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Maternità e lavoro: ripensare la condivisione della cura

27 Luglio 2021 7 min lettura

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Maternità e lavoro: ripensare la condivisione della cura

6 min lettura

di Alessandra Minello

Il nodo maternità-lavoro è emblematico nella strada verso la parità. Per scioglierlo serve ripensare la condivisione della cura. Per farlo, bisogna coinvolgere tutte e tutti, anche gli uomini al potere. 

Non ci si può distrarre un attimo che puntualmente arriva qualcuno (maschile voluto) a raccontare che per risolvere la questione della bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro in Italia bisogna investire sulla conciliazione. Se a un primo sguardo alle donne viene quasi da ringraziare per l’attenzione concessa e perché ormai abituate alla parola “conciliazione”, quando la riflessione diventa più profonda è semplice capire che non c’è proprio nulla di cui essere grate. Conciliare significa tenere insieme il lavoro retribuito e quello di cura, ma a ben pensare fa cadere la responsabilità del secondo solo sulle spalle delle donne. Conciliare mette le madri al centro della responsabilità di gestire il benessere della famiglia. Infatti investire sulla conciliazione non significa mai ripensare i tempi in famiglia e nel lavoro dei padri. Questo è indicativo di quanto la gestione di genitorialità e lavoro non sia limitata soltanto dal punto di vista strutturale, mancando i servizi e le politiche che la favoriscano, ma abbia anche una forte componente culturale che limita la questione alle madri. 

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Quando il focus è sulle donne, infatti, la questione strutturale viene affrontata suggerendo (ma mai del tutto attivando) politiche che tipicamente incentivano il lavoro part-time, la flessibilità, i congedi di maternità e nel più fortunato dei casi gli asili nido. Da una parte è chiaro che quando si punta sul part-time, come ad esempio succede in Olanda, l’assunto di base è che le prospettive di carriera femminili siano sacrificabili. Dall’altra è inutile dire che in tutti questi ambiti in Italia, pur parlando ciclicamente del tema, poco sia stato fatto. Ad esempio, gli asili nido o meglio i servizi per la prima infanzia, sono potenzialmente una risorsa che può aiutare la combinazione tra carriera e famiglia per entrambi i genitori. Recenti dati ISTAT ci dicono che la copertura di queste strutture nel nostro paese è del 26%. Ciò significa che sono disponibili posti solo per un quarto dei bambini che potenzialmente potrebbero usufruirne. 

Dal punto di vista culturale, invece, quando andiamo a vedere i dati che parlano di una visione della coppia, non sorprende rilevare che l'Italia rispetto agli altri paesi si posiziona maggiormente in una visione tradizionale dei ruoli, in cui sono le donne a prendersi cura dei figli e gli uomini ad essere partecipi nel mercato del lavoro. Una grossa fetta di persone nel nostro paese pensa ancora che il bambino soffra quando la mamma lavora, che se ci sono pochi posti di lavoro sono gli uomini a doverseli accaparrare, e che le donne sono più adatte al lavoro di cura rispetto agli uomini. Il 51% del campione di italiani/e nell’Eurobarometro 2014-2017 pensa che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. Questo chiaramente mal si concilia con il pensiero di una realizzazione personale delle madri anche attraverso la carriera lavorativa. 

Da tutto ciò deriva che l’Italia sia, secondo i dati dell’OCSE, il secondo paese con la più bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro in Europa seguita soltanto dalla Grecia che più di noi ha risentito della recente grande crisi recessiva, e che un nodo cruciale della carriera sia la maternità. Le famiglie all’arrivo di un figlio valutano se le madri debbano rimanere nel mercato del lavoro o rinunciare al doppio stipendio. In questo giocano un ruolo cruciale l’idea che è la madre sia la principale responsabile della cura, lo stipendio femminile mediamente più basso e l’assenza di servizi per la prima infanzia, se non ci sono nonni a cui poter delegare il ruolo di cura. Da anni i dati de l’Ispettorato Nazionale del lavoro mostrano che le madri più che i padri lasciano la professione all’arrivo di un figlio per l’impossibilità di “conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole”. 

Come fare per cambiare le cose? 

È necessario agire su entrambi i piani quello culturale e quello strutturale: ma è ora di capire che agire significa proprio cambiare il tavolo su cui si svolge la discussione. Dal punto di vista culturale, ad esempio, una volta chiaro che il nodo cruciale è quello della cura, non si dovrebbe più parlare di conciliazione, ma riscoprire un vecchio concetto in uso negli anni ’70, quello di condivisione. Condividere indica attribuire agli uomini, ai padri, un ruolo attivo. Ciò significa essere disposti in maniera paritaria alla cura che, come ha detto Elena Pulcini nella sua ultima lectio magistralis, “è una forma di agire universale, niente affatto confinata ad un genere”.

A riprova dell’importanza della dimensione culturale, ci sono paesi come ad esempio la Germania in cui dal punto di vista strutturale ci sono tutte le condizioni affinché la condivisione sia preferita alla conciliazione eppure il cambiamento non avviene.  Questo perché prevale un forte attaccamento a una visione tradizionale nonostante politiche che incentivino la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Nei paesi del Nord Europa, invece, nonostante ancora la parità non sia raggiunta, la dimensione culturale e quella strutturale procedono più di pari passo. L'Italia, dal canto suo, è il paese in Europa in cui lo squilibrio nel tempo dedicato al lavoro di cura tra uomini e donne, secondo i dati Eurostat, è il più alto. Insieme alle donne rumene, le italiane sono quelle che dedicano più tempo alla cura, gli uomini italiani, al contrario, non sono i più coinvolti. Lo squilibrio di genere permane nelle coppie con figli. Affinché per le donne sia più semplice dedicare il proprio tempo alla carriera, è necessario dunque coinvolgere gli uomini nel lavoro di cura. Agli uomini bisogna insegnare a partecipare già da piccoli, alle donne a far partecipare, a lasciar condividere il lavoro di cura. Nel nostro paese il gap di genere nella partecipazione ai lavori domestici, ad esempio, cresce al crescere dell’età e l’esempio dei padri è più importante per i figli che per le figlie. Sarebbe importante andare nella direzione di insegnare la condivisione e di essere da esempio, di ridimensionare i ruoli nella famiglia. 

Per scardinare la questione culturale ci sono altre credenze da superare. Quello delle donne, ad esempio, non deve essere un secondo reddito per le famiglie, ma un reddito di pari importanza (e valore) di quello maschile. Altrimenti sarà sempre il reddito sacrificabile, quando la famiglia si allarga. Non è un caso che le famiglie monoreddito siano più diffuse tra le coppie con figli, nonostante le spese siano maggiori. È chiaro che in questo caso il cambiamento deve avvenire su entrambi i piani: serve ripensare i modelli familiari, servono politiche che aiutino il riequilibrio del gap salariale, e, ancora una volta, sostegno da parte dello Stato alla cura. 

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Gli attori coinvolti nel cambiamento culturale sono qui le giovani generazioni: i futuri partner e genitori vanno svincolati dalla mentalità che spinge verso una divisione tradizionale dei ruoli. Questo però non esclude le generazioni precedenti dalla riflessione. Sul piano culturale, da una parte le generazioni precedenti hanno ancora un grande ruolo nella formazione delle future generazioni: pensiamo, ad esempio, a quanti sono le nonne e i nonni nel nostro paese a prendersi cura dei nipoti, e ad avere un ruolo cruciale, dunque, nella socializzazione ai ruoli di genere. Inoltre, la questione culturale è ancora molto in mano a queste generazioni se pensiamo a ciò da cui è iniziato questo articolo: la capacità di determinare l’agenda setting, ovvero l’orientamento del discorso pubblico in materia, soprattutto in alcuni mezzi di comunicazione, con l’imposizione di un discorso sulla conciliazione più che sulla condivisione. Sul piano strutturale, poi, sono le generazioni meno giovani, oggi, a essere ancora lassù, nell'olimpo delle decisioni. Ad alcune personalità, per lo più donne, dobbiamo molto in termini di tentativi di spostare il paradigma, ma sono gli uomini a essere ancora primariamente coinvolti nelle dinamiche di potere, e sono quelli che, probabilmente, sono più resistenti a un cambiamento.

Uno degli indicatori che compongono l’indice di uguaglianza proposto dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (European Institute for Gender Equality — EIGE), riguarda proprio il potere. Tra tutti gli indicatori, è quello per cui l’Italia ottiene il punteggio più basso, nonostante l’incremento avuto negli anni. Solo per fare un esempio, tra le dimensioni considerate ci sono quelle relative al potere politico, e secondo i dati più recenti il 75% dei ministri sono uomini. A loro e soprattutto alle generazioni precedenti dobbiamo i limiti strutturali del nostro paese: i pochi servizi per l’infanzia e, come esempio eclatante, i pochi giorni di paternità obbligatoria, ma anche il fatto che il congedo parentale dei padri sia recentissimo, essendo stato introdotto solo nel 2000. È chiaro ancora una volta come la base su cui si poggia questo orientamento delle politiche sia di matrice culturale. Una matrice che, forse, nelle generazioni passate è ancora più difficile, ma necessario scardinare. È chiaro infatti che ora, se l’obiettivo è incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma più ampiamente raggiungere la parità, è necessario lasciare da parte tutto ciò che, come bagaglio culturale ci portiamo dietro della divisione tradizionale dei ruoli. Una divisione che nel tempo è diventata un solido perno su cui costruire l'offerta strutturale e che ora va scardinata agendo tutte e tutti insieme sia sul piano culturale sia su quello strutturale.

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