Spie in redazione: lo scontro Repubblica-Il Foglio su Sismi, fonti e D’Avanzo

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Dopo la nota su Facebook Due, tre cose su una faccenda che credo non abbia ragione di trascinarsi e altre che meritano approfondimenti di Massimo Bordin, ho pensato fosse utile ricostruire tutta la vicenda, nata da una polemica su Twitter e che vede scontrarsi nomi importanti del giornalismo italiano su tematiche estremamente delicate: l'etica del giornalismo e l'uso delle fonti. La ricostruzione che segue è fattuale. La mia opinione, invece, la esprimo subito qui: sono d'accordo con Massimo Bordin. E sì, cortesemente, girate alla larga da D'Avanzo.

La questione nasce su Stampa e Regime e non su Twitter. Non ha per oggetto Il Foglio La Repubblica ma un editoriale del Manifesto firmato dal direttore Norma Rangeri, persona assolutamente cristallina, che chiedeva le dimissioni di De Gennaro sulla base delle motivazioni della sentenza sui fatti della Diaz. Mi permettevo di osservare che De Gennaro non si era dimesso dopo la condanna in primo grado e  mi pareva poco motivabile reiterare la richiesta dopo una assoluzione. Aggiungevo che c'era da parte dell'estrema sinistra una antica ostilità per De Gennaro, addirittura precedente al G8 di Genova, perché era ritenuto un «amerikano» che aspirava, sul modello Negroponte, a diventare una sorta di zar della sicurezza e dell'intelligence complessivamente intesi. Ricordavo come a sinistra, anche da parte del Manifesto si fosse finiti per farsi inglobare nel network politico-giornalistico messo in piedi dal generale Pollari quando era direttore del Sismi. L'oggetto del contendere era, a detta di molti, il predominio nel settore della sicurezza e dell'intelligence fra i due. Facevo notare come non l'«amerikano» De Gennaro ma il patriottico Pollari molto si fosse adoperato sul fronte della preparazione dell'intervento Usa in Iraq, e citavo la vicenda del cosiddetto Nigergate e la battaglia di Pannella perché si possa arrivare alla verità su come quell'intervento militare fu deciso, rilevando l'incongruenza del sostegno offerto allora al generale da parte di politici e giornalisti di estrema sinistra. Mi sarei aspettato una reazione da sinistra invece mi sono ritrovato su Twitter Rocca che con toni stizziti rivendicava il ruolo di massimo esperto di Nigergate sostenendo che avevo raccontato balle. Per la verità già altre volte su Twitter Rocca si era prodotto in commenti nei miei confronti fra il petulante e l'offensivo. Ho pensato che devo essergli antipatico ma la cosa non mi ha tolto il sonno. Il giorno dopo però, prendendo spunto da un altro articolo su De Gennaro ho detto per radio che mi era parso singolare che proprio frequentatori di Pio Pompa e di via Nazionale  insistessero su Twitter a difendere l'operato di quella lobby. Mezz'ora dopo Rocca scatenava in rete una piedigrotta di insulti e minacce di querela. Nei giorni successivi la polemica è proseguita a più alto livello fra Ferrara ed Ezio Mauro, fino alla consacrazione su Dagospia. Da tutto ciò terrei a trarre le seguenti considerazioni : 1) Non mi permetto di mettere in causa l'onorabilità di Rocca, e nemmeno la sua deontologia professionale. Ha perfettamente ragione nell'aver scritto a suo tempo che se ci sono giornalisti che fanno i passacarte dei Pm non si vede perchè non si possa sentire quel che ha da dire un capo dei servizi. Al di là degli incontri, che lui stesso cita,nessun comportamento scorretto gli è mai stato addebitato. Non ha spiato colleghi, come altri hanno fatto. Ed è oltretutto poco credibile che le «barbe finte» con le quali si incontrava gli raccontassero che pedinavano, fotografavano e intercettavano illegalmente Peppe D'Avanzo. Al contrario di un altro, sicuramente non ha preso soldi. Ha offerto gratis le sue conoscenze nel corso di quella che viveva come una battaglia giornalistica e politica. Non mi sento moralmente superiore a Rocca, figuriamoci. Ciò detto, se qualcuno mi chiedesse se io mi sarei comportato nello stesso modo la mia risposta sarebbe: no. Ognuno è fatto a modo suo. Io penso che la costituzione di quel network da parte del Sismi sia stata una cosa gravissima e molto pericolosa.  2) resto del parere che l'inchiesta di Repubblica sul Nigergate e l'operato del Sismi prima dell'intervento militare fosse utile e ben fatta. Non si limitava alle peripezie di un falso più volte rimaneggiato ma raccontava un modus operandi, citando esempi e date. Smentibili, certo.  Però: «Mr. Jones che mi dice dell'incontro segreto fra il consigliere Chase e il gen. Pollari ?» «Glielo smentisco categoricamente, mr. Rocca, ci metto meno di cinque minuti» non pare una pietra tombale sul lavoro dei due di Repubblica.Radio Radicale sulla questione produsse a suo tempo una piccola inchiesta che andava in senso contrario alle cose che Rocca andava scrivendo. Si potrebbe utilmente riproporre  3) La questione che ha dato origine a tutta la bagarre è rimasta sullo sfondo. Mi sbaglierò ma da un punto di vista del'affidabilità democratica, pur con gli evidenti limiti, non penso che alla sinistra convenga far dimettere De Gennaro.

Che cosa è successo?

Bordin su Radio Radicale il 4 ottobre, come spiega la nota qui sopra, cita la vicenda del cosiddetto Nigergate, sottolinenando «l'incongruenza del sostegno offerto allora al generale Pollari da parte di politici e giornalisti di estrema sinistra».

Poco dopo Christian Rocca, firma del Foglio e direttore del magazine IL, attacca Massimo Bordin su Twitter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giorno dopo Giuliano Ferrara pubblica l'articolo: Lite in famiglia, Rocca e Bordin. Ma eravamo noi a orientare il Sismi. Cita l'inchiesta di D'Avanzo sul Nigergate e parla dell'incontro con Pollari:

Rocca stava tra New York e Milano. Scriveva pezzi meravigliosi contro la campagna sull’uranio del Niger, il cosiddetto Nigergate, condotta da Repubblica per la penna di Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini (il Sismi pro B & B, intesi come Berlusconi e Bush). Rocca menava con precisione e fece rimediare figure non proprio di prima scelta ai suoi e miei idoli polemici (mi spiace che D’Avanzo non ci sia più, e che la polemica lo riguardi indirettamente ora ch’è morto). La fonte di Rocca erano le relazioni ufficiali del Senato americano e delle varie commissioni di inchiesta del Regno Unito sui diversi scandali legati a quella vicenda. Fonti ufficiali, compulsate con capacità di penetrazione analitica dei problemi e intuito notevoli. Il generale Pollari, che non avevo il piacere di conoscere perché l’unico mio contatto operativo con servizi occidentali è quello del 1985 con la Cia, e l’ho raccontato e rivendicato con orgoglio impudente in un noto curriculum, mi chiamò al giornale e si complimentò con i pezzi non firmati di Rocca, aggiungendo che aveva altre cose interessanti da verificare con lui e con me. Accettai di vederlo, com’è ovvio, per corroborare una campagna giornalistica o controcampagna del piccolo giornale contro la corazzata eccetera [...]. Secondo me, poi, noi e Rocca avevamo ragione, Pannella e soci e nel caso anche D’Avanzo e Bonini avevano torto. Ma questo non c’entra. Si può pensarla diversamente, in famiglia, ma senza litigare.

 Il 6 ottobre, interviene Repubblica con un editoriale, senza firma, durissimo dal titolo Le miserie del Sismi:

Sapevamo già dalle intercettazioni della procura di Milano sul Sismi che mentre Repubblica raccoglieva legittimamente notizie, Pio Pompa intratteneva regolari rapporti con giornalisti di diverse testate per isolare D'Avanzo e Bonini con una campagna di disinformazione. Adesso scopriamo che correvano regolarmente da Pompa («figura esile  -  dice il Foglio, buttandola sul romantico e l'intimistico per sminuire  -  piccola, vivace, poeta e alpinista e agricoltore») anche Rocca e Ferrara. Non ci stupiamo... Si tengano pure Pollari, i signori del Foglio beccati con le mani nella marmellata dei servizi infedeli alla democrazia. Ma girino alla larga da D'Avanzo, per favore: perché purtroppo non può più difendersi, ma soprattutto non può più scrivere cosa pensava di queste vicende miserabili.

Ferrara replica con l'articolo Il Bue di Repubblica dà di cornuto all'asino del Foglio:

Nell’intento di sistemare per benino la fabbrica (per me, per noi) della falsa storia detta Nigergate, insomma la campagna politico-giornalistica di Repubblica, mi sono incontrato con Pollari e Rocca due o tre volte. In quell’occasione ho conosciuto Pio Pompa, suo braccio destro nei rapporti con la stampa, che rispetto e apprezzo per la sua fantastica umanità, e a cui ho chiesto di collaborare con questo giornale in piena trasparenza di firma. Pompa è stato oggetto di un maltrattamento grottesco di diffamazione e oltraggio per aver fatto e molto bene il suo lavoro, con il risultato di volare anche giudiziariamente come uno straccio. (Nel processo per la sacrosanta deportazione dell’imam milanese Abu Omar, da parte di Fbi, Cia e spero bene anche il Sismi e altre forze militari e di polizia italiane, quasi tutti i malcapitati alti papaveri hanno goduto del proscioglimento da segreto di stato, Pompa è tra i pochi condannato e messo in condizioni di avvilente isolamento e ostracismo da uno stato lealmente servito, e per me è una persona interessante, molto dignitosa, con le sue bizzarrie ma serissima [...] ). Può dire altrettanto Repubblica delle sue fonti? Può rivendicare analoga trasparenza, tenuto anche conto che tutto questo andirivieni di barbefinte era oggetto di ironie e corali digressioni ed esaustive informazioni in riunione di redazione, insomma anche un po’ un gioco di società in un club di gente per bene? Direi di no. Le veline internazionali e interne della sua inchiesta sono rimaste sempre coperte, e tutti sanno che alle origini del loro gate ci sono settori parigini della Cia liberal, cosiddetta. Per di più ben due redattori di Repubblica sono stati presi, loro sì, con le mani nella marmellata, a trafficare con Pollari e altri dei servizi, compreso Pompa che faceva ovviamente il suo mestiere di arruolatore (con loro, non con noi, che casomai abbiamo arruolato lui). E non voglio dire di più perché queste storie mi scocciano, non sono, come non lo è Rocca, un pistarolo, siamo degli inguaribili snob, ce ne facciamo un baffo delle notizie underground dei contropoteri, ci bastano le relazioni ufficiali e il nostro giudizio politico, la marmellata delle buggerature paraspionistiche la lasciamo volentieri alle capaci dita della redazione di Repubblica, che immagino non si senta poi così rappresentata da quel goffo corsivo che dovrebbe essere intimidatorio e invece è solo esilarante.

Ezio Mauro risponde a questo attacco durante la riunione di redazione ripresa da RepubblicaTv:

Giuliano Ferrara e il Foglio purtroppo insistono. Girano fortunatamente alla larga da D’Avanzo come gli avevamo detto. Dopo l’impudenza di citarlo impropriamente, perché purtroppo D’Avanzo non può difendersi, Ma soprattutto, come abbiamo scritto, non può dire che cosa pensava di queste miserie e di queste vicende miserabili, coe quelle che riguardano le commistioni tra i giornali e i servizi segreti, non servizi segreti democratici, al servizio della Repubblica, delle sue Istituzioni, della democrazia, e quindi dei cittadini. No, ma servizi segreti, in qualche modo, paralleli. Noi vorremmo ricordare al Foglio che rivendica con spirito patriarcale la frequentazione con Pio Pompa e poi divaga sul punto, che Pio Pompa ha arruolato illegittimamente dei giornalisti professionisti nei servizi segreti contro la legge istitutiva dei servizi. Contro la legge. Secondo, vorremmo dire che, come acclarato dalla inchieste di Roma e di Milano, che il covo di via Nazionale dove si accomodavano i giornalisti che avevano queste frequentazioni parallele, quel covo era una centrale di disinformazione, di avvelenamento della vita politica e i giornalista che raccoglieva dossier , tra gli altri purtroppo su D’Avanzo, ma raccoglievano dossier su giornalisti, su uomini politici, su magistrati che facevano parte «di un sistema da disarticolare», così diceva Pio Pompa. Buona frequentazione, dunque, per loro. Quanto all’insinuazione «Noi abbiamo rivelato le nostre fonti», hanno rivelato che frequentavano Pio Pompa, nel momento dell’illegalità. Perché una delle firme che collabora al Foglio, Bordin, ne cita un’altra, storica del Foglio, Christian Rocca, diceva: in qualche modo si faceva addestrare nel covo di Pompa. Dico rivelino le fonti di D’Avanzo, le cerchino nel covo che frequentavano, visto che D’Avanzo era pedinato, era seguito, era ascoltato, nel suo lavoro pienamente legittimo e giornalistico.

Ferrara a sua volta risponde con l'editoriale Repubblica insiste con i colpi bassi. Replica (con dossier) a Ezio Mauro:

Mauro come il corsivista non firmatario, forse la stessa persona, insiste anche nella prolusione mattiniera in voce nell’usare D’Avanzo morto contro Ferrara vivo. Non è di buon gusto. Io per primo mi sono doluto dell’obbligo di polemizzare su una vecchia inchiesta del cazzo scritta da due bravi colleghi, uno dei quali è morto. Il 4 settembre scorso ho avuto una cardioembolia dalla quale mi sto riprendendo. Meglio se fossi morto, così facevamo la polemica ad armi pari. Basta, caro Ezio, con questa inelegante bassezza. L’inchiesta fu scritta da D’Avanzo vivo ed è rammentandolo e rispettandolo da vivo che parliamo di quella parte del suo lavoro che non ci piaceva, avendone il diritto.
Terzo. Il nostro giudizio sull’inchiesta Nigergate non è solo nostro. Era una bufala. Punto. Basta leggere lo scritto non smentibile postato da Rocca nel suo blog giusto ieri, che ripubblichiamo esilarati...

...noi non siamo mai stati arruolati da Pollari e Pompa, casomai abbiamo arruolato Pio Pompa come collaboratore con tanto di firma, perché secondo noi è stato un bravo funzionario della sicurezza nazionale (e anche arruolatore di Farina-Betulla e spero di molti altri) messo in mezzo dal solito circo mediatico -giudiziario. È contro la legge arruolare giornalisti, come dice Mauro? E il senso del ridicolo dove lo mettiamo? E chi se ne frega della legge. ‘Fanculo il capitalismo. Qualche aiutino opaco o deviato dai servizi è invece arrivato in zona redazione di Repubblica, come Mauro sa bene. E non prendevamo veline, noi del Foglio. Nel traffico di veline, invece, alcuni redattori di Repubblica sono esperti; è una miseria (per dirla con Mauro) non estranea anche agli inchiestisti del Nigergate che si avvalsero di fonti spionistiche e giudiziarie coperte, mais oui Monsieur, loro sì con le mani nel vasetto della marmellata (per dirla con Mauro).

E il direttore di Repubblica controreplica ancora una volta durante la riunione di redazione:

Ancora una parola per Ferrara che ci ha attaccati. Noi siamo molto orgogliosi delle inchieste che ha fatto D'Avanzo insieme con Bonini, insieme con Colaprico, insieme con Bolzoni. Siamo soprattutto orgogliosi di un metodo, dell'autonomia del giornalismo, che parlava da pari a pari con le fonti e certamente non si andava a inginocchiare nei covi del Sismi, in quelli paralleli, in quelli obliqui, in quelli dove avvenivano delle irregolarità e delle illegalità. Che cosa resta al fondo di questa storia? Restano le ragioni che li hanno spinti a scrivere, le ragioni per cui tutto questo è cominciato. Queste persone è ormai evidente facevano i giornalisti e frequentavano questo Pio Pompa, che non si può smentire, ha arruolato illegalmente dei giornalisti nei servizi segreti per compiere delle azioni di spionaggio a danno di altri colleghi in violazione della legge istitutiva del Sismi. Frequentavano quel covo di via Nazionale, che era una sede di azioni di dossieraggio, di avvelenamento della vita politica e giornalistica, e di raccolta illegale di materiali per disarticolare un sistema, così si diceva, di cui facevano parte giornalisti, magistrati, uomini politici. Si tengano pure queste amicizie, ma non diano lezioni di giornalismo.

 

D'Avanzo non può purtroppo difendersi, né difendere il suo lavoro messo in dubbio in modo opaco da Ferrara e Rocca, che mettono su unico piano Sismi, giornalisti reclutati dai servizi segreti, magistratura e oscure veline.
Però c'è un suo vecchio articolo Il giornalismo della maldicenza, scritto per replicare a certe discutibili difese nei confronti di Farina-Betulla, che sembra rispondere a un certo modo di livellare tutto, portando i fatti sul piano delle opinioni, dove ogni cosa può essere il proprio opposto, e nulla è certo. Ne cito un passo:

Il giornalismo della chiacchiera e della maldicenza dimentica il suo dovere di raccontare «dove siamo». Non guarda ai fatti, non li cerca, non vuole trovarli, soprattutto non ne vuole tenere conto. Quando si ritrova improvvidamente qualche fatterello tra i piedi, lo trasforma in opinione. Screditata a opinione, la verità di fatto è fottuta perché diventa irrilevante. Ma è appunto in questo "salto" l' astuzia del gioco. Accantonata la realtà, quel che resta si può combinare a mano libera. Ogni cosa è uguale al suo contrario. Ognuno è uguale all'altro. Non contano più comportamenti, responsabilità, abitudini, attitudini, condotte, decisioni, direzioni, orizzonti. Liberatosi dalla inevitabilità dei fatti, questo giornalismo deforme è ora il padrone della scacchiera. Muove torri e pedoni. Nella notte dove tutto è nero, nel vuoto di realtà creato, il lettore è frastornato. «Chi ha fatto che cosa?», non trova mai una risposta.

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