Yemen, la guerra, la carestia. Le ragioni di una foto

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Amal Hussain, la bimba di 7 anni ritratta nella foto anteprima è morta l'1 novembre 2018. «Il mio cuore è spezzato» ha raccontato, in lacrime al telefono al New York Times, la madre Mariam Ali. «Amal sorrideva sempre. Adesso sono preoccupata per gli altri miei figli».

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“Sconvolgenti, brutali. Ma anche vere, nella loro brutalità”. Così il New York Times descrive le foto che accompagnano il lungo articolo di approfondimento “The Tragedy of Saudi Arabia’s War”, pubblicato venerdì scorso, sugli effetti della carestia in Yemen, provocata dal conflitto in corso ormai da più di tre anni, che vede da una parte il gruppo armato Houthi, sostenuto dall'Iran, e dall'altra una coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita. Attraverso le immagini di Tyler Hicks e le parole di Declan Walsh, viene raccontata una tragedia di proporzioni enormi. Corpi devastati di piccole creature, ridotte più ad ossa che a pelle, con lo sguardo perso nel vuoto, condannate a un'agonia che nessun bambino dovrebbe subire in quanto essere umano, ancor di più se causata da un disegno politico, sprezzante della vita di civili inermi.

Con una comunicazione rivolta ai lettori il New York Times spiega la scelta di pubblicare immagini strazianti, superando una linea mai varcata finora, ponendo al primo posto il dovere della testimonianza, dando voce a chi altrimenti rimarrebbe in silenzio, alle vittime e ai dimenticati.

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«I giornalisti che lavorano nelle zone di guerra, incluso il nostro fotografo Tyler Hicks, rischiano la vita per scattare immagini che a volte possono essere difficili da guardare», ha dichiarato David Furst, International Picture Editor del New York Times. «E sentivamo che avremmo fatto un torto alle vittime di questa guerra pubblicando immagini selezionate che non riflettessero appieno la loro sofferenza».

Perché la tragedia dello Yemen – ci ricorda la testata americana – non è causata da un disastro naturale. È una crisi provocata deliberatamente da altri paesi che deve essere raccontata in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili per non essere ignorata, per non subire un torto nel torto. E per raggiungere questo obiettivo ha bisogno di essere testimoniata da fotografie che documentino un orrore, che resterà nella storia, altrimenti inimmaginabile.

Il lettore del New York Times può scegliere di non guardarle ma il giornale vuole offrirgli la possibilità di compiere, in autonomia, una scelta consapevole.

Allo stesso modo noi tutti possiamo decidere di non vederle o di condividerle. Come hanno fatto migliaia di utenti venerdì scorso su Facebook che però, dopo la pubblicazione, hanno ricevuto un messaggio che li informava che il post era stato eliminato perché non in linea con gli standard della community. Così è accaduto a Jarjieh Fang, un dottorando di Washington, che ha condiviso l'articolo con l'immagine di apertura che raffigura il corpo scheletrico di Amal, una bambina yemenita di 7 anni.

Alle proteste che si sono subito alzate, la società di Menlo Park ha replicato dopo poche ore. «Come previsto dagli standard della nostra community, non permettiamo la pubblicazione su Facebook di immagini di nudo di bambini, ma sappiamo che questa è un'immagine importante di portata mondiale», ha dichiarato una portavoce. «Per questo motivo stiamo ripristinando i post che abbiamo rimosso».

Gli sviluppi delle ultime settimane

Dall'inizio del mese scorso l'attenzione politica e mediatica, relativamente all'Arabia Saudita, si è spostata ad Istanbul, in seguito all'omicidio del giornalista dissidente ed editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi, sparito il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato di Riad, in Turchia, dove è stato ucciso. Il caso ha suscitato enorme indignazione mettendo a rischio rapporti diplomatici tra paesi e determinando decisioni importanti come la sospensione della vendita di armi da parte della Germania all'Arabia Saudita fino a quando non sarà fatta piena luce su quanto accaduto e sulle responsabilità delle autorità saudite. Successivamente il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier ha chiesto agli altri Stati membri della Ue di replicare l’esempio di Berlino.

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Laddove hanno fallito gli appelli delle associazioni umanitarie nel tentativo di fermare la strage dei civili yemeniti è riuscito l'orrendo crimine compiuto nei confronti di Khashoggi, ottenendo risultato, sebbene temporaneo.

“L'omicidio odioso di Khashoggi” e “la crudele repressione di Riad nella guerra in Yemen” insieme ad “interessi strategici divergenti e valori molto diversi” spingono gli Stati Uniti a modificare le relazioni con l'Arabia Saudita, ha dichiarato William Ruger, vicepresidente per la ricerca e la politica del Charles Koch Institute. Secondo quanto riportato da Daily Beast, il fondatore dell'istituto, il finanziere multimiliardario di estrema destra Charles Koch, uno degli uomini più influenti e tra i maggiori finanziatori del partito repubblicano, si sarebbe lanciato nella formazione di una coalizione bipartisan, guidata dal deputato democratico californiano Ro Khanna, per porre fine al coinvolgimento delle forze armate statunitensi nella guerra in Yemen o, quanto meno, affinché ci sia un voto del Congresso che la autorizzi. Diverse fonti del Congresso, convinte di poter raggiungere l'obiettivo, hanno dichiarato a Daily Beast di avere in programma di portare al voto la risoluzione durante la sessione di novembre che segue le elezioni di metà mandato.

Se approvata, la risoluzione di Khanna, che si appella al fatto che la guerra in Yemen non è stata mai mai autorizzata, tanto meno dichiarata dal Congresso (invocando la risoluzione sui poteri di guerra del 1973), darebbe il via a un conto alla rovescia di 30 giorni per far cessare il rifornimento di aerei da guerra sauditi e e le attività svolte dall'intelligence per individuare potenziali obiettivi. Ogni ulteriore coinvolgimento degli Stati Uniti, inoltre, richiederebbe l'autorizzazione del Congresso. Se la fine del coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Yemen non dovesse necessariamente tradursi nel blocco degli aerei sauditi, causerebbe certamente una grave battuta d'arresto nella brutale guerra aerea di Riad.

Tuttavia, la risoluzione non comporterebbe variazioni rispetto agli attacchi degli Stati Uniti contro obiettivi di al-Qaeda.

Intanto, è notizia di queste ore la richiesta di un cessate il fuoco in Yemen e l'avvio di colloqui di pace nei "prossimi 30 giorni", formulata dal capo del Pentagono Jim Mattis.

«Con una soluzione a lungo termine, e con lungo termine intendo tra 30 giorni a partire da oggi, vogliamo vedere tutti seduti attorno a un tavolo per un incontro basato su un cessate il fuoco, il ritiro dal confine e lo stop alle bombe che permetteranno all'inviato speciale [ONU] – Martin Griffiths, che è molto bravo, sa quel che fa – di riunire le parti in Svezia e porre fine a questa guerra", ha dichiarato Mattis.

Al segretario della Difesa si è aggiunto poco dopo il segretario di Stato americano Mike Pompeo che con una dichiarazione ha comunicato che gli Stati Uniti invitano tutte le parti coinvolte a sostenere l'inviato speciale dell'ONU Martin Griffiths nel trovare una soluzione pacifica al conflitto in Yemen, perché è giunto il momento di cessare le ostilità, inclusi gli attacchi missilistici e con droni degli Houthi contro Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, e quelli aerei della Coalizione diretti in tutte le aree popolate dello Yemen. Le consultazioni dell'inviato speciale dell'ONU, previste a novembre in un paese terzo, si pongono come obiettivo l'implementazione delle misure di rafforzamento della fiducia volte ad affrontare le questioni fondamentali del conflitto, la smilitarizzazione delle frontiere e la raccolta di tutte le armi pesanti sotto il controllo internazionale. Attraverso la cessazione delle ostilità e la ripresa vigorosa di un percorso politico si contribuirà ad alleviare la crisi umanitaria, ponendo fine al conflitto per permettere al popolo yemenita di riprendersi attraverso la pace e la ricostruzione.

Fino ad oggi le critiche più aspre mosse nei confronti della guerra condotta dalla coalizione a guida saudita insieme agli alleati yemeniti si sono concentrate sugli attacchi aerei che hanno ucciso migliaia di civili, anche con l'utilizzo delle bombe e delle attività di intelligence fornite dai governi di altri paesi. Come quello del Regno Unito, per esempio, accusato dal parlamentare Keith Vaz, che presiede il Gruppo interpartitico sullo Yemen, di “avere le mani insanguinate” (dall'inizio del conflitto il Regno Unito ha venduto all'Arabia Saudita armi per un valore di 4,7 miliardi di sterline), in una “guerra dimenticata” o ignorata dai propri cittadini. Il 42% degli intervistati, infatti, in un sondaggio condotto da YouGov nel Regno Unito, commissionato dall'associazione umanitaria britannica Human Appeal, non è a conoscenza del fatto che in Yemen sia in corso una guerra.

In seguito alla pubblicazione delle fotografie dei bambini yemeniti, il ministro della Difesa francese Florence Parly ha detto che la guerra in Yemen deve fermarsi. «È giunto il momento che questa guerra finisca ed è anche importante – nonché priorità della Francia – che la situazione umanitaria migliori e che gli aiuti umanitari riescano ad arrivare», ha dichiarato all'emittente televisiva BFM e a quella radiofonica RMC.

«Questa situazione militare si trova in un vicolo cieco, per cui questa guerra deve fermarsi, è una priorità», Parly ha aggiunto concludendo che, per quanto di sua conoscenza, le armi vendute dalla Francia non sono utilizzate contro i civili,  difendendo le esportazioni "relativamente modeste" di armi dalla Francia verso l'Arabia Saudita (il secondo miglior acquirente dopo l'India) e affermando che sono soggette a severe restrizioni. «Non vendiamo armi come se fossero baguette»

Gli allarmi lanciati dall'Onu e da Oxfam

Nelle scorse settimane gli esperti di aiuti umanitari e i funzionari delle Nazioni Unite hanno dichiarato che un conflitto ancora più insidioso e devastante si sta combattendo nel paese: una guerra economica sta imponendo un prezzo altissimo ai civili e rischia di far precipitare il paese in una carestia di proporzioni catastrofiche.

L'indebolimento della valuta e l'aumento dei prezzi determinano l'impossibilità di poter acquistare anche beni di primissima necessità, a causa di una serie di misure economiche (restrizioni all'importazione, blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici) volte a indebolire i ribelli Houthi – che hanno il controllo dello Yemen settentrionale – che hanno ridotto in povertà milioni di persone che hanno perso il lavoro.

Racconta il New York Times che nel 2016, il governo yemenita appoggiato dai sauditi ha trasferito le operazioni della Banca Centrale dalla capitale controllata dagli Houthi, Sana'a, alla città meridionale di Aden. La Banca, le cui politiche sono dettate dall'Arabia Saudita, ha iniziato a stampare grandi quantità di denaro – almeno 600 miliardi di riyal, secondo un funzionario della banca. La nuova moneta immessa ha provocato una spirale inflazionistica che ha eroso il valore di tutti i risparmi dei cittadini.

Il collasso economico delle ultime settimane ha spinto le Nazioni Unite a rivedere le previsioni sugli effetti del disastro umanitario. Gli otto milioni di yemeniti che dipendono attualmente dagli aiuti alimentari per la sopravvivenza potrebbero diventare 14 milioni: la metà della popolazione dello Yemen.

«Il costo delle forniture di cibo, carburante e acqua è salito alle stelle quando il valore della valuta nazionale è crollato», ha affermato la direttrice generale di UNICEF Henrietta H. Fore. «I servizi di trattamento delle acque e delle acque reflue sono a rischio di collasso a causa dell'aumento dei prezzi dei carburanti, il che significa che molti bambini e famiglie potrebbero anche non avere accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici».

Lo scorso 23 ottobre, rivolgendosi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il Segretario Generale aggiunto agli Affari Umanitari e coordinatore dei servizi di urgenza Mark Lowcock ha lanciato l'allarme: «Esiste oggi il pericolo concreto di un'imminente ed enorme, grande carestia che può travolgere lo Yemen». La proporzione della carestia, ha avvertito Lowcock, sarebbe di dimensioni «molto più grandi di qualsiasi cosa vista da un professionista in questo campo durante la propria attività lavorativa».

Ad aggravare la crisi, spiega Lowcock, avrebbero contribuito due sviluppi recenti: l'intensificazione dei combattimenti intorno alla città di Hudayda (che accoglie il porto dove arrivano gli aiuti umanitari) che impedisce le operazioni di soccorso e le importazioni commerciali, e il recente ulteriore collasso dell'economia.

A partire da metà giugno scorso – si legge nel discorso di Lowcock – a causa dell'aumento degli scontri avvenuti a Hudayda più di 570000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case e la strada che va dalla città a Sana'a continua ad essere bloccata, procurando notevoli danni al commercio e ai convogli che provengono dai principali porti e che servono tutti i centri abitati dello Yemen settentrionale. Gli scontri hanno inoltre continuato a impedire l'accesso a una struttura di macinazione che contiene grano finanziato dagli aiuti per sfamare 3,7 milioni di persone per un mese e causato l'occupazione di diversi magazzini umanitari.

Le parti in conflitto, entrambe responsabili della crisi nel paese, continuano a violare il diritto umanitario internazionale. Dalla fine di maggio sono state registrate oltre 5000 violazioni che includono omicidi di massa di civili, distruzione o danni a infrastrutture, tra cui ospedali, impianti elettrici e idrici, mercati, strade e ponti.

Ritardi nell'emissione di visti, restrizioni all'importazione di attrezzature e merci, ritiro dei permessi, interferenze nelle attività umanitarie e nel monitoraggio più altri ostacoli limitano la capacità delle agenzie di fornire adeguata assistenza a civili innocenti.

Senza la cessazione delle ostilità, in particolare intorno alla città di Hudayda, dove la guerra ha danneggiato strutture e infrastrutture chiave su cui si basano le operazioni di soccorso, qualsiasi sforzo sarà vano.

Sul fronte economico, il problema principale è la dipendenza quasi totale dello Yemen dalle importazioni di cibo, carburante e medicinali.

Dal 2015, il prodotto interno lordo è diminuito del 50%. Più di 600mila posti di lavoro sono stati persi. Centinaia di migliaia di dipendenti pubblici e pensionati non hanno ricevuto pagamenti regolari dalla fine del 2016. Più di 1,5 milioni di famiglie non ricevono più assistenza statale. Oltre l'80 per cento degli yemeniti vive attualmente al di sotto della soglia di povertà.

Se tutto questo non bastasse, il governo dello Yemen sembra aver programmato ulteriori restrizioni sui commercianti che cercano di importare sei prodotti di prima necessità: grano, riso, zucchero, latte, olio da cucina e derivati del carburante. I commercianti sono stati informati che a causa di nuovi regolamenti governativi devono aprire linee di credito presso la Banca Centrale. Ma da giugno ne sono state concesse pochissime.

Il crollo dell'economia interna sarebbe stato parzialmente – ma solo parzialmente – mitigato dagli aiuti provenienti dai finanziamenti provenienti dai paesi del Golfo, dagli Stati Uniti, da paesi europei e da altri donatori.

Negli ultimi 20 anni le Nazioni Unite hanno dichiarato ufficialmente solo due volte lo stato di carestia, nel 2011 in Somalia e lo scorso anno in Sud Sudan. A metà novembre si deciderà se lo Yemen si aggiungerà agli altri due paesi.

Per evitarlo, gli operatori umanitari non fanno appello alle spedizioni di aiuti ma a misure urgenti volte a contrastare l'economia, stabilizzando la valuta e garantendo l'importazione del cibo.
«Uno dei modi più veloci e più efficaci per aiutare le famiglie indigenti è dare loro denaro. Ciò gli consente di acquistare ciò di cui hanno bisogno, quando ne hanno bisogno. Le associazioni umanitarie stanno cercando modi per espandere i programmi di accesso al cibo mediante l'accesso ai contanti il più rapidamente possibile» ha dichiarato al Guardian Lise Grande, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per lo Yemen.

La scorsa settimana Oxfam ha inviato un ulteriore segnale d'allarme: dall'inizio di agosto 2018, ogni tre ore muore un civile. Dall'1 agosto al 15 ottobre in Yemen sono stati uccisi 575 civili, di cui 136 bambini e 63 donne. Un quadro spaventoso a cui si aggiungono oltre 1,1 milioni casi di colera negli ultimi 18 mesi, con oltre 2000 vittime e più di 100 decessi causati da un'epidemia di difterite nello stesso periodo.

Mercoledì 24 ottobre un attacco aereo a Hudayda ha ucciso almeno 16 civili in un mercato ortofrutticolo. All'inizio del mese 15 civili, tra cui quattro bambini, sono stati uccisi e altri 23 sono rimasti feriti in un attacco aereo sferrato dalla coalizione guidata dai sauditi che ha colpito due autobus pieni di passeggeri a un checkpoint controllato dagli Houthi a sud-est della città. Un altro bombardamento in un campo per sfollati nel sud di Hudayda ha ucciso una giovane donna e ferito altre sette persone tra cui sei bambini.

Muhsin Siddiquey, direttore regionale di Oxfam nello Yemen, ha dichiarato: «Ogni singola vita persa in questo vergognoso conflitto, sia attraverso attacchi armati, sia attraverso la fame e le malattie, è un oltraggio internazionale. I sostenitori di tutte le parti coinvolte nel conflitto devono rendersi conto di essere complici di questa crisi provocata dall'uomo: i governi devono rispettare tutti gli obblighi internazionali per fare tutto il possibile per evitare vittime civili o danni alle infrastrutture civili. La comunità internazionale ha urgente bisogno di fare tutto ciò che è in suo potere affinché tutte le parti coinvolte in questa guerra concordino un cessate il fuoco».

Lo Yemen non può più aspettare.

Foto anteprima Tyler Hicks per New York Times

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