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Cuba e le proteste: in un colpo solo sono esplose quasi tutte le contraddizioni covate per anni

6 Agosto 2021 23 min lettura

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Cuba e le proteste: in un colpo solo sono esplose quasi tutte le contraddizioni covate per anni

23 min lettura

di Gianluigi Gurgigno – Laureato in antropologia con una ricerca sul campo sul cambiamento sociale a Cuba. Dal 2017 fotogiornalista in Argentina.

“E tutto questo cos’è? Il mare, il vento, il sole, un’architettura familiare. Questa è una cartolina. Ogni luogo ha una sua cartolina, e io troverò la mia”. Così Samuel, un musicista cubano di 37 anni - lo sguardo malinconico di una serata di fine agosto - dal terrazzo di un edificio del Vedado sferzato da un odore di oceano che entrava nella testa e non ti lasciava più, descriveva con lucidità e disillusione la sua Avana. Riflessioni e ricordi facevano da cornice a un futuro incerto. Si apprestava di lì a poco a lasciare definitivamente il paese insieme a sua moglie Claudia e ai loro due figli Andrés e Oscar, direzione Bloomington, Indiana, Stati Uniti. Era il 2017. 

Un anno prima moriva all’età di novant’anni il leader della Rivoluzione Cubana Fidel Castro, e a poche settimane di distanza Donald Trump veniva eletto 45imo Presidente degli Stati Uniti d’America. In una zona così abituata agli uragani come lo è Cuba, difficile trovarne due così potenti e così ravvicinate nel tempo. Il vento di quella sera di agosto comunque non lasciava presagire nulla di buono. “A medio o breve termine Cuba, e principalmente l’Avana, sono destinate a trasformazioni economiche e politiche che saranno inevitabilmente traumatiche, e che andranno a sovrapporsi a una piattaforma morale ed etica in decomposizione, e questo renderà ancora più traumatico quel momento. I prossimi dieci anni di questo paese saranno critici”, assicurava Samuel scuotendo la testa.

Quattro anni dopo, l’11 luglio 2021, San Antonio de los Baños, un piccolo paese a 50 km a sud de l’Avana, è diventato epicentro e forza centrifuga di una serie di proteste che poi si sono allargate quasi simultaneamente ad altre zone del paese. Una manifestazione di malcontento inedita a Cuba, per forma ed estensione. Un fulmine a ciel sereno per molti, specie per chi osservava la Rivoluzione come si osserva un reperto in un museo, immaginandola ad occhi aperti dal divano di una casa in qualche punto del primer mundo. Meno sorprendente per chi negli ultimi anni ha vissuto in prima persona quel gioco di cambiamento e immobilità che ha investito diversi ambiti, istituzionali e non, della società cubana, e che ha generato un diffuso senso di incertezza e sfiancamento tra le persone, incrinando in modo pericoloso quel formidabile patto di fiducia che è stato alla base del progetto sociale cubano sin dalle sue origini. Uno spazio reale e simbolico di costruzione collettiva che ha vissuto, a partire dal gennaio del 1959, fasi alterne. Numerosi slanci e altrettante flessioni, epoche difficili e periodi di conquiste, promesse mantenute e sogni infranti. Questo però è forse il momento più delicato degli ultimi trent’anni. In qualche modo le circostanze attuali hanno fatto sì che “si manifestassero di colpo quasi tutte le contraddizioni che la nazione cubana ha albergato al suo interno per diversi anni”, afferma José, 30 anni, docente di filosofia all’università.

Nel tentativo di capire cosa accade sull’isola, mentre ci domandiamo se stiamo assistendo o meno a un momento di svolta per la società cubana e il potere politico che si è configurato a partire dalla Rivoluzione del ’59, dobbiamo però anche decostruire una visione “purista” e atemporale e provare a guardare a Cuba come a un territorio dai confini incerti, poroso e permeabile, nel quale si avvicendano e intersecano da sempre cambiamenti e processi di conservazione e mutazione, rappresentazioni e nascondimenti, conflitti, resistenze, flussi globali, dissidenze, creatività, negoziazioni e partecipazioni più o meno evidenti in spazi di potere.

I fatti dell’11J
Le molteplici cause delle proteste
Il ruolo delle comunità cubane all’estero
La crisi del patto di fiducia tra Governo e cittadini
Il significato della crisi e le prospettive future per le diverse generazioni

I fatti dell’11J

In alcuni casi si è trattato di cortei e manifestazioni pacifiche, in altri le manifestazioni hanno prodotto momenti di tensione con le forze di polizia, altre ancora sono state un pretesto per vandalizzare e saccheggiare. In ogni caso però sono state sintomo di un malessere piuttosto generalizzato che le tante fonti sentite descrivono come latente all’interno della società cubana. Un malessere legato direttamente a una grande crisi economica e aggravato dalla pandemia che si sta ripercuotendo in modo durissimo sulle famiglie cubane, frustrate però anche per quella che considerano - al netto delle asfissianti, costanti e ostinate sanzioni economiche nordamericane - un’incapacità del Governo nel far fronte a un periodo di così grande scarsità.

Le letture che sono state date agli eventi scaturiti a partire dall’11 luglio - per tutti 11J - sono state molteplici e, spesso, molto orientate a inquadrare le dinamiche di confronto tra cittadinanza e Governo cubano all’interno di schemi rigidi e ideologicamente determinati. Non aiuta alla comprensione, ad esempio, guardare alle proteste solo come a movimenti provocati da “agenti di una potenza straniera” o da gruppi composti perlopiù da “delinquenti con precedenti penali”, come affermato dal Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez. Fare questo significa iscrivere tutte le forme di manifestazione dell’11J in una cornice di illegittimità e, conseguentemente, appiattirle dietro alla consueta retorica dell’ingerenza esterna che, seppur reale e per nulla retorica - l’inasprimento delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump è solo l’ultimo di una lunga lista di attacchi che possiamo far risalire all’aggressione alla Baia dei Porci del 1961 - non può essere sempre la sola chiave di interpretazione dei reclami e delle forme di dissidenza, siano esse pacifiche o non pacifiche.

Ovviamente ci sono parti del settore estremista dell'esilio cubano che storicamente colgono ogni occasione si presenti loro per spostare la discussione su un piano di forte conflittualità e che nelle scorse settimane hanno inneggiato senza sé e senza ma all'intervento degli Stati Uniti. “La cosa più assurda è che ci siano cubani che non vivono a Cuba, ma che qui hanno genitori, fratelli, amici, che chiedono ad alta voce che siano gli Stati Uniti a decidere il nostro destino. Tutto ciò è molto duro, ti strappa l’anima”, si sfoga Janis, 59 anni, ex docente universitaria che da alcuni anni affitta camere ai turisti stranieri a l’Avana. Questo settore di cui parla Janis tendenzialmente promuove l’intervenzionismo con qualunque mezzo e a qualunque costo, ispirando azioni violente verso cose e persone, producendo campagne di disinformazione attraverso i social network (qui un canale che ha pubblicato video delle proteste non verificati con accuse molto pesanti), invitando i cubani sull'isola a esporsi quanto più possibile mentre loro sono al sicuro altrove, molto probabilmente a 223 miglia marine di distanza da l’Avana. 

“In nessun caso ciò spiega l'intera protesta o trasferisce automaticamente l’agenda estremista a tutti i manifestanti”, suggerisce il saggista e ricercatore cubano Julio César Guanche, secondo cui è fondamentale in questo momento “distinguere e separare l'uso strumentale di queste esortazioni alla violenza civile dalle rivendicazioni e dai soggetti popolari che fanno parte dello scenario e riconoscere lo spettro delle rivendicazioni concorrenti”. Anche perché, seguendo la linea di pensiero di Guanche, di fronte a una politica di sanzioni che perdura anche sotto la presidenza Biden - nonostante sia da molti considerata un crimine contro il popolo cubano e lo stesso Biden in campagna elettorale avesse promesso di riprendere la strada dell’apertura diplomatica inaugurata da Obama - riconoscere la legittimità delle richieste che sono in gioco oggi sarebbe a tutti gli effetti un duro colpo contro ogni pretesa di natura coloniale degli Stati Uniti, facendo naufragare cioè quello che viene comunemente definito in questi casi un tentativo di “golpe morbido” da parte di una potenza straniera.

Della stessa idea Julio Antonio Fernández Estrada, docente di Scienze Giuridiche dell’Università de l’Avana, il quale durante un’intervista rilasciata pochi giorni fa avvertiva: “La protesta è del tutto normale in politica. Convertirla in un tema di sicurezza nazionale confonde assolutamente ciò che è successo in quei giorni”. “La maggior parte del popolo cubano che ha marciato - continuava - non è né delinquente, né vandalo, né voleva la distruzione dello Stato, né prendere d’assalto il Governo, né il rovesciamento delle istituzioni pubbliche”, anche se, va detto, tra le consegne espresse c’era la richiesta di rinuncia al Presidente della Repubblica Miguel Díaz-Canel.

Sulla scorta di questa prospettiva e di molte altre voci che la sostengono è quindi fondamentale non criminalizzare a priori la protesta bensì sforzarsi di comprenderne le ragioni provando innanzitutto ad assumerla come il tentativo di una riconfigurazione dialettica tra popolo e istituzioni. Perché se è vero che praticamente non vi è esperienza istituzionale di proteste a Cuba e che di fronte a tali circostanze, come sottolineato da Estrada, "è comprensibile che il Ministero dell’Interno si metta in guardia ed è comprensibile che le forze armate si mettano in guardia”, è altrettanto importante che il Governo non riconduca le istanze sollevate da determinati settori della popolazione sempre e solo a incitazioni che vengono da fuori, ma si faccia carico di quel ruolo di interlocutore che una grossa fetta di popolazione, scendendo in piazza, comunque gli riconosce.

Le molteplici cause delle proteste

Non c’è una sola causa che ha portato alle proteste. Ci troviamo di fronte a una accumulazione di problemi che per determinati segmenti della popolazione hanno significato un forte deterioramento della vita materiale, sedimentato negli anni precedenti e particolarmente accentuatosi nell’ultimo anno e mezzo. 

L’economia cubana è in profonda crisi. Dopo anni di stagnazione e qualche piccolo segnale di ripresa per alcuni settori. Il PIL è crollato dell’11% nel 2020, uno dei dati peggiori dagli Anni Novanta. Il perché è dovuto a un insieme di fattori concorrenti. Innanzitutto la pandemia. Mentre la prima ondata è stata affrontata e superata egregiamente, anche grazie a un lavoro capillare di prevenzione e tracciamento porta-a-porta compiuto da migliaia di studenti di medicina che ha evitato alti numeri nelle ospedalizzazioni, da alcuni mesi, complici anche le nuove varianti del virus, l’isola sta soffrendo un forte incremento di contagi che ha messo in ginocchio un sistema sanitario carente di strutture e strumentazioni adeguate ad affrontare un’emergenza di questo tipo, oltre che in debito di medicinali generici a causa dell’embargo. Per un paese che ha puntato tutto (con risultati eccezionali) su prevenzione e sviluppo di vaccini di Stato, trovarsi senza siringhe nel mezzo della campagna vaccinale e con gli ospedali al collasso non è affatto una prospettiva felice. La pandemia, oltre ad aver messo in crisi il sistema di salute nel suo complesso ha di fatto annullato una delle principali fonti di ingresso per le casse dello Stato e i singoli individui: il turismo. Con un flusso di turisti stranieri in ingresso ridotto del 95% si calcola siano venuti a mancare 3,2 miliardi di dollari nel 2020 rispetto all’anno precedente. 

Insieme al turismo è andato a fondo anche il settore privato delle piccole e medie imprese, fondamentalmente orientato ai servizi, mettendo in evidenza un secondo elemento di criticità dell’economia cubana, ovvero l’incapacità di implementare solide riforme di riordinamento del modello economico. Le timide aperture al mercato e al settore privato dell’economia, inaugurate da Fidel Castro negli anni ’90 e proseguite sino ai Lineamientos de la Política Económica y Social del Partido y la Revolución voluti dal fratello Raúl nel 2011, non hanno dato i risultati sperati, mantenendo di fatto l’economia cubana in una condizione di eterna dipendenza dall’esterno.

I Lineamenti, nello specifico – proponendo una serie di cambiamenti di rilievo quali il decentramento politico-amministrativo, la riduzione dei sussidi alla popolazione, l’apertura alla micro-impresa, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la riorganizzazione della proprietà sui mezzi di produzione e una graduale liberalizzazione della struttura economica sotto la supervisione dello Stato sul modello del socialismo cinese – hanno generato alte aspettative sulla popolazione che però sono state disattese. “Lo Stato cubano si è adattato, con tutte le sue istituzioni, a un tempo particolarmente lento di assimilazione e gestione dei problemi - sottolinea ancora José, il professore di filosofia all’università - e questa tendenza è stata correttamente identificata come pigrizia e indifferenza da parte della popolazione cubana, facendo diminuire la legittimità di qualsiasi istituzione statale, ad eccezione di alcuni settori della medicina e dell’istruzione. L'esempio massimo di questa mancanza di efficacia operativa - continua - è stata l'applicazione delle linee guida [dei Lineamenti], che dal 2011 è stata ritardata per vari motivi”, lasciando allo scoperto le discrepanze tra il piano delle formulazioni teoriche e quello delle applicazioni pratiche.

Un terzo elemento da tenere in considerazione è la profonda crisi del Venezuela che dal 2012 ha di fatto ridotto sempre più drasticamente gli aiuti a Cuba. Il principale alleato del Governo cubano sin dalla salita al potere di Hugo Chavez ormai da diversi anni non è in condizione di garantire il flusso di petrolio da cui Cuba dipendeva per l’approvvigionamento energetico. Il rapporto privilegiato con il Venezuela in crisi si inserisce a sua volta all’interno di un contesto regionale in cui Cuba vive da alcuni anni un preoccupante isolamento e una crescente pressione degli Stati Uniti. Questi ultimi attraverso le sanzioni (dirette o indirette, a eventuali partner commerciali di Cuba) e gli attacchi mediatici continuano a portare avanti una cosiddetta “guerra non convenzionale” con il chiaro obiettivo di generare collasso economico e instabilità politica, come sempre in nome di democrazia e ragioni umanitarie, specialità della casa. 

Tornando al tema dell’isolamento, è possibile osservarlo anche rispetto a un altro settore che storicamente ha rappresentato un traino per Cuba, sia per il valore simbolico che per i benefici economici diretti che ha generato, ovvero le missioni mediche internazionaliste. Anche questo elemento va letto all’interno dei mutamenti del quadro geopolitico regionale. Molti degli accordi che hanno strutturato in epoca recente il mercato cubano di esportazione di servizi medici sono stati infatti stipulati in un contesto favorevole a Cuba, ovvero la stagione progressista che ha investito l’America Latina dei primi anni 2000. Gli accordi bilaterali per cui Cuba riceveva materie prime, alimenti o benefici economici in cambio di brigate mediche si sono ridimensionati o interrotti negli ultimi anni anche a causa del mutato scacchiere politico latinoamericano. Ne sono un esempio gli accordi saltati con tre dei principali ex partner di Cuba, ovvero Brasile, Ecuador e Bolivia che sotto la pressione degli Stati Uniti hanno cancellato i contratti con il Governo cubano.

Ultima questione, ma non meno importante: le rimesse. Tra le principali risorse economiche per gran parte della popolazione, l’invio di denaro da parte di familiari residenti all’estero ha subito forti restrizioni negli ultimi anni come risultato dell’inasprimento dell’embargo voluto da Donald Trump. Le rimesse dall’estero, che rappresentano la seconda maggiore fonte di ingresso in valuta forte (dollari) per Cuba e i suoi cittadini e che nel 2019 hanno raggiunto l’ammontare di 3,7 miliardi di dollari, si sono ridotte di un terzo nel 2020. Western Union, la principale agenzia attraverso cui venivano inviate le rimesse a Cuba, ha chiuso i battenti il 26 novembre dello scorso anno. Questa chiusura ha pregiudicato principalmente la sopravvivenza delle famiglie cubane e del settore privato emergente e ha incoraggiato l’invio di denaro attraverso canali informali, diminuendo la trasparenza nei flussi di trasferimento tra i due paesi. Fino a prima della chiusura, i cubani residenti negli Stati Uniti (l’85% del totale dei residenti all’estero) trasferivano attraverso Western Union tra i 900 milioni e 1 miliardo e mezzo di dollari ogni anno, compiendo all’incirca 240 mila transazioni mensili. Si stima che la stessa quantità di fondi venissero invece trasferiti informalmente tramite viaggi di familiari e amici o per conto delle cosiddette mulas, cioè persone con doppio passaporto americano-cubano che sotto pagamento si incaricano del trasferimento di merci e denaro tra la Florida e Cuba. 

Quando parliamo di rimesse dobbiamo pensare che la possibilità per i cubani di ricevere denaro in valuta estera serve davvero a coprire un grande spettro di necessità essenziali come l’accesso ad alimenti, medicine, abbigliamento, ricariche telefoniche, ecc. Lo è ancora di più da quando alla fine del 2019 è stato attivato su tutto il territorio nazionale il circuito di pagamento in Moneda Libremente Convertible (MLC). Negli esercizi commerciali in MLC i prezzi sono in dollari ed è possibile fare acquisti solo tramite l’uso di una carta che può essere ricaricata - in dollari, euro o una decina di altre valute straniere - dai familiari dei cubani che vivono all’estero. Questo metodo di pagamento, attraverso una moneta che la maggior parte delle persone non possiede, è stato creato dal Governo per intercettare la valuta forte, reinvestire nella produzione nazionale e approvvigionare così il circuito in pesos. Tuttavia, a quasi due anni dall’implementazione di questa misura, si è generata una situazione paradossale per cui i sempre più numerosi negozi in MLC vengono sì riforniti di merce ma vi possono accedere solo coloro i quali hanno modo di ricaricare la carta tramite familiari o amici che vivono fuori Cuba, mentre i negozi e supermercati in moneta nazionale, la stessa utilizzata per il pagamento dei salari, offrono poco (acqua, rum, miele, sigarette) e quando vengono riforniti di qualche prodotto particolarmente ambito vista la difficoltà di reperimento, come accade ad esempio con il pollo, richiamano ovviamente un alto numero di persone che per acquistare si deve mettere in coda per ore. 

Sempre in ambito alimentare, uno dei simboli della Rivoluzione ovvero la libreta de abastecimiento (la tessera di approvvigionamento che dà accesso a una serie di prodotti sovvenzionati) da molto tempo oramai non è più in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare per cui era stata pensata e, come detto, gran parte dei prodotti alimentari - fatta eccezione per quelli venduti nei mercati ortofrutticoli - viene acquistata in esercizi commerciali che adottano prezzi in dollari, mentre gli scaffali dei supermercati statali sono quasi del tutto vuoti. È evidente quindi che, al netto di una condizione ormai sistemica di blocchi commerciali e sanzioni nordamericane, nonostante le intenzioni del Governo di generare dei meccanismi economici virtuosi, la popolazione si trova comunque a dover affrontare una quotidianità estremamente difficile e incerta, e nel farlo corre a due velocità. Infatti, nell’osservare come le rimesse contribuiscano alla strategia di sopravvivenza delle famiglie cubane, va detto che la possibilità di riceverle e quindi di avere accesso a una determinata serie di prodotti, senza dover ricorrere esclusivamente al circuito statale, non è un privilegio per tutti. A tal proposito rende bene l’idea l’espressione “tener fé” che viene usata comunemente tra i cubani che hanno familiari all'estero per evidenziare la speranza di ricevere rimesse. Tener fé letteralmente significa “avere fede” ma in realtà è un gioco di parole, infatti è l’acronimo di familiares en el extranjero, cioè “familiari all’estero”. La presenza o l’assenza di un vincolo familiare all’estero è dunque un elemento determinante per osservare l’aumento della disuguaglianza all’interno della società cubana. Un fatto quello delle disuguaglianza ormai non più inedito che però può davvero essere molto rilevante oggi per la credibilità e la continuità del progetto socialista cubano. 

Il ruolo delle comunità cubane all’estero

L'invio informale o attraverso vie legali di denaro e merci mostra come i rapporti con le comunità all’estero siano molto rilevanti per la società cubana, caratterizzata da una dimensione transnazionale sotto diversi punti di vista. 

Negli ultimi dieci anni si sono sviluppati profondi legami economici tra la comunità cubana in Florida e i lavoratori autonomi o altri tipi di imprenditori cubani, che vanno ben oltre il semplice invio di rimesse tra familiari. Il legame in questione si è stretto ancor di più a causa dell’onnipresente embargo e per la lenta e inefficiente assimilazione da parte dello Stato della piccola e media impresa che ha da parte sua tentato di emergere a partire dall’ampliamento delle attività economiche private, previsto nei Lineamenti del 2011. Parte della popolazione cubana ha quindi iniziato a stabilire rapporti commerciali con l'esterno, utilizzando la comunità cubana della Florida come nesso. Ovviamente, questo flusso di merci - di cui fanno parte anche le nuove tecnologie - è stato vitale per il reale funzionamento dell'economia cubana che, nonostante la posizione ufficiale, dipende fortemente dall'importazione informale e dalla redistribuzione non statale, e che ha visto proliferare sull’isola un mercato di beni e servizi che si colloca al di fuori dalla sfera di controllo e regolamentazione dello Stato. 

Su questo aspetto, sempre José fa notare che “lo Stato non ha generato forme per incanalare questo investimento o questo capitale verso attività produttive a causa dell'assenza di una legge sugli investimenti per i cubani”. In sostanza, se da un lato gli investimenti stranieri sono stati visti come una possibilità e in qualche modo sono stati facilitati da diverso tempo a questa parte, il cittadino cubano con del capitale “non è stato considerato come un possibile attore dell'economia del paese”. Questo, da una parte, ha penalizzato le istituzioni cubane di frontiera, che non hanno avuto la possibilità di regolamentare e canalizzare questi flussi commerciali di merci e denaro. Anzi, il loro intervento si è manifestato perlopiù attraverso l’applicazione di dazi e controlli doganali in entrata. Dall’altra, ne ha eroso ulteriormente l’immagine agli occhi dei cittadini che – spiega ancora José – “hanno iniziato a percepire queste istituzioni come un nemico visibile della modernizzazione delle famiglie cubane”.

Nel celebre scritto del 1965 El Socialismo y el hombre en Cuba, Ernesto “Che” Guevara parlava di “errori” riferendosi alla non infallibilità dello Stato, specie di fronte a un processo di costruzione del socialismo che, allora, definiva ancora “giovane”. Anche nel 1986, al termine di una tappa conosciuta come di sovietizzazione dell’economia cubana, il Governo esplicitò pubblicamente la necessità di rimediare agli errori del passato. A conclusione del III Congresso del Partito Comunista di Cuba promosse infatti una fase di riforme strutturali definita “Periodo di Rettificazione degli Errori e delle Tendenze Negative”. Di lì a poco il crollo del campo sovietico spazzò via tutti i buoni propositi e fece sprofondare la Cuba rivoluzionaria nella più profonda crisi economica della sua storia: il “Periodo Especial en tiempo de Paz”, secondo alcuni non ancora terminato. 

La crisi del patto di fiducia tra Governo e cittadini

Anche alla luce di questo, parte del malcontento manifestato dalla popolazione cubana è dovuto alla percezione che il Governo non sia efficiente e in grado di migliorare condizioni di vita drasticamente deteriorate, nonostante siano ben chiare a tutti le responsabilità dell'embargo nordamericano in questo lento e prolungato deterioramento. “Chi scende in strada soffre la fame da molti anni, e qualunque spiegazione possa darti il Governo, oggi a te come persona non ti soddisfa più, non importa che sia colpa dell’embargo, che le colpe siano interne o esterne”, sostiene Yainiel, artista di 37 anni. 

Tra le ultime misure ad aver incrinato la credibilità della classe dirigente c’è stata la riunificazione monetaria nell’ambito del pacchetto di riforme “Tarea Ordenamiento” (con l’eliminazione del peso convertible introdotto nel 2004) che ha portato a una iper-svalutazione dell’unica valuta rimasta in circolazione, il peso cubano, con aumento dei prezzi e diminuzione costante del potere d’acquisto; la sospensione ai depositi in dollari sui conti correnti bancari, disposta lo scorso 10 giugno; la conversione degli esercizi commerciali in MLC.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se il Governo vorrà farsi carico del suo ruolo di esecutore della sovranità popolare, come previsto dall’articolo 3 della Costituzione del 1976, provando a riconoscere e a rimediare a eventuali errori e instaurando un tavolo di confronto per intercettare il malcontento popolare e le energie anche positive che lo muovono, senza sottostimarlo o identificandolo necessariamente come un movimento contro-rivoluzionario di ispirazione yankee. Le manifestazioni delle ultime settimane, in fondo, nel rivendicare dialogo si fanno anche veicolo di aspettative nei confronti delle istituzioni.

È opinione abbastanza diffusa che il Governo abbia dei margini di manovra per poter agire in maniera risolutiva, almeno a corto raggio, e uscire fuori da questo pantano. Intervenire in modo efficace e concreto potrebbe essere una notevole risposta alla sfiducia diffusa tra la popolazione oltre che un segnale forte contro le ingerenze esterne.

Innanzitutto sono richieste a gran voce misure rapide e trasparenti che producano un beneficio immediato sulla popolazione: ad esempio, progetti di produzione alimentare a livello nazionale per far fronte alla sempre più evidente carenza di prodotti alimentari, disinnescando quel doppio binario di accesso alle merci legato alla doppia economia dollaro-peso; la sospensione temporanea degli investimenti a lungo termine da ricollocare in piani sociali d'emergenza specie a protezione dei settori più svantaggiati della popolazione come gli anziani, i nuclei familiari a basso reddito, le madri single e i quartieri più impoveriti; benefici doganali per i beni di prima necessità. Questa misura amministrativa di annullamento dei dazi doganali sull’importazione di alimenti, medicine e prodotti per l’igiene della casa, auspicata già da tempo, è stata annunciata dal Governo il 16 luglio.

Il significato della crisi e le prospettive future per le diverse generazioni

Per molti cubani le condizioni di scarsità e i tagli programmati alla somministrazione elettrica (apagones) che hanno caratterizzato queste ultime settimane hanno riportato immediatamente alla memoria la difficile quotidianità della Cuba dei primi anni ’90. Tuttavia la crisi attuale, seppur caratterizzata da un impoverimento della sfera materiale che riconduce a cattivi ricordi, è molto diversa dal Periodo Especial. L’economia allora fece registrare un crollo del 35%, e sebbene oggi le cifre siano meno catastrofiche di allora la situazione politica, economica e sociale che attraversa il paese oggi è altrettanto complessa. 

Innanzitutto, la generazione che aveva vissuto in prima persona il “Trionfo della Rivoluzione” nel 1959 e che è stata protagonista della genesi del progetto sociale cubano, è stata la stessa che ha sostenuto il Governo e il modello politico ed economico negli anni durissimi seguiti al crollo del campo socialista. Quelle generazioni erano state testimoni e artefici di un progetto che sino agli anni ’80 - in particolare negli anni ’80 - aveva permesso ai cittadini una mobilità sociale sconosciuta in precedenza. “Se qualcosa mi ha salvato, è stato nel 1959, quando [Fidel] mise in moto questo cataclisma di trasformazioni sociali che tolse dal mio cammino il fatalismo a cui era condannato il figlio di un carbonaio”, affermava nel 2015 l’antropologo cubano Pablo Rodríguez, intervistato dal periodico Temas.

Oggi, non solo quei rivoluzionari dei primi anni sono una piccola (e sempre minore) parte della popolazione, ma la mobilità sociale promessa dal modello socialista, tra aperture al mercato e dollarizzazione dell’economia, è stata gradualmente sostituita da una piramide invertita, ovvero un fenomeno in cui il livello di benessere è inversamente proporzionale al grado di professionalizzazione degli individui. Un tassista o una guida turistica, ad esempio, nella misura in cui hanno potuto accedere con molta più frequenza a un circuito economico dollarizzato si trovano a occupare una posizione di maggior benessere materiale rispetto a un medico, il quale può solo contare su un salario statale in pesos (e su eventuali rimesse) che tra l’altro è stato eroso dall’unificazione monetaria di inizio 2021.

Cuba insomma, è cambiata sotto molti aspetti ed è interessante il confronto tra questa crisi e quella di 30 anni fa per provare a comprenderne le cause e le prospettive future. Durante il Periodo Especial, ad esempio, nonostante il forte deterioramento delle condizioni di vita, diversi elementi hanno contribuito a mantenere integro il patto di fiducia tra popolo e Governo. La scarsità era tutto sommato condivisa, il ricordo vivo del benessere del decennio precedente e la consapevolezza delle conquiste della Rivoluzione alimentavano comunque la convinzione di essere parte di un modello che manteneva ciò che aveva promesso, e poi c’era la leadership carismatica di Fidel Castro. 

Riflettendo sulle differenze sostanziali tra la crisi di oggi e quella di ieri, Mayra, docente di 60 anni, nata un anno e mezzo dopo il Trionfo della Rivoluzione, sostiene: “Gli anni '90 ci hanno lacerato molto ma c'era fiducia nel futuro di un progetto e c'era un leader che era seguito e ammirato. Oggi quella fiducia manca ed è evidente la crisi di governabilità”. Per chi, come Mayra, ha vissuto dagli inizi il progetto socialista cubano, è difficile attraversare questo momento senza guardarsi indietro. Il suo punto di vista è estremamente interessante per capire come la prima generazione di cittadini nati nel socialismo ha dato senso ai cambiamenti attraversati dal paese: “Penso di aver vissuto da bambina l'euforia del trionfo, i primi cambiamenti e le prime rotture, da giovane la determinazione e la sicurezza di costruire qualcosa di nuovo e superiore, da adulta il crollo e la corruzione che ti fa mettere in discussione tutto quanto. La cosa più inspiegabile però è la sensazione di non voler abbassare le braccia, è il bisogno di tenere duro e di voler salvare l'ideale che ritengo giusto e necessario. Questa è evidentemente la grande contraddizione della mia generazione”. Sull’impegno politico e il riconoscimento di una sorta di coincidenza tra le vite dei cittadini e il progetto rivoluzionario cubano, infine, Mayra aggiunge: “L’attuale generazione non può avere né il legame, né le aspirazioni, né i progetti di vita che abbiamo potuto avere noi che siamo nati con la Rivoluzione. Molti di noi hanno un sentimento di fedeltà verso quel paese che pensavamo si sarebbe realizzato, un sentimento che seppur deteriorato, molte volte ne sono consapevole, ci segna e ci ha segnato. Abbiamo dato le nostre vite facendo e credendo che sarebbe stato possibile”.

Tra i nati negli anni del socialismo e i più giovani –  ovvero coloro che non hanno vissuto direttamente la prosperità e che si sono ritrovati a godere di diritti non conquistati da loro (istruzione gratuita, sussidi alimentari, sanità pubblica, ecc.) ma dalle generazioni precedenti – ci sono priorità diverse, a partire dal valore attribuito alla sovranità nazionale. “Le generazioni più anziane temono l'ingresso di cubani [residenti all’estero] e nordamericani, soprattutto i primi, come portatori di una pratica politica di sottomissione. Per quella generazione la sovranità nazionale è ancora molto significativa, mentre per i giovani non basta una Cuba libera ma non prospera”, osserva José. Gli fa eco Yaniel, 37 anni, che di fronte alla possibilità di sostenere ad ogni costo il modello politico cubano elude il posizionamento ideologico e risponde in modo pragmatico: “Se io avessi due o tre vite dopo di questa, be’ allora questa qui la dedicherei a sconfiggere l’imperialismo, ma disgraziatamente ne ho solo una”. “Le generazioni più anziane – aggiunge José – portano con sé un pesante retaggio di esperienze e convinzioni a cui non vogliono rinunciare per vari motivi molto difendibili, come l'equità di molti programmi sociali e la certezza di un progetto nazionale che credevano di trovare nella rivoluzione cubana”. 

Certamente il divario generazionale porta con sé una diversa visione del mondo che, negli ultimi dieci anni, ha attinto a una serie di nuovi canali resi disponibili dall'avanzare delle nuove tecnologie nella società cubana. Attraverso queste tecnologie - la cui presenza a Cuba abbiamo visto essere strettamente vincolata alle rimesse dei familiari all’estero - ha cominciato, ad esempio, a prendere forma un modello di consumo che emulava la Florida e che ha fatto sì che le aspirazioni dei cubani, soprattutto dei più giovani, si configurassero secondo ciò che arrivava attraverso questi canali, dalle informazioni al materiale audiovisuale, alle narrazioni di parenti o amici. 

Le rimesse non rappresentano, quindi, solo capitale finanziario ma sono anche uno dei mezzi attraverso cui si alimenta e riconfigura continuamente la dimensione transnazionale della società cubana (intesa come campo sociale che - mediante il movimento di persone, informazioni e merci - si costituisce travalicando i confini geografici e politici di un territorio). Una dimensione aperta all’interconnessione di flussi globali con cui la società cubana nella sua totalità deve necessariamente fare i conti. Questo significa essere consapevoli del fatto che Cuba, pur promuovendo diverse forme di austerità e comunitarismo, è stata costantemente esposta a uno stile di vita - quello nordamericano ad esempio - che evidenziava differenze di reddito, di classe e un consumismo che all’interno dei confini dell’isola non era possibile. Cuba non va considerata dunque come un territorio isolato, immutabile e socialmente omogeneo in cui regna l’unanimità di pensiero e che viene investito ogni tanto da elementi di cambiamento esterni.

Il futuro di Cuba, oltre che incerto, sarà sicuramente faticoso e richiederà uno sforzo da parte di tutti i soggetti politici affinché possa generarsi un dibattito costruttivo che attraverso nuove dinamiche di partecipazione offra al popolo cubano una reale e rinnovata sensazione di essere parte di un progetto comune. Il consolidamento di un nuovo patto di cittadinanza è il primo obiettivo da perseguire per dare rinnovata linfa agli ideali di uguaglianza e giustizia sociale che hanno mosso intere generazioni verso un ideale condiviso e mai troppo utopico.

Se è pur vero che gran parte dei problemi di Cuba sono diretta conseguenza dell’embargo e della guerra non convenzionale portata avanti dai vicini americani, forse però la soluzione alla crisi attuale va ricercata tra le persone in coda alla bodega, tra i medici che svolgono eroicamente una professione sottopagata, tra gli studenti universitari, le venditrici di maní, le famiglie separate in attesa di ricongiungimento, i contadini, i testi delle canzoni che ascoltano al tramonto i ragazzi sul Malecón. Perché come dice Janis, ex docente universitaria: “La nostra situazione è critica, ma sono cubana e confido nel fatto che i cubani di qui e quelli che si trovano in altre parti del mondo e davvero amano il proprio paese pensino a come venirne fuori e andare avanti, a come riuscire a vivere senza più incertezze, a come avere sogni che si realizzino”.

*Le fonti intervistate che abbiamo sentito direttamente e di cui conosciamo l'identità hanno chiesto l'anonimato per motivi di sicurezza.

Immagine in anteprima: frame video via AFP Español

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