale.

Leggi anche >> Vaccini e green pass: critica alle tesi del filosofo Agamben

A prescindere dalla posizione che ognuno di noi voglia assumere sull’opportunità o meno di un provvedimento del genere, le motivazioni addotte dal TAR Campania nell’annullare il procedimento costituiscono una sorta di linee guida che dovrebbero essere adottate per il sindacato di qualunque provvedimento che introduca limitazioni e restrizioni ai cittadini. Il TAR, nel giustificare l’annullamento dell’ordinanza della Regione Campania e dopo aver visionato la (in verità assai lacunosa) documentazione prodotta dalla stessa, ha scritto, tra l’altro:

Considerato:

  • che neppure risulta che la regione Campania sia classificata tra le “zone rosse” e dunque nella fascia di maggior rischio pandemico e che il solo dato dell’aumento dei contagi nel territorio regionale, neppure specificamente riferito alla popolazione scolastica [...]  peraltro neppure certo [...] e la sola mera possibilità dell’insorgenza di “gravi rischi”, predicata in termini di eventualità, non radicano (né radicherebbero) per sé solo la situazione emergenziale, eccezionale e straordinaria, che, in astratto, potrebbe consentire la deroga alla regolamentazione generale;
  • che non risulta peraltro alcun “focolaio” né alcun rischio specificamente riferito alla popolazione scolastica, generalmente intesa;
  • che la misura sospensiva assunta a livello generale neppure sembra sottendere una compiuta valutazione di “adeguatezza e proporzionalità” [...]
  • che è dubbia anche l’idoneità della misura disposta [...].

In altre parole, il Tribunale Amministrativo ha ritenuto indispensabile che l’autorità fornisca, a giustificazione di un provvedimento che incide sul diritto all’istruzione, i dati a fondamento della propria decisione. Dati che devono essere tali da rendere la misura idonea, adeguata e proporzionata, non essendo sufficiente evocare la possibile insorgenza di un rischio.

Adottando lo stesso criterio e considerando che la normativa attualmente in vigore sul Green Pass incide su alcuni fondamentali diritti costituzionali, ci chiediamo quali siano i dati che abbiano portato alla decisione di impedire di prendere un caffè all’aperto a un cittadino non vaccinato o che non abbia concluso il ciclo vaccinale e, nel caso esistano, se non sia il caso di portarli all’attenzione dell’opinione pubblica.

È stato fatto davvero di tutto per vaccinare la popolazione più a rischio?

Un’altra certezza che abbiamo purtroppo acquisito in oltre due anni di pandemia è che la Covid colpisce in maniera letale soprattutto la popolazione più anziana, oltre che quella affetta da altre patologie (L’Istituto Superiore di Sanità ha precisato che “Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione [deceduti] è di 3,7 (mediana 3, Deviazione Standard 2,1). Complessivamente, 230 pazienti (2,9% del campione) presentavano 0 patologie, 902 (11,4%) presentavano 1 patologia, 1.424 (18,0%) presentavano 2 patologie e 5.354 (67,7%) presentavano 3 o più patologie”).

Elaborazione decessi per fasce di età

80 anni è l’età media dei deceduti, calcolata al 5 ottobre dall’Istituto Superiore di Sanità, la mediana è 82, mentre la mediana di coloro che si sono contagiati è 45 anni.

In base a questa certezza, la campagna vaccinale, in tutte le sue fasi, ha considerato la vaccinazione degli over 80 una priorità assoluta. Il risultato è confortante, posto che i non vaccinati in tale fascia di età risultano essere, dall’ultimo report pubblicato dal Governo, meno del 4%. Si tratta, però, di un dato fortemente disomogeneo sul territorio, come si evince dal grafico sottostante.

Percentuale over 80 in attesa prima dose
Elaborazione sui dati forniti dal Governo nel report settimanale al 7.1.22

A fronte di una copertura vaccinale quasi totale in regioni come l’Emilia Romagna, il Lazio, la Puglia, la Toscana e il Veneto (tutte al di sotto dell’1% di non vaccinati), ci sono regioni con percentuali preoccupanti di ultraottantenni non vaccinati. In Sicilia e Calabria si supera ad esempio il 15%; l’Abruzzo lo sfiora, mentre Campania, Basilicata e Sardegna sono al di sopra del 6%, doppiando la media nazionale. Gli umbri over 80 non vaccinati sono quasi 8 volte i toscani e parliamo di regioni limitrofe, omogenee in base a qualunque indicatore si voglia considerare.

Con la sentenza n. 37/2021, la Corte Costituzionale ha avuto modo di ricordare che “A fronte di malattie altamente contagiose in grado di diffondersi a livello globale, 'ragioni logiche, prima che giuridiche' (sentenza n. 5 del 2018) radicano nell’ordinamento costituzionale l’esigenza di una disciplina unitaria, di carattere nazionale, idonea a preservare l’uguaglianza delle persone nell’esercizio del fondamentale diritto alla salute e a tutelare contemporaneamente l’interesse della collettività”. A fronte dei dati mostrati sopra, in considerazione del fatto che i cittadini calabresi non vaccinati appartenenti alla fascia di età più a rischio siano, in percentuale, 90 volte di più che i pari età residenti nel Lazio, viene da chiedersi se le ragioni di tale disparità siano state indagate, se alle Regioni sia stato richiesto di prendere provvedimenti e se sia stato fatto tutto il necessario per adempiere al principio citato dalla Corte Costituzionale.

Se così non fosse, se l’esistenza di sacche consistenti di anziani non vaccinati in molte regioni non fosse stata considerata un’emergenza (e non ricordo dichiarazioni o iniziative governative in questa direzione) dovremmo concludere che, contrariamente a ogni evidenza, si ritiene più urgente regolamentare l’accesso a un convegno all’aperto. 

Norberto Bobbio ci ha insegnato che di ogni norma giuridica bisogna chiedersi se sia giusta o ingiusta, valida o invalida, efficace o inefficace. Con il passare del tempo, l’evolversi della pandemia e dei rimedi scientifici, con, infine, l’attenuarsi del sentire la logica emergenziale prevalente rispetto a ogni altra valutazione, il complesso di regole che vengono imposte per contrastare la pandemia deve essere ed essere percepite sempre più come giuste, valide ed efficaci. L’87% e oltre della popolazione over 12 è vaccinata, dimostrazione di una risposta responsabile e non scontata sotto gli aspetti della fiducia e del senso di responsabilità. Non credo (forse spero) che tollereremmo, oggi, provvedimenti come la chiusura dei parchi pubblici e il divieto di passeggiare, che pure abbiamo subito e rispettato in un altro momento. Ma probabilmente non dovremmo tollerare nemmeno che a limitazioni eccessive e immotivate  vengano sottoposti i nostri connazionali che hanno scelto, lo ripetiamo, legittimamente e senza violare alcuna norma, di non vaccinarsi.

I tribunali, non solo in Italia, hanno cominciato, come abbiamo visto, a sindacare le misure adottate, rifiutando improvvisazioni e restrizioni senza fondamento scientifico. Ciò impone un cambio di passo deciso e, molto probabilmente, un ribaltamento di alcune delle logiche seguite fino a questo momento, soprattutto quella del capro espiatorio. Non era colpa dei runner la diffusione del contagio nel 2020, così come non è vietando a un non vaccinato di prendere un caffè all’aperto che fermeremo la pandemia. Tantomeno lo faremo alimentando frustrazioni e contrapposizioni tra cittadini o irrogando multe a tappeto all’uscita delle metropolitane. Si prendano, piuttosto, tutte le misure realmente idonee a diminuire i contagi e i decessi e si motivino adeguatamente alla cittadinanza, con uno sguardo alle troppe differenze che ancora ci dividono in base alla regione in cui viviamo.

Immagine anteprima: Città di Parma, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

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