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Eric Zemmour: “creatura” mediatica di estrema destra, condannato per incitamento all’odio razziale e religioso e ora candidato alle presidenziali francesi 2022

4 Gennaio 2022 6 min lettura

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Eric Zemmour: “creatura” mediatica di estrema destra, condannato per incitamento all’odio razziale e religioso e ora candidato alle presidenziali francesi 2022

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di Filippo Ortona

Il selfie è implacabile. Seduto sul bordo del palco di una sala di Nizza, alla fine di un meeting, Eric Zemmour è letteralmente circondato da telecamere, microfoni, luci, registratori e telefonini. Sembra conversare amabilmente con l’orda di giornalisti che lo attornia, appare del tutto a suo agio, in controllo della situazione. Lo scatto è del 17 settembre scorso: all’epoca, Zemmour non era ancora ufficialmente candidato, eppure, già da mesi, non si faceva che parlare di lui. Postando la foto su Twitter, il profilo ufficiale di Zemmour recitava, a mo’ di didascalia: “I miei amici giornalisti”, seguito da un ironico smiley con l’aureola.

Eric Zemmour sa come prenderlo, il circo mediatico. Ne ha fatto parte per decenni, prima a Le Figaro, poi in quanto polemista professionista sui talk show in prima serata, dapprima a France2, poi nello studio di Cnews, il canale all-news che il New York Times ha definito “Fox News alla francese”, proprietà dell’industriale Vincent Bolloré (che possiede, tra le altre cose, Canal+, Paris Match e la radio Europe1). Il suo curriculum finisce qui – Zemmour non ha mai ricoperto cariche istituzionali di alcun tipo, non ha un partito né esperienza politica di sorta. Ciononostante, sino a oggi, ha goduto di una copertura mediatica che rasenta l’ossessione, costantemente al centro di ogni dibattito sulle elezioni presidenziali francesi che si terranno nel 2022. 

La prima pietra è stata gettata da L’Express, uno dei settimanali più conosciuti del paese, che a febbraio ha dedicato una “inchiesta” in ben tre parti sulla possibile – e all’epoca imprevedibile – candidatura dell’ex-polemista d’estrema destra. “La tentazione presidenziale”, titolava il settimanale, tra lo sconcerto generale. Poi sono arrivati i primi sondaggi, i lanci di agenzia, i “retroscena” a cascata: la proverbiale palla di neve era divenuta, nel giro di un’estate, la valanga Zemmour. 

Secondo uno studio del Journal du Dimanche, al 30 ottobre il polemista di estrema destra era “citato in più di 14 000 articoli nella stampa francese, più di ogni altro candidato”. Tra il 7 settembre e l’8 ottobre, secondo Libération, Eric Zemmour è stato citato 432 volte dal profilo Twitter della più importante rete all-news francese, BFMTV, “molto, molto avanti agli altri candidati” – soprattutto Marine Le Pen, seconda in questa speciale classifica con “sole” 147 menzioni. Un’inquietante tendenza che accomuna tutte le reti all-news, compresa FranceInfo, la rete pubblica… e la stessa Libération

L’esposizione mediatica di cui ha goduto l’ex-polemista è stupefacente soprattutto in virtù delle idee ch’egli rappresenta. Zemmour è stato condannato due volte in sede giudiziaria, una per “incitamento all’odio razziale”, un’altra per “incitamento all’odio religioso”, rispettivamente nel 2010 e 2018, per aver proferito insulti contro i cittadini di confessione musulmana alla TV. È citato in altri otto processi per motivi simili, per esempio per aver detto che “tutti” i migranti minori non accompagnati sarebbero “ladri” e “stupratori”. È un entusiasta sostenitore di teorie razziste come quella della grande sostituzione etnica, appoggia apertamente gruppetti neofascisti come Génération Identitaire (vicina a Casapound), invoca l’assimilazione dei musulmani francesi e l’abolizione delle (poche) salvaguardie istituzionali. Nei suoi libri di pseudostoria che hanno un grande successo di pubblico, incensa il Maresciallo Pétain e il regime di Vichy, difendendo una visione razzista, coloniale e reazionaria della storia francese (“è la Francia ad aver creato l’Algeria”), sminuendo il ruolo di Vichy nella shoah o difendendo il padre dell’antisemitismo francese Charles Maurras (nonostante sia, egli stesso, ebreo). A confronto, Marine Le Pen sembra un’antiquata dorotea. 

“Dalla fine dell’estate, tutto il dibattito politico si svolge attorno a lui e al suo discorso”, dice a Valigia Blu Daniel Schneidermann, giornalista, fondatore del sito di critica mediatica Arrêt sur Images e autore del libro Berlin, 1933, La presse internationale face à Hitler (2018, non tradotto). È una dinamica che “ricorda molto quello che è successo con Trump e i media americani nel 2016. Viviamo in un sistema mediatico che premia il clash, e Zemmour l’ha capito benissimo, è fuori dai codici politici ordinari, e funziona”.

Secondo Schneidermann, tuttavia, Zemmour ha un che di specificatamente francese, oltre a un suo proprio elemento di novità. “È la prima volta che vedo un ebreo adepto di Charles Maurras, il pensatore dell’antisemitismo degli anni 20 e 30… Mi aspettavo di tutto, ma non di veder emergere un ebreo convinto che Pétain abbia protetto gli ebrei francesi”. Anche all’interno della tradizione storica dell’estrema destra francese, dice Schneidermann, “Zemmour rappresenta qualcosa di nuovo: un personaggio le cui radici sono puramente mediatiche, sono i suoi libri e le sue trasmissioni televisive”. 

In effetti, Zemmour è una vera e propria creatura mediatica. Dalle prime comparsate televisive tra gli anni 90 e 2000, per vent’anni, è stato un ospite fisso di radio e TV, malgrado (o forse proprio a causa de) il suo estremismo e razzismo. “Viviamo in un sistema che ha tollerato il discorso islamofobo di Zemmour per decenni”, dice Schenidermann. “Il fatto che il suo discorso razzista, anti-immigrati, anti-Islam, sia stato tollerato così a lungo dai media francesi, la dice lunga sull’islamofobia presente in questo paese”.

Questa contraddizione tra il discorso estremamente violento di Zemmour e la copertura che gli è stata concessa sinora, quasi senza alcuna cautela da parte dei media, ha provocato ben più di un malumore tra le redazioni francesi. L’AFP, per esempio, ha dichiarato che non avrebbe più fatto “lanci” su Zemmour fino a che questi non avesse ufficializzato la propria candidatura. Dopo la copertina riservatagli da Paris Match (con foto “paparazzata” di lui e la sua compagna al mare) il 22 settembre, “i giornalisti sono cascati dalle nuvole, s’interrogano sul timing di quest’operazione, una settimana dopo l’annuncio dell’acquisto del titolo da parte di Vivendi, il gruppo di Vincent Bolloré… Nella lunga storia del giornale, mai un populista era stato messo in copertina”, scrive Le Monde. Qualche settimana dopo, un’inchiesta di Mediapart fa luce sulle inquietudini di numerose redazioni mainstream, ben riassunte così da un giornalista di un grande quotidiano: “Ci stiamo tutti chiedendo se non stiamo nutrendo la bestia (nourrir la bête)”. 

L’onnipresenza di Zemmour è tale da divenire essa stessa un fatto mediatico, commentato e criticato in quanto tale, analizzato per cercarne le origini. “Il peso crescente di Eric Zemmour nei sondaggi, misurato da diversi istituti, sembra aver servito da principio guida per molte redazioni”, scrive Mediapart. Ma secondo i sondaggisti, è esattamente l’opposto: “se Zemmour è in forte ascesa, è anche perché nei media gli si tendono molti microfoni”, ha detto il direttore dell’istituto di sondaggi francese Ipsos.

Se da un lato i giornalisti e le redazioni sembrano presi in controtempo dalla capacità di Zemmour di manipolare le leve mediatiche, dall’altro il neo-candidato ha ben chiara l’attitudine che intende tenere col mondo dell’informazione e, più in generale, con chi lo critica. Il 6 dicembre, a Villepinte, nella banlieue a nord-est di Parigi, Eric Zemmour ha arringato una decina di migliaia di persone venute a sostenerlo. C’era una certa tensione nell’aria: il meeting avrebbe dovuto tenersi dentro Parigi, ma le proteste organizzate dai collettivi antirazzisti avevano spinto l’organizzazione ad allontanarsi dalla capitale.

Davanti al suo pubblico, con alle spalle scritto, in caratteri cubitali, il nome del suo nuovo partito (“reconquête”, riconquista), Zemmour si è scagliato contro uno dei suoi nuovi avversari preferiti, la stampa: quei “giornalisti che vogliono la mia morte sociale, così come i jihadisti vogliono la mia morte letterale”, questi “giornalisti militanti” che vogliono “rubare la democrazia… ci sbarazzeremo di queste ideologie astratte che vivono grazie a giornalisti militanti e sovvenzioni pubbliche”.

Toni minacciosi, letteralmente. Negli stessi istanti, una troupe di Quotidien, uno dei programmi d’informazione più seguiti alla TV, in onda sulla rete privata TF1, veniva fischiata e minacciata dal pubblico, venendo poi evacuata d’urgenza dal servizio d’ordine. E poco dopo, una decina di ragazzi e ragazze dell’associazione SOS Racisme, una delle più conosciute e antiche ONG antirazziste del paese, sono stati selvaggiamente picchiati dalla folla per aver osato scandire “no al razzismo”. 

Nonostante le violenze (compresi colpi e sedie contro donne) dei suoi militanti, nonostante sia accusato da diverse donne di aggressione sessuale, nonostante difenda a spada tratta scrittori antisemiti e imprese coloniali, nonostante il razzismo certificato persino in sede giudiziaria, Eric Zemmour continua a essere sur tous les plateaux, come dicono in Francia: su tutti i canali, a qualunque ora.

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Foto in anteprima via Eric Zemmour

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