Sudan, Alaa e il suo canto rivoluzionario: “I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio”


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È diventata immediatamente il simbolo delle proteste in Sudan contro il presidente Omar al-Bashir: la foto di una giovane donna, vestita di bianco, in piedi sul tetto di un'automobile, un braccio sollevato verso il cielo, un dito rivolto verso l'alto, l'altro intorno alla vita, che guida i cori di protesta durante una manifestazione antigovernativa nel centro della capitale Khartoum, in mezzo a tante persone con i cellulari in mano che stanno registrando il momento.

Il suo nome è Alaa Salah, ha 22 anni e studia ingegneria e architettura all'Università internazionale di Khartoum. Da quando, lo scorso 19 dicembre, sono iniziate le proteste per chiedere le dimissioni del presidente al-Bashir, Salah ha manifestato quotidianamente. Il giorno in cui è stata scattata la foto era scesa in piazza a Khartoum e aveva cominciato a recitare i versi di un poema rivoluzionario: "I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio".

«All'inizio – ha spiegato Salah al Guardian – si sono avvicinate solo 6 donne, ho cominciato a cantare e cantavano con me, e man mano la gente è arrivata sempre più numerosa». A quel punto la studentessa ha deciso di salire sul tetto di un'automobile e ha iniziato a guidare così i cori dei manifestanti, come mostrato da alcuni video diffusi sui social dove si vede Salah ripetere cantando: "La religione dice che se gli uomini vedono che qualcosa va male, non possono restare in silenzio", e la folla rispondere: "Rivoluzione!".

«Stava incoraggiando la folla a reprimere il regime oppressivo a cui ogni cittadino sudanese è sottomesso, chiedeva "Thawra", la rivoluzione», ha spiegato alla CNN Ahmed Awad, collega universitario di Alaa Salah. «Voleva dare a tutti una speranza e un'energia positiva e c'è riuscita. Quando ho scattato la foto e poi l'ho visualizzata sul mio cellulare ho subito pensato: questa è la mia rivoluzione e noi siamo il futuro», ha aggiunto Lana Haroun, l'autrice della foto poi ripresa da tutte le testate giornalistiche.

«Sono molto contenta che la mia foto abbia permesso alle persone di tutto il mondo di conoscere la rivoluzione in Sudan. Sto manifestando dal primo giorno perché i miei genitori mi hanno insegnato che bisogna amare il proprio paese», ha commentato nell'intervista al Guardian Alaa Salah.

Anche la scelta degli abiti e degli orecchini indossati dalla giovane manifestante non è stata casuale e ha un valore simbolico ben preciso. Il vestito bianco – ha sottolineato su Twitter Hind Makki, educatrice anti-razzista sudanese-americana di Chicago – è il "thobe", indossato dalle donne che lavorano negli uffici pubblici e di cotone (una delle principali esportazioni del Sudan) e, quindi, "rappresenta le donne che lavorano in città o nel settore agricolo nelle aree rurali". Gli orecchini sono delle lune d'oro, "gioielli tradizionali delle sposa, simbolo della femminilità". L'intero abito "richiama le vesti indossate dalle nostre madri e dalle nostre nonne negli anni '60, '70 e '80 quando manifestavano per strada contro le precedenti dittature militari. Tutto questo, ha aggiunto Makki, rende la forma di protesta scelta ancora più potente e la fotografia ancora più carica di significati.

In una vignetta postata su Twitter, il vignettista sudanese in esilio a Copenaghen, Khalid Albaih, ha definito Alaa Salah "Kandaka", il titolo dato alle regine nubiane dell'antico Sudan, in riferimento a Candace, regina di Nubia ai tempi delle conquiste di Alessandro il Grande. "I sudanesi di tutto il mondo – spiega ancora su Twitter Hind Makki – chiamano "Kandaka" tutte le donne che si battono duramente per il paese e i propri diritti". E "Kandake" si sono fatte chiamare le studentesse che, a partire da marzo, hanno manifestato in abiti bianchi alla Ahfad University for Women (AUW), un'università privata di Omdurman in Sudan, diventando un modello anche per altre proteste e creando anche un hashtag التوب_الابيض#.

Che la figura di Alaa Salah si sia caricata di un valore simbolico così alto in poco tempo non deve sorprendere, commenta Jason Burke sul Guardian. A differenza degli uomini, spesso in minoranza tra la folla che protesta per sostituire al-Bashir, le donne stanno avendo un ruolo centrale nelle manifestazioni iniziate in Sudan lo scorso dicembre, quando, con un'inflazione al 72%, il governo ha triplicato il prezzo del pane e i bancomat erano sprovvisti di denaro contante. Da allora, spiega Pierre Haski su Internazionale, i manifestanti hanno cominciato a protestare per il pane e la libertà: "Una rivolta pacifica che va oltre le differenze sociali, politiche e regionali su cui fa affidamento il potere da decenni".

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Da dicembre, ci sono stati cortei quasi ogni giorno fermati con una violenta repressione da parte dei servizi di sicurezza e delle milizie del governo che ha provocato più di 60 vittime. Molte donne sono finite in carcere sin dalla prima ondata di proteste e solo tra il 6 e l'8 aprile, scrive Human Rights Watch, sono state uccise 8 persone, mentre in centinaia sono stati maltrattati, percossi per strada e incarcerati senza la formulazione di un'accusa. Secondo quanto si legge in un rapporto sempre di Human Rights Watch, donne e ragazze sono state arrestate per le tipologie di abiti indossati, perché hanno mostrato i capelli o perché fermate a guidare un'auto con uomo all'interno, e condannate alla fustigazione e alla lapidazione.

Dopo le repressioni più recenti da parte delle milizie del governo, lo scorso 8 aprile, decine di migliaia di persone si sono accampate davanti al quartier generale dell’esercito sudanese a Khartoum per chiedere l’appoggio dei militari e organizzare insieme all'esercito una transizione politica, così come avvenuto 35 anni fa, nel 1985, con il colpo di Stato che fece cadere il presidente dell'epoca, Ja'afar Nimeiri.

L'11 aprile, dopo sei giorni consecutivi di sit-in, i militari hanno circondato il palazzo presidenziale di al-Bashir. Il generale Awad Ibn Auf ha giurato come presidente di un consiglio militare che ha preso il posto di al-Bashir, ha annunciato che ci sarà un governo militare per un massimo di due anni, dopo i quali saranno organizzate nuove elezioni, ha sospeso la Costituzione, chiuso temporaneamente lo spazio aereo e i confini del paese, e ha imposto un coprifuoco per un mese tra le 10 di sera e le 4 del mattino. L'ex presidente al-Bashir è in stato di arresto insieme ad altri membri del governo e sarà processato in Sudan: condannato dalla Corte internazionale di Giustizia, su di lui pende un mandato di cattura per l’accusa di genocidio, risalente ai massacri in Darfur nel 2003.

Gli organizzatori delle manifestazioni che ha portato alla caduta di al-Bashir hanno però invitato la popolazione a violare il coprifuoco e a continuare a manifestare dicendo di non accettare il governo militare e di volere un governo civile di transizione fino a nuove elezioni. Di fronte alle nuove proteste, il consiglio militare ha assicurato che ci sarà un governo civile ma che il periodo di transizione sarà guidato dal governo militare fino a quando non ci sarà una situazione caotica.

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Nei giorni scorsi Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia avevano diffuso una dichiarazione congiunta per chiedere al governo del Sudan di fermare le violenze contro i manifestanti e consentire un dialogo politico credibile e inclusivo: "La richiesta di cambiamento politico da parte del popolo coraggioso e resiliente del Sudan sta diventando sempre più chiara e potente. È giunto il momento per le autorità sudanesi di rispondere a queste richieste popolari in modo serio e credibile", si legge nella nota.

Il governo aveva anche vietato l'uso dei social network, ma il divieto – riporta BuzzFeed – non ha impedito alle donne sudanesi di organizzarsi online e di utilizzare i gruppi su Facebook, precedentemente usati per discutere delle forme di repressione a cui erano soggette, per denunciare gli agenti di sicurezza statali scoperti a esercitare violenza contro i manifestanti.

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Nel 1983 Nimeiri aveva imposto la Shari'a a tutto il paese, anche se solo con al-Bashir al potere, nel 1989, alcune norme sono state inasprite. In base a quanto riportato da alcuni gruppi non governativi sudanesi, circa 15mila donne sono state condannate alla fustigazione nel 2016. «Per molte donne questo regime è sinonimo di tutti i tipi di repressione. Non è sorprendente che vedano queste proteste come un'opportunità per cambiare le cose», ha affermato Jehanne Henry di Human Rights Watch.

Foto in anteprima via Lana Haroun

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