Sudan, Alaa e il suo canto rivoluzionario: “I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio”


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Sudan, firmato l'accordo che porterà alla nascita del nuovo governo. Domani verrà nominato il nuovo primo ministro

Aggiornamento 19 agosto 2019: Il Consiglio militare del Sudan e le opposizioni civili hanno firmato ufficialmente la dichiarazione costituzionale che fissa i termini per l’istituzione di un nuovo governo. Secondo l’accordo, raggiunto il 4 agosto dopo lunghe trattative che avevano visto la mediazione dell’Unione Africana e dell’Etiopia, verrà creato un Consiglio sovrano formato da 11 membri (cinque nominati da ciascuna delle due parti più una personalità civile) che governerà per i prossimi 3 anni in attesa di nuove elezioni. Per i primi 21 mesi il Consiglio sarà guidato da un militare, per i restanti 18 da un civile.

Domani 20 agosto sarà invece nominato un nuovo Primo ministro, il cui governo dovrebbe venire presentato il prossimo 28 agosto. Per la guida dell'esecutivo l'opposizione proporrà l'economista Abdalla Hamdok, ex funzionario delle Nazioni Unite e già alto dirigente del Ministero delle Finanze sudanese prima del golpe militare del 1989 con cui salì al potere Omar al Bashir. Entro fine mese il primo ministro nominerà 20 ministri scelti da un elenco presentato dalle forze di opposizione, fatta eccezione per il ministro dell’Interno e quello della Difesa che saranno scelti dai membri militari del Consiglio. Il Consiglio dei ministri potrà chiedere al Consiglio sovrano di annunciare uno stato di emergenza nazionale se l'unità e la sicurezza del paese saranno a rischio.

L’accordo prevede anche la creazione di un organo legislativo indipendente. I suoi membri – scelti per il 67% dalla coalizione delle opposizioni civili e per il resto da altri gruppi politici non associati a Bashir – non potranno superare le 300 persone e almeno il 40% dei seggi sarà riservato alle donne.

«Il popolo del Sudan ha combattuto per quasi 30 anni e la transizione politica nel Paese è sembrata un sogno irrealizzabile. Ora è necessario avere una rappresentanza equa», ha detto Mohammad Naji Al Assam, rappresentante dell'Associazione dei professionisti sudanesi, a capo delle proteste, durante la cerimonia per la firma dell'accordo storico. «Abbiamo aperto una nuova pagina nel Sudan e ne abbiamo chiusa un'altra di tre decenni di oppressione di corruzione».

Tuttavia, spiega Hiba Morgan su Al Jazeera, “per strada le persone sono ancora caute, preoccupate che il Consiglio militare possa ritardare l'attuazione di alcune clausole e quindi mantenere il potere più a lungo o trovare un modo per continuare a mantenere il controllo del governo fino alle elezioni”.

«È stato un compromesso molto faticoso da raggiungere», ha aggiunto Sara Abdelgalil dell'Associazione dei professionisti sudanesi. «Speriamo solo di riuscire ad avere un governo a guida civile alla fine dei tre anni. E se falliremo, torneremo in strada».

L’accordo è una “notizia positiva” che “va celebrata”, ha dichiarato sempre ad Al Jazeera Abdelwahab El-Affendi, docente al Doha Institute for Graduate Studies. Ma, ha aggiunto, l’istituzione del governo civile non è che il primo passo di fronte alla difficili sfide da affrontare: «La gente stava aspettando questo momento da molto tempo. [E] si aspetta che una volta che il primo ministro sarà in carica, le cose cambieranno. Ma non sarà così semplice perché l'economia si è indebolita e la capacità dello Stato di intervenire si è ridotta ridotta». La nuova amministrazione eredita, infatti, un paese al collasso economico, con l'inflazione in aumento, carenza di cibo, carburante ed elettricità e infrastrutture fatiscenti che hanno causato l'allagamento di ampie aree di Khartum nelle piogge stagionali nelle ultime settimane.

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Sudan, raggiunto un accordo tra il Consiglio dei militari e i leader della protesta. Nei giorni scorsi sventato un colpo di Stato

Aggiornamento 12 luglio 2019: Il consiglio militare del governo sudanese ha annunciato in diretta televisiva di aver sventato nei giorni scorsi un tentativo di colpo di Stato da parte, un alto generale ha annunciato sulla televisione di stato, dicendo che 12 ufficiali e quattro soldati sono stati arrestati. «Ufficiali e soldati dell'esercito e dell'intelligence e del servizio di sicurezza nazionale, alcuni dei quali in pensione, stavano cercando di realizzare un colpo di stato», ha dichiarato il generale Jamal Omar, aggiungendo che 12 ufficiali e quattro soldati sono stati arrestati.

L'annuncio è arrivato mentre i consulenti legali del consiglio militare di governo e i leader della protesta stavano esaminando i dettagli dell’accordo raggiunto la settimana scorsa dopo un'intensa mediazione da parte dell'Unione Africana e degli inviati etiopi e che prevede la nascita di un organismo transitorio congiunto civile-militare. La presidenza del nuovo organo di governo sarà detenuto dai militari per i primi 21 mesi e dai civile per i restanti 18 mesi.

Secondo l'accordo, l'esercito guiderà il Consiglio per i primi 21 mesi, con il capo della giunta, Abdel Fattah al-Burhan, come presidente, per i restanti 18 mesi subentreranno i civili. Il Consiglio sarà composto da cinque membri militari e cinque civili, oltre a un sesto cosiddetto civile concordato da entrambe le parti che in realtà sarà un ufficiale militare in pensione, secondo quanto riferito. È stata anche annunciata un'indagine indipendente sugli attacchi dello scorso giugno: nessuna figura riconosciuta colpevole potrà sedere nel consiglio sovrano.

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Sudan, i medici denunciano 70 casi di stupro durante l'attacco dell'esercito al sit-in in cui sarebbero morte oltre 100 persone. Intanto le proteste continuano: secondo giorno di sciopero generale e disobbedienza civile

Aggiornamento 11 giugno 2019: Più di 70 persone – secondo i dati del Comitato centrale dei medici, vicino alle istanze delle opposizioni – sono state stuprate da parte dei paramilitari nell’attacco della scorsa settimana a Khartoum, quando le forze di sicurezza hanno sferrato un attacco contro il sit-in dei manifestanti che chiedono la transizione a un governo civile, provocando oltre 100 morti e 700 feriti.

Un medico dell'ospedale Royal Care ha dichiarato di aver curato otto vittime di stupro - cinque donne e tre uomini. In un secondo ospedale nel sud di Khartoum, una fonte medica ha detto di aver ricevuto due casi di stupro, tra cui uno che è stato attaccato da quattro paramilitari dell'RSF. Diversi testimoni hanno anche parlato di episodi simili sui social.

Molte vittime non hanno voluto recarsi in ospedale per timore di rappresaglie e perché l’accesso alle cure sanitarie è limitato. Per gli attivisti dei diritti umani le notizie sugli stupri sono affidabili. È molto difficile, attualmente, avere accesso alle informazioni perché a Khartoum Internet è bloccato.

Intanto, proseguono le proteste con il secondo giorno di sciopero generale e disobbedienza civile iniziati domenica scorsa che hanno l’obiettivo di rilanciare il movimento di opposizione, martoriato dalla brutale repressione, e costringere i leader militari a dimettersi. A Khartoum i negozi sono chiusi e le strade deserte. Secondo quanto dichiarato dai gruppi che stanno animando lo sciopero, la giunta militare ha avviato una campagna di arresti e di intimidazioni nei confronti di attivisti politici e di chi sta aderendo alle proteste. Attivisti, banchieri, medici, personale di controllo del traffico aereo, piloti, ingegneri, economisti sono stati presi di mira dai servizi di intelligence nel tentativo di rompere il blocco che sta scioperando.

Due leader dell'opposizione che hanno incontrato il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed – giunto a Khartoum venerdì scorso per mediare tra l'opposizione e il Consiglio militare di transizione al potere dopo la deposizione di Bashir – sono stati detenuti, insieme a un portavoce dell'opposizione. Molti altri arresti non sono stati segnalati, aggiungono i gruppi di opposizione.

"L’unica soluzione è paralizzare la vita quotidiana", hanno detto i leader della protesta: "Di fronte a questi sviluppi repressivi, chiediamo ai lavoratori del settore pubblico e privato di aderire alla [campagna] di disobbedienza civile e allo sciopero generale. Questi mezzi pacifici sono un modo per onorare il sangue dei martiri [e] proteggere la vita dei colleghi ".

Il Consiglio militare di transizione, al governo dopo la deposizione di Bashir, si è rifiutato di fare concessioni interrompendo i negoziati che avrebbero portato entro 3 anni a nuove elezioni, incolpando il movimento di protesta del paese di quanto accaduto.

Nei prossimi giorni, un importante diplomatico statunitense, Tibor Nagy, si recherà a Khartoum per incontrare sia i membri della leadership militare che i leader della protesta e chiedere la fine della repressione.

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Sudan, oltre cento i morti per l'attacco dell'esercito al sit-in di protesta contro il governo dei militari

Aggiornamento 7 giugno 2019: In Sudan, il bilancio delle vittime dell'attacco di lunedì al sit-in dei manifestanti ha superato i 100 morti, dopo che 40 corpi sono stati recuperati dal Nilo, secondo il Central Committee of Sudan Doctors (CCSD, vicino ai manifestanti), riporta la CNN. Questo report è stato però contestato dal ministero della Sanità, che parla di un numero inferiore di vittime. L’attacco era stato lanciato il 3 giugno a Khartoum dall’esercito – che governa il paese da quando due mesi fa è stato deposto l’ex presidente Omar al Bashir – nei confronti di un sit-in di manifestanti che dal 6 aprile stanno protestando per chiedere il trasferimento del potere dai militari a un governo civile.

L’attacco militare di lunedì su civili è stato condannato a livello internazionale da parte del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Il generale Abdel Fattah al-BurhanIl, capo del consiglio militare al governo del Sudan, ha ordinato un'indagine sulle morti per consegnare alla giustizia i responsabili e dichiarato, durante un discorso andato in onda mercoledì scorso sulla Tv di Stato sudanese, di essere disposto a iniziare nuovi negoziati con i gruppi di opposizione. I manifestanti, che stanno continuando a manifestare, hanno però respinto le richieste di colloquio avanzate dall’esercito: "Non c'è modo di risolvere la complessità che paralizza il paese se non continuando la rivoluzione fino a rimuovere il consiglio militare".

Intanto, il Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione Africana (che ha chiesto un’indagine immediata e trasparente per individuare i responsabili delle violenze di lunedì) ha sospeso la partecipazione del Sudan da tutte le attività dell'organismo "con effetto immediato" a causa della violenza nel paese: “La sospensione – riporta l’Ansa – resterà in vigore fino ‘all'effettivo ristabilimento’ di un'autorità civile di transizione, ‘unica via per permettere al Sudan di uscire dall'attuale crisi’”. Secondo Jason Burke, corrispondente del Guardian, questa decisione dell’Ua potrebbe far crescere la pressione sui nuovi governanti militari del paese, concretizzando la prospettiva di un isolamento diplomatico nel continente e di possibili sanzioni se non trasferiranno il potere a un'autorità a guida civile.

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Sudan, le Forze di Sicurezza attaccano il sit-in di protesta contro il governo dei militari a Khartoum

Aggiornamento 3 giugno 2019: Almeno 8 persone sono state uccise e alcune decine sono rimaste ferite a Khartoum, in Sudan, durante un attacco da parte dell’esercito nei confronti di un sit-in di manifestanti che dal 6 aprile stanno protestando nella piazza antistante il quartier generale militare per chiedere il trasferimento del potere dai militari (che governano il paese da quando due mesi fa è stato deposto l’ex presidente Omar al Bashir) a un governo civile.

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Le forze di sicurezza hanno iniziato l’attacco nelle prime ore della mattina. Alcuni abitanti di Khartoum hanno detto di aver udito forti colpi di arma da fuoco e di aver visto salire il fumo dall’area intorno al quartier generale militare. Le immagini in diretta trasmesse dalle stazioni televisive arabe hanno mostrato le tende usate dai manifestanti in fiamme.

Il giornalista della BBC Benjamin Strick, specializzato nella verifica di filmati su Twitter, ha condiviso alcuni video in cui è possibile vedere il momento in cui l’esercito ha rotto il sit-in e ascoltare il suono di numerosi spari.

Stando a quanto comunicato dalla “Sudanese Professionals Association”, il gruppo che sta guidando le proteste a livello nazionale, l’esercito avrebbe messo in atto “un tentativo infido di dispersione della protesta. La notizia della repressione ha scatenato disordini intorno a Khartoum. Migliaia di manifestanti hanno riferito di aver bloccato le strade con pietre e pneumatici in fiamme a Omdurman, città confinante con la capitale sudanese.

Irfan Siddiq, l'ambasciatore britannico in Sudan, si è detto estremamente preoccupato per i pesanti colpi di arma da fuoco che aveva udito dalla sede ufficiale dell’Ambasciata a Khartoum e per le notizie che stava ricevendo secondo le quali le Forze di Sicurezza sudanesi stavano attaccando il sit-in di protesta: "[Non c'è] nessuna scusa per qualsiasi attacco del genere", ha detto su Twitter. Anche l’Ambasciata statunitense ha condannato l’operazione: "Gli attacchi delle forze di sicurezza sudanesi contro i manifestanti e altri civili sono sbagliati e devono fermarsi".

Il Consiglio Militare di Transizione (TMC) ha negato che l’obiettivo dell’azione dell’esercito fosse il sit-in di protesta. A Sky News il portavoce del Consiglio Militare, Shams al-Din Kabbashi, ha dichiarato che i militari avevano preso di mira un’area vicina al sit-in, “a lungo focolaio di corruzione, diventata una minaccia per la sicurezza dei cittadini”, e che le forze di opposizione erano state messe al corrente dell’azione.

Un paio di settimane fa era stato raggiunto un accordo tra il Consiglio militare di transizione e le forze di opposizione per gestire le fasi successive alla caduta di Bashir e portare a un nuovo governo civile entro tre anni. Il giorno dopo, però, colloqui tra le due parti erano stati interrotti perché i militari chiedevano che i manifestanti sgomberassero il sit-in «per creare le condizioni necessarie a portare a termine l'accordo», come aveva dichiarato il leader del Consiglio militare di transizione, Lt-Gen Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. L’accordo prevedeva l’istituzione di un consiglio di presidenza che avrebbe dovuto governare il paese fino a nuove elezioni, di un governo e un parlamento di 300 seggi, due terzi dei quali sarebbero stati assegnati alle opposizioni che hanno appoggiato il colpo di Stato.

Nove persone, riportava BBC, erano rimaste ferite in un’operazione dell’esercito che avrebbe dovuto portare alla rimozione del sit-in. Altri scontri – i più violenti dalla deposizione di Bashir – si erano verificati pochi giorni prima, il 13 maggio, quando le Forze di sicurezza avevano ucciso 6 persone e ferito diverse decine nel centro di Khartoum. Le opposizioni e i militari avevano accusato delle violenze alcuni membri delle Forze di sicurezza ancora leali a Bashir che, nei suoi 30 anni di governo, aveva formato un apparato di sicurezza segreto composto da diversi gruppi paramilitari. L’ambasciata degli Stati Uniti aveva invece accusato il Consiglio militare di aver usato gas lacrimogeni contro i manifestanti nel tentativo di rimuovere le barricate contribuendo a generare ulteriore violenza.

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Sudan: una folla enorme chiede di consegnare il potere ai civili nella più grande protesta da quando è stato spodestato Bashir

Aggiornamento 26 aprile 2019: In Sudan una folla enorme si è radunata davanti al ministero della Difesa per chiedere al consiglio militare transitorio del paese di consegnare il potere ai civili per formare un ‘consiglio presidenziale civile’. "Rimarremo in strada fino a quando il potere non sarà consegnato all'autorità civile", ha detto uno dei manifestanti, riporta il Guardian.

Dopo le repressioni più recenti da parte delle milizie del governo dell’ex presidente Omar al-Bashir, lo scorso 8 aprile, decine di migliaia di persone si sono accampate davanti al quartier generale dell’esercito sudanese a Khartoum per chiedere l’appoggio dei militari e organizzare insieme all'esercito una transizione politica.

Sei giorni dopo i militari hanno circondato il palazzo presidenziale di al-Bashir e il generale Awad Ibn Auf ha giurato come presidente di un consiglio militare, annunciando un governo militare della durata di massimo di due anni per poi arrivare a nuove elezioni.
L'ex presidente al-Bashir è stato arrestato e insieme ad altri membri del governo sarà processato in Sudan.

Il nuovo esecutivo guidato dai militari ha sospeso la Costituzione, chiuso temporaneamente lo spazio aereo e i confini del paese, e ha imposto un coprifuoco per un mese tra le 10 di sera e le 4 del mattino. Fin da subito, però, gli organizzatori delle manifestazioni che hanno portato alla caduta di al-Bashir hanno invitato la popolazione a violare il coprifuoco e a continuare a manifestare dicendo di non accettare il governo militare e di volere un governo civile di transizione fino a nuove elezioni.

È diventata immediatamente il simbolo delle proteste in Sudan contro il presidente Omar al-Bashir: la foto di una giovane donna, vestita di bianco, in piedi sul tetto di un'automobile, un braccio sollevato verso il cielo, un dito rivolto verso l'alto, l'altro intorno alla vita, che guida i cori di protesta durante una manifestazione antigovernativa nel centro della capitale Khartoum, in mezzo a tante persone con i cellulari in mano che stanno registrando il momento.

Il suo nome è Alaa Salah, ha 22 anni e studia ingegneria e architettura all'Università internazionale di Khartoum. Da quando, lo scorso 19 dicembre, sono iniziate le proteste per chiedere le dimissioni del presidente al-Bashir, Salah ha manifestato quotidianamente. Il giorno in cui è stata scattata la foto era scesa in piazza a Khartoum e aveva cominciato a recitare i versi di un poema rivoluzionario: "I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio".

«All'inizio – ha spiegato Salah al Guardian – si sono avvicinate solo 6 donne, ho cominciato a cantare e cantavano con me, e man mano la gente è arrivata sempre più numerosa». A quel punto la studentessa ha deciso di salire sul tetto di un'automobile e ha iniziato a guidare così i cori dei manifestanti, come mostrato da alcuni video diffusi sui social dove si vede Salah ripetere cantando: "La religione dice che se gli uomini vedono che qualcosa va male, non possono restare in silenzio", e la folla rispondere: "Rivoluzione!".

«Stava incoraggiando la folla a reprimere il regime oppressivo a cui ogni cittadino sudanese è sottomesso, chiedeva "Thawra", la rivoluzione», ha spiegato alla CNN Ahmed Awad, collega universitario di Alaa Salah. «Voleva dare a tutti una speranza e un'energia positiva e c'è riuscita. Quando ho scattato la foto e poi l'ho visualizzata sul mio cellulare ho subito pensato: questa è la mia rivoluzione e noi siamo il futuro», ha aggiunto Lana Haroun, l'autrice della foto poi ripresa da tutte le testate giornalistiche.

«Sono molto contenta che la mia foto abbia permesso alle persone di tutto il mondo di conoscere la rivoluzione in Sudan. Sto manifestando dal primo giorno perché i miei genitori mi hanno insegnato che bisogna amare il proprio paese», ha commentato nell'intervista al Guardian Alaa Salah.

Anche la scelta degli abiti e degli orecchini indossati dalla giovane manifestante non è stata casuale e ha un valore simbolico ben preciso. Il vestito bianco – ha sottolineato su Twitter Hind Makki, educatrice anti-razzista sudanese-americana di Chicago – è il "thobe", indossato dalle donne che lavorano negli uffici pubblici e di cotone (una delle principali esportazioni del Sudan) e, quindi, "rappresenta le donne che lavorano in città o nel settore agricolo nelle aree rurali". Gli orecchini sono delle lune d'oro, "gioielli tradizionali delle sposa, simbolo della femminilità". L'intero abito "richiama le vesti indossate dalle nostre madri e dalle nostre nonne negli anni '60, '70 e '80 quando manifestavano per strada contro le precedenti dittature militari. Tutto questo, ha aggiunto Makki, rende la forma di protesta scelta ancora più potente e la fotografia ancora più carica di significati.

In una vignetta postata su Twitter, il vignettista sudanese in esilio a Copenaghen, Khalid Albaih, ha definito Alaa Salah "Kandaka", il titolo dato alle regine nubiane dell'antico Sudan, in riferimento a Candace, regina di Nubia ai tempi delle conquiste di Alessandro il Grande. "I sudanesi di tutto il mondo – spiega ancora su Twitter Hind Makki – chiamano "Kandaka" tutte le donne che si battono duramente per il paese e i propri diritti". E "Kandake" si sono fatte chiamare le studentesse che, a partire da marzo, hanno manifestato in abiti bianchi alla Ahfad University for Women (AUW), un'università privata di Omdurman in Sudan, diventando un modello anche per altre proteste e creando anche un hashtag التوب_الابيض#.

Che la figura di Alaa Salah si sia caricata di un valore simbolico così alto in poco tempo non deve sorprendere, commenta Jason Burke sul Guardian. A differenza degli uomini, spesso in minoranza tra la folla che protesta per sostituire al-Bashir, le donne stanno avendo un ruolo centrale nelle manifestazioni iniziate in Sudan lo scorso dicembre, quando, con un'inflazione al 72%, il governo ha triplicato il prezzo del pane e i bancomat erano sprovvisti di denaro contante. Da allora, spiega Pierre Haski su Internazionale, i manifestanti hanno cominciato a protestare per il pane e la libertà: "Una rivolta pacifica che va oltre le differenze sociali, politiche e regionali su cui fa affidamento il potere da decenni".

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Da dicembre, ci sono stati cortei quasi ogni giorno fermati con una violenta repressione da parte dei servizi di sicurezza e delle milizie del governo che ha provocato più di 60 vittime. Molte donne sono finite in carcere sin dalla prima ondata di proteste e solo tra il 6 e l'8 aprile, scrive Human Rights Watch, sono state uccise 8 persone, mentre in centinaia sono stati maltrattati, percossi per strada e incarcerati senza la formulazione di un'accusa. Secondo quanto si legge in un rapporto sempre di Human Rights Watch, donne e ragazze sono state arrestate per le tipologie di abiti indossati, perché hanno mostrato i capelli o perché fermate a guidare un'auto con uomo all'interno, e condannate alla fustigazione e alla lapidazione.

Dopo le repressioni più recenti da parte delle milizie del governo, lo scorso 8 aprile, decine di migliaia di persone si sono accampate davanti al quartier generale dell’esercito sudanese a Khartoum per chiedere l’appoggio dei militari e organizzare insieme all'esercito una transizione politica, così come avvenuto 35 anni fa, nel 1985, con il colpo di Stato che fece cadere il presidente dell'epoca, Ja'afar Nimeiri.

L'11 aprile, dopo sei giorni consecutivi di sit-in, i militari hanno circondato il palazzo presidenziale di al-Bashir. Il generale Awad Ibn Auf ha giurato come presidente di un consiglio militare che ha preso il posto di al-Bashir, ha annunciato che ci sarà un governo militare per un massimo di due anni, dopo i quali saranno organizzate nuove elezioni, ha sospeso la Costituzione, chiuso temporaneamente lo spazio aereo e i confini del paese, e ha imposto un coprifuoco per un mese tra le 10 di sera e le 4 del mattino. L'ex presidente al-Bashir è in stato di arresto insieme ad altri membri del governo e sarà processato in Sudan: condannato dalla Corte internazionale di Giustizia, su di lui pende un mandato di cattura per l’accusa di genocidio, risalente ai massacri in Darfur nel 2003.

Gli organizzatori delle manifestazioni che ha portato alla caduta di al-Bashir hanno però invitato la popolazione a violare il coprifuoco e a continuare a manifestare dicendo di non accettare il governo militare e di volere un governo civile di transizione fino a nuove elezioni. Di fronte alle nuove proteste, il consiglio militare ha assicurato che ci sarà un governo civile ma che il periodo di transizione sarà guidato dal governo militare fino a quando non ci sarà una situazione caotica.

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Nei giorni scorsi Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia avevano diffuso una dichiarazione congiunta per chiedere al governo del Sudan di fermare le violenze contro i manifestanti e consentire un dialogo politico credibile e inclusivo: "La richiesta di cambiamento politico da parte del popolo coraggioso e resiliente del Sudan sta diventando sempre più chiara e potente. È giunto il momento per le autorità sudanesi di rispondere a queste richieste popolari in modo serio e credibile", si legge nella nota.

Il governo aveva anche vietato l'uso dei social network, ma il divieto – riporta BuzzFeed – non ha impedito alle donne sudanesi di organizzarsi online e di utilizzare i gruppi su Facebook, precedentemente usati per discutere delle forme di repressione a cui erano soggette, per denunciare gli agenti di sicurezza statali scoperti a esercitare violenza contro i manifestanti.

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Nel 1983 Nimeiri aveva imposto la Shari'a a tutto il paese, anche se solo con al-Bashir al potere, nel 1989, alcune norme sono state inasprite. In base a quanto riportato da alcuni gruppi non governativi sudanesi, circa 15mila donne sono state condannate alla fustigazione nel 2016. «Per molte donne questo regime è sinonimo di tutti i tipi di repressione. Non è sorprendente che vedano queste proteste come un'opportunità per cambiare le cose», ha affermato Jehanne Henry di Human Rights Watch.

Foto in anteprima via Lana Haroun

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