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L’invasione dell’Ucraina e la questione del genocidio

4 Gennaio 2023 23 min lettura

L’invasione dell’Ucraina e la questione del genocidio

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23 min lettura

C’è una questione che interessa l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, e che, a dispetto dell’importanza rivestita, finora è rimasta pressoché estranea al dibattito italiano. È la questione del genocidio. Le azioni delle forze armate russe in Ucraina, già al centro di molteplici e documentate accuse di crimini di guerra, stanno portando avanti un progetto genocida? La questione è stata posta a molti livelli e in diverse sedi negli ultimi mesi, e data la natura del tema e le sue implicazioni merita di essere affrontata. Consapevoli che non stia certo a noi dare una risposta definitiva sulla materia, nell'articolo mostreremo i motivi alla base di questa accusa, e il perché porre la questione del genocidio significhi interrogare la natura del conflitto in corso e il nostro atteggiamento verso di esso.

La definizione di genocidio e l'accusa speculare della Russia

Occorre sgombrare il campo da un facile equivoco, quello tra il concetto di “genocidio” così come si è soliti intenderlo, e la sua definizione secondo il diritto internazionale. Nell’accezione più diffusa, infatti, “genocidio” evoca uno sterminio di massa che riguarda un gruppo etnico, religioso o di altra natura, con il proposito di cancellarlo. La definizione non è di per sé sbagliata, ma può essere fuorviante poiché si concentra su fattori quantitativi. Porta infatti a concettualizzare il genocidio in base alla percentuale e al numero di vittime, per cui è lecito parlare di genocidio solo oltre una certa soglia.

Rispetto al diritto internazionale questa accezione non prende in esame i tratti specifici del genocidio, così come abbiamo imparato a riconoscerlo in passato. La "Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948" (convenzione di cui fanno parte Russia e Ucraina), infatti, stabilisce che:

per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

La Convenzione inoltre, considera punibile:

a) il genocidio;
b) l’intesa mirante a commettere genocidio;
c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;
d) il tentativo di genocidio;
e) la complicità nel genocidio.

Esiste perciò una componente “preventiva”, legata al genocidio. C’è poi una componente legata agli intenti palesati, sia nel promuovere attivamente il genocidio, sia nel non fare nulla per prevenirlo. Ci sono, infine, delle modalità specifiche con cui è concretizzato. Entro questa cornice e verso lo scopo di distruggere in tutto o in parte un gruppo, si parla di genocidio quando si ha uno dei cinque atti sopra riportati.

Circa il contesto dell’invasione su larga scala dell’Ucraina iniziata nel febbraio scorso, vari paesi hanno adottato provvedimenti o risoluzioni in cui si accusa la Russia di genocidio ai sensi della Convenzione del ‘48. Tra questi, oltre all’Ucraina, ci sono Irlanda, Canada, Olanda, Estonia, Lettonia, Belgio, Norvegia, Repubblica Ceca, Lituania e Polonia. In alcuni casi, i provvedimenti sollecitano un intervento diretto della Corte internazionale di giustizia (ICJ) ai sensi della convezione del ‘48. In altri i paesi si appellano all’art. 63 dello statuto della ICJ, riservandosi la facoltà di intervenire nei procedimenti della stessa. La Corte già nel marzo scorso, aveva chiesto alla Russia di ritirare le truppe regolari e non, come misura preventiva.

A sollecitare la Corte internazionale di giustizia era stata l'Ucraina alla fine di febbraio, a seguito della decisione della Russia di invadere su larga scala il paese. L’intervento era stato richiesto per far dichiarare l’illegittimità dell’invasione stessa, e perché la Russia, tra le motivazioni addotte, aveva accusato l’Ucraina di genocidio nei confronti della popolazione delle autoproclamate repubbliche separatiste - per la Russia c’era da difendere quelle popolazione e “denazificare” l’Ucraina.

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L’Ucraina aveva respinto le accuse, dichiarando invece l’intenzione russa di commettere un genocidio con l’invasione appena iniziata. Accuse, quelle russe, non certo inedite (benché infondate) e che reiteravano un classico della propaganda anti-ucraina. Si era dunque già posta l’attenzione sulla cosiddetta accusa speculare o inversione dei ruoli, che si ha quando le proprie intenzioni sono proiettate su chi sta per subirne le conseguenze, in modo da giustificare qualunque violenza come una difesa necessaria. Una tecnica di propaganda usata per esempio per giustificare il genocidio in Ruanda negli anni ‘90: l'espressione "accusa speculare" viene infatti da un manuale di propaganda e reclutamento ritrovato in una città ruandese dopo il 1994.

La Russia ha continuato le “operazioni speciali” presentando, sempre alla fine di febbraio, un documento alla ICJ in cui si faceva presente la mancanza di giurisdizione per il caso presentato dall’Ucraina, e quindi l’inammissibilità dello stesso. Visti i potenziali crimini di guerra emersi nei mesi successivi (come la strage di Mariupol, il massacro di Bucha e, più in generale, il massiccio e continuo bersagliamento di obiettivi civili da parte delle forze armate russe), il primo luglio scorso l’Ucraina ha depositato presso la Corte internazionale una nuova documentazione sul caso. In essa si riepiloga la falsa narrazione sul “genocidio” portata avanti dal 2014, e si denuncia la distruzione operata negli ultimi mesi, in particolare a danno della popolazione civile, chiedendo compensazione per i crimini commessi dalla Russia. 

Pochi giorni dopo, una dichiariazione congiunta sottoscritta da più di 40 Stati e dall’Unione Europea ha offerto sostegno all’azione intrapresa dal governo ucraino. Come si legge nella dichiarazione:

Ribadiamo che la Russia deve essere chiamata a rispondere delle sue azioni. A questo proposito, riteniamo che le violazioni del diritto internazionale da parte della Russia comportino la sua responsabilità internazionale e che le perdite e i danni subiti dall'Ucraina a causa delle violazioni del diritto internazionale da parte della Russia richiedano una riparazione piena e urgente da parte della Russia, in conformità con quanto la legge prevede circa le responsabilità degli Stati.

Il tema del pericolo genocidio è quindi rimasto una costante del conflitto fin dalle prime fasi. Ciò sia per la tematica accusa speculare da parte russa, sia per le stesse atrocità commesse dalle truppe di invasione negli scorsi mesi e documentate da organismi internazionali quali OSCE o Nazioni Unite. Come ricordato da Nello Scavo su Avvenire, l’Alto Comissariato delle Nazioni Unite ha da poco presentato nuove accuse contro la Russia per le fucilazioni di civili attestate in 102 villaggi ucraini. Ancora su Bucha, il 22 dicembre il New York Times ha pubblicato un'inchiesta che documenta la responsabilità delle forze armate russe (in particolare del 234° Reggimento, un'unità di paracadustisti) nel condurre i massacri. Video e foto che mostrano come quelle uccisioni facessero parte di "uno sforzo sistematico" per assicurare un passaggio verso Kyiv. Uomini incrociati, interrogati e giustiziati seduta stante, civili (anche minori): mentre cercavano riparo, o cibo, oppure semplicemente andavano in bicicletta.

Come spiegato dagli autori dell'inchiesta:

Storicamente, giornalisti e investigatori si sono affidati a una singola fotografia o a un video per denunciare le atrocità della guerra. Nel 1992, la rivista Time pubblicò in copertina la foto di un prigioniero emaciato in Bosnia. Quasi 20 anni dopo, un video ha ripreso l'esecuzione di combattenti delle Tigri Tamil catturati negli ultimi giorni della guerra civile in Sri Lanka.

Ciò che differenzia le prove scoperte a Bucha sono la portata e i dettagli che collegano una singola unità e il suo comandante a uccisioni specifiche, con possibili implicazioni per le indagini in corso. La Corte penale internazionale (CIC) sta già indagando su possibili crimini di guerra e altre atrocità in Ucraina.

Benché sia un’accusa difficile da provare, benché ci sia chi in questi mesi ha invitato alla cautela, benché la definizione del '48 sia per certi versi limitata (come ricordato su Valigia Blu dallo storico Giuseppe Falanga su pressione della Russia vennero esclusi gruppi sociali o politici), quello sul genocidio è un dibattito importante per tre motivi. Il primo è che perderlo di vista rischia di offuscare la portata e la natura del conflitto stesso. Il secondo è perché chi commette crimini deve essere chiamato a risponderne, e quindi l’individuazione dei crimini commessi è un presupposto imprescindibile. Il terzo è che toglie consistente terreno a una interpretazione propagandistica che, fin troppo spesso, sposa in toto la narrazione russa (come per l’appunto sul genocidio nel Donbas, mentre si ignora ogni contestuale riferimento all'ICJ), e lo restituisce a un tema centrale in qualunque processo di pacificazione: la giustizia. 

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Il rapporto del New Lines Institute e del Raoul Wallenberg Centre for Human Rights

Un contributo significativo al dibattito e una traccia da seguire per comprendere meglio la fondatezza della questione genocidio lo fornisce il rapporto del New Lines Institute e del Raoul Wallenberg Centre for Human Rights. Pubblicato a maggio, il rapporto è un’analisi legale delle violazioni commesse dalla Russia nei confronti della convenzione sul genocidio. Fornisce una traccia utile per comprendere le accuse, traccia cui ci atterremo integrando ove necessario con esempi posteriori a maggio.

Primo punto imprescindibile è il riconoscere l’esistenza di un gruppo tutelato dalla convenzione. In questo caso è fuori discussione l’esistenza del popolo ucraino e dell’Ucraina come nazione - la stessa Russia, in passato, ne ha riconosciuto l’esistenza attraverso accordi internazionali e attraverso le normali relazioni che intercorrono tra Stati.

C’è poi l’incitazione diretta a commettere genocidio. I tratti che contraddistinguono questo tipo di discorso sono vari. Abbiamo prima di tutto il negare l’esistenza del gruppo bersaglio: già negli anni passati, l’idea che l’Ucraina “non esista” e che quindi non esista nessuna identità o cultura ucraina - se non al limite, come effetto di un’influenza straniera - si intensifica nel discorso pubblico russo

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Altro elemento dell’incitazione al genocidio è la già citata accusa speculare. Per giustificare una condotta di questo tipo, infatti, c’è bisogno di creare una minaccia analoga da cui difendersi. Se il mio nemico vuole annientarmi, dalla sua volontà io posso trovare giustificazione per il mio bisogno di annientarlo, trasformandolo in un gesto difensivo. “O noi o loro” è l’essenza di questo tipo di discorso. Ecco allora che il “genocidio” che sarebbe avvenuto in Donbas non solo è la premessa di facciata per invadere un altro paese: permette di tratteggiare l’invaso come qualcosa di disumano e verso cui non bisogna avere pietà.

A ciò si lega un altro tratto dell’incitazione al genocidio: la “deumanizzazione”. “Denazificare” è stata la parola usata da Putin nel discorso di febbraio, lasciando intendere, per chi ha colto superficialmente le sue parole, che ci fossero da rimuovere delle élite naziste al potere in Ucraina. Questo lessico che tratteggia l’altro come un mostro, come qualcosa di “non umano”, è stato via via esteso a tutta la popolazione ucraina, non certo a soggetti o corpi specifici. 

Questo tipo di linguaggio è normalmente impiegato nei media di Stato e nella propaganda ufficiale, e non è a nessun livello sanzionato. Ricordiamo, ed è un numero di esempi davvero limitato rispetto alla casistica: i “suggerimenti” del Cremlino ai media affinché descrivano gli “ucraino-nazisti” come “satanisti e seguaci di culti deprecabili”; i giovani ucraini descritti come “gioventù nazista” o “zombificati” dal vicepresidente della Duma Pyotr Tolstoj (pronipote dello scrittore); gli ucraini paragonati a vermi che infestano un gatto e l’invasione russa alla sverminazione (“per i vermi è una guerra, per il gatto è pulizia”); il rivendicare sui media di Stato la “denazificazione come deucrainizzazione” e l’esortare alla “repressione ideologica” dei civili.

Non stupisce quindi la presenza di un altro tratto del genocidio, ossia il “condizionamento del pubblico a commettere e tollerare le atrocità”. Questo è condotto in primo luogo attraverso il negazionismo, che parte da lontano nella strategia russa antiucraina e riguarda ogni aspetto del conflitto. Pensiamo per esempio all’esplosione del volo MH17, avvenuto nel 2014 mentre l’aereo di linea sorvolava il Donbas. Il depistaggio russo ha operato attivamente per impedire l’accertamento dei fatti, in particolare creando false prove contro l'Ucraina. Possiamo affermarlo anche alla luce della recente condanna di un tribunale olandese per due cittadini russi e un separatista ucraino, responsabili materiali del trasporto di un sistema missilistico da una base russa al luogo di lancio, e del lancio stesso che ha provocato l’esplosione.

Anche in questi mesi, il Cremlino ha portato avanti una strategia oscillante tra la negazione e la diffusione di versioni di comodo, quest’ultime tese ad attribuire la responsabilità all’Ucraina di quegli episodi particolarmente efferati che si sono imposti all’attenzione della comunità internazionale. Il massacro di Bucha, da questo punto di vista, è paradigmatico. Da una parte il Cremlino ha diffuso varie informazioni false, riassumibili in: i cadaveri non sono veri, è passato troppo tempo prima che gli ucraini riferissero delle uccisioni di massa, i corpi delle vittime non sono freschi, le vittime sono state uccise dai “neonazisti” ucraini. Dall’altra, i soldati russi accusati dei massacri sono stati premiati da Putin per “l’eroismo, il valore e la tenacia” dimostrata, e per “aver difeso la sovranità russa”. 

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Circa questa duplice strategia, dove la negazione è accompagnata da messaggi di approvazione, ricordiamo a luglio, l’esplosione e il conseguente incendio nel carcere di Olevinka. Nella circostanza morirono 53 prigionieri di guerra ucraini appartenenti al Battaglione Azov. La Russia attribuì subito l’esplosione a un attacco ucraino, accusa che però risulta poco credibile. Negli stessi giorni, l’account Twitter dell’ambasciata russa a Londra commentò la morte dei prigionieri di guerra con parole contrarie alla Convezione di Ginevra: “I militanti di Azov meritano l'esecuzione, ma non per fucilazione, bensì per impiccagione, perché non sono veri soldati. Meritano una morte umiliante”.

Anche le leggi censorie approvate a inizio invasione rientrano in questa opera di condizionamento, così come le restrizione nell’accesso ai social media. Se infatti l’attività politica (come per la recente condanna del politico Ilya Yashin) o la copertura giornalistica tradizionale sono punite con il carcere perché bollate come “disinformazione” sull’esercito russo, se viene ristretto o impedito l’accesso a canali non governativi, se chi protesta in piazza va incontro al carcere, non c’è uno spazio di dibattito che permetta ai cittadini di formarsi un’opinione diversa da quella voluta dall’autorità centrale. C’è, al massimo, la trasmissione di messaggi univoci e la pantomima di dibattito attraverso i talk show. Questa opera di indottrinamento non riguarda solo la popolazione adulta, ma anche le scuole, a partire dalle elementari. 

Entro questo quadro complessivo, si può quindi guardare all’operato delle forze armate russe in Ucraina. Gli aspetti di ricorrenza e sistematicità sono rilevanti, specie considerando come le autorità russe abbiano reagito lungo tre direttrici: negazione dell’accusa, disinformazione/deviazione dall’accusa, celebrazione. Direttrici che fanno venire meno il concetto di prevenzione legato alla convezione sul genocidio, poiché nessuno viene chiamato a rispondere del proprio operato. E che, ovviamente, sono funzionali a uno schema di ripetizione dei crimini.

Le esecuzioni di massa, che come abbiamo riportato in precedenza sono state documentate in numerosi posti, così come le fosse comuni, sono naturalmente un indice della volontà di colpire una popolazione senza distinzioni. Già relativamente a maggio, si può leggere nel rapporto:

In diverse città ucraine, i residenti hanno riferito che le forze russe sparavano apertamente ai civili per strada. A Irpin, i soldati russi avrebbero sparato ai residenti che camminavano per strada e avrebbero travolto i loro corpi con i carri armati. Secondo un funzionario regionale, a Sumy sono morti 100 civili sotto l'occupazione russa, compresi i corpi trovati ammanettati con segni di tortura e colpi alla testa. I soldati russi si sono inoltre recati direttamente nelle case e nei rifugi per uccidere i civili. Il 7 marzo, a Vorzel, i soldati russi avrebbero fatto irruzione in uno scantinato, gettando all'interno una granata fumogena e sparando sui civili che cercavano di fuggire. Secondo il capo di un'unità di soldati volontari nel vicino villaggio di Motyzhyn, un portavalori russo ha attraversato una strada sparando a caso sulle case con una mitragliatrice pesante.

Particolarmente efferato e indicativo di questo disprezzo delle vite ucraine, inoltre, è il bersagliamento di corridoi umanitari o di strutture sanitarie (cui si somma il bombardamento di aree residenziali e infrastrutture idriche ed energetiche). Si colpiscono i civili laddove si opera per salvarli o mitigare gli effetti della guerra su di essi. E quando parliamo di sistematicità (categoria necessaria per chi vuole capire la natura di questo conflitto), ci riferiamo per esempio ad aspetti come quello evidenziato dal secondo rapporto OSCE, del luglio scorso e relativo ai primi sei mesi del conflitto. Dove si faceva notare come le strutture sanitarie distrutte in Ucraina dalle forze armate russe rappresentassero, già allora, i due terzi di quelle distrutte per il 2022 durante conflitti bellici. 

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Dove i civili non sono evacuati, le forze armate russe colpiscono la possibilità di soddisfare bisogni primari - avere un riparo, proteggersi dalle intemperie, accesso a cibo e acqua - minando le possibilità stesse di sopravvivenza del gruppo bersaglio. Ciò ricade in un altro criterio per la definizione di genocidio, “il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale”. Ad aprile, l’UNICEF stimava circa 1,4 milioni e di ucraini senza accesso ad acqua potabile, mentre 4,6 milioni non avevano adeguato accesso all’acqua.

Oltre alle strutture idriche ed energetiche (attacchi di questo tipo si sono via via intensificati con l’avvicinarsi dell’inverno), le forze armate russe hanno colpito anche riserve di cibo, anche attraverso vere e proprie razzie o la distruzione di attrezzature agricole. Non bisogna dimenticare poi, a luglio, l’attacco russo al porto di Odessa, punto nevralgico per la “via del grano”. L’attacco è stato compiuto il giorno dopo la stipula di un accordo tra Russia e Ucraina che avrebbe dovuto salvaguardare il trasporto di grano.

Per quanto riguarda le “lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo”, così come la volontà di distruggere quel gruppo e di impedire nascite, si possono prendere in considerazione torture, eseguite in luoghi concepiti per un’azione protratta nel tempo. Assieme ai “centri di filtraggio” vere e proprie aree grigie fuori da ogni giurisdizione usate per controlli, interrogatori, detenzioni e torture, o per far sparire persone senza lasciar traccia, mostrano un sistema fondato sulla disposizione a infliggere con totale impunità qualunque livello di sofferenza, senza alcuna considerazione per la vita umana. 

Un altro capitolo particolarmente efferato è quello riguardante gli stupri. Come ricorda il rapporto, “la portata delle segnalazioni di violenze sessuali e stupri nelle aree occupate dai russi suggerisce un contesto diffuso e sistematico da parte delle forze russe”. Violenze sessuali compiute anche in gruppo, e che hanno riguardato in prevalenza donne, ma anche uomini e minori (un fatto, quest'ultimo confermato a settembre dalle Nazioni unite). Come ricorda il rapporto, questo tipo di violenza in guerra se condotto su larga scala, ha tra i suoi effetti quello di limitare le nascite, o per le lesioni provocate in chi sopravvive o per i traumi conseguenti. 

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Si ricollega a questo capitolo l’ultimo tratto del genocidio, ossia il trasferimento forzato di minori da un gruppo a un altro (senza contare ovviamente trasferimenti e deportazioni di maggiorenni). Anche qui ci muoviamo tra le pagine più nere e forse meno raccontate della guerra in Ucraina. Testimonianze raccolte da operatori umanitari e osservatori internazionali nei mesi scorsi parlano di deportazioni, rapimenti e adozioni forzate. Benché sia difficile stimare il fenomeno, proprio per la presenza di aree grigie e l’assenza di qualunque accountability nell’operato del Cremlino, a maggio lo stesso ministro della Difesa russo parlava di 1847 bambini “trasportati dall’Ucraina alla Russia [...] senza la partecipazione delle autorità di Kyiv”. Ma le denunce di sparizioni parlano ovviamente di numeri molto più elevati. Lyudmila Denysova, commissaria ONU per i diritti umani in Ucraina, stimava ad aprile circa 121 mila i minori deportati. Per "Children of war", progetto del governo ucraino che traccia i casi certi relativi alle vittime tra i minori, i casi documentati sarebbero più di 13mila.

Quanto osservato finora porta gli autori del rapporto a concludere che:

Nel 1995, i dettagli dell'omicidio di massa di oltre 7 mila ragazzi e uomini bosniaci musulmani a Srebrenica sono emersi alla comunità internazionale solo quando era troppo tardi per impedire un genocidio che si è verificato nel giro di pochi giorni. Nel 2022, abbiamo le capacità per tracciare accuratamente atrocità simili mentre si svolgono e rispondere di conseguenza. Questo rapporto stabilisce ragionevoli motivi per concludere che la Russia ha la responsabilità come Stato per (a) l'incitamento diretto e pubblico a commettere un genocidio e (b) un modello di atrocità da cui si può trarre l'inferenza dell'intento di distruggere il gruppo nazionale ucraino in parte, in violazione dell'Art. III(c) e Art. II. Inoltre, il rapporto stabilisce in modo definitivo l'esistenza di un serio rischio di genocidio, facendo scattare il dovere legale di tutti gli Stati di prevenire il genocidio ai sensi dell'art. I della Convenzione sul genocidio.

La lezione dello storico Timothy Snyder

“La guerra della Russia contro l’Ucraina è stata genocida fin dall’inizio”. Questo il parere dello storico americano Timothy Snyder, dell'Università di Yale. Tra i vari interventi sul tema, Snyder, nell’ottobre scorso, ha reso disponibile in formato podcast una lezione tenuta all’Università di Boston. Snyder si concentra sui “cinque modi  con cui “tendiamo a evitare di guardare a quanto sta accadendo in Ucraina come a un genocidio”. Bisogna infatti tenere conto, spiega lo storico, che non è mai stato facile affrontare questo argomento, ogni qual volta ha fatto il suo ingresso nella storia. In questi casi, riuscire a vedere quello che accade fa la differenza: “Una volta che vedi un genocidio, non puoi più stare in disparte, o stai dalla parte di chi lo commette o stai dalla parte delle vittime”. 

Le prime due obiezioni che Snyder prende in esame sono di tipo legale e pragmatico. Si può infatti pensare che ci siano altri crimini compiuti dalle forze armate russe, sempre in violazione del diritto internazionale e delle principali convenzioni, e che l’accusa di genocidio sia quella più difficile da portare avanti. Guerra di aggressione, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio sono ambiti diversi da portare avanti sul piano dell’azione giuridica, e uno non esclude l’altro. Snyder riconosce la fondatezza di un dibattito di questo tipo, tuttavia fa presente che la facilità con cui si può perseguire un crimine non nega che ne possano essere stati compiuti altri. Inoltre affrontare solo l’aspetto pratico (cosa si può perseguire nelle sedi opportune) non tiene conto di ciò che sta accadendo Ucraina, se non come potenziale azione da intraprendere nel futuro. Non definisce la cosa in sé. Parlare di genocidio, secondo Snyder

Ha anche a che fare con il modo in cui lo ricorderemo in seguito, perché la triste verità, come sanno quelli di voi che hanno studiato, è che la maggior parte dei genocidi viene dimenticata. E il motivo per cui sono stati dimenticati è che non sono mai stati notati fin dall'inizio. Quindi, se già in origine non si prende nota del fatto che un genocidio sta accadendo, si chiede a molte generazioni future di ricordarlo, di documentarlo e di valutarlo in seguito.

La terza argomentazione, è quella relativa alle sensazioni soggettive, riassumibile in “a me non sembra un genocidio” o “non lo sento come tale”. Questa prospettiva si basa prima di tutto sulla distanza dagli avvenimenti, poiché la maggior vicinanza e l’osservazione diretta dei crimini perpetrati fornisce una prospettiva radicalmente diversa: in base a ciò, si possono ignorare completamente o selettivamente le testimonianze offerte in questi mesi, sia circa gli intenti palesati dai russi, sia rispetto a quanto subito dalle popolazioni ucraine. Forse, ci diciamo, il carnefice è in realtà la vittima, o la vittima non è tale fino in fondo; oppure non sappiamo davvero cosa sta accadendo. Ci si affida poi a ragionamenti circolari, riassumibili in “non può essere un genocidio, perché se lo fosse me ne accorgerei”, o “non può essere un genocidio, perché se lo fosse non starei certo a guardare”. Invece, spiega Snyder, da questo punto di vista un genocidio, oltre a essere un termine legale, è un “banco di prova per l’umanità”. Poiché sì, invece “siamo il tipo di persone che possono diventare cattivi osservatori, ed è proprio per questa logica”.

La quarta argomentazione è relativa al fatto che le azioni russe non costituiscano in sé genocidio, per quanto brutali. Abbiamo già visto nella prima parte dell’articolo la plausibilità dell’accusa di genocidio. Qui vale la pena menzionare un aspetto evidenziato da Snyder sui trasferimenti forzati di minori e la “russificazione” degli ucraini, e su come la violenza contro le donne sia un elemento strategico e non episodico:

Vorrei sottolineare che lo stupro è un esempio di danno corporeo o mentale, [...] nella campagna di stupri sistematici all'interno dell'Ucraina compiuti dai soldati russi. Nelle voci di quei soldati russi, troviamo spesso una specifica sfumatura politica o uno specifico scopo genocida, secondo il quale, dopo il trauma dello stupro, le donne ucraine non vorrebbero crescere bambini ucraini e non vorrebbero mai avere figli. L'imposizione di misure volte a prevenire le nascite all'interno del gruppo si applica anche ai campi di filtraggio e alla deportazione nei campi di filtraggio. E la deportazione che ne consegue è un'operazione di selezione delle donne e dei bambini fertili da parte dei russi. Inviano le donne fertili e i bambini prevalentemente in Russia, disperdendoli in Russia, con l'idea che questo impedirà la nascita di bambini ucraini, mentre consentirà la nascita di bambini russi, il che è letteralmente un genocidio [...].

Anche la quinta argomentazione si ricollega direttamente alla convenzione sul genocidio. Poiché uno degli aspetti è quello legato alle intenzioni, fa presente Snyder, una delle obiezioni più ovvie è che non c’è l’intenzione di distruggere gli ucraini da parte russa. La brutalità degli episodi più cruenti, di per sé, non è prova di questa intenzione in atto, di un progetto genocida a monte. “Qui troviamo l'opportunità di distogliere lo sguardo”, dice Snyder, “perché possiamo dire: come facciamo a conoscere l'intenzione? Non possiamo mai entrare nella mente di qualcun altro. Quindi come possiamo essere sicuri al cento per cento?”. 

Tuttavia, sul piano storico e legale, noi non ci affidiamo mai davvero al bisogno di leggere le intenzioni, perché nessuno storico o nessun giudice pretende la telepatia. Nemmeno a documenti in sé che forniscano i dettagli di un piano genocida elaborato dai vertici. Nemmeno per il genocidio più brutale mai avvenuto, l’Olocausto, il giudizio si basa su una prova di questo tipo. “Non c'è un ordine di Hitler che dica ‘questo è esattamente ciò che deve accadere agli ebrei’. Ma ci sono un'infinità di altre prove, e attraverso un giudizio storico o legale di base, possiamo ragionevolmente stabilire che Hitler avesse questo tipo di intenzione, e anche molte altre persone”.

Da questo punto di vista, fa presente Snyder, siamo sommersi dalle prove, tra  discorsi ufficiali, propaganda delle TV e delle agenzie di Stato. Il problema è legato casomai a come le valutiamo e classifichiamo, a come uniamo i puntini. Snyder espone perciò le nove categorie attraverso cui uno storico valuta questo tipo di messaggi ufficiali per capire se palesino una volontà genocida, portando volta per volta esempi relativi all’atteggiamento della Russia verso l’Ucraina:

  1. Colonialismo (“gran parte dei genocidi storici sono associati al fenomeno del colonialismo europeo e di altri paesi”). Il linguaggio di Putin verso l’Ucraina è di tipo coloniale da almeno un decennio. L’idea che esista uno Stato russo o che l’Ucraina è sempre esistita come parte della Russia richiama una visione imperialista dove è negata l’autodeterminazione di un popolo. “Se la Crimea è sempre stata Russia, allora possiamo dimenticare i 600 anni circa in cui c'era un diverso Stato in Crimea”, lo stesso vale naturalmente per l’esistenza di gruppi come i tatari di Crimea.
  2. Apologia. “La Russia” dice Snyder, “ha iniziato la guerra riaffermando una legge sulla memoria, che rende nel paese un crimine ricordare che l'Unione Sovietica e la Germania nazista erano alleate nel 1939”. Uno degli obiettivi distrutti dalle truppe russe, ricorda Snyder, è stato il Monumento alla memoria delle vittime dell’Holodomor, la carestia di massa che l’Unione Sovietica  provocò in Ucraina nel 1932. 
  3. Deumanizzazione. Questa categoria, che abbiamo già visto, viene ricondotta da Snyder anche a un campo di applicazione classico, ossia l’antisemitismo, poiché nella propaganda antisemita gli ebrei sono “nemici dello Stato”, elementi estranei che lo minacciano. Senza dimenticare poi i riferimenti antisemiti diretti al presidente ucraino Zelensky o sul "sangue ebreo" di Hitler - circostanza quest’ultima che costrinse Putin stesso a scusarsi con il governo israeliano.  
  4. Narcisismo. Il genocidio e la distruzione dell’altro diventano un meccanismo identitario, nell’ottica “noi vs loro”. Non si tratta soltanto di “denazificare” l’Ucraina, ma di affermare con la guerra il ruolo della Russia nel mondo, anche attraverso il revisionismo storico. Per definire sé stessa, dunque, la Russia ha bisogno di distruggere l’Ucraina. 
  5. Intensificazione. Poiché l’Ucraina non esiste, il fatto che non si sia riusciti ancora sconfiggerla è la dimostrazione che sono “agenti di poteri internazionali” e che quindi si debba agire più distruttivamente. Da questa prospettiva, spiega Snyder, proviene il passaggio nella propaganda dalla “denazificazione” relativa alle élite, all’annientamento totale. 
  6. Metafisica. “La realtà non è proprio quella che sembra”, e quindi la non esistenza dell’Ucraina viene plasmata come “una sorta di realtà alternativa che non tutti riescono a vedere”. “Un argomento frequente nella propaganda russa” spiega Snyder”, “è che gli ucraini sono russi malati di mente”, da “curare con la violenza”, discorsi cui va ad aggiungersi quanto abbiamo già visto circa il satanismo: l’Ucraina non va più “denazificata”, ma “purificata”.
  7. Fascismo. “Dire che la nostra missione è la desatanizzazione per descrivere un paese il cui presidente è ebreo riecheggia qualcosa che non sfuggirà a nessuno, almeno in quella parte del mondo”, dice Snyder. Oltre a ciò, rimanda a una visione fascista l’idea di dover ricostruire un passato unitario e glorioso, in un mondo presento frammentario e corrotto. Poiché il presente è corrotto, mentire per difendere la missione russa è giusto. In questa visione, “la Russia è sempre innocente, perché la Russia è l'unica speranza per la restaurazione del mondo. E una volta che si crede a questo, allora molte altre cose cominciano ad andare al loro posto”.
  8. Sostituzione etnica. Snyder cita in particolare la massiccia presenza di questa teoria nei canali Telegram del gruppo Wagner. Ma lo stesso trasferimento forzato di donne e bambini alimenta il bisogno di difendere il popolo russo dalla “cancellazione”. Così come il massiccio invio di truppe provenienti da minoranze etniche - il loro sacrificio asseconda una visione purificatrice etnonazionalista, e non vanno dimenticate, ricorda ancora Snyder, le persecuzione ai danni dei Tatari di Crimea.
  9. Eccezionalismo. Questo tipo di discorso attesta che le regole valgono per gli altri, non per sé: perciò non si dovrà mai rispondere del proprio operato. Lo stesso Putin il 30 settembre dichiarava “L'Occidente insiste su un ordine basato sulle regole. Ma da dove viene questa idea? Chi ha mai visto queste regole? Chi le ha concordate o approvate?”. A ulteriore conferma, come denunciato tra gli altri da Amnesty International, il 13 dicembre il Parlamento russo ha approvato la prima lettura di una legge che di fatto elimina ogni responsabilità delle forze armate russe (e per chi agisce per conto loro) nei territori ucraini occupati.

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In conclusione, c’è un aspetto evidenziato da Snyder che è bene fare nostro. Non bisogna collocare fuori dalla storia i genocidi del passato, come se costituissero un orrore da cui siamo al riparo, assolvendoci in questo modo da qualunque responsabilità nel presente, magari richiamandoci a parole che consideriamo nobili, o puntando il dito contro altri orrori (“E allora …?”) al solo scopo di distogliere l’attenzione, di negare. Se confiniamo i genocidi a eventi unici ed eccezionali, le decisioni del presente non possono provocarne di nuovi, né per inerzia né per scelte dirette, e la Convezione sul genocidio diventa qualcosa che possiamo lasciare in un cassetto a prender polvere. Dice Snyder:

Forse è perché a un certo livello ci diciamo: "Beh, non è l'Olocausto, no? Non è l'Olocausto”. E ovviamente non lo è. Ma credo che sia molto importante, mentre parliamo in parallelo di Olocausto, genocidio e diritti umani, pensare all'Olocausto non come a uno strumento per dimenticare, ma come a uno strumento di memoria. Non come a un modo per liquidare eventi, ma come a un modo per aiutare a vedere altri eventi che si verificano.

La storia dei genocidi è anche la storia delle giustificazioni, dei revisionismi o dei negazionismi che li hanno accompagnati e seguiti. È una lezione terribile che abbiamo dovuto imparare dalle fossi comuni di cui è disseminata la storia: l’esibita cecità radicata nell’orrore. In epoca recente è accaduto ancora, ad esempio per Srebrenica, o per il Ruanda. Questo sta accadendo per l’Ucraina, e continuerà ad accadere per molto tempo ancora, una volta che la guerra sarà conclusa.

(Immagine in anteprima via President of Ukraine - Flickr)

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