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Monti e il viaggio alla fine del tunnel

9 Ottobre 2012 5 min lettura

Monti e il viaggio alla fine del tunnel

4 min lettura

Siamo nel tunnel, d'accordo, ci siamo dentro fino al collo, vediamo solo oscurità e disperazione e recessione, ma non dobbiamo aver paura, no, perché il Governo Dei Tecnici Imparziali™ proprio quest'estate ci ha assicurato che la fine del tunnel «sta cominciando ad illuminarsi», che «ci stiamo avvicinando alla fine di questo tunnel» - et voilà, finalmente ne usciremo, saremo schiantati dal sole e danzeremo forsennati al ritmo della Crescita (2.0, perché no?) e della Prosperità, dal tramonto all'alba, come si addice a degli autentici startupperoi.

Mi guardo attorno e vado avanti a tentoni, con passo misurato, incerto - non riesco ad aspettare, la luce è lontanissima, flebile, ma voglio andarle incontro. E così gli operai Alcoa, in passamontagna, mi salutano con occhi mesti e mi augurano buona fortuna, prima di scagliare rabbiosamente i tondini di alluminio addosso ai celerini. Mi imbatto nei lavoratori della storica Centrale del Latte di Genova, sessantatré dipendenti buttati per strada, e nonostante tutto ancora orgogliosi: «Siamo tutti genovesi ed eravamo e siamo ancora dei bravi ragazzi, consapevoli che il nostro prodotto sarebbe servito principalmente a bambini e anziani. È finita, ora andremo in cassa, speriamo di trovare lavoro altrove e magari velocemente». Magari, sì.

E ancora: i dipendenti del gruppo Nokia-Siemens di Milano, che il 5 ottobre, mentre la polizia manganellava gli studenti con zelo, si sono dati appuntamento davanti agli uffici della Regione Lombardia. Avevano «le magliette bianche e le facce scure», come racconta Pubblico del 6 ottobre, stremati dalle trattative sindacali che si trascinano per mesi, dagli incontri al Ministero del Lavoro, dagli scioperi - 90 ore da marzo ad oggi. Il loro destino sembra essere segnato, in un'atmosfera di fatalismo menefreghista. L'azienda è in crisi profondissima, l'Italia è un mercato saturo, funestato da legislazioni ipertrofiche e burocrazia cannibale. La soluzione: delocalizzare in Portogallo, Cina e India - crudelissima e ineluttabile decisione aziendale per chi è costretto a marcire qui. Del resto, mentre vedo i lavoratori Siemens ripiegare gli striscioni, penso che non sia certo gratificante fare la fine del distretto della concia di Vicenza: tremila posti di lavoro persi in 4 anni (da 12 a circa 9 mila), circa 200 lavoratori in cassa integrazione e mobilità negli ultimi 3 mesi, e cinque aziende che hanno cessato l'attività a settembre.

Il tunnel si snoda anche attraverso storie di miseria e meschinità, che vedono come protagonisti uomini anonimi strozzati dalla crisi. C'è il cassiere veronese di 42 anni che viene arrestato per aver rubato il bancomat di un pensionato di 75 anni: ha fatto nove strisciate (per un totale di quattromila euro) per pagare le spese mediche della madre. C'è l'imprenditore 37enne di Vittorio Veneto, un'azienda fallita alle spalle, che prova a riciclarsi come un novello Walter White ma fallisce miseramente, beccato dai carabinieri con una serra di marijuana in casa e 200 grammi pronti per lo spaccio. Ci sono le coppie di anziani che entrano vergognosamente in un Compro Oro, si sfilano la fede nuziale e giustificano una simile compravendita con la fame. Eppure, come avverte una voce ieratica, pateticamente rincuorante, «stiamo dando il meglio di noi stessi». Purtroppo, si vede che non è abbastanza.

Nel tunnel senza via d'uscita, fatiscente e opprimente, c'è anche la morte - lasciva & schifosa: come poteva mancare? Il 25 settembre Livio Andreato, imprenditore edile 47enne residente a Campagna Lupia (Venezia), ha tentato di far saltare in aria la casa dei genitori, che è stato costretto a vendere per debiti. Quando i carabinieri sono arrivati sul posto, l'imprenditore - asserragliato dentro la sua Fiat Punto - si è sparato un colpo di fucile in petto. Il giorno dopo, 26 settembre, Raffaele Rubinacci si è impiccato nella sua abitazione a Noale (Venezia). Nel 2006 aveva aperto una piccola ditta artigiana, minata alle fondamenta dalla crisi: le commesse si trovavano con sempre più difficoltà, e i pagamenti dei lavori eseguiti non arrivavano. Pochi giorni dopo, un odotontecnico 58enne di Padova si è ucciso con un colpo di pistola al cuore. Anni fa aveva acceso un mutuo per ristrutturare e ingrandire il suo laboratorio ricavato nelle pertinenze della casa; ma i debiti si accumulavano, e i soldi per pagare le rate erano finiti. «Non fate il passo più lungo della gamba», ha raccomandato ai figli nel biglietto d'addio.

Improvvisamente, dal ventre oscuro del tunnel si risale sui tetti dell'Hotel Bertha, a Montegrotto Terme (Padova), sul quale tre persone in tuta bianca sono salite ieri per protestare contro la crisi del settore termale euganeo - 3500 posti di lavoro a rischio, precarizzazione del personale e turisti in fuga. Dal tetto del Bertha si viene trascinati sul ballatoio esterno della Basilica di San Marco a Venezia, dove (sempre ieri) quattro ex lavoratrici della cooperativa «L'Ancora» hanno protestato ed esposto striscioni di sensibilizzazione sulla loro situazione. E dalla Basilica di San Marco è sufficiente rivolgere lo sguardo al Campanile, occupato nei giorni scorsi dagli operai Vinyls di Porto Marghera Nicoletta Zago, Lucio Sabbadin e Alessandro Gabanotto, da cinque mesi senza stipendio/cassa integrazione e da anni presi ferocemente in giro da aziende, sindacati e istituzioni. Nel 1997 il Campanile era stato occupato dai Serenissimi, arrivati in piazza San Marco con il famoso tanko per rivendicare la propria identità venetista. Eravamo all'apice del miracolo del Nordest, si scoppiava di lavoro, i capannoni cucivano la congiuntura tra cielo e terra e la periferia industriale non era ancora diventata uno scenario post-apocalittico di fabbriche abbandonate e cupa rassegnazione.

Scendo dal Campanile occupato insieme agli operai e per terra trovo il testamento lasciato da Angelo Di Carlo, il 54enne che si era autoimmolato a Montecitorio la notte tra venerdì 10 e sabato 11 agosto, morto il 19 dello stesso mese nell'indifferenza generalizzata. La raccolgo e leggo:

Carissima Raffaella, ti scrivo queste poche righe per dirti che il porta a porta fatto da politici come Bellini [assessore comunale di Forlì, ndr] è una presa per i fondelli. Io ci credevo nel porta a porta. Ora sono con queste cacchio di bollette da pagare e 3 mesi di affitto arretrato. Sono molto amareggiato di come stanno andando le cose in questo Paese

Sono arrivato alla fine del tunnel, finalmente. La luce mi travolge, i raggi mi penetrano negli occhi, il bianco è abbacinante, ed è allora che comincio a sentire una strana musica, un sinistro stridio, un clangore d'acciaio, lo sferragliare idrofobo. Realizzo con orrore la presunzione dell'azzardo iniziale: questa non è luce naturale; sono i fari artificiali di un treno ad alta velocità che mi sta venendo addosso.

E l'essere travolti così non è nemmeno la cosa peggiore.

La cosa peggiore è che questa immagine del treno l'ha usata Marchionne poco tempo fa.

(Illustrazione: Behance)

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