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Scandalo Ucraina: Trump, le ombre sui Biden e la battaglia dell’impeachment

31 Ottobre 2019 10 min lettura

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Scandalo Ucraina: Trump, le ombre sui Biden e la battaglia dell’impeachment

10 min lettura

di Raffaella Menichini

Aggiornamento 1 novembre 2019: Con 232 voti a favore e 196 contrari, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la risoluzione che fissa le regole della seconda fase dell’inchiesta sull’impeachment per il presidente Trump.

Lo scandalo Ucraina potrebbe o meno portare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump al processo del Congresso – con la procedura conosciuta come impeachment – ma quel che ha già disvelato in queste convulse settimane è comunque sufficiente per offrirci uno spaccato poco rassicurante dell’intreccio di interessi economici e geopolitici a cui la più grande democrazia dell’Occidente è stata esposta senza alcuna apparente protezione negli ultimi mesi. E getta parecchie ombre anche nel campo degli avversari di Trump, anzi dell’"Avversario", quel Joe Biden che almeno fino a poche settimane fa sembrava il superfavorito nella sfida per le presidenziali del 2020.

Faccendieri con doppia nazionalità, avvocati privati che si occupano di affari esteri, incarichi dirigenziali pluripagati a familiari senza arte né parte, veline, veleni e una quantità tale di rischi per la sicurezza nazionale che alla fine più di un funzionario della CIA si è deciso a metterci un punto. Facendo uscire le informazioni altrimenti riservate, ovvero esercitando quell’attività di whistleblowing che negli Stati Uniti è tutelata dalla legge, che protegge l’identità dell’informatore e mette in moto i meccanismi per verificare e approfondire le rivelazioni. Non quello che sui media italiani è stato definito con il termine un po’ spregiativo di “talpa”, ma una figura giuridicamente riconosciuta e protetta. Grazie all’anonimo whistleblower, dunque, l’Ucrainagate è venuto alla luce, circa due mesi fa: al centro dello scandalo, una telefonata tra Trump e il neoeletto presidente ucraino Voldymyr Zelensky.

La conversazione del 25 luglio non venne registrata ma trascritta, e il suo contenuto fu ritenuto dai presenti e da coloro che ne vennero a conoscenza così politicamente grave che la trascrizione fu riversata su una serie di server secretati della Casa Bianca. Cosa aveva detto Trump a Zelensky di tanto esplosivo? Nelle sette pagine di denuncia, il whistleblower dettaglia le pressioni che Trump ha esercitato sul collega ucraino affinché aprisse un’investigazione sul suo avversario democratico Joe Biden e sul figlio di lui, Hunter Biden, sospettato da Trump di aver illecitamente approfittato del proprio nome per assicurarsi un lucrativo incarico nel consiglio d’amministrazione di una controversa azienda petrolifera ucraina.

Trump – scrive il whistleblower – “ha usato il potere del suo incarico per sollecitare l’interferenza di un paese straniero nelle elezioni presidenziali del 2020”. Un’accusa pesante, che ha fatto scattare nel campo democratico la decisione – rinviata in tutte le precedenti occasioni in cui Trump si è macchiato di potenziali reati, a partire dal Russiagate – di avviare la procedura di impeachment. Ma con le rivelazioni del whistleblower è emerso uno strato di oscure manovre che stanno creando imbarazzo bipartisan a Washington.

Il passo falso dei Biden

Cinque anni fa, nel pieno della crisi politica ucraina, il figlio dell’allora vicepresidente Joe Biden, Hunter, decise di accettare l’incarico di membro del consiglio d’amministrazione della Burisma, azienda per la produzione del gas nota più che altro per il nome del suo proprietario, Mykola Zlochevsky, ex ministro e tycoon, già messo sotto inchiesta per conflitto d’interesse quando ricopriva incarichi di governo. Non è mai stato chiarito quale fosse il lavoro di Hunter Biden per Burisma - supervisione legale, in materia di “trasparenza, corporate governance e responsabilità”, come dichiarato dallo stesso Biden al Washington Post. Ma la paga mensile era più che ragguardevole: 50mila dollari al mese.

E che si trattasse di un incarico politicamente inappropriato era altrettanto evidente: in quegli stessi anni – 2014-2015, con le rivolte di piazza Maidan, la cacciata del presidente filorusso Viktor Yanukovich e l’avvento di politici desiderosi di avviare buoni rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti – il vice di Barack Obama, Joe Biden, aveva ricevuto l’incarico di supervisionare il processo di lotta alla corruzione, male endemico del paese. Una posizione che certo mal si conciliava con la presenza di un familiare all’interno di una delle aziende di proprietà di un oligarca in odore di attività illecita. Il problema è che né Burisma, né tantomeno l’attività di Hunter Biden nella compagnia hanno mai sollevato profili di illegalità. Inopportuno? Certo. Illegale? Nessuna prova. Tanto più che la legge americana non impedisce che i familiari dei politici statunitensi possano essere assunti da aziende o governi stranieri. Un bel paradosso, se si considera che invece la legge per l’eventualità contraria esiste: si chiama Foreign Corrupt Practices Act, e punisce le aziende americane che si servono di famiglie di politici stranieri per ottenere trattamenti di favore all’estero. E questo paradosso, come dice il New York Times, è un problema politico. Ma non è illegale.

Le accuse di Trump

Secondo l’avvocato personale di Trump, Rudy Giuliani, all’epoca in cui era plenipotenziario di Obama in Ucraina Joe Biden spinse per il licenziamento del procuratore generale Viktor Shokin proprio per proteggere suo figlio e la compagnia Burisma da un’inchiesta giudiziaria. La realtà è però esattamente opposta. Shokin fu sì licenziato, ma a causa della sua debolezza nei confronti degli oligarchi, compreso quel Zlochevsky proprietario di Burisma che proprio nel 2015 era finito al centro di inchieste giornalistiche per l’ostentazione delle sue ricchezze (ville sontuose, elicotteri, un’azienda di scarpe e borse in pelle di coccodrillo e struzzo regalata alla figlia, mentre il Paese affrontava una recessione drammatica). Ed era pieno anche di ombre giudiziarie.

L’ambasciatore americano in Ucraina, Geoffrey Pyatt, attaccò pubblicamente Shokin per non aver aiutato la Gran Bretagna in un’indagine per riciclaggio a carico di Zlochevsky – i cui beni in Inghilterra era stati sequestrati – aperta nel marzo del 2014 e chiusa un anno dopo proprio per mancanza di prove. Gli americani non erano i soli a manifestare scontento per l’operato della procura ucraina nella lotta alla corruzione, anche gli europei protestavano. In un discorso al Parlamento nel 2015, Biden diede voce a questo malessere, invocando “la disperata necessità di riforme” nell’ufficio del procuratore. Usò anche l’arma degli aiuti economici, minacciando l’allora presidente Petro Poroshenko di congelare aiuti all’Ucraina per un miliardo di dollari se non si fosse liberato dell’inetto procuratore generale. Il suo successore, Yuri Lutsenko, ha dichiarato al Washington Post che Hunter Biden non ha violato nessuna legge in Ucraina. Mentre il licenziato Shokin è saltato sul carro di Trump, dichiarando che se fosse rimasto al proprio posto sarebbe andato a fondo nelle indagini su Burisma e avrebbe inchiodato Hunter Biden, rivelando che non aveva le qualifiche per ricoprire quell’incarico così remunerativo.

L’avvocato del presidente

Certo è che Biden jr. si è tenuto stretto il suo misterioso lavoro fino al maggio scorso, quando suo padre ha deciso di scendere in campo nelle primarie democratiche per sfidare Donald Trump. In diverse interviste ha spiegato di non aver fatto nulla di male e di essere responsabile solo di una certa ingenuità per aver sottovalutato la ferocia e la capacità manipolatoria degli avversari di suo padre. In realtà di manipolazioni in questa vicenda ce ne sono state molte. E tutte riconducono a un personaggio chiave: Rudolph Giuliani.

L’ex sindaco “sceriffo” di New York, divenuto braccio destro, confidente, problem solver personale del magnate-presidente, in più di un’occasione compare in vesti ibride di legale privato e consulente pubblico di Donald Trump. Nella vicenda Biden sono emerse molte evidenze di questa mescolanza torbida dei ruoli, cosa che fa riflettere su quanto ancora di sommerso esista. Nel suo report di agosto, il whistleblower parla di interferenze nelle elezioni tra cui: “Pressioni su un Paese straniero perché indaghi su uno dei principali rivali politici del presidente… L’avvocato personale del presidente, Rudolph Giuliani, è una figura centrale in questa operazione. Anche l’Attorney General (ministro della Giustizia, ndr) William Barr appare coinvolto”.

Dall’elezione di Zelensky, in aprile, alla telefonata con Trump in luglio, Giuliani compì una serie di viaggi in Ucraina cercando appigli per le accuse a Hunter Biden. La presenza dell’avvocato del presidente era talmente ingombrante che l’ambasciata Usa di Kiev espresse preoccupazione, anche perché dei contenuti degli incontri ucraini di Giuliani i diplomatici del dipartimento di Stato venivano spesso a conoscenza a posteriori dalle controparti ucraine. Tra le pressioni di Giuliani ci fu anche la richiesta di investigare possibili manovre dei democratici durante la campagna presidenziale del 2016 affinché l’Ucraina diffondesse elementi accusatori nei confronti dell’allora capo della campagna di Trump, Paul Manafort, che oggi sta scontando una pena a 7 anni e mezzo di carcere per crimini finanziari legati alle sue attività di lobby in favore di un politico ucraino.

Dopo la denuncia del whistleblower è venuto fuori che Giuliani stava giocando su molti tavoli contemporaneamente: l’arresto, il 9 ottobre, dei due faccendieri russo-americani Lev Parnas e Igor Fruman, accusati di drenare sottobanco finanziamenti stranieri per politici americani, ha fatto emergere la connection con Giuliani. I due arruolarono l’avvocato di Trump nel 2018 per consulenze per la loro azienda, Fraud Guarantee, in cambio di un compenso di mezzo milione di dollari. Furono loro a introdurre Giuliani negli ambienti ucraini che potenzialmente avrebbero potuto gettare fango sui Biden, e aiutare a deviare la narrazione degli scandali russi che stavano coinvolgendo Trump, oltre a esercitare pressioni per far fuori i funzionari americani presenti in Ucraina e potenziali ostacoli all’operazione, compresa l’ambasciatrice americana a Kiev, Marie Yovanovitch.

Il "quid pro quo"

Tra la primavera e l’estate scorsa Giuliani incontrò per cinque volte il consigliere di Zelensky, Andriy Yermak, che continuava a ripetergli la preoccupazione del nuovo presidente per l’atteggiamento freddo di Trump e il desiderio di ottenere un incontro personale che suggellasse la legittimità internazionale del giovane comico convertito alla politica. Era questa l’ossessione di Zelensky quando finalmente, quel 25 luglio, riuscì a parlare al telefono con Trump. E subito dopo quella telefonata, in cui Trump faceva esplicite richieste di ingerenze ucraine sul suo avversario politico, è emerso che gli Stati Uniti avrebbero bloccato una partita di aiuti militari importantissima, per un ammontare di 250 milioni di dollari.

Il famoso quid pro quo, qualcosa in cambio di qualcos’altro, che sarebbe potuta diventare la pistola fumante dell’impeachment: un ricatto politico con soldi della cooperazione, ce ne sarebbe abbastanza per incriminare il presidente. Ma è vero che nella telefonata Trump non fa esplicita menzione degli aiuti. E così quel mancato quid pro quo è diventato ora per il presidente la principale arma a discarico: cita di continuo il termine latino per garantire che non ci fu nessun ricatto, “una conversazione perfettamente normale”. Ma restano alcuni fatti: il quid pro quo non è termine presente in alcuna legge né tantomeno nella Costituzione, né nella casistica di attribuzione di impeachment. E, come dicono molti democratici, c’è abbastanza sostanza nel contenuto della telefonata, nel comportamento di Giuliani e nel successivo tentativo di insabbiamento – con il trasferimento della trascrizione in server segreti della Casa Bianca – per dare materia di investigazione alle commissioni incaricate della procedure di impeachment.

E dopo l’Ucraina, la Cina

Trump però non sembra volersi accontentare. L’ossessione per i Biden è tale che – in pieno scandalo whistleblower – il presidente è tornato all’attacco dei Biden, sempre coinvolgendo una potenza straniera. E che potenza. Il 3 ottobre, sul prato della Casa Bianca, il presidente convoca i giornalisti per chiedere alla Cina di investigare sugli interessi di Hunter Biden in quel paese. “Non l’ho ancora fatto, ma sto pensando di chiedere al presidente Xi Jinping di controllare questa situazione”. In una telefonata con Xi a giugno, Trump aveva sollevato lamentele sia su Biden sia su un’altra potente avversaria, Elizabeth Warren. Nel caso dei Biden, Trump sostiene che abbiano ricevuto compensi “miliardari” per favori alla Cina.

E così come avvenuto in Ucraina, il punto debole non è tanto Joe quanto il figlio Hunter. Il Biden jr possedeva il 10% di BHR partners, un fondo di private equity in cui la Banca centrale cinese aveva fatto investimenti. Secondo le inchieste della stampa americana, Hunter Biden non ha mai ricevuto soldi dal fondo, di cui fa parte come consulente non pagato. Ma è un fatto che il suo ingresso nel fondo risale a pochi giorni dopo un viaggio insieme al padre, alla fine del 2013. E che subito dopo quel viaggio, durante il quale Biden jr aveva incontrato il socio cinese del fondo, Jonathan Li, la BHR si è assicurata un accordo da 1,5 miliardi di dollari con la Bank of China. Da qui a dire che quei soldi siano finiti nelle tasche del figlio dell’ex vicepresidente – come sostiene Trump – ce ne passa. Ma, di nuovo, lo scivolone politico è enorme. Per fortuna dei Biden, la leadership cinese non ha alcuna voglia di impelagarsi nelle beghe della Casa Bianca e Xi ha già annunciato che non muoverà un dito negli affari di un altro Paese.

Nessun vincitore, molti sconfitti

Il 13 ottobre scorso Hunter ha finalmente annunciato che si ritirerà dal consiglio d’amministrazione della BHR e che non lavorerà per imprese straniere se suo padre dovesse diventare presidente degli Stati Uniti. Troppo poco, troppo tardi, si potrebbe dire. Del resto per Joe Biden il guaio di Hunter non costituisce nemmeno la prima ombra di familismo impastato di potere: in una lunga, impietosa inchiesta sulla famiglia Biden, il sito di investigazione The Intercept ricostruisce una storia parallela e poco onorevole di questo che – insieme ai Clinton – è uno dei "clan" democratici più potenti degli Stati Uniti.

Se il pasticciaccio ucraino ha il potenziale (ma forse non la forza sufficiente) per mettere nei guai Trump, di certo il nepotismo in salsa liberal ha danneggiato profondamente le aspirazioni presidenziali di Biden, che è crollato nei sondaggi. Naturalmente in una vicenda così piena di sfumature finora ha avuto buon gioco Trump nell’usare come una clava i "suoi" canali di disinformazione – a partire dalla Fox – per difendersi a coprire di fango l’avversario.

Abby Ohlheiser, sul Washington Post, ha spiegato particolarmente bene il problema che fact-checker e giornalisti hanno davanti nel coprire l'impeachment. "Trump e i suoi sostenitori online sono bravi a schiacciare i loro nemici. Su Internet l'impeachment  non sarà mai solo la procedura di impeachment contro Trump; ma sarà l'impeachment e Joe Biden e i Clinton e Soros e i media - e persone a caso su Twitter e scandali di anni fa che possono tornare virali se condivisi nel posto giusto. Una miscela inseparabile di realtà, finzione, rabbia, paura e lamentele".

E dunque ad oggi, l’Ucrainagate non ha vincitori ma di certo una prima vittima conclamata: l’informazione trasparente, il fact-checking sull’operato del presidente, che resta al centro di una palude di sospetti ma ancora saldamente alla guida della prima potenza del pianeta.

Immagine in anteprima: Trump, Zelensky e Joe Biden – via Times of India

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