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La crisi in Siria ha raggiunto “un nuovo livello di orrore”

7 Marzo 2020 14 min lettura

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La crisi in Siria ha raggiunto “un nuovo livello di orrore”

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Si muore in Siria, non solo sotto i bombardamenti. Di freddo, al confine con la Turchia, mentre si cerca una via d'uscita, un riparo, una possibilità di sopravvivenza. È accaduto a Iman Leila, una bimba di diciotto mesi. La disperata corsa a piedi del papà verso l'ospedale più vicino non è servita a nulla: troppe tre settimane vissute al gelo con temperature che non superano i meno 5 gradi.

«Sogno di stare al caldo», racconta al telefono suo padre, Ahmad Yassin Leila, al New York Times. «Voglio solo che i miei figli possano riscaldarsi. Non voglio perderli a causa del freddo. Non desidero altro che una casa con delle finestre che li proteggano dal gelo e dal vento».

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Scappati dai bombardamenti dell'esercito siriano, coadiuvato dall'aviazione russa, che si sono intensificati nella provincia di Idlib a partire dallo scorso dicembre, sono un milione i siriani fuggiti (di cui più della metà bambini) che si riparano in altre città che potrebbero essere attaccate in ogni momento, rifugiandosi in palazzi abbandonati dove le case non hanno né porte, né finestre, oppure che vivono in tende o che dormono senza coperte all'addiaccio per strada o nei campi in prossimità del confine turco, tra gli ulivi, sotto teloni di plastica cuciti tra loro e legati ai rami.

Iman Leila è una degli almeno nove bambini morti per assideramento nelle ultime settimane.

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Come centinaia di migliaia di famiglie la sua era stata costretta ad abbandonare la città in cui risiedeva prima di arrivare a Idlib. Nove anni prima, Ahmad Yassin Leila si era unito alle proteste pacifiche contro il brutale autoritarismo del presidente siriano Bashar al-Assad sfociate in guerra. Quando due anni fa le forze siriane hanno riconquistato la sua città natale, un sobborgo di Damasco, nella Ghouta orientale, all'uomo è stato concesso di trasferirsi con la famiglia a Idlib in cambio della resa. Per questo stesso motivo più di un milione di civili provenienti da varie zone della Siria “ha scelto l'esilio” nella provincia nord-occidentale del paese, raddoppiando la popolazione locale e convivendo con gruppi di jihadisti e ribelli che avevano assunto il controllo politico grazie al caos che intanto si era creato.

La presenza di questi gruppi, capeggiati da Tahrir al-Sham affiliato ad al-Qaeda, ha dato il via libera all'offensiva militare siriana che in nome della guerra al terrorismo giustifica i ripetuti attacchi che prendono sempre più di mira civili, ospedali e scuole.

Con gran parte della zona sotto tiro, le organizzazioni umanitarie non riescono più a raggiungere i civili oppure impiegano ore, a causa del blocco delle strade, per consegnare rifornimenti a campi situati a pochi chilometri di distanza. Gli operatori umanitari, i volontari e i fornitori che consegnano acqua, coperte e cibo sono spesso costretti, a loro volta, a fuggire dalle proprie abitazioni bloccando così la macchina degli aiuti e dei soccorsi, come confermato da una dichiarazione rilasciata da Mark Lowcock, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti d'emergenza, secondo cui la crisi nella Siria nord-occidentale ha raggiunto "un nuovo livello di orrore".

Da tempo non ci sono più tende da distribuire e neanche fondi per poterle acquistare.

«Le persone non chiedono tanto», dichiara Fouad Sayed Issa, fondatore di Violet, una ong siriana con sede in Turchia. «Vogliono solo avere un posto dove stare. Ci chiamano per avere una tenda e non abbiamo niente da dargli». «Siamo soli, ormai», prosegue. «È la fine».

L'aumento delle ostilità tra forze turche e siriane

Fino a quando l'offensiva del governo siriano non è iniziata a partire dal 30 aprile 2019, la provincia di Idlib, ultima roccaforte nelle mani di ribelli ed estremisti, ha mantenuto una fragile stabilità sotto un cessate il fuoco mediato dalla Russia, che sostiene il regime di Assad, e dalla Turchia, che appoggia le forze di opposizione.

Di fronte alle ripetute violazioni dell'accordo di demilitarizzazione su Idlib siglato il 17 settembre 2018 da Turchia e Russia e alla mancata promessa da parte di quest'ultima di ripristinare il cessate il fuoco dopo che i suoi aerei, soprattutto negli ultimi mesi, hanno ripetutamente bombardato ospedali e abitazioni causando numerose vittime tra i civili la Turchia, che teme nuovi flussi di sfollati e che già accoglie 3 milioni e 700mila rifugiati, ha prima protestato e poi reagito militarmente.

Lo scorso 3 febbraio a seguito della morte di sette soldati e di un civile di nazionalità turca uccisi a Idlib da bombardamenti dell'esercito siriano, le forze turche hanno lanciato un'operazione grazie alla quale sarebbero stati "neutralizzati" 76 soldati siriani e colpiti 54 obiettivi, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa Hulusi Akar. L'attacco ha scatenato la reazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan che ha informato il parlamento di Ankara che avrebbe intrapreso ulteriori azioni se le truppe siriane non si fossero ritirate dai 4 avamposti di osservazione recentemente costruiti intorno alla città di Saraqib, situata a est di Idlib.

Ma le ostilità tra le forze siriane e quelle turche si sono ulteriormente intensificate dopo l’uccisione di cinque militari turchi e il ferimento di altrettanti membri dell'esercito il 10 febbraio scorso e la morte di altri 34 soldati in un attacco aereo sferrato dalle forze governative siriane nell'area nord-occidentale di Idlib venerdì 28 febbraio che secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa russo, Serghej Shojgu, sarebbe avvenuto a causa della mancata comunicazione da parte di Ankara dell'impiego delle proprie truppe nei combattimenti a fianco dei ribelli.

Sabato 29 febbraio, all'indomani dell'ultimo attacco siriano, Erdoğan ha comunicato la decisione di voler aprire i confini del paese permettendo ai rifugiati di entrare in Europa, poiché la Turchia non è più in grado di gestire nuove ondate di persone in fuga dalla Siria devastata dalla guerra. Il presidente turco ha inoltre sottolineato - come riportato dal quotidiano filo-governativo Daily Sabbah - che l'Unione europea non ha mantenuto la promessa di stanziare 25 milioni di euro per sostenere il peso economico della gestione dei profughi (oltre ai 6 miliardi ricevuti secondo quanto stabilito dall'accordo siglato con l'UE il 18 marzo 2016).

«Non possiamo gestire un nuovo flusso di rifugiati, ma non possiamo neanche lasciare queste persone in balia del regime di Assad», ha dichiarato Erdoğan.

«Che cosa abbiamo fatto ieri? Abbiamo aperto le porte», ha proseguito. «E non le chiuderemo. Perché? Perché l'Unione europea deve mantenere le sue promesse».

I 25 milioni di fondi a cui si riferisce Erdoğan, scriveva Hürriyet Daily News lo scorso 5 febbraio, sarebbero stati promessi dalla Germania per la costruzione di case per gli sfollati sul lato siriano del confine tra Turchia e Siria nella provincia di Idlib.

La questione sarebbe emersa durante un incontro tra il presidente Erdoğan e la cancelliera tedesca Angela Merkel nel corso di una visita avvenuta il 24 gennaio a Istanbul, mentre i dettagli sarebbero stati discussi in una conversazione telefonica il 4 febbraio in cui l'argomento principale era la crisi a Idlib.

Ma secondo quanto riferito dalla Reuters le istanze di Erdoğan non si limiterebbero a una richiesta di fondi ma anche alla creazione di una no-fly zone da parte dei membri della NATO (utile a tenere lontane le forze di Assad e a tutelare gli interessi turchi nella Siria settentrionale) e al prolungamento della disponibilità della batteria di missili Patriot di proprietà della Spagna dispiegati nella provincia turca di Adana (il cui ritiro è previsto a metà di quest'anno) considerata la mancata disponibilità degli Stati Uniti dopo l'acquisto dalla Russia (condannato dalla NATO) da parte della Turchia di un sistema missilistico antiaereo S-400.

Intanto giovedì 27 febbraio i ribelli siriani, sostenuti dalle forze turche, hanno ripreso il controllo di Saraqib, una città strategicamente importante poiché situata al crocevia delle due principali autostrade della Siria.

Alcuni video inviati dai combattenti ribelli hanno mostrato uomini che urlavano e sventolavano la bandiera dell'opposizione siriana nelle strade della città distrutta.

La perdita di Saraqib determina la prima grande battuta d'arresto per le truppe del governo siriano da quando la Turchia ha deciso di schierare soldati e attrezzature militari per sostenere i gruppi ribelli.

Un nuovo “cessate il fuoco”

Giovedì 5 marzo, al termine di un incontro al Cremlino durato sei ore, il presidente turco Erdoğan e il suo omologo russo Vladimir Putin hanno annunciato il cessate il fuoco a Idlib che ha avuto inizio alla mezzanotte (ora locale) di giovedì. L'incontro bilaterale ha sostituito quello precedentemente previsto alla presenza di Francia e Germania ed evitato in tutti in modi dalla Russia che non vuole il coinvolgimento da parte di Stati Uniti e Unione Europea nella questione siriana.

Se da un lato Erdoğan ha aggiunto che la Turchia non "rimarrà in silenzio" di fronte agli attacchi delle forze governative siriane promettendo così ritorsioni, da parte sua Putin (che ha espresso le condoglianze a Erdoğan per la morte dei 34 soldati turchi, senza mancare di sottolineare che ci sono state perdite anche tra le forze siriane) ha affermato che pur non essendo la Russia sempre d'accordo con il suo partner turco, nei momenti cruciali i due paesi riescono sempre a trovare un territorio comune che porti a soluzioni condivise e che spera che l'intesa ponga fine alle sofferenze dei civili e aiuti a contenere una crisi umanitaria.

L'accordo tra Turchia e Russia prevede anche la creazione di un corridoio di sicurezza lungo una delle principali autostrade che attraversa Idlib dalla costa mediterranea al confine con l'Iraq, la M4, che si estenderà per sei chilometri a nord e sei a sud e che sarà controllato da pattuglie russe e turche insieme a partire dal 15 marzo.

Mentre Putin e Erdoğan si stringevano la mano di fronte ai flash della stampa, il canale televisivo di Stato Russia-24 trasmetteva un'intervista ad Assad in cui il presidente siriano denunciava la Turchia per aver protetto "terroristi" - sostantivo usato da Russia e Siria per riferirsi ai ribelli antigovernativi - dichiarando che i suoi nemici dovranno essere sconfitti e l'agenzia di stampa Anadolu batteva la notizia che forze turche avevano ucciso 21 soldati siriani e distrutto due pezzi di artiglieria e due lanciamissili come rappresaglia per l'uccisione di due soldati turchi avvenuta il giorno precedente.

Al termine dell'incontro tra Erdoğan e Putin, con una dichiarazione rilasciata in serata, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha affermato di sperare che l'accordo raggiunto tra i due paesi porti a una cessazione immediata e duratura delle ostilità e che garantisca la protezione dei civili nel nord-ovest della Siria che hanno già subito enormi sofferenze.

Sempre giovedì, alla vigilia dell'incontro al Cremlino, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di euro di aiuti da destinare agli abitanti della provincia di Idlib ponendo come condizioni la possibilità da parte delle ong di "continuare ad avere accesso transfrontaliero alle persone in difficoltà" e la protezione degli operatori umanitari e della popolazione.

A distanza di ventiquattro ore dall'inizio del cessate il fuoco l'Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede in Gran Bretagna, ha dichiarato che una calma apparente sta prevalendo in tutta l'area “Putin-Erdoğan”, che si estende dalle montagne nord-orientali di Latakia alla periferia nord-occidentale della città di Aleppo attraverso le zone rurali di Hama e Idlib.

L'aviazione siriana e quella russa hanno sospeso le operazioni aeree. Anche gli scontri di terra si sono interrotti dopo alcuni scontri a fuoco avvenuti a Idlib durante le prime ore del cessate il fuoco.

Gli ultimi attacchi ai civili

Poche ore prima dell'annuncio dell'accordo tra il presidente turco e quello russo, attacchi aerei sferrati sulla città di Maaret Misreen, nella provincia di Idlib, hanno ucciso almeno quindici civili e ferito venti in una fattoria dove avevano trovato rifugio circa cinquanta sfollati dalla campagna occidentale di Aleppo e dal sud di Idlib, due territori attualmente sotto il controllo delle forze governative siriane. Non è chiaro chi siano gli autori della strage ma i sopravvissuti sono certi che sia stata compiuta dall'aviazione russa.

«L'immagine più devastante che ho visto con i miei occhi è stata l'arrivo di due bambini in ospedale», ha raccontato ad Al Jazeera Abedalrazzaq Zaqzooq, un paramedico .

«Avevano entrambi meno di sei mesi ed erano stati estratti vivi dalle macerie ma sono stati dichiarati morti in ospedale», racconta l'uomo.

Un altro testimone, Ahmad Mimaar, ha detto ad Al Jazeera che sono almeno nove le donne rimaste uccise nel raid aereo.

Dallo scorso dicembre, più di 300 civili, di cui almeno 100 bambini, sono stati uccisi a Idlib.

Il 3 marzo un missile lanciato dalle forze del regime siriano ha colpito un mercato nella città di Idlib, uccidendo nove civili di cui cinque bambini, secondo quanto dichiarato dall'Osservatorio siriano per i diritti umani.

Il 25 febbraio sono state bombardate dieci scuole, di cui due asili nido, nelle province della Siria nord-occidentale. Almeno 25 le vittime e 88 i feriti.

A denunciarlo Save the Children e l’organizzazione Hurras Network che in un comunicato stampa hanno specificato che mentre in alcune scuole erano in corso regolarmente le lezioni, in altre erano state temporaneamente sospese. Altri istituti colpiti, invece, venivano utilizzati come rifugi da chi era stato costretto ad abbandonare la propria abitazione.

Dall’inizio del 2020 sono ventidue le scuole distrutte a causa della guerra, di cui la metà il 25 febbraio.

Come ha spiegato un testimone a Save the Children l’orario scolastico a Idlib è stabilito in base all’emergenza. Di solito si inizia alle 7.30 del mattino e si finisce alle 10.30 per evitare i bombardamenti.

«Le scuole devono essere luoghi sicuri per i bambini, anche in zone di conflitto. Gli attacchi di ieri sono un altro segno del fatto che i combattimenti nella Siria nord-occidentale hanno raggiunto livelli di violenza catastrofici contro bambini e civili che vanno ben oltre ciò che è accettabile nei conflitti. Numerose famiglie sono costrette a lasciare le proprie case in cerca di una parvenza di sicurezza e stabilità. Ciononostante vivono ancora, giorno e notte, il terrore quotidiano dei bombardamenti. Nessun posto è sicuro, nemmeno la scuola», ha dichiarato Sonia Khush, direttrice di Save the Children in Siria.

Per Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord, colpire scuole e asili usati per scopi civili è "un crimine di guerra" perché dovrebbero essere luoghi sicuri dove i bambini possono imparare e giocare, anche in una zona di conflitto.

«Nove anni dopo l’inizio della crisi, il governo siriano continua a mostrare profondo disprezzo per le leggi di guerra e per la vita dei civili. Gli attacchi alle scuole fanno parte di una politica sistematica di attacchi contro le popolazioni civili e costituiscono crimini contro l’umanità e crimini di guerra», ha sottolineato Morayef che ha poi chiesto alle forze siriane e russe di porre fine a tutti gli attacchi diretti contro i civili, agli attacchi indiscriminati e alle altre gravi violazioni dei diritti umani in corso e che coloro che hanno ordinato o commesso crimini di guerra siano portati di fronte alla giustizia.

Lo scorso 2 marzo, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto a cura della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sulla Siria sulle atrocità commesse nel paese in cui per la prima volta la Russia è accusata di essere direttamente coinvolta nei crimini di guerra per aver bombardato indiscriminatamente aree civili.

L'indagine si concentra sugli eventi avvenuti da luglio 2019 a gennaio di quest'anno e, in particolare, sugli attacchi lanciati dalle "forze filo-governative" su obiettivi civili, infrastrutture incluse, che hanno spinto 700.000 civili ad abbandonare le proprie case a causa di un'offensiva caratterizzata da intensi bombardamenti che ha causato "livelli di sofferenza e dolore che non hanno precedenti".

La Commissione ha preso in esame due stragi in cui ha trovato prove che gli aerei russi fossero direttamente coinvolti nel bombardamento di aree civili.

La prima riguarda una serie di attacchi aerei, avvenuto il 22 luglio 2019, in una piazza di un mercato a Ma’arrat al-Nu’man, un'area densamente popolata che si trova 33 chilometri a sud della città di Idlib. Il rapporto della Commissione descrive la strage come un attacco aereo doppio, in cui una seconda ondata di bombardamenti ha colpito lo stesso obiettivo mentre i soccorritori erano sul posto. Quarantatré civili, di cui quattro bambini, sono stati uccisi e almeno 109 persone sono rimaste ferite.

La seconda strage esaminata è stata il bombardamento del 16 agosto di un edificio, in cui abitavano alcuni sfollati, situato appena fuori la città di Haas, a sud della provincia di Idlib. In quell'attacco sono morte venti persone, di cui otto donne e sei bambini, e sono rimaste ferite altre quaranta.

Nel rapporto si afferma che basandosi su varie prove, tra cui dichiarazioni di testimoni, riprese video, filmati, nonché rapporti di planespotter (amanti dell'aviazione che tracciano voli, condividono foto, ascoltano comunicazioni via radio), intercettazioni di comunicazioni di volo e rapporti di segnalazioni di allerta precoce, la Commissione ha motivi fondati di ritenere che un aereo russo abbia partecipato a ognuno dei due attacchi esaminati.

Nel rapporto si legge che in entrambe le stragi i bombardamenti dell'aviazione russa non avevano un obiettivo militare specifico commettendo, quindi, un crimine di guerra lanciando attacchi indiscriminati nelle aree civili.

La Russia ha negato qualsiasi coinvolgimento nell'uccisione di massa di civili in Siria, insistendo che la sua campagna aerea a sostegno del regime di Damasco miri esclusivamente a colpire i gruppi terroristici.

Oltre agli attacchi contro obiettivi civili, che sono protetti dal diritto internazionale, la Commissione ha anche rilevato il reato "di terrorizzare intenzionalmente la popolazione" al fine di costringere i civili a spostarsi.

«Questo è lo scenario che sta emergendo molto chiaramente, per esempio, a Idlib», ha dichiarato ai giornalisti a Ginevra Hanny Megally, membro della Commissione.

Un'emergenza senza fine

In una clinica ostetrica nel nord-ovest della Siria, all'ingresso principale la luce di emergenza lampeggia non per avvertire il personale dell'arrivo di un paziente, ma per segnalare la presenza di aerei da guerra.

I medici dell'ospedale affrontano una lotta quotidiana per prendersi cura delle future mamme durante i continui attacchi dell'esercito siriano. Il personale medico ha dichiarato che negli ultimi due mesi si è verificato un aumento significativo degli aborti spontanei e delle nascite premature. Una dottoressa che presta servizio in quella struttura ha raccontato alla Reuters che alcune donne arrivano in ospedale in stato di shock dopo aver lasciato la casa terrorizzate a causa dei bombardamenti e che ogni giorno dai quattro ai cinque bambini muoiono nel grembo della madre.

«Per me quest'ultimo periodo è il più difficile di tutti", ha detto Ikram, medico 37enne, incinta di otto mesi.

Nel piccolo reparto che accoglie più di dieci neonati nelle incubatrici, Ikram racconta che l'ultimo ospedale in cui ha lavorato era stato colpito da un attacco aereo e che un razzo era atterrato inesploso nei pressi dell'asilo frequentato dai suoi due bambini di tre e quattro anni.

Ikram si è specializzata dieci anni fa poco prima dell'inizio delle rivolte nel 2011. Ha deciso di restare in Siria, mentre altri medici hanno lasciato il paese. Ha lavorato nella città di Maarat al Numan, dove c'era carenza di medici, e poi si è trasferita in un ospedale nella sua città natale, Idlib. «Volevo fare ciò che potevo», dice visibilmente emozionata.

L'ospedale dove attualmente lavora è aperto da circa cinque anni. Lei è una dei tre medici che sono rimasti lì a lavorare.

Come Ikram, Shaza Deek, una giovane di ventidue anni, avrebbe voluto diventare medico. Con la famiglia è stata costretta a fuggire dal villaggio di Kafr Ruma, a sud di Idlib, alla fine dell'anno scorso quando è iniziata l'offensiva del governo siriano. Dalla fine di febbraio, dopo aver trovato riparo in una moschea di Idlib per tre settimane si è rifugiata con altre 270 famiglie in uno stadio della città dove molti vivono nelle tende.

Stadio di Idlib via France24

«Ci hanno cacciato dalle nostre case lasciandoci al freddo. Siamo andati di casa in casa. Ci bombardano e ci disperdono, e nessuno ci aiuta», ha detto osservando però che la Turchia ha dato aiuto e sostegno ai ribelli.

«Non mi aspettavo che le cose arrivassero a questo punto. In questa rivoluzione abbiamo perso tutto. Volevo diventare medico, studiare. Tutti i nostri sogni sono svaniti».

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foto in anteprima via Al Jazeera

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