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Francia, elezioni presidenziali: per l’estrema destra una sconfitta che sa di vittoria

26 Aprile 2022 6 min lettura

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Francia, elezioni presidenziali: per l’estrema destra una sconfitta che sa di vittoria

5 min lettura

di Filippo Ortona

Poco dopo le venti, sulle note della nona sinfonia di Beethoven, Emmanuel e Brigitte Macron sono saliti sul palco allestito sotto alla Tour Eiffel. Qualche minuto prima, il maxischermo aveva annunciato la vittoria netta del candidato uscente: 58,5% delle preferenze, contro il 41,4% per Marine Le Pen. 

Di fronte a circa 2000 sostenitori e quasi altrettanti giornalisti venuti dal mondo intero, il presidente della Repubblica francese ha promesso cinque anni diversi da quelli che hanno preceduto questa elezione: una «era nuova, che non sarà in continuità col mandato che si è concluso», all’insegna di una rifondata «metodologia» di governo. 

Eppure, all’ombra della Tour Eiffel così come negli studi televisivi, era difficile scorgere una qualche traccia d’entusiasmo. È stata una vittoria elettorale «sull'orlo dell’abisso», come ha scritto Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde. «Il presidente eletto nel modo peggiore nella storia della V repubblica», ha twittato Edwy Plenel, il fondatore di Mediapart

Complice un’astensione senza precedenti dal 1969, Macron è stato rieletto con solamente il 38% dei voti degli elettori registrati al secondo turno - il livello più basso da oltre mezzo secolo, come ha fatto notare il ricercatore dell’istituto di sondaggi Ipsos Mathieu Gallard. 


Fa un certo effetto pensare oggi all'entusiasmo suscitato dalla prima elezione di Macron, nel 2017. All’epoca la sua candidatura aveva sorpreso e scompaginato l’intero quadro politico nazionale, relegando ai margini il Partito Socialista (PS) e Les Républicains (LR), i partiti storici del centrosinistra e del centrodestra. Nel secondo turno, aveva poi battuto l’estrema destra di Marine Le Pen per 66% a 33%. Una vittoria incontestabile, seppur lontana dall’82,2-17,8 con cui Jacques Chirac aveva battuto Jean-Marie Le Pen nel 2002.

Sono passati esattamente vent’anni da quella prima, storica e inquietante avanzata dell’allora Front National (oggi Rassemblement National, RN). In due decenni, l’estrema destra francese è arrivata per tre volte al secondo turno delle presidenziali, due delle quali negli ultimi dieci anni. Era stata la prima promessa elettorale di Macron: impedire un’altra presenza di Le Pen al secondo turno. È stato uno dei suoi più tangibili fallimenti.

Per Macron "una vittoria di Pirro"

Domenica sera, per la prima volta, il RN ha superato la soglia del 40%: un «risultato che di per sé stesso rappresenta una vittoria eclatante», come ha detto Marine Le Pen annunciando la sconfitta una decina di minuti dopo le 20, all’apparizione delle prime proiezioni. 

Marine Le Pen ha espresso un certo rammarico per la seconda sconfitta elettorale consecutiva, ma anche la soddisfazione per un risultato che certifica il RN come il primo partito d’opposizione del paese. «Le nostre idee sono ormai ai vertici» del dibattito e della coscienza nazionale, ha detto. 

Nel 2017, lo scarto tra Le Pen e Macron era stato di dieci milioni di voti. Cinque anni dopo, la differenza tra il vincente e la sconfitta si è esattamente dimezzata. Mentre il candidato del centrodestra liberale ha perso un paio di milioni di voti, l’estrema destra ne ha acquisiti almeno tre.

Mai come in questa elezione l’estrema destra nazionalista e xenofoba è stata così vicina alla conquista del potere; eppure, di fronte a un tale pericolo, la «diga repubblicana», cioè l’alleanza tattica tra tutte le forze non di estrema destra per impedirne l’avanzata, non era mai  stata così vicina al collasso.

«Oramai, Marine Le Pen è considerata come un’oppositrice politica ordinaria», ha scritto Ellen Salvi su Mediapart. Macron e i suoi sostenitori hanno fatto campagna per suscitare adesione attorno al presidente uscente, piuttosto che contro il progetto di società dell’estrema destra. «Così facendo, ha[nno] perfezionato la ‘normalizzazione’ del Rassemblement National, ormai in azione da anni. Una scelta vincente da un punto di vista elettorale, ma perdente dal punto di vista della democrazia. Giacché nessuno può essere contento di vedere l’estrema destra accedere al secondo turno per la seconda volta consecutiva» scrive ancora la giornalista di Mediapart, che definisce quella di Macron «una vittoria di Pirro».

I tre blocchi

Come hanno scritto gli economisti Bruno Amable e Stefano Palombarini, rispettivamente professori all’Università di Ginevra e all’Université Paris 8, «la vita politica francese si struttura oggi attorno a tre poli, e non più solamente due». C’è un «esteso blocco borghese, che riunisce i gruppi sociali più agiati assieme a una parte del ‘vecchio’ blocco di destra (certi lavoratori indipendenti e autonomi, padroncini, etc.) che sono stati particolarmente avvantaggiati dalle politiche di Macron». 

Poi c’è un blocco «autoritario», rappresentato - per ora - da Marine Le Pen e, in parte, da Éric Zemmour. Composto da un solido zoccolo di elettorato popolare, riesce a ottenere l’appoggio anche di un certo pezzo dell’elettorato della destra tradizionale, che ha rifiutato di confluire nel movimento di Macron. Questa strana mescolanza spiega in parte, secondo i due autori, le evoluzioni del partito di Le Pen in materia economica, che di elezione in elezione si è allontanata dalle linee no-euro del passato, per approdare a un programma più ‘soft’ in materia economica, senza rinnegare l’anima xenofoba e islamofoba del proprio partito. 

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Da questa elezione emerge infine un ultimo blocco, quello di una sinistra ecologista, sociale e femminista, «di rottura», rappresentata dalla France Insoumise e da Jean-Luc Mélenchon, che ha mancato l’accesso al secondo turno per 400.000 voti.

La stragrande maggioranza degli elettori si è espressa «per tre progetti» politici, ha detto lo stesso Macron, alla vigilia del secondo turno, alla radio France Culture. «Un progetto d’estrema destra, (…) un progetto d’estrema sinistra, (…) e uno di estremo centro, se così vogliamo chiamare il mio».

Il terzo tempo: le legislative

Estremamente verticale e maggioritario, il sistema istituzionale francese sta avendo grandi difficoltà a fare i conti con questa tripartizione del corpo elettorale. Non è un caso che quasi tutti i candidati abbiano promesso l’iniezione di quote proporzionali nella legge elettorale. Nonostante facesse parte del programma di Macron già nel 2017, alla fine, non se n’è poi fatto nulla. 

Questo deficit di rappresentatività potrebbe tuttavia acquisire una certa importanza in vista del ‘terzo tempo’ di queste elezioni, cioè le legislative che si terranno a giugno, durante le quali i francesi eleggeranno i rappresentanti alla camera dei deputati, l’Assemblée nationale. Sebbene di solito i risultati per quest’ultima seguano con una certa coerenza quelli dell’elezione presidenziale, quest’anno non si possono escludere sorprese. 

Da un lato, l’estrema destra di Éric Zemmour ha moltiplicato gli appelli all’unione con il Rassemblement National, per formare delle candidature comuni in vista delle legislative. Dall’altro, anche il partito di Macron è in costante trattative con le altre compagini del centrodestra, in particolare con Les Républicains e coi seguaci dell’ex-presidente Nicolas Sarkozy, per assicurarsi una solida maggioranza in parlamento. 

Dal canto suo, la France Insoumise di Mélenchon, ormai stabilmente egemone a sinistra, ha aperto una serie di trattative con i verdi, i comunisti e gli altri partiti di area, con l’ambizione di costruire una grande coalizione a partire dal programma degli Insoumis. «Siamo pronti a discutere con tutti, ma a condizione che tutti siano d’accordo col programma», ha detto Manuel Bompard, uno dei massimi dirigenti del partito, a Mediapart. L’obiettivo dichiarato è ottenere una maggioranza relativa per nominare Mélenchon primo ministro, e imporre una ‘coabitazione’ come quella che la sinistra impose alla destra di Chirac dal 1997 al 2002, quando il presidente (di centrodestra) fu costretto a ‘coabitare’ col primo ministro Lionel Jospin (centrosinistra). Una prospettiva che sembra ora come ora improbabile, ma che ha il merito di galvanizzare le truppe.

Immagine in anteprima: frame video France24 via YouTube

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