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La dipendenza dal gas russo, le armi all’Ucraina e l’ambiguità tattica della Germania

27 Aprile 2022 17 min lettura

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La dipendenza dal gas russo, le armi all’Ucraina e l’ambiguità tattica della Germania

17 min lettura

di Lorenzo Monfregola

Jein è un’espressione colloquiale tedesca composta da ja (sì) e nein (no), ed esprime ambiguità nella risposta, potenzialmente tendente allo ja, ma anche molto caratterizzata dal nein. Sulla guerra in Ucraina, le risposte tedesche sono spesso riassumibili in uno jein a un maggiore attivismo della Germania nel confronto euro-occidentale con Mosca. Quella di Berlino è un’ambiguità consapevole e tattica, che fu per 16 anni caratteristica della cristiano-democratica Angela Merkel e che oggi viene riformulata dal cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz (al governo con una coalizione SPD-Verdi-FDP). Lo jein tedesco viene ogni giorno rimodellato da crescenti pressioni interne ed esterne, ma resta impostazione fondamentale, pronta a riproporsi sempre. 

Venerdì 22 aprile è uscita un’intervista del cancelliere Scholz a Der Spiegel intitolata in copertina: “Di cosa ha paura, signor Scholz?”. Alle domande su un possibile embargo del gas russo per interrompere l’enorme flusso di denaro che entra nelle casse del Cremlino - finanziando così ogni giorno l’invasione - Scholz ha risposto: “Non credo affatto che un embargo sul gas porrebbe fine alla guerra. Se Putin fosse stato aperto ad argomenti economici, non avrebbe mai iniziato questa folle guerra… il punto è che vogliamo evitare una crisi economica drammatica, la perdita di milioni di posti di lavoro e di fabbriche che non aprirebbero più. Questo avrebbe grandi conseguenze per il nostro paese, per tutta l'Europa, e avrebbe anche un grande impatto sul finanziamento della ricostruzione dell'Ucraina. Pertanto, è mia responsabilità dire: non possiamo permetterlo”.

Alle domande sulla titubanza di Berlino nell’esportare direttamente cosiddette armi pesanti verso Kyiv, Scholz ha invece risposto: “Non si tratta di paura, ma di responsabilità politica… Ho detto fin da subito che dobbiamo fare di tutto per evitare un confronto militare diretto tra la Nato e una superpotenza altamente armata come la Russia, una potenza nucleare. Sto facendo di tutto per evitare un'escalation che porti a una terza guerra mondiale. Non ci deve essere una guerra nucleare”.

Il 26 aprile, però, il ministero della Difesa tedesco ha annunciato una prima autorizzazione all’export di armi pesanti verso l’Ucraina. Il contesto delle decisioni e delle contraddizioni politiche di Berlino merita di essere analizzato in profondità, sia per il dossier energetico sia per quello militare.

La dipendenza industriale dal gas russo

Da tempo la Germania dipende dal gas russo: perché costa poco e perché, da decenni, è geograficamente comodo importarlo. Ora, in risposta all’invasione dell’Ucraina, il ministro di Economia e Clima, il verde Robert Habeck, ha dichiarato che la Germania potrà rendersi indipendente dal gas russo al più presto nel 2024. 

L’import di beni dalla Russia rappresenta solo il 2,7% delle importazioni complessive tedesche. Ma in questo 2,7% ci sono petrolio e gas naturale. Fino all’inizio della guerra, il petrolio russo rappresentava il 35% delle importazioni tedesche e il gas il 55%. Soprattutto il gas sembra ancora irrinunciabile, considerando che la Germania importa oltre il 90% del gas naturale dall’estero e che si tratta di una risorsa che contribuisce al 25% dell’energia primaria tedesca. Il gas naturale è infatti fisiologicamente decisivo per la richiesta energetica dell’industria tedesca, a partire dal comparto della chimica, che si trova molto spesso all’inizio della catena di valore della produttività della Germania. Non è un caso se Martin Brudermüller, CEO di BASF, colosso multinazionale tedesco della chimica, abbia dichiarato che uno stop immediato del gas russo “potrebbe portare l'economia tedesca alla sua peggiore crisi dalla fine della seconda guerra mondiale e distruggere la nostra prosperità. Potrebbe significare la fine per molte piccole e medie imprese. Non possiamo rischiarlo!”.

Quella di Brudermüller è solo una fra molte dichiarazioni di questo tono, espresse più o meno drammaticamente dallo stesso ministro Habeck, dalla Confindustria tedesca BDI, da altri CEO tedeschi e dal sindacato DGB. Uno studio presentato dai cinque maggiori istituti di ricerca tedeschi è arrivato a previsioni simili, anche se meno drastiche: con un embargo del gas l'economia tedesca crescerebbe ancora nel 2022, con un +1,9% di crescita del PIL. Il tasso d'inflazione raggiungerebbe il 7,3%, ma scenderebbe al 5% nel 2023. Nel 2023 l’economia tedesca perderebbe però 200 miliardi di euro e vedrebbe un calo del 2,2% del PIL, con un tasso di disoccupazione che raggiungerebbe il 6%. Uno studio autonomo del DIW, Istituto di Ricerca Economica di Berlino, ha invece addirittura ipotizzato che la Germania - accelerando l’impegno su fonti alternative e sul risparmio energetico - potrebbe addirittura riuscire ad abbandonare il gas russo nel prossimo inverno. Anche su dati e previsioni, quindi, la discussione è presto diventata politica.

La grande fuga dal gas russo

Il 20 aprile il ministro tedesco delle Finanze Christian Lindner (dei liberali FDP) ha riassunto: "Il nostro modello di business si è basato in parte sull'importazione di energia a basso costo dalla Russia. Non vedo come questa condizione possa tornare". La questione non è quindi più se la Germania diventerà totalmente indipendente dall’export energetico russo, ma quando: nel 2024 o già prima? Nessuno sembra infatti più credere di poter tornare allo status quo precedente con Mosca.

Lo shock per l’invasione e per i crimini di guerra russi in Ucraina è stato troppo grande, soprattutto per chi a Berlino si illudeva di poter evitare escalation militari proprio grazie a un rapporto commerciale molto stretto con la Russia. Dottrina che per decenni non è stata solo conveniente per l’interesse della Germania, ma a cui almeno due generazioni di diplomatici e politici tedeschi hanno creduto davvero, razionalmente, affidandosi al principio del cosiddetto Wandel durch Handel (“cambiamento attraverso il commercio”). Razionalità tedesca che funzionò per la Ostpolitik della Guerra Fredda, portando prima alla distensione e poi alla Riunificazione, ma che certo non ha funzionato per l’Ostpolitik del nuovo millennio, visto che non ha evitato la guerra in Ucraina del 2014 e l’invasione del 2022. Razionalità tedesca che ha probabilmente fallito perché fisiologicamente troppo concentrata sulla logica economica per poter prevedere gli strappi imperialisti di Mosca (si pensi proprio alle dichiarazioni di Scholz riportate prima, sulla guerra in Ucraina come scelta “folle” e anti-economica di Putin). 

Le pressioni affinché la Germania accetti un embargo completo contro l’export energetico russo, intanto, crescono. Il governo tedesco sta cercando di dar prova di buona volontà ai partner più esigenti (leggasi paesi UE dell’est), aprendo ad esempio a un veloce embargo del petrolio russo, fonte molto più facile da sostituire. Prima, lo scorso 19 aprile Annalena Baerbock, ministra degli Esteri tedesca, ha dichiarato durante una visita nei paesi Baltici che Berlino dimezzerà "il petrolio russo entro l'estate e saremo a zero entro la fine dell'anno. Poi il gas seguirà secondo una tabella di marcia europea comune". Una settimana dopo, il 26 aprile, il ministro di Economia e Clima, Robert Habeck, ha addirittura annunciato che l’indipendenza dal petrolio russo è ormai “questione di giorni”, visto che le importazioni di petrolio dalla Russia sarebbero scese in soli due mesi dal 35% al 12% di quelle totali del paese tedesco. Habeck ha poi detto che la Germania resta dipendente solo per il gas, per il quale bisogna ancora aspettare malgrado si sia già scesi – secondo quanto dichiara il ministro - da una dipendenza del 55% a una di circa il 40%. 

Il fatto che i due ministri verdi degli Esteri e di Economia e Clima rimandino comunque lo stop al gas russo, resta per ora significativo. Alle ultime elezioni Baerbock era la candidata cancelliera dei Verdi, l'unico partito tedesco da sempre compattamente ostile alla penetrazione tattico-energetica di Mosca in Germania. Malgrado il suo allineamento all’attuale linea del governo Scholz, soprattutto Baerbock rimane la voce più attiva per una veloce ristrutturazione della politica energetica (ed estera) tedesca, in nome di un mix di ecologismo e neo-atlantismo. Già nel maggio 2014 Baerbock, che allora era una giovane neo-parlamentare, chiedeva al governo tedesco cosa stesse facendo in merito al “gas naturale liquefatto (GNL) come contributo alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas naturale”. Allora la risposta del governo Merkel III fu: “Niente”. Oggi il GNL, che costa notoriamente più del gas naturale classico, è invece una delle risposte d’emergenza del governo tedesco per velocizzare la fuga dal gas russo. Lo scorso 14 aprile il ministero delle Finanze ha annunciato fondi fino a 3 miliardi di euro per affittare quattro terminal galleggianti di rigassificazione per GNL. La soluzione servirà in attesa che la Germania finalizzi nei prossimi anni la costruzione dei propri primi terminal GNL su terra, attualmente previsti a Brunsbüttel nello Schleswig-Holstein e Wilhelmshaven in Bassa Sassonia (entrambi sul Mar del Nord) e in probabili siti in Meclemburgo-Pomerania Anteriore (sul Mar Baltico). 

Il ministro dell’Economia e Clima Habeck non ha intanto certo dimenticato quanto il GNL sia poco ecologico e continua a ripetere che il gas liquefatto verrà comunque utilizzato come opzione ponte verso rinnovabili e idrogeno. Nel frattempo, tuttavia, già a marzo Habeck ha fatto la spola tra Norvegia e Qatar per aumentare l’acquisto tedesco di GNL. 

La Russia-Connection tedesca

Mentre la condizione energetica tedesca emerge in tutta la sua fragilità, in Germania ci si chiede come si sia potuti arrivare a questo punto. I politici più rappresentativi dell’Ostpolitik vecchia e nuova sono oggi sotto crescente attacco mediatico e politico. Questo vale soprattutto per il nucleo di uomini e donne della SPD che per anni hanno curato relazioni molto strette con Mosca. Su tutti c’è Gerhard Schröder, fulcro di quella che la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha definito la Schröder-Putin-Connection. L’ex cancelliere socialdemocratico, amico personale di Vladimir Putin, è stato l’artefice del primo progetto Nord Stream, il celebre gasdotto nel Mar Baltico che da oltre 10 anni rappresenta l'infrastruttura più nota ed emblematica del rapporto tedesco-russo: capace di trasportare 55 miliardi di m³ di gas naturale all’anno, è stato costruito per bypassare le pipeline dei paesi dell’Europa orientale e per questo è stato aspramente osteggiato soprattutto dai paesi Baltici, dalla Polonia e dall’Ucraina. Il gasdotto è stato poi raddoppiato con la costruzione del Nord Stream 2: terminato pochi mesi fa, la nuova linea è stata sanzionata dagli Stati Uniti già prima della fine dei lavori e non è mai entrata in funzione. Il 22 febbraio scorso, 48 ore prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz ha infine bloccato a tempo indeterminato il NS2. La società Nord Stream 2 AG, interamente di proprietà della società statale russa Gazprom, è ora insolvente, anche se una prima bancarotta era stata inizialmente smentita dal CEO Matthias Warnig, altro uomo simbolo della “Russia connection” tedesca e, fino al 1989, ufficiale della Stasi, il servizio segreto dell’ex DDR.

Per quanto riguarda l’ex cancelliere Schröder, resta più che esemplificativa la carriera che ha iniziato pochi mesi dopo aver lasciato la cancelleria: nel 2005 è stato nominato capo del board degli azionisti di Nord Stream, nel 2017 di quello della compagnia petrolifera russa Rosneft e dal 2016 è stato anche scelto come capo del consiglio d’amministrazione di Nord Stream 2. Negli anni, inoltre, Schröder ha continuato a lavorare come lobbista degli interessi di Mosca in Europa, affermandosi come padre nobile dei cosiddetti Putin-Versteher tedeschi (letteralmente “coloro che comprendono Putin”).

Lo scorso 24 aprile, in un’intervista al New York Times, l’ex cancelliere socialdemocratico ha dichiarato “I don’t do mea culpa”, attirandosi in Germania critiche, se possibile, ancora più indignate del solito, anche tra i socialdemocratici. 

Altri politici della SPD, al contrario di Schröder, stanno facendo in queste settimane dei mea culpa molto chiari rispetto alle loro passate posizioni sulla Russia. Il più noto è quello della più alta carica della Repubblica Federale di Germania, il presidente Frank-Walter Steinmeier, che in passato fu Capo della cancelleria di Schröder e poi ministro degli Esteri di Merkel. Per anni considerato uomo dei “ponti” verso Mosca, lo scorso 4 aprile Steinmeier ha dichiarato: "Il mio appoggio continuato al Nord Stream 2 è stato chiaramente un errore… Ci siamo aggrappati a ponti in cui la Russia non credeva più e da cui i nostri partner ci avevano messo in guardia…”; “La mia valutazione era che Vladimir Putin non avrebbe accettato la completa rovina economica, politica e morale del suo paese per la sua mania imperiale. Lì, come altri, mi sono sbagliato"; “Abbiamo fallito nella costruzione di una casa comune europea in cui la Russia fosse inclusa. Abbiamo fallito con l'approccio di includere la Russia in un'architettura di sicurezza comune".

Le parole del Capo di Stato tedesco sono estremamente significative sia di quello che è stato il tentativo del nucleo storico socialdemocratico di creare un equilibrio con Mosca, sia della dimensione dell’attuale crisi di questo modello.

Il mea culpa del presidente Steinmeier, tuttavia, non è bastato a tutti: certamente non ha soddisfatto Kyiv e il suo presidente Volodymyr Zelensky, che il 12 aprile ha rifiutato l’ipotesi di una visita in Ucraina dello stesso presidente della Repubblica federale. Scortesia diplomatica di rara intensità, che ha raccolto la condanna unanime di tutto l’arco politico tedesco. Scortesia mirata con cui Kyiv, più o meno incoraggiata da suoi alleati occidentali, ha però platealmente messo il dito nella piaga delle contraddizioni politiche tedesche sul dossier Russia.

La relazione Berlino-Mosca è stata in realtà strutturale

Occuparsi solo dei rappresentanti più evidenti di una “Russia connection” tedesca, ad ogni modo, rischia di essere un escamotage catartico. Una scorciatoia con cui la Germania finge di non sapere che per decenni il rapporto commerciale-politico con la Russia è stato considerato normale, salutare e funzionale da quasi chiunque avesse il potere a Berlino.

La ricerca tedesca dell’equilibrio con Mosca ha del resto origini lontanissime: parte da Otto von Bismarck e il Trattato di Rapallo, passa addirittura per i dettami della scuola geopolitica di Monaco degli anni ‘30, e assume infine una forma innanzitutto geo-energetica dagli anni ‘70 del secolo scorso. Fu allora che il cancelliere dell’Ostpolitik, Willy Brandt, diede vita a un nuovo accordo con l’Unione Sovietica: la Germania forniva tubi in acciaio per le pipeline russe e Mosca iniziava a mandare gas verso la Baviera, passando per l’allora Cecoslovacchia. Dopo la caduta del muro di Berlino e con l’emergere di un’economia globalizzata, il rapporto energetico con la Russia divenne poi una delle basi materiali della capacità della Germania di restare competitiva in un mondo plasmato dalla concorrenza asiatica. Anche la epocale riforma Agenda 2010, con cui a partire dal 2005 lo stato sociale tedesco è stato rimodellato per abbassare la spesa interna e aumentare la competitività, è stata possibile in un periodo in cui l’apporto di gas russo ha continuato a crescere in maniera decisiva. Quando poi nel 2011 il governo Merkel ha deciso di iniziare a rinunciare al nucleare (e, qualche anno dopo, anche al carbone), il gas (russo) ha continuato a essere la soluzione pratica più comoda. Non è un caso che Angela Merkel abbia sostenuto fino all’ultimo minuto della sua lunga leadership che il progetto Nord Stream 2 fosse comunque di natura economica e non geopolitica, contraddicendo i leader di gran parte dei paesi UE dell'est. Più complessivamente, il risultato attuale è che la tanto sbandierata Energiewende, la grande svolta energetica tedesca, si è affidata così tanto al gas russo come “soluzione ponte” verso le rinnovabili che ora, con l’irrompere della guerra, rischia di dover essere rimodellata. 

In ultima analisi, qualsiasi ricostruzione storica dimostra come la dipendenza energetica tedesca dalla Russia abbia avuto a che vedere con gran parte del mondo politico, industriale ed economico della Germania e sia stato un processo a cui hanno partecipato con varia intensità tutte le classi dirigenti tedesche degli ultimi decenni. Questo nonostante media, osservatori, think tank e altri abbiano argomentato per anni che la Germania - un paese che ha scelto completamente la Westbindung (il cosiddetto ancoraggio a Occidente), che deve la sua difesa militare alla NATo e riconosce i suoi partner più stretti nell’UE e nel rapporto transatlantico - rischiasse da un momento all’altro di trovarsi esattamente nella situazione in cui si trova dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il dilemma delle armi pesanti all’Ucraina

Lo scorso 27 febbraio, nella seduta speciale del parlamento tedesco per la guerra in Ucraina, il cancelliere Scholz ha annunciato che d’ora in poi, anno dopo anno, la Germania punterà a un investimento del 2% del PIL per la difesa, come già richiesto dall’alleanza Nato. Inoltre, Scholz ha anche annunciato un fondo supplementare speciale di 100 miliardi per modernizzare la Bundeswehr, l’esercito tedesco. Nel giro di poche ore si è parlato di Zeitenwende, cioè di svolta epocale, così come di “riarmo tedesco”. Il concetto di riarmo resta superficiale per descrivere gli investimenti in un esercito che ha bisogno in prima battuta di diventare semplicemente normale o simile ad altri eserciti occidentali. In quanto alla “svolta epocale”, ci vorrà un po’ di tempo per capire come Berlino effettuerà un’operazione che tenta per la prima volta dal dopoguerra a oggi: non solo rafforzare la propria Bundeswehr, ma inserire l’esercito nel cuore del proprio equilibrio istituzionale democratico e della propria politica estera, con tutto quello che ne consegue. 

In nome della sua Zeitenwende, a fine febbraio Scholz ha anche annunciato la rottura di un altro tabù (almeno formale): l’invio di armi tedesche in un’area di guerra. Da allora fino al 20 aprile, secondo quanto risposto dal governo ucraino all’agenzia tedesca Dpa, la Germania ha mandato in Ucraina 2.500 lanciamissili antiaerei, 900 lanciarazzi anticarro con tremila proiettili, 15 armi anti-bunker con 50 razzi, 100 mila bombe a mano, 2000 mine, più di 5.000 cariche esplosive e oltre 16 milioni di munizioni di vario calibro per pistole, fucili d'assalto e mitragliatrici pesanti. Nell’elenco sono compresi anche 1.000 pezzi di ricambio per mitragliatrici, 100 mila micce detonanti e 250 mila inneschi. A queste spedizioni si dovrebbe aggiungere anche altro materiale protettivo e tecnico, veicoli di trasporto, razioni. Il 19 aprile scorso, il cancelliere Scholz ha poi dichiarato che l’esercito tedesco non avrebbe attualmente più niente da spedire, perché, come ha puntualizzato successivamente la stessa Bundeswehr, i suoi mezzi e le sue armi servono per la difesa della Germania.

Scholz ha però contemporaneamente confermato ulteriori aiuti militari all’Ucraina (oltre 1 miliardo di euro proveniente da un fondo speciale per paesi partner, come specificato poi dal governo). Kyiv, ha detto Scholz, potrà scegliere armamenti da una lista concordata direttamente con l’industria bellica tedesca e sarà poi Berlino a pagare il conto. Da prassi, al governo tedesco spetta anche l’autorizzazione finale per l’export di queste spedizioni. Kyiv ha ringraziato, ma ha anche subito risposto che da quella lista mancano le armi pesanti di cui ha oggi più bisogno per combattere contro l’occupazione. La distinzione tra armi “leggere” e “pesanti” non è ufficiale, ma nel dibattito tedesco per “armi pesanti” si intendono soprattutto carri armati e mezzi corazzati da combattimento. Nelle due ultime settimane, la polemica in Germania sulla riluttanza del governo Scholz nello spedire direttamente armi pesanti in Ucraina è diventata sempre più tesa.

Secondo documenti riportati da Bild, tabloid in questo momento estremamente attivo nel sostenere la causa ucraina, dalla lista per Kyiv citata da Scholz il governo avrebbe tolto proprio le armi pesanti, nonostante la disponibilità dell’industria tedesca a fornirne buona parte “nel breve e medio termine”. Secondo Bild, la lista iniziale delle richieste degli ucraini avrebbe compreso diverse armi pesanti: carri armati Leopard, veicoli da combattimento fanteria Puma e Marder, veicoli corazzati trasporto truppe Boxer e Fuchs, oltre a lanciarazzi multipli, missili antinave e missili anticarro del tipo Milan e Spike. Fino a metà marzo quasi tutte le armi chieste dall'Ucraina sarebbero state presenti anche nella lista di risposta stilata dall'industria tedesca, inclusi i moderni carri armati Leopard 2. Prima di arrivare alla versione finale, tuttavia, il ministero della Difesa tedesco avrebbe cancellato le armi pesanti dalla lista dell’industria, che si sarebbe così ridotta da 48 a 24 pagine. 

Lo specifico export diretto di armi pesanti dalla Germania all’Ucraina non sarebbe risolutivo per le sorti della guerra in Ucraina. Bisogna però sottolineare come in questo caso sia in gioco anche il carico simbolico delle decisioni da parte del più ricco paese dell’Unione Europea. Aspetto simbolico che, inoltre, può diventare sempre più pratico se la guerra in Ucraina dovesse durare ancora a lungo. Proprio per lo scenario fin qui descritto di dipendenza e relazione tra Berlino e Mosca, il governo ucraino e il fronte trasversale di chi sostiene più convintamente Kyiv (dagli USA al Regno Unito, dalla Polonia ai paesi Baltici), hanno chiesto alla Germania che la sua Zeitenwende militare sia costituita innanzitutto da uno ja convinto e non da uno jein molto più cauto.

Il governo Scholz ha, invece, inizialmente scelto di perseguire esattamente questa cautela. Il Cancelliere ha ripetuto più volte che sul piano dell’export militare non ci sarebbe stata nessuna iniziativa individuale (leggasi “fuga in avanti” o leadership) della Germania e che tutto sarebbe stato concordato con gli alleati UE e NATO. E qui si torna al passaggio di Scholz citato in apertura, quello sulla sua priorità di “evitare un'escalation che porti a una terza guerra mondiale”. Alla successiva domanda di Spiegel, “Se consegniamo dei carri armati, c'è la minaccia di un attacco nucleare - perché non lo dite chiaramente ai tedeschi?”, Scholz ha risposto: “Mi dispiace, ma non arriveremo da nessuna parte con queste semplificazioni!”. Ancora prima, Scholz ha spiegato che il fatto è che non esiste un “libretto d’istruzioni” per capire a che punto la Germania o la NATO vengano percepite (da Mosca) dei player attivi nella guerra. La “terza guerra mondiale”, va sottolineato, ha un particolare valore storico nell’immaginario tedesco: durante la Guerra Fredda era a tutti chiaro che un eventuale scontro tra le due superpotenze non avrebbe visto solo la Germania partecipare al conflitto, ma essere molto probabilmente il territorio dello scontro totale.

Come prima soluzione, per l’export di armi la Germania ha messo in moto quello che viene definito uno “scambio circolare” di armi pesanti verso l’Ucraina. Paesi NATO del centro-est europeo esporteranno in Ucraina i loro carri armati da combattimento di produzione sovietica (ad esempio i T-72) e, in seguito, Berlino manderà in cambio a questi partner dei veicoli corazzati da combattimento della fanteria, veicoli di trasporto truppe o anche carri di nuova produzione. Il motivo è che molti mezzi di produzione sovietica sono già utilizzati dall’esercito ucraino e non richiedono la formazione supplementare che richiedono mezzi più moderni (inclusi quelli tedeschi). 

Oltre lo JEIN

Lo jein tedesco è in evoluzione costante. Le pressioni sembrano attualmente in grado di convincere Scholz della necessità di cambiamenti, a partire dal dossier militare. Il 26 aprile il segretario della Difesa USA, Lloyd Austin, ha invitato rappresentanti di più di 40 paesi alleati/amici a un meeting proprio in Germania, seppur sul territorio USA della base militare americana di Ramstein. Austin era di ritorno da un incontro a Kyiv con Volodymyr Zelensky, occasione in cui il segretario della Difesa ha di fatto promosso un nuovo aumento di ritmo e intensità dell’impegno statunitense nell’aiuto all’Ucraina, dichiarando anche di credere nella “vittoria di Kyiv”. All’incontro di Ramstein, la ministra tedesca della Difesa Christine Lambrecht ha poi annunciato, quasi a sorpresa, l’autorizzazione all’export verso l’Ucraina di 50 semoventi antiaereo Gepard di produzione tedesca. La richiesta per l’export verso l’estero proviene dall’azienda tedesca Krauss-Maffei Wegmann, i Gepard sarebbero ex mezzi Bundeswehr che devono essere sistemati e muniti di sufficienti munizioni prima della consegna (non ancora note le tempistiche concrete).

Nel frattempo, il produttore di armi tedesco Rheinmetall ha invece offerto di fornire all'Ucraina 88 carri armati Leopard 1A5, chiedendo l’autorizzazione per l’export al governo Scholz. L'offerta comprende anche l'addestramento dell'equipaggio in Germania, la formazione per la manutenzione, pezzi di ricambio, una base di servizio e munizioni. Rheinmetall ha chiesto di poter fornire anche 100 mezzi da combattimento della fanteria Marder e si appresterebbe inoltre a chiedere anche l’autorizzazione per l’export di 20 panzer Leopard 2 (modelli più moderni del Leopard 1). Il governo ha dichiarato che prenderà una decisione sulla prima richiesta di Rheinmetall "entro breve". Se i semoventi antiaereo Gepard sono “mezzi pesanti” con corazzatura, non sono però ancora carri armati come i panzer Leopard. È quindi l’autorizzazione o meno da parte del governo Scholz dell’export di questi Leopard offerti da Rheinmetall che potrà davvero avere una valenza cruciale (bisogna però considerare che in questo caso saranno potenzialmente coinvolti anche due paesi terzi, l’Italia e la Svizzera, dove si trovano oggi rispettivamente i Leopard 1A5 e i Leopard 2 in questione).

Nelle ultime ore sembra che la Germania abbia colto l’insoddisfazione nei propri confronti di alcuni dei suoi maggiori alleati, mentre sul fronte della politica interna il governo ha avvertito il pericolo di un’azione dell’opposizione CDU-CSU proprio sul dossier dell’export di armi. Maggioranza (SPD-Verdi-FDP) e opposizione CDU-CSU hanno votato insieme una mozione in favore dell’invio di armi pesanti all'Ucraina. La mozione in parlamento propone di continuare e, “dove possibile”, accelerare l'invio di armi e di includere anche armi pesanti e sistemi complessi di difesa, ad esempio tramite lo "scambio circolare" insieme ad alleati. La Germania deve anche "esaminare se si possono inviare altre armi", aprendo così potenzialmente anche all’invio diretto di altri armi pesanti tedesche dopo l'autorizzazione di 50 semoventi Gepard. La mozione dà un input al governo Scholz, che ora dovrà eventualmente autorizzare ciascuno degli invii di armi pesanti possibili, anche direttamente da aziende tedesche.

Bisogna inoltre considerare come Berlino abbia aspettato la rielezione di Emmanuel Macron per provare a muoversi con un certo coordinamento con Parigi, da sempre necessario ai governi tedeschi sul fronte militare. Tutto questo non significa però che la dottrina tedesca dello jein verrà davvero abbandonata dal governo Scholz. Significa piuttosto che, nell’attuale accelerazione, ogni nuovo jein tedesco avrà date di scadenza sempre più a breve termine.

Immagine in anteprima: l'ex cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin durante il vertice ufficiale dei Quattro in Normandia, dicembre 2019 – frame video tagesschau.de

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